La Caporetto di Bossi e Berlusconi

La Lega perde 6 candidati e in Lombardia vince solo a Varese. Per il Pdl batosta dal Piemonte al Lazio.
I candidati del Carroccio perdono a Desio, Mantova e Rho. Il Pd vince perfino a Pavia e Novara.
Bondi si dimette e Maroni giura: «Una sberla ma no a alleanze strane»

Diciamo subito le cose come stanno: una sconfitta così il centrodestra non l’ha mai subita. Berlusconi ha perso il primo turno, Bossi anche il secondo.

E’ una «doppietta» storica che dovrebbe imporre al centrosinistra la richiesta di elezioni anticipate e la convocazione delle primarie subito, visto che tanto bene hanno portato ovunque si siano fatte (anche al Pd a Bologna e Torino).

I perdenti conclamati, Bossi e Berlusconi, ammettono entrambi la sconfitta. «Abbiamo perso, è evidente», confessa in serata un premier che fino all’ultimo ha perusato i dati cercando un appiglio, un qualcosa che consentisse una resa onorevole, un «quasi pareggio», per dirla con Verdini. Non c’è: non a caso Sandro Bondi si dimette immediatamente dal coordinamento nazionale. Una mossa che innescherà il redde rationem anche contro gli altri due triumviri, Verdini e La Russa, che sono ammutoliti.

Il tracollo è totale. Perfino il senatur, votando alla chetichella a Milano un paio d’ore prima della chiusura delle urne ne era consapevole. Tanto che dopo aver provato a dare la mano a una rappresentante di lista di Pisapia quando questa l’ha rifiutata ha sibilato: «La mano allo sconfitto si stringe sempre».

I dati elettorali che arrivano a via Bellerio raccontano un tracollo del Carroccio. Certo, vince a Varese (città natale di Maroni) ma non sfonda (53,9%). Il sindaco Attilio Fontana conserva i voti che aveva al primo turno mentre la candidata del Pd Luisa Oprandi ne prende quasi 5mila in più.

Per il resto, una Caporetto. Nelle città capoluogo chiamate al voto i cittadini amministrati dal centrosinistra erano 3.353.219 contro i 2.182.184 amministrati dal centrodestra. Dopo i ballottaggi la situazione è 5.039.457 (centrosinistra) a 690.678 (centrodestra). Una slavina senza precedenti.

La Lega perde nei comuni grandi e piccoli di tutto il Nord, dal Veneto al Piemonte. A queste elezioni su 210 candidati ne aveva 51 in solitaria contro il Pdl. In 39 città è sparita al primo turno, in 9 è arrivata al ballottaggio. E ne ha persi ben 6. In Lombardia a parte Varese perde ad Arcore (dove sarà sindaca una donna del Pd), Nerviano, Desio e Rho, il comune della Fiera e dell’expò. In una città eletta a simbolo come Gallarate il candidato del Pd vince a man bassa. E altrettanto clamorose e inaspettate poche settimane fa sono le sconfitte alla provincia di Mantova e a quella di Pavia (qui però il candidato era del Pdl e non della Lega). Il centrodestra unito vince col 51% per 1.400 voti solo quella di Vercelli. Ma nel 2007 – non un secolo fa – aveva trionfato al primo turno con il 66%.

E non è un fantasmatico «effetto Pisapia». In Piemonte, il comune di Novara, feudo del governatore Roberto Cota, passa al centrosinistra col 53%. Perde Bossi insomma ma perdono anche i suoi colonnelli. Per la Lega è un tonfo senza precedenti anche in quasi tutti i comuni più piccoli. In Lombardia svaniscono i sogni di gloria a Vimercate, Cassano D’Adda, Limbiate, Pioltello, San Giuliano Milanese, Malnate. Dopo i ballottaggi resistono col centrodestra solo Treviglio e Busto Arsizio. Uniche consolazioni, magrissime, le vittorie dei due candidati leghisti a Salsomaggiore (in Emilia) e Montebelluna (in Veneto). Poca, pochissima roba.

Nota agrodolce: dopo Arcore il Pdl perde anche a Casoria in Campania, la città di Noemi Letizia. Là dove il «sexgate» è venuto alla luce al culmine del consenso berlusconiano.

Eppure il governo va avanti, i due sconfitti si sono sentiti per telefono e giurano che nulla cambia. Parole di pulcinella Perché la sconfitta è maggiore per la Lega (che già al primo turno aveva perso il triplo dei voti del Pdl) ma disarciona anche il partito del Cavaliere. Il candidato di Berlusconi perde a Cagliari, Grosseto, Macerata.

E nel Lazio è una debacle totale. Mentana e Pomezia, due grandi comuni in provincia di Roma, il Pdl tonfa sonoramente. Alemanno e Polverini sono chiusi nella capitale come a Stalingrado. Come Bossi, erano andati alla conta contro il proprio partito e ne sono usciti con le ossa rotte. In entrambe le città ha vinto il candidato dell’ala Meloni-Gasparri-Fazzone. Polverini si consola a modo suo: «Sora e Terracina sono gli unici comuni dove il Pdl ha vinto». Ma la sopravvivenza autonoma del sindaco di Roma e della presidente del Lazio sono sempre più precarie.

Se non basta, anche il «terzo polo» elettoralmente non esiste. Certo, a conti fatti probabilmente molti suoi voti al ballottaggio sono andati al centrosinistra. Ma i voti oltre che contare vanno soprattutto pesati.

Nulla di quello che è visibile in una campagna elettorale in termini di candidati, coalizione, eletti, programma, significato e sentimento collettivo può essere ascritto al trio Fini-Casini-Rutelli.

Una sconfitta di queste proporzioni – al di là dei desiderata del Pd e dell’Udc – non concede scappatoie o «inciuci» di palazzo. Bossi tace ma Maroni e Calderoli già chiedono una «fase due» per il governo. Articolarla però è un’impresa quasi impossibile. Meglio votare.

dal manifesto del 30 maggio 2011

Pisapia, un sogno di sindaco

A due giorni dal voto, due arcobaleni straordinari rendono magica la festa carica di attese per l’elezione che può segnare un nuovo inizio. A un passo dall’impresa impossibile, Giuliano Pisapia è pronto a trasformare Milano in una delle città più belle d’Europa: «Non deluderemo l’entusiasmo dei cittadini milanesi chiudendoci nelle stanze dei partiti»

di Luca Fazio

 

Habemus papam. Non è che ti verrà l’attacco di panico come a Michel Piccoli nel film di Moretti? Fare il sindaco di Milano in questo momento è un incarico da far girare la testa.
Non credo. Sento il peso di una grande responsabilità. So che dovrò affrontare molte difficoltà. Però mi conforta il fatto che durante tutti questi mesi sono stato sempre affiancato da persone validissime a tutti i livelli. Professionisti, volontari, studenti, lavoratori, tantissimi giovani. Si sono messi a disposizione con grande impegno e lo hanno fatto credendoci quando questa impresa sembrava impossibile, quando l’obiettivo di battere la destra qui a Milano sembrava un sogno irrealizzabile. Sono sicuro che adesso mi staranno vicini con ancora più convinzione, non mi sento per niente solo in questa impresa, ho dietro di me gran parte della città. Adesso ci crediamo ancora di più.
Tra i milanesi c’è un’aspettativa fortissima. Per la prima volta le persone sono ritornate alla politica divertendosi. A questo punto la città si aspetta un segnale di cambiamento forte, qui e ora, non fosse altro che per essere risarcita di tutto l’affetto che ha riversato sulla tua persona.
Lo so. Beh, intanto… calma. Devo ancora vincere, poi, eventualmente, passeranno circa venti giorni prima dell’insediamento a Palazzo Marino. Datemi tempo. In queste settimane continuerò a fare quello che ho sempre fatto, tornerò nei quartieri dove sono già stato, alla Bovisa a Niguarda… Ho ripetuto più volte che non ho la bacchetta magica ma farò di tutto per onorare gli impegni presi. Credo che il principale segnale di cambiamento consista nel continuare il dialogo, l’ascolto e il confronto con la città reale. Anziché stare a Palazzo Marino tornerò in mezzo alla gente.
Quando hai avuto la sensazione che potevi farcela sul serio?
A settembre, dopo la pausa estiva, ho percepito che Milano era rinata, la partecipazione dei cittadini mi ha impressionato, da quel momento non ho mai smesso di credere che questa sfida potesse essere alla nostra portata. Se devo scegliere due momenti particolari, due sensazioni forti che mi hanno dato la percezione di qualcosa di straordinario che stava avvenendo, non posso non ricordare il concerto in piazza Duca d’Aosta e la straordinaria biciclettata di martedì scorso. La qualità della partecipazione a quel concerto è stata incredibile, all’inizio ero terrorizzato dall’idea di interrompere la musica per fare un intervento politico, credevo che salire sul palco potesse essere molto rischioso, con tutti quei giovani davanti. Poi ho capito che non erano venuti in piazza solo per ascoltare musica, erano venuti per la politica, volevano testimoniarmi la loro vicinanza. E’ stata una sensazione molto intensa, positiva, non me l’aspettavo. La biciclettata è indescrivibile. Nemmeno lo sapevo, era stata organizzata dal basso, in maniera spontanea, come gran parte delle iniziative. Ero alla Feltrinelli con alcuni scrittori, stavo parlando davanti a centinaia e centinaia di persone quando mi hanno avvisato di questo fiume di bici che si stava impossessando del centro città. Sono andato a vedere, c’erano un caos e un entusiasmo mai visti. Ho avuto anche un po’ di timore per via del traffico.
Non cominciare a fare il sindaco…
Ma no, è che non avevo mai visto così tante biciclette per la strada.
Sei pronto a diventare l’icona del nuovo rinascimento milanese? Mi sa che nei prossimi mesi assisteremo a un ribaltamento dei luoghi comuni negativi che da anni penalizzano l’immagine di questa città. Milano tornerà a piacere. Sei pronto? Te l’aspettavi la Pisapia-mania?
Come ha ricordato in questi giorni il maestro Claudio Abbado, che ringrazio per il sostegno, ho sempre fatto riferimento alla città di Berlino. La mia speranza è di far diventare Milano una città bella e dinamica come Berlino. Solo non mi aspettavo che le condizioni per realizzare questo sogno si mettessero in moto così velocemente. Il problema è che adesso questo sogno bisogna realizzarlo. Non sono spaventato, ma non posso negare che sento un certo peso sulle spalle. Ho il timore di deludere le persone.
I milanesi hanno un problema con l’attuale vicesindaco. Non puoi fare nomi, ma almeno un ritratto dell’essere umano che prenderà il posto di De Corato ce lo devi. Sarà donna?
Deve essere una persona con grande entusiasmo e che conosce bene la macchina comunale. Credo che la struttura comunale sia il punto di partenza di ogni buona amministrazione, tutti devono mettersi quotidianamente al servizio delle città. Tra i lavoratori del Comune di Milano ho percepito grande entusiamo, c’è voglia di riscatto dopo le delusioni accumulate in tutti questi anni.
Ma donna?
Io l’ho letto su qualche giornale, ti direi di sì, ma per ora lo dici tu…
Hai detto più volte che vuoi farla finita con la spartizione partitocratica ma il difficile viene adesso. Credi davvero che ce la farai, senza troppe resistenze, a premiare le competenze e non le segreterie dei partiti che ti hanno sostenuto? Se vinci, in consiglio comunale su 29 consiglieri 20 saranno del Pd.
Sì. Sono convinto che la composizione delle liste dei partiti che mi hanno sostenuto sia già la dimostrazione di un’apertura inedita verso la società civile. Questo significa volontà di cambiamento, un fatto che mi fa ben sperare. Del resto è un segnale di disponibilità che i partiti hanno già lanciato durante la campagna elettorale: non porre veti oggi significa poter accontentare l’elettorato che siamo stati capaci di recuperare alla politica. Se facciamo diversamente rischiamo di perderlo, a questo punto glielo dobbiamo. Solo per fare un esempio, non è un caso se Sel ha eletto due indipendenti, è un fatto molto significativo.
C’è un’aria strana da «saliamo tutti sul carro del vincitore». Non è insidioso questo abbraccio indistinto di quell’imprenditoria o «poteri forti» che in questi anni sono rimasti a guardare? Come farai adesso a tenere insieme le esigenze di questi soggetti con quelle delle persone «normali» che in questi mesi hanno riscoperto l’entusiasmo per la politica?
Credo di avere abbastanza esperienza per distinguere chi ci sta salendo all’ultimo minuto da chi ha lavorato con me fin da subito mettendoci la faccia quando sembrava una partita impossibile. Sono però convinto che per rilanciare Milano sia necessario saper valorizzare tutte le esperienze e le professionalità che si mettono a disposizione. Non possiamo rischiare di perdere competenze decisive che lavorano nei diversi settori strategici di questa città. Ce ne sono tante. Tutte utili.
Quanto ti ha cambiato questa campagna elettorale?
Sono la stessa persona di prima, non ho mai avuto paura. Nella mia vita ho già affrontato sfide importanti. Però un timore ce l’ho: so bene che non potrò soddisfare tutte le aspettative, per questo ho il dovere di impegnarmi al massimo.
Mancano ancora poche ore, ti spaventa ancora questa destra che ti ha attaccato con ferocia bestiale?
Non mi sarei mai immaginato una campagna elettorale così tremenda con attacchi pesanti sul piano personale. Non sono spaventato ma fino a lunedì sera bisogna tenere alta l’attenzione, ci rilassiamo martedì.
Cosa sei andato a fare nel canile?
A Milano ci sono 300 mila famiglie che hanno animali! Questo è un tema di cui non avrei mai percepito l’importanza se nel mio staff non ci fossero persone con una certa sensibilità. Diciamo che le mie «visite» sono il merito di una squadra coesa e molto eterogenea, nelle passioni e nelle competenze. Dopo aver tanto frequentato le periferie, mi sono concesso anche una visita al canile. In base alle richieste ne avrei tantissime altre da fare, anche più strane. Probabilmente le farò.

Video del flop di Letizia Moratti al duomo

Girato il 26 maggio 2011 alle ore 21.15 in piazza Duomo.

Due ore dopo l’inizio ufficiale del concerto per Letizia Moratti la piazza è completamente vuota e dal palco mandano ancora le basi. Bryan Ferry inizierà a suonare tra un quarto d’ora.

Clicca qui: concerto moratti flop ore 21.15

La fanta-giunta di Letizia

Letizia Moratti conclude la sua campagna elettorale tra gli stucchi e i tappeti rossi della camera di commercio. Finito il tempo dei comizi, la sindaca uscente annuncia la prossima giunta in quella che potrebbe essere la sua ultima conferenza stampa alla guida di palazzo Marino.

Saranno tre i big nazionali: il leghista Roberto Castelli come vicesindaco, il vicepresidente della camera Maurizio Lupi assessore all’urbanistica, il viceministro Luigi Casero al bilancio. Nomi vecchi, insieme a quello di Paolo Del Debbio alla cultura, presenti già 13 anni fa nella giunta del suo predecessore Gabriele Albertini (per lui si assicura «un ruolo di rilievo»).

Trombati ancora prima di iniziare i due galletti della campagna elettorale: il larussiano Riccardo De Corato (vicesindaco uscente) e il leghista Matteo Salvini. Per loro si prospettano al massimo assessorati minori.

L’ultimo giorno prima del silenzio elettorale Letizia Moratti l’ha passato in casa, dove ha ricevuto i vertici del Pdl. Il Carroccio si è dileguato. Con la scusa della pioggia che scuote Milano, in mattinata Umberto Bossi ha dato forfait e ha preferito puntare su Varese. Per le strade restano a volantinare, incrollabili nella fede, solo i giovani di Comunione e liberazione.

Il superministro Giulio Tremonti è l’unico che si concede una comparsata accanto alla sindaca: «Con Giuliano Pisapia l’expo se ne va via», poeteggia livido. Il ministro promette che Milano tornerà ad essere «una grande city finanziaria» grazie alla fiscalità di vantaggio che il governo ha concesso alle multinazionali. Una norma che vale per tutte le aziende straniere che risiedono in Italia ma che curiosamente il governo presenta solo qui.

La vigilia del Pdl è un road show del potere: auto blu, guardie del corpo, ultime cambiali da pagare a porte chiuse, nessun contatto con i cittadini. Nelle stesse ore, piazza Duomo si riempie sperenzosa sotto un diluvio che ricorda molto il 25 aprile del ’94. Si potrebbe…

dal manifesto del 28 maggio 2011

Moratti senza cavaliere, balla da sola

Letizia Moratti è sola. Potentissimo ex ministro ed ex presidente Rai, la sindaca della «capitale del Nord» affronta i giorni più difficili della sua non breve vita politica in solitudine.

Come le hanno detto di fare i nuovi consiglieri, ricapitola scrupolosamente e in tono perfino umile le piccole cose fatte in cinque anni, tipo la riqualificazione di piazzetta Capuana, il centro per la disabilità, i quattro «incubatori di impresa». Certo, quando si avventura sulla riqualificazione dei capannoni industriali dismessi, un pensierino alla «bat-casa» del figlio Gabriele è inevitabile. Ma non importa.

A poche ore dal secondo pronunciamento sulla sua amministrazione, attorno a lei c’è il vuoto. Per l’ultimo comizio non ci saranno né Bossi né Berlusconi. Il premier perché in Francia al G8, il leader leghista perché indeciso fino all’ultimo se mettere la faccia sulla possibile sconfitta. Per il gran finale basteranno Ignazio La Russa e Iva Zanicchi. Dopo infiniti forfait, l’unico «big» sicuramente ingaggiato dal «comitato Letizia» per concludere la campagna elettorale a piazza Duomo sarà Gigi D’Alessio. Poi c’è una «grande star internazionale» di cui non viene svelato il nome.

Mai dire mai però. Il piglio ultra-pragmatico delle ultime due settimane serve a motivare le armate pidielline deluse, a sperare che non disertino il secondo appuntamento con la storia. A preoccupare il Pdl, infatti, c’è soprattutto la diserzione in massa dell’elettorato leghista dieci giorni fa (-21%). Si spiega così tutta la polemica su «zingaropoli» e la moschea.

Dopo il via libera dei vescovi, sull’edificio di culto islamico ormai anche il centrodestra è isolato. Parlando a un convegno delle Acli la sindaca rilancia il suo «nì» pieno di condizioni: «Non è in discussione la libertà di culto, è in discussione la sicurezza – rimarca la sindaca – sono i governi di paesi islamici che devono garantire la sicurezza rispetto alla libertà di culto di una grande moschea». A Roma c’è, e in effetti è stata lautamente finanziata dall’Arabia Saudita, che cura la formazione (ultra-ortodossa) degli imam. Ma la retorica morattiana (islam=insicurezza) è indegna di una grande città europea e piena di ambiguità su un progetto che comunque la sua giunta, non a caso, ha di fatto già approvato.

A pochi giorni dal silenzio elettorale, i bookmaker inglesi danno in leggero vantaggio Pisapia (1,70 contro 2 per Moratti). E visto il cambio in corsa al vertice, lo staff della sindaca è nel marasma, agenda e strategie sono decisi all’ultimo minuto.

Imprevedibili come Milano. Ieri all’Arena civica perfino i ragazzini di terza media si sono messi a urlare «Pisapia, Pisapia» mentre la sindaca dettagliava una «Carta dello sport» tra comune e Coni. Un tifo spontaneo al quale altri ragazzini hanno risposto con «chi non salta comunista è», rovinando così la tranquilla photo-op disegnata su misura dallo staff di Palazzo Marino.

Le residue speranze della sindaca sono affidate a questo nuovo profilo «basso» (bassissimo) e agli ultimi appuntamenti tv. A far discutere, ancora una volta, Sky. Stamattina la sindaca si presenterà negli studi di Emilio Carelli per l’ultima registrazione. Al posto di Pisapia ci sarà una sedia vuota. Sì, Moratti è sola.

dal manifesto del 26 maggio 2011

Ma quanto sono fortunati i milanesi!

Ma quanto sono fortunati i milanesi! Dopo aver bocciato in un colpo solo Lassini, Sallusti, Santanchè e Berlusconi possono fare lo stesso tra dieci giorni anche con Umberto Bossi.

Il senatur insulta Pisapia e mette faccia e firma sulla corsa di Letizia Moratti a Palazzo Marino. La Lega e il premier siglano qualche giorno di tregua. Un’ora di vertice a palazzo Chigi insieme a testimoni di rango come Tremonti e Calderoli basta ad allontanare lo spettro di una crisi immediata.

Il senatur smentisce qualsiasi «strappo» con il premier. Proverà a vincere il ballottaggio nella capitale della sua Padania ma non ha ancora deciso quanto invischiarsi nella «palude romana». «Con Berlusconi – dice laconico lasciando il vertice – stiamo lavorando a un nuovo progetto ma dobbiamo ancora metterlo giù e sistemarlo».

La Lega sente aria di trappola. Come quella alimentata ad arte dal Pdl di un’offerta a Tremonti di fare il vicepremier. Un’offerta tanto suggestiva quanto superflua per i delicatissimi equilibri di governo. Tremonti è già qualcosa di più. E nel 2005 accettare quella poltrona non portò bene né a lui né al centrodestra. Bossi lo sa e non a caso smentisce sia queste indiscrezioni («il problema è fare un progetto per il cambiamento. Abbiamo fatto il federalismo fiscale ma darà effetti solo tra qualche anno») sia quelle ancora più suggestive che vedono Roberto Maroni già insediato a palazzo Chigi: «Maroni è intelligente, capisce le cose – avverte il senatur – non sta pensando al dopo Berlusconi, non accetterebbe mai di fare il premier».

Una difesa tanto indiretta quanto vaga sul dopo, che lascia Berlusconi sulla sua poltrona rovente e mantiene la richiesta di una “verifica di maggioranza” tanto necessaria quanto impervia. Come soddisfare gli appetiti dei «responsabili»? «È quello che ho chiesto anch’io a Berlusconi – risponde Bossi – lui è convinto ma andremo avanti a lavorarci». Lui, appunto.

L’uscita dal baratro elettorale non è facile né per il premier né per il Carroccio. La frase su «Milano-zingaropoli» in mano a Pisapia da parte di Bossi sembra uno scivolone degno dei falchi pidiellini in disgrazia. Che la situazione sia critica lo dimostra anche la paralisi della campagna elettorale. Bossi e Berlusconi non sanno ancora se e come partecipare alla battaglia finale. Il premier non si fida della piazza, teme contestazioni. Sta studiando, eventualmente, una conferenza stampa insieme a Bossi in un luogo chiuso e ben sorvegliato.

Anche in parlamento le grane non mancano. Il governo metterà la fiducia sul decreto omnibus che, tra l’altro, può vanificare il referendum sul nucleare. Ma fino ai ballottaggi non può fare molto altro.

L’unico pallino ce l’ha in mano Tremonti. Che dietro le quinte continua a lavorare al «progetto Sud» e a una «razionalizzazione» del fisco (non una riduzione delle tasse). Il Tesoro si è appropriato del dipartimento Sviluppo economico del ministero di Romani e sta mettendo fieno in cascina per un «piano per il Mezzogiorno» da presentare prima dei ballottaggi.

 

Bossi e Berlusconi, dal Nord l’inizio della fine

In città e nelle valli sconfitta profonda di Pdl e Lega. Il referendum del Cavaliere è fallito. E il governo trema.

Una sconfitta è una sconfitta. Ma perdere voti in queste proporzioni – da Cagliari a Trieste – è un risultato storico. Simile a quello che capitò a D’Alema a palazzo Chigi nel 2000. Un lungo ciclo politico è finito lì dov’è nato. Perfino ad Arcore, comune brianzolo piccolo ma noto in tutto il mondo, Pdl e Lega sono costrette al ballottaggio e il Pd diventa il primo partito.

Mentre scriviamo i dati sono lungi dall’essere definitivi ma la sconfitta del centrodestra comincia da Nord ed è totale e senza ombre. Se il voto di 13 milioni di italiani doveva essere un referendum sul governo Berlusconi l’esito è inequivocabile: basta così.

A via dell’Umiltà, quartier generale del Pdl, sapevano da giorni che la sfida di Milano sarebbe stata in salita. Ma il vero punto di svolta in negativo, almeno secondo i sondaggi riservati circolati ai piani alti berlusconiani, è stata l’«idiozia» (così la definisce un alto dirigente del Pdl) di LetiziaMoratti sul passato remoto giudiziario di Giuliano Pisapia. Quello scivolone nel faccia a faccia con l’avvocato vendoliano ha segnato per la sindaca uscente l’inizio della fine.

Certo, a Milano e non solo l’esito finale è ancora aperto perché bisognerà attendere i prossimi ballottaggi. Ma già alle 17 la teoria dei «vasi comunicanti» tra Pdl e Lega (se perde il primo, cresce la seconda) è entrata in crisi. Neanche la strategia del «correre da soli» contro il Pdl ha salvato la Lega dalla Waterloo del centrodestra. L’effetto Berlusconi (in negativo) si rispecchia anche nei primi calcoli delle preferenze: le stime dicono che il premier raccoglierà appena 22-23mila voti, meno della metà di cinque anni fa. Ci ha messo la faccia e ha perso. Lui. Personalmente.

Anche Bossi resta chiuso a via Bellerio e il nervosismo parla più dimille parole. «Stupito», «nervoso», «irritato», lo descrive chi l’ha visto: il Carroccio perde consensi ovunque. Precipita di cinque punti a Milano rispetto al 2010 (quando aveva il 14,5%) e cala di sette nella marca trevigiana di Luca Zaia.

Assiste a un ecatombe perfino nei suoi feudi storici. Nel bergamasco perde Sant’Omobono Terme e conserva i sindaci che aveva a Caravaggio, Cologno al Serio e Palazzago perdendo però tra il 10 e il 14% dei voti. Nel bresciano va peggio: perde CastelMella e Ospitaletto. Malissimo anche nel varesotto: lascia Albizzate e probabilmente si andrà al ballottaggio anche a Varese, la città di Bobo Maroni.

Nomi di paesi magari piccoli, che però soltanto tutti insieme possono dare il quadro del falò di voti bruciato in pochi mesi dal senatur e dal Cavaliere.

Perfino nelle regioni in cui governano Zaia e Cota il potere logora chi ce l’ha. In Piemonte quasi sicuramente si andrà al ballottaggio a Novara (città vinta 5 anni fa col 61% dei voti), a Domodossola (espugnata col 59% nel 2006) e perfino nella provincia di Vercelli (che fu vinta col 67%).

A via dell’Umiltà e via Bellerio lo sconcerto è massimo. Radio Padania è muta. Il sito Web del comune di Gallarate con i risultati non entusiasmanti della leghista Bianchi Clerici si spegne misteriosamente verso le 21.

La prima testa a rotolare sarà quella di Ignazio La Russa, plenipotenziario milanese del Pdl inviso ormai anche al suo partito. Il ministro e coordinatore nazionale si è speso per il suo vice sindaco Riccardo De Corato e invece il leghista Salvini potrebbe scippargli la palma di più votato dopo re Silvio. Anche Roberto Lassini, l’uomo dei manifesti-scandalo sulle «Br in procura», sarebbe fuori da Palazzo Marino.

E’ il capolinea… di una linea. E la resa dei conti interna è già partita. Una scossa aMilano fa inevitabilmente vacillare le mura di Roma.

Claudio Scajola ricorda i fasti di quando il Pdl lo governava lui. «Serve una scossa», avverte l’exministro. L’attuale deus ex machina del partito, Denis Verdini, accusa il colpo: «Un risultato così non ce lo aspettavamo». Nel mirino i «falchi»: le Santanché, gli Stracquadanio. «La verità è che Berlusconi non basta più», si sfoga sulle agenzie un dirigente azzurro che preferisce restare anonimo.

Il mutismo di Bossi non nasconde nulla di buono. In altri tempi di fronte a un crollo simile il leader leghista avrebbe staccato la spina senza pensarci due volte. Ora, ovviamente, ci sono i ballottaggi e tocca lottare. Ma se vuole sfilarsi in tempo dalle macerie il Carroccio agirà in fretta e con criterio.

dal manifesto del 17 maggio 2011

Sapessi com’è strano, c’è Vendola a Milano

di Luca Fazio

Il governatore della Puglia, se ha l’ambizione di accreditarsi come l’unico politico capace di misurarsi con Berlusconi, deve venire qui a parlare di «narrazioni». Questo è il provocatorio invito che gli scettici da mesi borbottano a mezza voce. Un ragionevole disincanto che trova conferma nel fatto che i partiti della sinistra qui sono più a pezzi che altrove – Sel è ancora virtuale e il Prc è ridotto ai minimi termini.

Qui è Milano, tappa obbligata per chiunque abbia l’ambizione di rovesciare le sorti della partita, come sbancare il Meazza è necessario a vincere il campionato. Vendola lo ha capito. Eccolo qui, nella tana del lupo, nella città che il centrosinistra da decenni ha dato per persa. Tra otto giorni, le primarie del centrosinistra diranno «quanto vale» Nichi Vendola in termini di voti, quanto il suo appoggio a Giuliano Pisapia può incidere sull’esito delle primarie, che è apertissimo. E se Pisapia dovesse farcela si aprirebbe uno scenario inedito che inciderà sulla politica nazionale.

In città c’è grande attesa. E anche preoccupazione, almeno da parte del candidato del Pd, Stefano Boeri, che ha criticato il supporto dei leader nazionali, come se lui non fosse già stato benedetto da Bersani. A proposito, il segretario del Pd non sembra intenzionato a «salire» fino a Milano per sostenerlo, un basso profilo che svela il timore di non farcela. E per il Pd, in prospettiva, sarebbe una disfatta anche peggiore di quella pugliese.

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Milano, il Pdl non fa festa nemmeno al Billionaire

A proposito di feste democratiche, fischi e contestazioni. Almeno il Pd le sue feste bene o male le sa organizzare. Ecco un interessante articolo da Repubblica edizione Milano.

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