Il delfino è diventato re. Umberto Bossi è ancora lì ma l’era Maroni è iniziata. Al congresso di Assago l’ex ministro dell’Interno prende le redini di un partito sfiancato dagli scandali e sconfitto a tutte le ultime elezioni locali. Suona strano ricordarlo ma la Lega è il partito più vecchio presente in parlamento e il nuovo segretario deve vedersela con tutti gli orpelli burocratici e le mine politiche tipici di ogni cambio della guardia.
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Alla vigilia del voto tecnici e populisti perdono la bussola
Le urne per le elezioni amministrative si aprono, oggettivamente, in un paese allo sbando. Tra un governo non eletto e sempre più impopolare e partiti che non ispirano fiducia nemmeno ai propri iscritti , i quattro anni di crisi durissima che abbiamo alle spalle rischiano di sembrare una passeggiata.
Tagli ai ministeri, il decreto delle beffe
Nel divorzio Berlusconi-Tremonti spariscono i tagli ai ministeri
Non bastano i decreti economici ancora da fare ad agitare i sonni del governo. Ora ci si mettono anche quelli in teoria già fatti. Mentre Tremonti si chiude in conclave con Bossi e Maroni nella sede della Lega a via Bellerio, nella capitale scoppia l’ennesimo giallo.
Il decreto ministeriale Berlusconi-Tremonti con cui si devono ripartire materialmente i 6 miliardi di tagli tra i vari ministeri ancora non c’è. Eppure soltanto tre giorni fa, il 22 settembre, a pagina 9 della nota di aggiornamento al Def presentata in consiglio dei ministri il decreto presidenziale è dato per certo con tanto di data: sarà emanato «entro il 25 settembre». Come se fosse già chiuso. E invece no. Scomparso nel nulla. Sigillo migliore all’incomunicabilità tra il premier e il ministro dell’Economia e a un azione di governo estemporanea non poteva esserci.
La questione è tanto semplice tecnicamente quanto delicata dal punto di vista politico: Tremonti nella manovra di agosto aveva scritto solo la cifra da tagliare complessivamente a livello centrale (6 miliardi appunto). Per venire incontro alle richieste di «collegialità» che già allora gli venivano avanzate dai colleghi di governo, aveva rinunciato ai soliti tagli lineari e affidato a Berlusconi il compito di decidere e ratificare in tempi brevi la ripartizione effettiva dei «sacrifici» da appioppare a ciascun ministro.
Risultato: il documento che ogni dicastero attende come una questione di vita o di morte ancora non c’è. Anzi, a via XX settembre ti rispondono che non sanno nemmeno ipotizzare quando sarà emanato né spiegare perché fosse stato dato per acquisito prima della partenza di Tremonti per gli Usa. Di sicuro il Def il superministro non l’ha voluto presentare di persona ma ai colleghi l’ha fatto trovare pronto affidandolo alle spiegazioni verbali di Gianni Letta.
Già, il solito Gianni Letta, il visir tuttofare che stando ai rumor è ormai l’unico collante delle mosse economiche del governo. Ieri è stato il sottosegretario e non il presidente del consiglio a telefonare al ministro dell’Economia appena tornato da Washington. Né è un caso che Tremonti prima di tornare a Roma per una settimana decisiva si sia preoccupato di parlare a lungo, a Milano, con Umberto Bossi, Roberto Maroni insieme ai rispettivi colonnelli Cota e Giorgetti.
Il senatur è l’ultimo baluardo per un ministro che ogni giorno che passa è sfiduciato sui giornali e in privato sia dal suo partito che da mezzo governo. «Collegialità? Diciamo che Tremonti va commissariato», dice senza peli sulla lingua il veneto Galan. Se fosse per il Pdl, o abbassa le penne o se ne va, come chiede apertamente il Giornale berlusconiano.
«Quando un matrimonio arriva a punti di incomprensione alti come quello tra Tremonti, il premier e il governo, beh, forse il divorzio è una strada percorribile», dice Alessandro Sallusti, ipotizzando le dimissioni del ministro con parole molto simili a quelle usate per la cacciata di Fini.
Sarebbe un’espulsione che stavolta metterebbe in crisi definitivamente la credibilità internazionale del governo.
Non per caso – pur con le dovute distanze – il Colle vigila con attenzione e nell’entourage del premier c’è chi vuole scongiurare la rottura irreparabile.
La solita dialettica tra «falchi» e «colombe» Pdl è aggravata dai soliti annunci di Berlusconi, che domenica dava per già fatto il nuovo decreto sviluppo e assicurava di avere perfino identificato «27 provvedimenti» pronti per la crescita. Certezze che stonano con una realtà mai così caotica.
Il premier, dopo il weekend in Sardegna, ha sbrigato alcune misteriose faccende a Roma per poi volare all’ora di pranzo a Milano. I suoi avvocati prima hanno dato per sicura la sua presenza all’udienza in tribunale, poi hanno dovuto smentire in corsa. Berlusconi invece si è recato ad Arcore per un vertice con i dirigenti Mediaset. E in serata ha invitato a villa San Martino una settantina di imprenditori e banchieri. Segnale che vuole tastare il polso a un mondo industriale che ufficialmente è pronto ad abbandonarlo e dimostrare che è ancora lui il perno intorno a cui tutto è destinato a girare.
Tremonti ha fatto capire di volere misure per la crescita a costo zero: vendita degli immobili pubblici che si possono alienare rapidamente, il minimo indispensabile di grandi opere e tanta propaganda sulle riforme. Il premier vuole di più: vuole qualcosa di spendibile e tangibile. Qualcosa che non bruci la partenza di una campagna elettorale sanguinosa che quasi tutti, anche nel Pdl, danno ormai per inevitabile.
dal manifesto del 27 settembre 2011
Tarantini, D’Alema e la Puglia connection
«Donne tangente» scambiate per amicizia e affari. Nel triangolo delle procure di Bari, Milano e Napoli rischiano di sparire Pd e Pdl.
Chiuse dopo due anni le indagini sulle escort di Gianpi. Insieme a Tarantini tra i reclutatori della D’Addario anche Castellaneta, avvocato vicino a D’Alema
Sono passati quasi quattro anni dalle «donne tangente» introdotte nei letti di Silvio Berlusconi ma anche di altri uomini politici, imprenditori, finanzieri, avvocati, rappresentanti di istituzioni, Asl e aziende di stato. I processi devono ancora iniziare ma una cosa è sicura: Pd e Pdl rischiano di sparire entrambi nel «triangolo delle procure» di Milano, Bari e Napoli.
La procura della Repubblica di Bari guidata da Antonio Laudati ha notificato ieri la chiusura delle indagini baresi su Gianpi Tarantini e altri 7 imputati: il fratello Claudio, l’ape regina Sabina Began (per i pm è lei che ha presentato Berlusconi a Gianpi), l’avvocato Salvatore Castellaneta, Pierluigi Faraone, Letizia Filiipi, Francesca Lana e Max Verdoscia. Ventotto capi di imputazione (tra cui associazione per delinquere e favoreggiamento della prostituzione) e l’accusa di aver selezionato, istruito, alloggiato, spesato e retribuito più di 30 papi-girl tra l’estate del 2008 e il maggio del 2009.
«Chi mi porti stasera?» chiede in una delle telefonate il premier al giovane imprenditore barese. Una frase forse innocente ma che certo fa a pugni con la famosa intemerata accanto a Zapatero del 10 settembre 2009 in cui Berlusconi ancora poteva asserire: «Tarantino o Tarantini? Io quest’imprenditore non lo conosco».
Guarda qui il video (al minuto 3’20″)
E invece i rapporti tra i due, per i pm, «sono ben documentati». Il giovane gli portava donne, anche tre o quattro alla volta, con caratteristiche precise: «giovani e dalla corporatura esile», rigorosamente «senza tacchi né trucco». Pagate da Tarantini e, in alcuni casi, omaggiate anche da Berlusconi con buste di denaro. Unica a uscire un po’ dall’identikit seriale del premier Patrizia D’Addario, 44 anni, la prima ad essere uscita allo scoperto il 17 giugno 2009 con un’intervista al Corsera.
Dopo oltre due anni di indagini, i pm baresi hanno raccolto 100mila intercettazioni e 5mila pagine di atti preliminari. Documenti che fino a domenica – assicurano in procura – resteranno in formato cartaceo e consultabile solo negli uffici da parte dei legali degli imputati.
La stessa procura fa sapere che la mole sterminata di intercettazioni non è stata trascritta integralmente. Le telefonate sono sintetizzate e descritte in poche righe, forse per tutelare rapporti internazionali che potrebbero essere compromessi dalle confidenze a luci rosse del premier di un paese del G8 a uno sconosciuto venditore di protesi ortopediche, donne e cocaina che, parole sue, voleva fare il grande salto negli appalti Finmeccanica se non diventare parlamentare europeo come una velina qualsiasi.
A differenza che a Milano, sia a Bari che a Napoli Berlusconi non è imputato. Nel primo caso è l’«utilizzatore finale», nel secondo la vittima di un ricatto. Eppure di lui si parla e intorno alle sue debolezze girano sempre gli stessi protagonisti. «Ricordati che a 20 anni stavo in barca con D’Alema e a 30 dormivo da Berlusconi», ricorda Tarantini a Lavitola in una delle intercettazioni napoletane.
In effetti i nomi delle due figure più rappresentative della Seconda Repubblica si intrecciano sempre di più. Tre giorni prima che la D’Addario parlasse sul Corsera, D’Alema disse in tv che era in arrivo «una scossa» (vedi il video qui).
Una profezia sibillina, che diventa una bomba soprattutto per il pulpito da cui fu pronunciata. D’Alema, intervistato da Lucia Annunziata, era ospite nella masseria di Salvatore Castellaneta, avvocato fasanese a lui vicinissimo, in compagnia del vicepresidente della regione Sandro Frisullo (vedi sotto la smentita). D’Alema non c’entra nulla, ma Castellaneta è accusato di aver reclutato – insieme a Gianpi – la escort Patrizia D’Addario. Mentre Frisullo (dimessosi dalla giunta Vendola) è indagato in un altro filone per aver usufruito di «donne tangente» a casa dello stesso Tarantini. Accanto all’ex premier dei Ds insomma uomini amici e complici di Tarantini.
Di Gianpi ormai si sa quasi tutto. Ma Castellaneta – scrivono i pm – sceglieva insieme al giovane le veline da offrire al «drago» sperando di «beneficiare indirettamente dei vantaggi economici» che Tarantini avrebbe conseguito attraverso gli appalti di aziende della galassia Finmeccanica (tra cui Sel Proc, Selex Sistemi integrati, Seicos, Infratelitalia).
Castellaneta, tra l’altro, è amico e sodale anche di un altro dalemiano di ferro in Puglia, Roberto De Santis. Entrambi sono stati rispettivamente sindaco e presidente della Milano Pace spa, una società di Sesto San Giovanni che ha finanziato Fare Metropoli, la fondazione dell’ex presidente della provincia di Milano ed ex capo della segreteria politica di Pierluigi Bersani, Filippo Penati.
Un duo al quale politicamente bisogna aggiungere altre due figure del clan dalemiano non indagate ma che hanno conosciuto Tarantini: l’imprenditore Enrico Intini (uno dei finanziatori della fondazione di Penati che tramite Gianpi cercò di agganciare Bertolaso e gli appalti alla protezione civile) e Francesco Boccia, il deputato Pd voluto a ogni costo da D’Alema contro Vendola alle primarie pugliesi dopo il rimpasto della giunta.
dal manifesto del 16 settembre 2011
L’imbarazzata smentita di Massimo D’Alema (17.09.2011)
«La notizia, pubblicata oggi da diversi giornali, secondo cui avrei parlato di ‘scossè durante il programma di Raitre ‘In mezz’ora’ dalla masseria dell’avvocato Salvatore Castellaneta, è totalmente falsa».
Lo dichiara Massimo D’Alema, che prosegue: «La diretta televisiva con Lucia Annunziata su Raitre, infatti, avvenne dall’agriturismo ‘Terra Rossà, vicino Otranto, come chiunque può verificare».
«Ritorna -aggiunge- la tesi che le mie affermazioni di quella intervista, che avevano esclusivamente il carattere di un giudizio politico, nascessero invece da informazioni riservate apprese chissà da chi». «Questa tesi -sottolinea D’Alema- è falsa e viene ora rilanciata sulla base di notizie false. Data l’evidente intenzione diffamatoria di chi ha messo in circolazione queste notizie false, ho dato mandato ai miei legali di tutelare la mia onorabilità in tutte le sedi».
Il premier sfida Tremonti e trova un Angelino
Maggioranza nel caos dopo il voto. Berlusconi teme la multa da mezzo miliardo per il lodo Mondadori e non sa come gestire un partito finora unito solo dal potere. Mediaset appesa al governo crolla in borsa. Per il premier riunione d’emergenza con i figli. Scricchiola l’asse con la Lega: «Sul fisco decido io, Giulio trovi i soldi»
La famiglia innanzitutto. La sua. Silvio Berlusconi plana da Bucarest dopo la mazzata elettorale e per prima cosa, alla vigilia delle celebrazioni del 2 giugno con capi di stato da tutto il mondo, convoca di corsa a Palazzo Grazioli i suoi figli Marina, Piersilvio, Barbara e Luigi (assente solo Eleonora) accompagnati (ma non ci sono conferme) da Fedele Confalonieri. Una riunione tanto urgente da essere convocata a Roma e non ad Arcore come di solito, durata quasi tre ore e dedicata agli affari di famiglia. Che non vanno bene.
Nonostante la cura Masi, l’audience continua a premiare la Rai. Peggio ancora, mentre il resto di Piazzaffari volava, dopo i ballottaggi le azioni Mediaset sono crollate a 3,63 euro (un mese fa erano a 4,4). Una soglia molto vicina al target di 3,5 euro fissato ieri dal broker americano Bernstein dopo uno studio sul titolo. Secondo Bernstein «La sopravvivenza del governo diventa più difficile».
E anche se si tratta di un ragionamento «prematuro e speculativo» stare all’opposizione ha danneggiato non poco le azioni del biscione. Il broker ha studiato gli esempi del passato: tra aprile 2006 e aprile 2008, quando Berlusconi era fuori da Palazzo Chigi, «Mediaset ha sottoperformato l’indice Msci Europe del 36%», fino a dicembre 2007 è arrivato a meno 47%. «Allo stesso modo – prosegue Bernstein – da novembre 2010, in coincidenza con una maggiore instabilità politica, Mediaset ha sottoperformato l’indice del 31% e potrebbe scendere ancora molto». Conclusione: «Gli investitori devono stare molto attenti a un titolo che è molto dipendente dalle fortune politiche, giudiziarie e personali di un solo uomo».
Un avvertimento tanto più sinistro soprattutto perché tra pochi giorni (il 16 giugno) il tribunale di Milano dovrà stabilire il risarcimento dell’azienda a Carlo De Benedetti per il lodo Mondadori. Come si ricorderà, in primo grado il giudice Mesiano aveva condannato il biscione a un esborso di 750 milioni di euro. Una cifra che la perizia d’ufficio in appello ha portato a mezzo miliardo (i ricavi Mediaset 2010 sono pari a 2,8 miliardi). Un salasso.
I boatos dicono di una richiesta pressante dei figli a lasciare la politica per non compromettere l’impresa. Al termine bocche cucite. Piersilvio minimizza: «Eravamo tutti e quattro a Roma e abbiamo deciso di fargli una sorpresa». E a chi gli chiede se si è parlato di successione nel Pdl il vicepresidente di Mediaset ha risposto che «quella parola non esiste…Abbiamo parlato di affetto». Più loquace invece il premier nei giardini del Quirinale. Il lodo Mondadori? «Ne parliamo tutti i giorni, è una cosa che incombe. Speriamo – confessa – che non giudichino secondo chi è amico e chi no».
Attorno al Cavaliere il caos regna sovrano. L’ufficio di presidenza del Pdl previsto ieri sera è stato rinviato ad oggi alle 18. E sono saltate una dopo l’altra sia la cena con Umberto Bossi sia quella – riservatissima e bruciata ancora prima di iniziare – con i consiglieri Rai di centrodestra. In serata, non gli resta che sedersi a tavola con Verdini.
Lasciando Bucarest Berlusconi aveva pure provato a scherzare: «Volevo fissare la data del mio funerale ma nei prossimi giorni ho troppi impegni e quindi rimandiamo». La situazione non è rosea. Tra una cosa e l’altra il premier deve pure ricordarsi di dimettersi dal comune di Milano per non dover presiedere la prima seduta di Pisapia a Palazzo Marino…
Oggi l’ufficio di presidenza metterà mano al partito. Verdini, ovviamente, ha pronto uno studio assai rassicurante sull’analisi del voto. Ma anche la promozione di Angelino Alfano a coordinatore unico è in stallo. Per rimuovere i triumviri, infatti, servirebbe un congresso. E in ogni caso gli ex An hanno già chiesto uno o due vice in affiancamento. Qualsiasi modifica insomma non sarà indolore. Anche perché ciò che preoccupa di più il premier è Tremonti e lo scontro dentro la Lega.
Con il ministro dell’Economia Berlusconi prova a fare il bullo: «Sulle tasse Tremonti propone ma non decide, gli faremo scucire i cordoni della borsa per riformare il fisco». La Lega, per ora, difende il super-ministro ma il milanese Salvini dà voce al pensiero della base: «La Lega non morirà mai per Berlusconi». Bossi prende tempo: il governo «per ora va avanti» anche se «non con la tranquillità» di prima. «Ma con Berlusconi ce la si fa a risalire?», gli chiedono i cronisti. Il senatur fa una pernacchia e vola via da Roma.
dal manifesto del 1 giugno 2011
La Caporetto di Bossi e Berlusconi
La Lega perde 6 candidati e in Lombardia vince solo a Varese. Per il Pdl batosta dal Piemonte al Lazio.
I candidati del Carroccio perdono a Desio, Mantova e Rho. Il Pd vince perfino a Pavia e Novara.
Bondi si dimette e Maroni giura: «Una sberla ma no a alleanze strane»
Diciamo subito le cose come stanno: una sconfitta così il centrodestra non l’ha mai subita. Berlusconi ha perso il primo turno, Bossi anche il secondo.
E’ una «doppietta» storica che dovrebbe imporre al centrosinistra la richiesta di elezioni anticipate e la convocazione delle primarie subito, visto che tanto bene hanno portato ovunque si siano fatte (anche al Pd a Bologna e Torino).
I perdenti conclamati, Bossi e Berlusconi, ammettono entrambi la sconfitta. «Abbiamo perso, è evidente», confessa in serata un premier che fino all’ultimo ha perusato i dati cercando un appiglio, un qualcosa che consentisse una resa onorevole, un «quasi pareggio», per dirla con Verdini. Non c’è: non a caso Sandro Bondi si dimette immediatamente dal coordinamento nazionale. Una mossa che innescherà il redde rationem anche contro gli altri due triumviri, Verdini e La Russa, che sono ammutoliti.
Il tracollo è totale. Perfino il senatur, votando alla chetichella a Milano un paio d’ore prima della chiusura delle urne ne era consapevole. Tanto che dopo aver provato a dare la mano a una rappresentante di lista di Pisapia quando questa l’ha rifiutata ha sibilato: «La mano allo sconfitto si stringe sempre».
I dati elettorali che arrivano a via Bellerio raccontano un tracollo del Carroccio. Certo, vince a Varese (città natale di Maroni) ma non sfonda (53,9%). Il sindaco Attilio Fontana conserva i voti che aveva al primo turno mentre la candidata del Pd Luisa Oprandi ne prende quasi 5mila in più.
Per il resto, una Caporetto. Nelle città capoluogo chiamate al voto i cittadini amministrati dal centrosinistra erano 3.353.219 contro i 2.182.184 amministrati dal centrodestra. Dopo i ballottaggi la situazione è 5.039.457 (centrosinistra) a 690.678 (centrodestra). Una slavina senza precedenti.
La Lega perde nei comuni grandi e piccoli di tutto il Nord, dal Veneto al Piemonte. A queste elezioni su 210 candidati ne aveva 51 in solitaria contro il Pdl. In 39 città è sparita al primo turno, in 9 è arrivata al ballottaggio. E ne ha persi ben 6. In Lombardia a parte Varese perde ad Arcore (dove sarà sindaca una donna del Pd), Nerviano, Desio e Rho, il comune della Fiera e dell’expò. In una città eletta a simbolo come Gallarate il candidato del Pd vince a man bassa. E altrettanto clamorose e inaspettate poche settimane fa sono le sconfitte alla provincia di Mantova e a quella di Pavia (qui però il candidato era del Pdl e non della Lega). Il centrodestra unito vince col 51% per 1.400 voti solo quella di Vercelli. Ma nel 2007 – non un secolo fa – aveva trionfato al primo turno con il 66%.
E non è un fantasmatico «effetto Pisapia». In Piemonte, il comune di Novara, feudo del governatore Roberto Cota, passa al centrosinistra col 53%. Perde Bossi insomma ma perdono anche i suoi colonnelli. Per la Lega è un tonfo senza precedenti anche in quasi tutti i comuni più piccoli. In Lombardia svaniscono i sogni di gloria a Vimercate, Cassano D’Adda, Limbiate, Pioltello, San Giuliano Milanese, Malnate. Dopo i ballottaggi resistono col centrodestra solo Treviglio e Busto Arsizio. Uniche consolazioni, magrissime, le vittorie dei due candidati leghisti a Salsomaggiore (in Emilia) e Montebelluna (in Veneto). Poca, pochissima roba.
Nota agrodolce: dopo Arcore il Pdl perde anche a Casoria in Campania, la città di Noemi Letizia. Là dove il «sexgate» è venuto alla luce al culmine del consenso berlusconiano.
Eppure il governo va avanti, i due sconfitti si sono sentiti per telefono e giurano che nulla cambia. Parole di pulcinella Perché la sconfitta è maggiore per la Lega (che già al primo turno aveva perso il triplo dei voti del Pdl) ma disarciona anche il partito del Cavaliere. Il candidato di Berlusconi perde a Cagliari, Grosseto, Macerata.
E nel Lazio è una debacle totale. Mentana e Pomezia, due grandi comuni in provincia di Roma, il Pdl tonfa sonoramente. Alemanno e Polverini sono chiusi nella capitale come a Stalingrado. Come Bossi, erano andati alla conta contro il proprio partito e ne sono usciti con le ossa rotte. In entrambe le città ha vinto il candidato dell’ala Meloni-Gasparri-Fazzone. Polverini si consola a modo suo: «Sora e Terracina sono gli unici comuni dove il Pdl ha vinto». Ma la sopravvivenza autonoma del sindaco di Roma e della presidente del Lazio sono sempre più precarie.
Se non basta, anche il «terzo polo» elettoralmente non esiste. Certo, a conti fatti probabilmente molti suoi voti al ballottaggio sono andati al centrosinistra. Ma i voti oltre che contare vanno soprattutto pesati.
Nulla di quello che è visibile in una campagna elettorale in termini di candidati, coalizione, eletti, programma, significato e sentimento collettivo può essere ascritto al trio Fini-Casini-Rutelli.
Una sconfitta di queste proporzioni – al di là dei desiderata del Pd e dell’Udc – non concede scappatoie o «inciuci» di palazzo. Bossi tace ma Maroni e Calderoli già chiedono una «fase due» per il governo. Articolarla però è un’impresa quasi impossibile. Meglio votare.
dal manifesto del 30 maggio 2011
Foto e video dall’èvento di Pisapia al duomo
Galleria
Questa galleria contiene 14 foto.
Evento – concerto per Giuliano Pisapia sindaco di Milano Location: Piazza Duomo, Milano, 22-23.30 del 27 maggio 2011 Video silvestri salirò breve pisapia si commuove paolo rossi il sogno al contrario neri marcorè neri marcorè canta illogica allegria milly moratti … Continua a leggere
Pisapia, un sogno di sindaco
A due giorni dal voto, due arcobaleni straordinari rendono magica la festa carica di attese per l’elezione che può segnare un nuovo inizio. A un passo dall’impresa impossibile, Giuliano Pisapia è pronto a trasformare Milano in una delle città più belle d’Europa: «Non deluderemo l’entusiasmo dei cittadini milanesi chiudendoci nelle stanze dei partiti»
di Luca Fazio
Non credo. Sento il peso di una grande responsabilità. So che dovrò affrontare molte difficoltà. Però mi conforta il fatto che durante tutti questi mesi sono stato sempre affiancato da persone validissime a tutti i livelli. Professionisti, volontari, studenti, lavoratori, tantissimi giovani. Si sono messi a disposizione con grande impegno e lo hanno fatto credendoci quando questa impresa sembrava impossibile, quando l’obiettivo di battere la destra qui a Milano sembrava un sogno irrealizzabile. Sono sicuro che adesso mi staranno vicini con ancora più convinzione, non mi sento per niente solo in questa impresa, ho dietro di me gran parte della città. Adesso ci crediamo ancora di più.
Tra i milanesi c’è un’aspettativa fortissima. Per la prima volta le persone sono ritornate alla politica divertendosi. A questo punto la città si aspetta un segnale di cambiamento forte, qui e ora, non fosse altro che per essere risarcita di tutto l’affetto che ha riversato sulla tua persona.
Lo so. Beh, intanto… calma. Devo ancora vincere, poi, eventualmente, passeranno circa venti giorni prima dell’insediamento a Palazzo Marino. Datemi tempo. In queste settimane continuerò a fare quello che ho sempre fatto, tornerò nei quartieri dove sono già stato, alla Bovisa a Niguarda… Ho ripetuto più volte che non ho la bacchetta magica ma farò di tutto per onorare gli impegni presi. Credo che il principale segnale di cambiamento consista nel continuare il dialogo, l’ascolto e il confronto con la città reale. Anziché stare a Palazzo Marino tornerò in mezzo alla gente.
Quando hai avuto la sensazione che potevi farcela sul serio?
A settembre, dopo la pausa estiva, ho percepito che Milano era rinata, la partecipazione dei cittadini mi ha impressionato, da quel momento non ho mai smesso di credere che questa sfida potesse essere alla nostra portata. Se devo scegliere due momenti particolari, due sensazioni forti che mi hanno dato la percezione di qualcosa di straordinario che stava avvenendo, non posso non ricordare il concerto in piazza Duca d’Aosta e la straordinaria biciclettata di martedì scorso. La qualità della partecipazione a quel concerto è stata incredibile, all’inizio ero terrorizzato dall’idea di interrompere la musica per fare un intervento politico, credevo che salire sul palco potesse essere molto rischioso, con tutti quei giovani davanti. Poi ho capito che non erano venuti in piazza solo per ascoltare musica, erano venuti per la politica, volevano testimoniarmi la loro vicinanza. E’ stata una sensazione molto intensa, positiva, non me l’aspettavo. La biciclettata è indescrivibile. Nemmeno lo sapevo, era stata organizzata dal basso, in maniera spontanea, come gran parte delle iniziative. Ero alla Feltrinelli con alcuni scrittori, stavo parlando davanti a centinaia e centinaia di persone quando mi hanno avvisato di questo fiume di bici che si stava impossessando del centro città. Sono andato a vedere, c’erano un caos e un entusiasmo mai visti. Ho avuto anche un po’ di timore per via del traffico.
Non cominciare a fare il sindaco…
Ma no, è che non avevo mai visto così tante biciclette per la strada.
Sei pronto a diventare l’icona del nuovo rinascimento milanese? Mi sa che nei prossimi mesi assisteremo a un ribaltamento dei luoghi comuni negativi che da anni penalizzano l’immagine di questa città. Milano tornerà a piacere. Sei pronto? Te l’aspettavi la Pisapia-mania?
Come ha ricordato in questi giorni il maestro Claudio Abbado, che ringrazio per il sostegno, ho sempre fatto riferimento alla città di Berlino. La mia speranza è di far diventare Milano una città bella e dinamica come Berlino. Solo non mi aspettavo che le condizioni per realizzare questo sogno si mettessero in moto così velocemente. Il problema è che adesso questo sogno bisogna realizzarlo. Non sono spaventato, ma non posso negare che sento un certo peso sulle spalle. Ho il timore di deludere le persone.
I milanesi hanno un problema con l’attuale vicesindaco. Non puoi fare nomi, ma almeno un ritratto dell’essere umano che prenderà il posto di De Corato ce lo devi. Sarà donna?
Deve essere una persona con grande entusiasmo e che conosce bene la macchina comunale. Credo che la struttura comunale sia il punto di partenza di ogni buona amministrazione, tutti devono mettersi quotidianamente al servizio delle città. Tra i lavoratori del Comune di Milano ho percepito grande entusiamo, c’è voglia di riscatto dopo le delusioni accumulate in tutti questi anni.
Ma donna?
Io l’ho letto su qualche giornale, ti direi di sì, ma per ora lo dici tu…
Hai detto più volte che vuoi farla finita con la spartizione partitocratica ma il difficile viene adesso. Credi davvero che ce la farai, senza troppe resistenze, a premiare le competenze e non le segreterie dei partiti che ti hanno sostenuto? Se vinci, in consiglio comunale su 29 consiglieri 20 saranno del Pd.
Sì. Sono convinto che la composizione delle liste dei partiti che mi hanno sostenuto sia già la dimostrazione di un’apertura inedita verso la società civile. Questo significa volontà di cambiamento, un fatto che mi fa ben sperare. Del resto è un segnale di disponibilità che i partiti hanno già lanciato durante la campagna elettorale: non porre veti oggi significa poter accontentare l’elettorato che siamo stati capaci di recuperare alla politica. Se facciamo diversamente rischiamo di perderlo, a questo punto glielo dobbiamo. Solo per fare un esempio, non è un caso se Sel ha eletto due indipendenti, è un fatto molto significativo.
C’è un’aria strana da «saliamo tutti sul carro del vincitore». Non è insidioso questo abbraccio indistinto di quell’imprenditoria o «poteri forti» che in questi anni sono rimasti a guardare? Come farai adesso a tenere insieme le esigenze di questi soggetti con quelle delle persone «normali» che in questi mesi hanno riscoperto l’entusiasmo per la politica?
Credo di avere abbastanza esperienza per distinguere chi ci sta salendo all’ultimo minuto da chi ha lavorato con me fin da subito mettendoci la faccia quando sembrava una partita impossibile. Sono però convinto che per rilanciare Milano sia necessario saper valorizzare tutte le esperienze e le professionalità che si mettono a disposizione. Non possiamo rischiare di perdere competenze decisive che lavorano nei diversi settori strategici di questa città. Ce ne sono tante. Tutte utili.
Quanto ti ha cambiato questa campagna elettorale?
Sono la stessa persona di prima, non ho mai avuto paura. Nella mia vita ho già affrontato sfide importanti. Però un timore ce l’ho: so bene che non potrò soddisfare tutte le aspettative, per questo ho il dovere di impegnarmi al massimo.
Mancano ancora poche ore, ti spaventa ancora questa destra che ti ha attaccato con ferocia bestiale?
Non mi sarei mai immaginato una campagna elettorale così tremenda con attacchi pesanti sul piano personale. Non sono spaventato ma fino a lunedì sera bisogna tenere alta l’attenzione, ci rilassiamo martedì.
Cosa sei andato a fare nel canile?
A Milano ci sono 300 mila famiglie che hanno animali! Questo è un tema di cui non avrei mai percepito l’importanza se nel mio staff non ci fossero persone con una certa sensibilità. Diciamo che le mie «visite» sono il merito di una squadra coesa e molto eterogenea, nelle passioni e nelle competenze. Dopo aver tanto frequentato le periferie, mi sono concesso anche una visita al canile. In base alle richieste ne avrei tantissime altre da fare, anche più strane. Probabilmente le farò.
Video del flop di Letizia Moratti al duomo
Girato il 26 maggio 2011 alle ore 21.15 in piazza Duomo.
Due ore dopo l’inizio ufficiale del concerto per Letizia Moratti la piazza è completamente vuota e dal palco mandano ancora le basi. Bryan Ferry inizierà a suonare tra un quarto d’ora.
Clicca qui: concerto moratti flop ore 21.15
Pdl in tilt, dopo Milano più che un tappo salta la cantina
Se si perde a Milano e Napoli vanno tutti a casa. Ma quale? A poche ore dal voto Pdl e Lega sembrano un formicaio impazzito.
Berlusconi ha dato il bacio della morte a due «candidati deboli» ma scelti da lui come Moratti e Lettieri. E oggi i due non ci stanno a fare da capro espiatorio. La sindaca critica l’onnipresenza del premier, mentre Lettieri attacca direttamente il Pdl di Cosentino («è stato sicuramente un peso per l’elettorato moderato e riformista a cui mi sto rivolgendo»). Né padroni né padrini. Insomma: tutti contro tutti, altro che il (pre)ordinato «25 luglio» vagheggiato mesi fa dal Foglio.
Un ex dc vicino al premier come Rotondi vaticina l’eutanasia del Pdl: «Servono nuovi sogni e nuove parole chiave». Gli interessi personali del Cavaliere non coincidono più con quelli del suo partito. Da martedì le prime teste a rotolare saranno quelle del trio Verdini-La Russa-Bondi. L’ex ministro della Cultura anticipa il capo e annuncia il suo addio al triumvirato. Un passo indietro che inevitabilmente scatenerebbe soprattutto su La Russa la tempesta perfetta sia dei forzisti che degli ex An.
Le macerie della probabile vittoria di Pisapia, infatti, ricadrebbero immediatamente sul ministro della Difesa. E non saranno tanti i dirigenti pidiellini a piangere per l’uscita di La Russa dal suo feudo ambrosiano. Formigoni, per esempio, non vede l’ora. Anzi, ha già detto che con Pisapia si lavorerà benissimo e si è candidato a futuribili «primarie» per il dopo-Silvio. Una lesa maestà che gli vale la scomunica di Fabrizio Cicchitto: «Escludo fin d’ora un passo indietro da parte di Berlusconi e non so a quali primarie parteciperà il presidente Formigoni». In effetti, nessuno sa nulla.
Non siamo ancora alle idi di marzo ma i congiurati non mancano. L’area di Scajola e quella di Liberamente (ma Gelmini, Frattini & co. smentiscono) è pronta a raccogliere le firme di oltre cento deputati per chiedere un cambio di rotta drastico alla guida del partito. L’idea di base è più forzitalia e meno fascisti. A cominciare dai vertici per finire con le prossime liste elettorali.
La purga è in agguato? E allora l’area ex An – orfana di Fini – comincia a auto-organizzarsi. La corrente di Matteoli (in parallelo a quelle di Alemanno e Augello) gioca all’attacco e insiste per andare alla conta dei congressi azzerando quote e vertici (nazionali e locali). Gasparri (sodale storico di La Russa) cerca una mediazione ma è sotto schiaffo sul territorio e sa che anche il ministro milanese rischia grosso. Pure una larussiana doc come Viviana Beccalossi sente l’odore del sangue: «È troppo facile alla vigilia delle sconfitte annunciate di Napoli e Milano prendere le distanze e dare la colpa a questo o quel ministro e coordinatore».
Anche tra ex azzurri non va meglio. In un feudo strategico come la Sicilia la lotta all’ultimo sangue tra Alfano, Schifani e Miccichè aspetta di esplodere. Mentre nel Lazio Polverini e Alemanno si sono asserragliati a Roma come in una Stalingrado, assediati dalle armate di Rampelli, Meloni, Gasparri, Cicchitto, Tajani e Fazzone.
E non litigano solo per il potere. Lo fanno pure se stanno all’opposizione: in Emilia Romagna dopo la batosta bolognese Pdl e Lega continuano a darsele di santa ragione e anche in Toscana la sempreverde fronda anti-Verdini lucida le baionette. Perfino nell’irenico Trentino l’ultraberlusconiana Biancofiore corre da Scajola bollando Gasparri come «un povero incapace, violento e autoritario». Più che un tappo solo, è saltata una cantina.
dal manifesto del 27 maggio 2011
