Nomine Agcom, la madre di tutte le battaglie

La partita sulle nuove nomine per l’Agcom (la delicatissima autorità di controllo sulle telecomunicazioni) è forse la più violenta tra le tante che sottotraccia governo e parlamento, ma anche i partiti di maggioranza tra loro, si scambiano da giorni.

Continua a leggere

Frequenze tv, Passera non le regala

Il ministro in aula: no al «beauty contest». Ma sull’asta si vedrà Sfuma la norma pro Mediaset. Il Pd insiste per la vendita. Domani il decreto in Cdm.

Per l’annosa questione delle frequenze tv domani potrebbe essere il giorno della verità. Il ministro Corrado Passera, durante il question time alla camera, ha annunciato che la sospensione del «beauty contest» sarà affrontata nel consiglio dei ministri di domani, tutto dedicato alle liberalizzazioni. «È mia intenzione rendere partecipe il Cdm delle decisioni che intendo assumere», spiega il super-ministro.

Continua a leggere

Ei fu, Berlusconi e l’incubo della Dc 2.0

Ei fu, stasera Berlusconi lascia Palazzo Chigi. La tensione nella maggioranza è alle stelle. Pdl e Lega provano a resistere su Monti ma sperano in una fiducia a tempo che non escluda il voto a primavera. Ed eviti il ritorno della «Balena bianca». Vertice permanente a Palazzo Grazioli. Monti è inevitabile ma i papabili per i dicasteri litigano e temono l’autodistruzione: non sarà una grosse Koalition ma un’altra «cosa»

In queste ore, le ultime che gli restano da vivere a Palazzo Chigi come capo del governo italiano, Silvio Berlusconi sa bene che tutte le strade della morte e resurrezione della seconda Repubblica passano da lui, dalle sue scelte. Da quello che dirà stasera a Giorgio Napolitano.

Ei fu. Stasera non sarà più il presidente del consiglio. Oggi le sue dimissioni diventeranno «operative», per usare la neolingua quirinalizia. Addio Cavaliere. Non c’è epitaffio politico migliore di quello che, il 29 aprile del 2009, ha scritto la sua ex moglie Veronica Lario: «Mio marito insegue lo spirito di Napoleone, non quello del dittatore. Il vero pericolo è che in questo paese la dittatura arrivi dopo di lui, se muore la politica come temo stia succedendo».

Sono passati due anni e mezzo. Ma in verità il suo governo è morto allora. Le banche internazionali hanno fatto il resto, colpendo ciò che ha di più caro: le sue aziende. «Spero che la caduta di Berlusconi non abbia refluenze (sic) sul futuro di Mediaset – si chiede preoccupato Fedele Confalonieri – spero che ci sia una ragionevolezza nel comportamento di chi andrà a governare nell’immediato futuro o anche più in là. Se uno vuole fare del male a Mediaset in un momento come questo, dove l’economia è quella che è, è autolesionistico per il paese».

Chissà il liberista Monti cosa penserà di un monopolio televisivo che non ha eguali nel mondo. Intanto una cosa è certa: Corriere e Repubblica battono come fabbri sul nuovo governo di unità nazionale. Impensabile, da quelle parti, che dal berlusconismo si potesse uscire con la foto di Vasto. Ma contrariamente a quello che scrive Pigi Battista sulla prima pagina del Corsera di ieri, il governo Monti non è la grosse Koalition che ha riportato la Germania tra i grandi del pianeta. Al contrario: qui da noi rappresenta la fine di un’era.

Se durerà fino al 2013, il «salvatore» Monti e i suoi 12 apostoli diventeranno l’incubatrice di una nuova formazione politica. Dopo questo governo, Pd e Pdl contrariamente a Cdu e Spd non esisteranno più. Dal loro travaglio nascerà un «grande centro», un partitone popolare e tecnocratico, cattolico e liberale, simile alla Cdu tedesca. Una «Dc 2.0», per dirla brutta.

La «balena bianca» è un’araba fenice che stavolta può risorgere davvero.

Sia Bersani che Berlusconi sanno benissimo che nel momento in cui spingeranno il bottone che dà la fiducia a Monti avranno anche dato il via all’inesorabile dissoluzione dei propri rispettivi partiti.

I dissensi dentro al Pdl offuscano il tormento che si respira intorno al segretario democratico, fino a tre giorni fa accreditato come il probabile vincitore delle elezioni a primavera.

Ma è ovvio che se il Pd dovrà sopportare il peso sociale maggiore delle scelte di Monti, il Pdl ne subirà per primo le conseguenze politiche. Nella «Dc 2.0» non c’è posto per i «fascisti» di An (copyright Frattini), per gli ex socialisti come Sacconi, per le «veline» o i «falchi» alla Santanchè.

Non è questione di «big» e «peones». Cambia un’epoca. Non è un caso che lo sponsor principale dell’operazione Monti – oltre ai mercati – siano Cl e la Compagnia delle opere. Con la Fiat in esilio e Confindustria ai minimi termini, ciò che resta del motore produttivo italiano dopo Berlusconi sono le banche e la sussidiarietà targata Cl. L’asse di Napolitano con il movimento fondato da don Giussani non è nuovo. Ma nel crepuscolo del berlusconismo il capo dello stato è diventato l’icona vivente dell’ultimo meeting di Rimini. Un riconoscimento reciproco che il Quirinale ha cementato a settembre con la nomina della professoressa Marta Cartabia alla Corte Costituzionale.

Dal vertice permanente che anima giorno e notte Palazzo Grazioli, esce fuori che il Pdl esprimerà la sua posizione definitiva solo dopo le dimissioni del premier. L’ufficio di presidenza che deve ratificare il sospirato sì a Monti viene più volte convocato e sconvocato (l’ultima chiamata è oggi alle 18). La Lega vorrebbe suggerire Dini. I dissidenti del Pdl Alfano. I papabili ministri litigano tra loro. Tentativi disperati, estemporanei. Tensioni e resistenze dentro Pdl e Lega sono fortissime. Ma Napolitano continua ad assicurare ai leader di tutto il mondo che Berlusconi è il passato e Monti il futuro.

Tutti sanno che a questo punto non c’è alternativa al professore bocconiano. Come dice Prodi, 100 punti di spread in meno in un giorno sono un segnale inequivocabile. Come l’appello unanime di tutte le associazioni imprenditoriali più Cgil, Cisl e Uil rivolto a «tutte le forze politiche, senza eccezione alcuna».

Il Cavaliere realisticamente non può mettere veti: allo stato non ci sono margini su un premier diverso né per ministri che non siano benedetti dal Colle. I voti del Cavaliere però sono decisivi per arrivare a quota 500 deputati, la soglia che Napolitano considera vitale per dire se l’esperimento è riuscito e calmerà i mercati oppure è un governicchio all’italiana.

L’unico modo con cui Berlusconi può far pesare quei voti e tenere insieme il Pdl e la Lega, perciò, è contrattare una sorta di fiducia a tempo: condizionata al voto a primavera. E’ lo stesso orizzonte sul quale lavora Bersani.

Se avrà funzionato o no dovrà dirlo innanzitutto Monti. Se chiederà ufficialmente di rimanere a Palazzo Chigi «per tutto il tempo necessario» come ha fatto il suo omologo Papademos in Grecia, il dado è tratto.

dal manifesto del 12 novembre 2011

Editoria, il governo integri il Fondo per non toccare il fondo

Pubblichiamo qui di seguito il documento conclusivo dell’assemblea dell’editoria cooperativa, non profit di partito. Questo articolo uscirà oggi e nei prossimi giorni su tutti i giornali e i settimanali messi a rischio dai tagli del governo.

La logica del mercato non garantisce una informazione libera, autonoma e pluralista. Porta tendenzialmente al monopolio ed alla omologazione. Ne è prova l’attuale allocazione delle risorse pubblicitarie: il 56% è indirizzato verso l’emittenza, a beneficio pressoché totale di Rai-Mediaset, e solo il 36% verso la carta stampata, in gran parte a favore dei grandi gruppi editoriali. Il mercato della pubblicità, così, penalizza le testate piccole e medie e discrimina oltre ogni misura i «giornali di idee», cooperativi, non profit e di partito.

Per correggere le distorsioni del mercato ed in attuazione dell’art. 21 della Costituzione, sin dai primi anni Ottanta del secolo scorso è stato costituito un Fondo per il sostegno all’editoria; sostegni simili sono attualmente garantiti anche negli altri Paesi avanzati.

Nel quadro del processo di risanamento dei conti pubblici il Fondo è stato drasticamente ridotto, ben oltre quanto operato in altri comparti: i contributi diretti sono passati da oltre 240 milioni ai 180 del 2010 ed ai 90 del 2011.

Con tali risorse gran parte di questo mondo della comunicazione non sopravviverà al 2011 con gravi danni economici e sociali e con l’impoverimento del pluralismo nel sistema dell’informazione.

Verrebbe sancito il fatto che soltanto i possessori di capitali possono manifestare liberamente il proprio pensiero.

Scompariranno testate locali che raccontano la vita delle comunità, essenziali per garantire un’informazione pluralistica nella provincia italiana. E chiuderanno testate nazionali, anche di grande valore culturale, riducendo il controllo, libero ed indipendente, del potere centrale e diffuso, cancellando la possibilità di dare presenza e voce a forze sociali rilevanti ed a orientamenti politici e culturali largamente presenti nella società, con danno grave per la democrazia e per la ricerca dialettica di una verità possibile.

Con la chiusura di un centinaio di testate si brucerà un giro d’affari che sfiora il mezzo miliardo di euro che ricadrà pesantemente anche sull’indotto, già in grande difficoltà. Si porranno problemi per l’occupazione diretta ed indiretta che riguarderanno circa 4.000 lavoratori con un onere per lo Stato, in termini di ammortizzatori sociali, valutabile pari se non superiore all’impegno richiesto per il rifinanziamento del Fondo, senza contare i danni per le casse previdenziali.

Limitandosi soltanto ai quotidiani, l’offerta informativa, che è già modesta e calante, perderebbe più di 400.000 copie diffuse giornalmente.

La cancellazione di oltre cento testate, sarebbe una sciagura per un bene comune quale è l’informazione pluralista di questo Paese e non sarebbe un vantaggio neppure per il risanamento dei conti pubblici.

E’ per questo motivo che chiediamo al Governo ed al Parlamento di provvedere, in occasione della stesura del «Decreto sviluppo» ovvero della prossima «Legge di Stabilità», a rifinanziare il Fondo Editoria di quel minimo indispensabile necessario per evitare la sciagurata prospettiva della chiusura dell’editoria di idee, cooperativa e non profit e di partito.

E deve essere questa anche l’occasione per introdurre, come ripetutamente sollecitato, ulteriori norme di rigore allo scopo di evitare che il sostegno pubblico finisca a soggetti e testate che gettano discredito sull’intero settore.

*** Articolo21; Federazione Italiana Settimanali cattolici (Fisc); Slc-Cgil; Federcultura-Confcooperative; Comitato per la libertà e il diritto all’informazione, alla cultura e allo spettacolo; Fnsi; Mediacoop-Legacoop; Media non profit.

dal manifesto del 29 settembre 2011

Lodo Mondadori, i corrotti gridano all’esproprio

Condanna ridotta di un quarto ma al Pdl non basta. La famiglia Berlusconi è furiosa. La figlia Marina attacca il tribunale e difende il padre: «È un aggressione, non pagheremo un euro». Il Pdl diventa il braccio isterico della Fininvest ma nella propaganda infila tre «falsi». E la Lega tace

Luigi De Ruggiero, il capo del collegio che dopo vent’anni costringerà la Finivest a risarcire De Benedetti, non è una toga qualsiasi. E’ il relatore, per dire, che ha condannato definitivamente a 22 anni Sofri, Bompressi e Pietrostefani per l’omicidio Calabresi.

Appresa la notizia del salato risarcimento Marina Berlusconi non si trattiene: «E’ una sentenza che sgomenta e lascia senza parole. Rappresenta l’ennesimo scandaloso episodio di una forsennata aggressione che viene portata avanti da anni contro mio padre, con tutti i mezzi e su tutti i fronti, compreso quello imprenditoriale ed economico».

Finivest giura che non pagherà un euro. E l’avvocato Ghedini (quello che due giorni fa sul comma in finanziaria diceva di non sapere nulla di diritto civile) è già sicuro che «la Cassazione annullerà la sentenza». Sarà.

Tanta sicurezza stona con le reazioni di deputati e dirigenti del Pdl prossime all’isteria. «Vysinskij non avrebbe fatto meglio» (Osvaldo Napoli). «Una sentenza politica» (La Russa), «abnorme» (Capezzone), «una follia» (Crosetto), «fuori dal mondo» (Lupi), «un attacco alla democrazia» (Vitali), «degna di uno stato totalitario, servono gli osservatori internazionali» (Bondi). Il ministro decano Matteoli addirittura considera la condanna «una buona ragione in più perché il premier guidi anche nei prossimi anni il governo per vincere una battaglia storica»: contro i giudici, contro la sinistra. Contro il buonsenso.

Non a caso, la Lega non fa un fiato. Non c’è un dirigente del Carroccio che si spenda in difesa del portafoglio del Cavaliere. Una lite civile privata tra due aziende, importanti quanto si vuole, non commuove più i padani a caccia di consenso.

Berlusconi invece non ha dubbi: «Vogliono farmi fuori e ho il dovere di governare», sibila prima di lasciare Roma. Ieri mattina il premier ha cancellato all’ultimo momento il viaggio previsto a Lampedusa (di nuovo invasa da migranti) per visitare la sua ultima villa e si è diretto invece nel buen retiro in Sardegna (quello che mesi fa aveva giurato di vendere per colpa dei fotografi comunisti).

Angelino Alfano – ancora per poco è ministro della Giustizia – tira fuori la lingua di velluto e si stacca almeno a parole dal coro del partito-azienda: «Il Pdl è al fianco del presidente Silvio Berlusconi con determinazione e con affetto e sottolinea che si tratta di una decisione che, per essere definitiva, dovrà certamente avere il vaglio di altri giudici. Siamo certi – conclude il neosegretario – che questo episodio non toglierà al premier la serenità necessaria per governare, come ha sempre fatto, nell’interesse esclusivo dell’Italia e degli italiani». Bum.

In realtà il mattinale preparato a via dell’Umiltà batte su tre tasti propagandistici, con dichiarazioni martellanti riportate identiche da decine di parlamentari.

Primo: siamo davanti a un «esproprio proletario». E qui dalla Svizzera De Benedetti potrebbe citarli per ingiuria.

Secondo: la sentenza è immotivata e strumentale. In realtà segue i precedenti penali e conferma la decisione di primo grado perfino ridimensionandola del 25%.

Terzo: è una condanna sproporzionata, «doppia» rispetto al valore della Mondadori. Un abile falso anche questo. In realtà Mondadori (che è una parte rilevante dell’impero Finivest ma solo una parte) all’8 luglio capitalizzava in borsa 622 milioni di euro. Fininvest ne possiede il 50,13%. Quindi quel risarcimento è il doppio della sola quota berlusconiana, non del valore di tutta la società.

In ogni caso, oltre a una fidejussione di 806 milioni, in cassa il Biscione ha una liquidità congrua alla cifra da versare. Non a caso un trader interpellato venerdì dalla Reuters prevedeva che «non ci sarà alcun effetto su Fininvest perché ha cassa a sufficienza, ma potrebbe verificarsi qualche reazione emotiva sull’andamento dei titoli Mediaset e Mondadori». Lunedì in borsa si ballerà sicuramente. Ma l’azienda è tutt’altro che «espropriata».

Il Pdl tuttavia non esclude di poter ripresentare subito, in senato, la norma salva-Fininvest cassata da Napolitano nel decreto della manovra. Ma senza la Lega i numeri non ci sono. Senza contare che reinserire quel comma significherebbe riaprire un contenzioso con il Colle (e, si parva licet, con Fini alla camera) proprio alla vigilia della nomina, delicatissima, del nuovo ministro della Giustizia e del probabile rimpasto di governo.

dal manifesto del 10 luglio 2011

Pdl, la sbandata degli «onesti»

Il Quirinale chiede altre modifiche alla manovra: dopo la salva-Fininvest nel mirino ci sono anche le «quote latte» care a Bossi. Berlusconi abbandonato da tutti ritira il comma contestato, Tremonti fugge dai giornalisti, Alfano tace, Letta si scusa con Napolitano. La Lega ribolle e il Pdl rischia sulla P4.

Qualcuno più realista del re si trova sempre, Daniele Capezzone e il ministro Sacconi, per esempio, difendono nel generale imbarazzo di colleghi ministri e deputati il comma salva-Fininvest. Peccato che poche ore dopo il Cavaliere li pugnali alle spalle ritirando lui in persona la norma inserita da chissà chi in finanziaria, un comma «senza autore» che per tutto il giorno in Transatlantico ha angosciato peones e big di Pdl e Lega.

Dietro le quinte lo scontro col Quirinale è tale che ieri mattina Gianni Letta non ha potuto far altro che telefonare al Colle per scusarsi con Napolitano e assicurare alla presidenza della Repubblica che (nemmeno) lui di quella norma contestata ne sapeva nulla.

Contatti diplomatici e non che hanno costretto nel pomeriggio il «mero proprietario» della Fininvest a usare la carta intestata della presidenza del consiglio per annunciare la cancellazione del comma incriminato. Il comunicato di Berlusconi (disponibile sul sito del governo) dovrebbe andare nei libri di storia per quanto è esemplare del groviglio di interessi di cui è tessuto il crepuscolo del berlusconismo. In sostanza, il premier certifica che «nella cosiddetta manovra» c’era una norma «non solo giusta ma doverosa» che consentiva alla sua azienda di non pagare i danni a un concorrente (De Benedetti). Già che c’è, Berlusconi parla del processo e dà la linea ai giudici: «Conoscendo la vicenda sono certo che la Corte d’Appello di Milano non potrà che annullare una sentenza di primo grado assolutamente infondata e profondamente ingiusta. Il contrario costituirebbe un’assurda e incredibile negazione di principi giuridici fondamentali». Conclude con minaccia: «Spero non accada che i lavoratori di qualche impresa, in crisi perché colpita da una sentenza provvisoria esecutiva, si debbano ricordare di questa vergognosa montatura» (dell’opposizione, ndr). E’ l’apoteosi del conflitto di interessi con tanto di ventilata serrata-vendita di Mediaset (mediatica o reale è lo stesso) contro toghe rosse e comunisti.

Mortaretti che non spostano di una virgola «la scrupolosa attenzione» del Quirinale sul decreto che definirà i conti pubblici fino al 2014. A stretto giro infatti dal Colle filtra la richiesta di «nuovi chiarimenti», in particolare sul trasferimento dell’Ice alla Farnesina e l’ennesima sanatoria sulle «quote latte» della Lega.

Se questo è il clima al vertice, nel governo e nella maggioranza è il caos. Ieri Tremonti ha annullato all’ultimo minuto una conferenza stampa convocata in pompa magna per illustrare la manovra. Il malumore di super-Giulio è alle stelle. Nel lasso di tempo in cui il testo è passato per Palazzo Chigi prima di andare al Colle – concordano diverse fonti parlamentari – qualcuno voleva «infilare» nella manovra altri provvedimenti indigeribili. Non è un caso che il segretario del Pdl di fresca nomina, Angelino Alfano (l’indiziato numero uno), pubblicamente non abbia detto una sola parola nonostante sia ancora il ministro della Giustizia in carica.

Anche la Lega è in subbuglio. L’asse del Nord basato su Bossi-Berlusconi scricchiola sempre di più. Tagli, missioni militari, ministeri al Nord, rifiuti, giustizia e leggi ad personam. Quasi nessuna delle richieste della Lega è passata senza colpo ferire. Una voce per tutti: «Ma Silvio ci è o ci fa?» si chiede il milanese Matteo Salvini su Facebook.

La miccia di via Bellerio o è bagnata, o gioco forza si accorcerà sempre di più. Per paradosso, è soltanto l’eccesso di caos a tenere in piedi la legislatura.

Il governo in senato ha chiesto la fiducia sul decreto sviluppo e si appresta a fare lo stesso anche sulla manovra (in aula dal 19 luglio). Voti campali che non possono andar male a meno di incidenti. Ma tenere le redini è sempre più difficile.

Anche vicende che un tempo sarebbero state risolte d’imperio da palazzo Grazioli adesso rischiano di far saltare il banco. Sulla P4 e il «caso Papa» la maggioranza è in frantumi. Oggi la giunta per le autorizzazioni della camera inizierà a valutare la richiesta di arresto per il deputato napoletano complice di Bisignani. La Lega si dice pronta a lasciare le cricche berlusconiane al loro destino. Ma anche nel gruppo del Pdl l’ala ex An (La Russa e non solo) vorrebbe «libertà di coscienza» nel voto in aula. Una scelta che per il «partito degli onesti» di Alfano sarebbe una prima assoluta, visto che il centrodestra ha sempre salvato i deputati sotto inchiesta come fanno i marines sul campo di battaglia. Alfonso Papa parlerà in Giunta stamattina. Ma ha già detto che non si dimetterà e che è pronto a dire «la sua verità». A parte i pasdaran, non ha grossi sponsor nel partito.

La sua richiesta d’arresto si intreccia con quella avanzata mesi fa contro il senatore Pd Alberto Tedesco, su cui l’aula di Palazzo Madama deve ancora esprimersi.

Salvare entrambi, nessuno, o solo uno dei due è la scelta che divide tutti i partiti coinvolti.

dal manifesto del 6 luglio 2011

Salva-Fininvest, la legge imbroglio del padre-padrone

E 18! La diciottesima norma ad personam per Silvio Berlusconi (calcolo sicuramente per difetto) se ne sta lì, poche righe aggiunte da qualche manina proprio alla fine della «riforma della giustizia civile» che Angelino Alfano ha pomposamente inserito nella finanziaria triennale targata Tremonti. Un comma malandrino, che bloccherebbe alla vigilia della sentenza d’appello il risarcimento milionario che Fininvest dovrebbe dare a De Benedetti per il cosiddetto «lodo Mondadori».

Incurante dell’opinione pubblica e del significato «politico» del referendum sul legittimo impedimento, Berlusconi torna a piegare la legge per decreto alle sue convenienze personali. Col risultato che mentre in una causa civile i «poveri cristi» dovranno pagare subito i danni, i grandi debitori e le super-aziende non lo faranno mai fino a una sentenza definitiva della Cassazione.

L’articolo 37, comma 23, pagina 110, della bozza di decreto legge alla firma di Napolitano è un’aggiunta al testo visibilmente posticcia, che dà il via a un diritto civile di serie A e uno di serie B (qui il pdf della manovra). Tutti i risarcimenti civili superiori ai 10 milioni di euro infatti saranno sospesi per legge fino alla sentenza definitiva. Giuseppe Maria Berruti, giudice della prima sezione civile della Cassazione, avverte che se approvata questa norma produrrà «un guasto irreparabile», fino a mettere in discussione la «credibilità» stessa del processo civile.

E’ un aiutino al disastrato bilancio del Biscione che arriva a poche ore dalla sentenza sul lodo Mondadori della seconda corte di appello di Milano presieduta da Luigi De Ruggiero, attesa entro questa settimana o al massimo entro il 15 luglio. I giudici ormai sono in camera di consiglio dal 4 marzo, alla vigilia delle elezioni amministrative. Se il decreto legge entrerà in vigore, non gli resterà che sospendere il pagamento fino alla parola fine della Cassazione. Ai magistrati rimarrebbe solo il compito di giudicare l’«idoneità» della cauzione offerta da Fininvest, poi De Benedetti resterebbe a bocca asciutta e chissà, nel «Palazzaccio» tutto potrà succedere. Anche clamorosi ribaltamenti.

Sul capo della della famiglia Berlusconi dal 2009 pesa una condanna in primo grado a versare alla Cir 750 milioni di danni, per un totale tra spese e interessi di 806 milioni complessivi. La sentenza, come da codice, era già immediatamente esecutiva. Ma Fininvest ha preferito non appostare in bilancio gli oneri di rischio offrendo a De Benedetti una fidejussione ottenuta quasi gratis al volo dalle prime banche italiane (Intesa-San Paolo, Unicredit, Monte dei Paschi e Popolare di Sondrio). La cosiddetta «guerra di Segrate», iniziata all’inizio degli anni ’90 per il controllo dei primi gruppi editoriali italiani, si arricchisce di una nuova battaglia. E stavolta Tremonti pare entrarci poco, visto che nelle bozze circolate dopo il consiglio dei ministri del 28 la norma salva-Fininvest non c’era. Anzi, all’inizio il testo prevedeva perfino una multa per le dilazioni ingiustificate nei risarcimenti.

L’origine della vicenda è nota: nel 1991 Cesare Previti corruppe il giudice Metta con 400 milioni di lire e scippò il gruppo di Segrate all’Ingegnere, che si “accontentò” di Repubblica, giornali Finegil e Espresso. Vista la secca sconfitta in primo grado (basata anche sulla condanna penale definitiva di Cesare Previti), Berlusconi temeva il bis. Negli ultimi giorni è apparso ossessionato dal risarcimento a De Benedetti. Ne ha discusso a porte chiuse con i figli, si è sfogato in diverse occasioni pubbliche italiane e internazionali, ha arringato gli amici perfino al funerale di un suo compagno di classe (Renato Comincioli). E’ un chiodo fisso, di cui è arrivato a confidarsi con l’arci-nemico Antonio Di Pietro sui banchi della camera.

In primo grado Cir aveva chiesto un risarcimento da oltre 1 miliardo di euro. Il 3 ottobre 2009 il giudice Raimondo Mesiano (immortalato pochi giorni dopo su Canale5 con i suoi calzini azzurri) accordò invece 750 milioni di euro più spese e interessi. Oggi Fininvest non naviga in buone acque. Le azioni in borsa sono crollate, la famiglia ha deciso che i dividendi quest’anno non ci saranno. Il Biscione tuttavia è sicuro di vincere la causa e sabato scorso ha smentito ufficialmente qualsiasi ipotesi di transazione con la Cir di De Benedetti. Certo, con un «padre-padrone» che siede a palazzo Chigi avere fiducia nella giustizia è più facile.

In ogni caso, la perizia tecnica di ufficio depositata a novembre in tribunale (curata da un pool di super-periti come Luigi Gautri, ex rettore della Bocconi, Maria Martellini, docente di economia all’università di Brescia, e Giorgio Pellicelli, ordinario della facoltà di economia a Torino) ridimensionerebbe il risarcimento finale portandolo a una cifra vicina a 560 milioni. Carlo De Benedetti, che ieri doveva incontrare a un convegno proprio Angelino Alfano preferisce non commentare.

Mentre il Quirinale fa sapere che valuterà «scrupolosamente» il testo e «per tutto il tempo necessario». Piccola curiosità: anche Fininvest sarebbe danneggiata in parte dal decreto. Deve ricevere infatti un maxi-risarcimento di circa 100 milioni di euro dal miliardario egiziano ex Wind Sawiris per una vecchia vicenda legata al portale Internet di Italia on line. Spiccioli, in confronto alla guerra politica, legale ed editoriale che devasta l’Italia ormai da vent’anni esatti.

dal manifesto del 5 luglio 2011

Il premier sfida Tremonti e trova un Angelino

Maggioranza nel caos dopo il voto. Berlusconi teme la multa da mezzo miliardo per il lodo Mondadori e non sa come gestire un partito finora unito solo dal potere. Mediaset appesa al governo crolla in borsa. Per il premier riunione d’emergenza con i figli. Scricchiola l’asse con la Lega: «Sul fisco decido io, Giulio trovi i soldi»

La famiglia innanzitutto. La sua. Silvio Berlusconi plana da Bucarest dopo la mazzata elettorale e per prima cosa, alla vigilia delle celebrazioni del 2 giugno con capi di stato da tutto il mondo, convoca di corsa a Palazzo Grazioli i suoi figli Marina, Piersilvio, Barbara e Luigi (assente solo Eleonora) accompagnati (ma non ci sono conferme) da Fedele Confalonieri. Una riunione tanto urgente da essere convocata a Roma e non ad Arcore come di solito, durata quasi tre ore e dedicata agli affari di famiglia. Che non vanno bene.

Nonostante la cura Masi, l’audience continua a premiare la Rai. Peggio ancora, mentre il resto di Piazzaffari volava, dopo i ballottaggi le azioni Mediaset sono crollate a 3,63 euro (un mese fa erano a 4,4). Una soglia molto vicina al target di 3,5 euro fissato ieri dal broker americano Bernstein dopo uno studio sul titolo. Secondo Bernstein «La sopravvivenza del governo diventa più difficile».

E anche se si tratta di un ragionamento «prematuro e speculativo» stare all’opposizione ha danneggiato non poco le azioni del biscione. Il broker ha studiato gli esempi del passato: tra aprile 2006 e aprile 2008, quando Berlusconi era fuori da Palazzo Chigi, «Mediaset ha sottoperformato l’indice Msci Europe del 36%», fino a dicembre 2007 è arrivato a meno 47%. «Allo stesso modo – prosegue Bernstein – da novembre 2010, in coincidenza con una maggiore instabilità politica, Mediaset ha sottoperformato l’indice del 31% e potrebbe scendere ancora molto». Conclusione: «Gli investitori devono stare molto attenti a un titolo che è molto dipendente dalle fortune politiche, giudiziarie e personali di un solo uomo».

Un avvertimento tanto più sinistro soprattutto perché tra pochi giorni (il 16 giugno) il tribunale di Milano dovrà stabilire il risarcimento dell’azienda a Carlo De Benedetti per il lodo Mondadori. Come si ricorderà, in primo grado il giudice Mesiano aveva condannato il biscione a un esborso di 750 milioni di euro. Una cifra che la perizia d’ufficio in appello ha portato a mezzo miliardo (i ricavi Mediaset 2010 sono pari a 2,8 miliardi). Un salasso.

I boatos dicono di una richiesta pressante dei figli a lasciare la politica per non compromettere l’impresa. Al termine bocche cucite. Piersilvio minimizza: «Eravamo tutti e quattro a Roma e abbiamo deciso di fargli una sorpresa». E a chi gli chiede se si è parlato di successione nel Pdl il vicepresidente di Mediaset ha risposto che «quella parola non esiste…Abbiamo parlato di affetto». Più loquace invece il premier nei giardini del Quirinale. Il lodo Mondadori? «Ne parliamo tutti i giorni, è una cosa che incombe. Speriamo – confessa – che non giudichino secondo chi è amico e chi no».

Attorno al Cavaliere il caos regna sovrano. L’ufficio di presidenza del Pdl previsto ieri sera è stato rinviato ad oggi alle 18. E sono saltate una dopo l’altra sia la cena con Umberto Bossi sia quella – riservatissima e bruciata ancora prima di iniziare – con i consiglieri Rai di centrodestra. In serata, non gli resta che sedersi a tavola con Verdini.

Lasciando Bucarest Berlusconi aveva pure provato a scherzare: «Volevo fissare la data del mio funerale ma nei prossimi giorni ho troppi impegni e quindi rimandiamo». La situazione non è rosea. Tra una cosa e l’altra il premier deve pure ricordarsi di dimettersi dal comune di Milano per non dover presiedere la prima seduta di Pisapia a Palazzo Marino…

Oggi l’ufficio di presidenza metterà mano al partito. Verdini, ovviamente, ha pronto uno studio assai rassicurante sull’analisi del voto. Ma anche la promozione di Angelino Alfano a coordinatore unico è in stallo. Per rimuovere i triumviri, infatti, servirebbe un congresso. E in ogni caso gli ex An hanno già chiesto uno o due vice in affiancamento. Qualsiasi modifica insomma non sarà indolore. Anche perché ciò che preoccupa di più il premier è Tremonti e lo scontro dentro la Lega.

Con il ministro dell’Economia Berlusconi prova a fare il bullo: «Sulle tasse Tremonti propone ma non decide, gli faremo scucire i cordoni della borsa per riformare il fisco». La Lega, per ora, difende il super-ministro ma il milanese Salvini dà voce al pensiero della base: «La Lega non morirà mai per Berlusconi». Bossi prende tempo: il governo «per ora va avanti» anche se «non con la tranquillità» di prima. «Ma con Berlusconi ce la si fa a risalire?», gli chiedono i cronisti. Il senatur fa una pernacchia e vola via da Roma.

dal manifesto del 1 giugno 2011

Aiuto, è tornato Berlushenko!

Berlusconi esce dal freezer e a reti unificate rilancia bandiere rosse, zingaropoli e incubo fiscale.

Piove, Pisapia ladro! Nell’attesa che i cosacchi dei centri sociali si abbeverino in piazza Duomo agitando bandiere rosse e inneggiando alle tasse, Silvio “Luigiovic” Berlushenko esce dal sarcofago post-elettorale e lancia il suo ultimo messaggio nella bottiglia ai patrioti milanesi.

Il format delle interviste generosamente concesse da Palazzo Chigi a Tg1, Tg2, Gr1, Tg4, Tg5 e Studioaperto è completamente identico. Domande preordinate e tre risposte univoche nonostante «gli impegni molto assorbenti» (ipse dixit):

  1. qualsiasi cosa accada ai ballottaggi, non c’è alternativa al governo Pdl-Lega;
  2. se a Milano (dio non voglia) governerà «l’avversario» della Moratti estremisti e «centri sociali» ingrasseranno grazie alle maggiori tasse amate dalla sinistra, mentre arabi e «zingari» avranno moschee e libertà di «baracca» senza limiti;
  3. a Napoli non si può che vincere perché ci sono «un pm d’assalto e giustizialista votato dalla sinistra più estrema» che non possono superare il ballottaggio.

Fine delle trasmissioni. Pisapia e De Magistris non vengono nemmeno nominati. Con un simbolo del Pdl più grande della sua faccia e un planisfero mondiale sulla scrivania, un premier ingessatissimo sorvola su ogni bon ton istituzionale. In fondo, dovrebbe essere il premier di tutti gli italiani.

A guardarlo, torna alla memoria Konstantin Ustinovic Cernenko, invisibile presidente dell’Urss prima di Gorbaciov. Non c’è perestrojka possibile nel mondo berlusconiano. Moratti assicurerà «meno tasse e più servizi» per anziani e bambini, le orde della sinistra sono meticci assetati di sangue e manette. E’ il solito equilibrio del terrore che va avanti dal ’94. Basterà la paura a smuovere le decine di migliaia di voti che mancano a Moratti per vincere?

Berlusconi non cambia linea e non parteciperà direttamente agli ultimi giorni di Moratti. Tanto a che serve: assicura che Fini è finito e anche Casini è ininfluente però prende voti solo se è alleato col centrodestra. Sbavature illogiche, contraddizioni che illuminano la realtà di un governo tanto forte nell’aula della camera da lasciarla deserta per mesi.

Certo, i puntelli non mancheranno: quelli sudisti sono travagliati ma paiono in cottura, per i finiani delusi tipo Urso e Ronchi manca solo un approdo formale che non li riduca a degli Scilipoti qualsiasi.

Il Pd è stufo dell’ordalia mediatica. «Non siamo in Bielorussia, i telegiornali non si mettano a disposizione di una telefonata del presidente del consiglio», commenta Bersani. Quattro commissari dell’Agcom (l’autorità delle comunicazioni) avvertono che «in diverse testate è stata messa sotto i piedi ogni minima regola di corretta informazione e violata in maniera macroscopica la par condicio».

Oggi i democratici manifesteranno davanti l’authority: «Saremo lì – dice Bersani – al grido ‘i romani difendono la libertà dei milanesi, dei napoletani, dei triestini e così via’». Emilio Fede, recidivo plurisanzionato, prima di mandare in onda il monologo del suo coimputato e datore di lavoro, precisa che giovedì il Tg4 ha fatto parlare il pd Stefano Boeri «per 4 minuti». Benedetto cronometro.

Bastonare l’avversario è una cosa, accarezzare il tuo elettorato un’altra. Sempre sulle reti Mediaset, Calderoli annuncia una «bella sorpresa» da parte di Bossi e Berlusconi. L’Idv si sbilancia sullo spostamento di un paio di ministeri a Milano e uno a Napoli. Un sarcasmo che potrebbe essere non lontano dalla verità. In Germania li hanno spostati per il crollo del Muro, qua traslocano per far arrivare l’anti-pm Lassini a palazzo Marino.

dal manifesto del 21 maggio 2011

Dai col bunga bunga, Minetti contro Fede, Fede contro Mora

Il processo non è neanche iniziato ma tra Emilio Fede, Nicole Minetti e Lele Mora inizia il più classico degli scaricabarile.

Minetti ha presentato ieri ai pm di Milano una memoria difensiva in cui afferma che non ha portato lei Karima Ruby El Mahroug alle feste di Arcore. Una manovra che tira a incastrare indirettamente gli altri due coimputati per induzione e sfruttamento della prostituzione di 32 ragazza maggiorenni e una minorenne, Ruby. Emilio Fede, raggiunto dalle agenzie, prima sbotta contro Minetti, poi scarica tutta la responsabilità su Lele Mora.

«Nicole Minetti e il suo avvocato avrebbero bisogno di un buon psichiatra – accusa nel pomeriggio il direttore del Tg4 dopo aver letto la memoria dell’ex igienista del premier – forse questa ragazza sta aspettando un bonus dalla procura, perché non credo che si facciano autogol in questa fase. A chi giova dare credito all’impianto accusatorio?». La tesi del giornalista è disperata e quasi paradossale: «Io con Ruby non c’entro nulla, ma il suo legale le ha rilette le intercettazioni della Minetti?»

Passa qualche minuto e in serata, va ad Iceberg, in diretta su Telelombardia. Nella trasmissione condotta da Stefano Zurlo del Giornale , il direttore afferma senza mezzi termini che la minorenne ad Arcore «ce l’ha portata Lele Mora. Io Ruby l’ho vista in questa famosa serata in Sicilia (il concorso di bellezza a Taormina del 7 settembre 2009, ndr) e non l’ho mai più rivista. Poi l’ho rivista una sera ad Arcore. So che è arrivata a Milano, è stata presentata ad un impresario, che ancora non è stato interrogato. L’impresario, non convinto, l’ha mandata da Lele Mora e attraverso Lele Mora è arrivata ad Arcore. Lei dice – attacca ancora il giornalista – ‘E’ venuto a prendermi Emilio Fede….’. E’ più che falso, commette un atto delinquenziale chi sostiene che io sono andato a prendere questa ragazza addirittura con un auto di Mediaset e una scorta di carabinieri in divisa, cosa che non ha nessuno».

Il documento di Minetti, circa 12 pagine, prova a smontare l’eventuale reato di induzione e concorso alla prostituzione solo nel caso di Ruby. Visto il deposito della memoria, l’avvocata Pesce esclude che la consigliera regionale sarà di nuovo interrogata dai magistrati prima della loro richiesta di rinvio a giudizio. Dopo aver appreso dell’intemerata con cui Fede le dà della matta o della venduta, l’ex igienista dentale ribadisce il punto: «Io non accuso nessuno, né Fede né Mora, dalla mia memoria si evince solo che non ho portato io Ruby ad Arcore».

Fin dall’inizio, il 15 febbraio scorso, Daria Pesce avvisò il premier e i suoi legali a mezzo stampa: «Il Cavaliere dovrebbe essere moderato, andare davanti ai giudici e spiegarsi. Potremmo entrare in conflitto se non si adeguasse alla nostra linea difensiva». Un consiglio che dopo la memoria difensiva contro Fede e Mora si fa più concreto.

dal manifesto del 19 aprile 2011