Aiuto, è scomparsa la “fase due”. Via al Def scritto sulla sabbia

Spending review, scontro sui nuovi tagli alla spesa pubblica. Le camere supplicano il governo di portare la «crescita» e sperano negli eurobond.

Il parlamento approva il documento economico finanziario (Def) varato dal governo. Pd, Pdl e Udc vanno avanti con le mani legate rispetto alle scelte europee e Monti sta ancora cercando la sua «fase due» dedicata alla crescita (la misteriosa scomparsa della «fase due» dopo i tagli sociali è una costante della politica italiana, ndr).

Presentando il Def alla camera, Amedeo Ciccanti dell’Udc alza le mani: «Il vincolo europeo è chiaro, non ci sono deroghe né scorciatoie, soprattutto per l’Italia con il suo rilevante debito pubblico». Il quasi pareggio di bilancio nel 2013 non è dunque in discussione. Ma la maggioranza concorda una mozione che tra molta aria fritta prova almeno ad appropriarsi di 8-9 miliardi da puntare sulla «crescita». Nel testo «Abc» si dice che le tasse si potranno abbassare con il recupero dell’evasione fiscale (lo hanno promesso tutti i governi da decenni), che gli investimenti si potranno fare con i «project bond» e gli «eurobond» e che il debito va abbassato con le «dismissioni del patrimonio pubblico» (quale?). Che si tratti di parole al vento lo dice perfino il partito di maggioranza relativa.

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Europa e legge elettorale, Monti cambia tunnel

Da un tunnel all’altro. Non più quello celeberrimo, fisico e sotterraneo, del primo incontro separato tra Monti e i segretari di Pd, Pdl e Udc. Ma quello metaforico di una politica europea sbagliata che ha trasformato la crisi dell’eurozona in un labirinto da cui l’Italia, nonostante i sacrifici e il cambio di governo, rischia di non uscire più.

La colazione di lavoro a quattro tra il premier, Alfano, Bersani e Casini è durata oltre tre ore. Ma nonostante alla fine tutti i protagonisti dicano che il primo incontro multilaterale ufficiale sia andato bene molti nodi restano irrisolti.

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Milanese salvo per tre voti, il Pdl teme la bomba Sicilia

Prima di prendere il trolley e tornare a casa, gli onorevoli si guardano tra loro come dei sopravvissuti. La camera «salva» dal carcere il deputato Marco Milanese, accusato dai pm napoletani di associazione per delinquere, corruzione e rivelazione di segreto d’ufficio.

La maggioranza tiene nonostante le assenze (tra cui Tremonti e Frattini impegnati negli Usa) ma tra Pdl e Lega non tira aria di rivincita sull’odiata magistratura. Anzi, basta guardare il volto livido e tiratissimo di Berlusconi alla fine del voto: 312 i contrari all’arresto (solo 3 più del quorum) e 306 favorevoli. Sono stati almeno 7 i franchi tiratori della maggioranza che si sono aggiunti ai 299 parlamentari delle opposizioni presenti.

Dato l’anonimato del voto e la libertà di coscienza concessa dall’Udc, è impossibile avere certezze. Ma nella maggioranza tutti i sospetti si appuntano sul gruppo forzasudista del palermitano Miccichè, composto proprio da 7 deputati. Non a caso, è proprio con il sottosegretario al Cipe che Berlusconi si intrattiene a lungo in aula dopo il voto. Lo stesso che nel pomeriggio tuona dal suo blog contro Tremonti che non gli dà 10 milioni di euro per aprire l’aeroporto civile a Comiso. Lo stesso che in questi giorni si agita tanto, visto che in molti comuni siciliani si vota a primavera e il suo grande antagonista Angelino Alfano è appena stato promosso segretario del Pdl.

A differenza che per Alfonso Papa, stavolta il Carroccio ha votato compatto a difesa del braccio destro di Tremonti. Ma i colpi sotto la cintura tra la Lega nord e la futura lega sud sono destinati inevitabilmente ad aumentare. Soprattutto perché mercoledì prossimo la camera dovrà votare la mozione di sfiducia presentata dal Pd contro il ministro dell’Agricoltura Saverio Romano, palermitano cuffariano ex Udc accusato di corruzione e concorso esterno in associazione mafiosa.

Antonio Di Pietro, unico big a parlare in aula, denuncia un «voto di scambio, come si fa nelle associazioni criminali, io ti lascio governare e tu non mi mandi in galera», azzarda un parallelo tra questo imbarazzato e burocratico no all’arresto di Milanese con il fragoroso salvataggio di Craxi nel ’93 che portò al seppellimento della Prima Repubblica a colpi di monetine e manette.

Lui, il deputato un tempo tanto arrogante quanto potente, corre a colloquio da Berlusconi. E a caldo in Transatlantico si lascia sfuggire un «Giulio mi ha deluso, oggi non doveva mancare, sono nauseato».

Le accuse contro di lui restano pesantissime e il processo andrà avanti. Si parla di almeno 450mila euro in tangenti, orologi di valore, gioielli, auto di lusso – tra cui una Ferrari Scaglietti e una Bentley – viaggi e soggiorni all’estero, tutti donati in cambio di notizie riservate sulle indagini della Guardia di Finanza e di una nomina nelle società controllate dal ministero dell’Economia.

In particolare, per i pm è accertato «al di fuori di ogni dubbio» che Milanese abbia assicurato la nomina di Guido Marchese a componente del collegio sindacale nelle società a partecipazione pubblica Ansaldo Breda, Oto Melara, Ansaldo Energia, Sogin, Sace, ricevendo «dallo stesso la somma di 100mila euro». E con lo stesso «modus operandi», potrebbe aver imposto la nomina di Carlo Barbieri a consigliere di amministrazione di Federservizi, società controllata dalle Ferrovie dello Stato.

In serata, intervistato da Bruno Vespa, Milanese nega tutte le accuse e difende piuttosto freddamente il ministro e suo ex compagno di casa: «Tremonti era in missione, come Frattini. Non mi sento di muovere critiche. Sono tutti assenti giustificati. Con lui non c’è nessun rapporto strano o opaco».

dal manifesto del 23 settembre 2011

Libia, dalla Nato due no a Silvio e Bossi

Frattini e Berlusconi la Nato l’avevano invocata per giorni e adesso che è l’Alleanza a guidare le operazioni in Libia vogliono già sapere con esattezza quando finiranno.

La distanza tra i confusissimi «Brancaleone» italiani e il comando atlantico a Bruxelles è massima. Con tanto di replica in diretta all’intesa tutta vernacolare tra Pdl e Lega sulla missione contro Gheddafi.

L’Italia chiede ai partner un «termine certo» per la fine delle operazioni? «Durerà il tempo che sarà necessario», risponde serafico Rinaldo Veri, il responsabile delle attività marittime di Unified Protector che – ironia della sorte – è proprio un ammiraglio italiano di stanza a Bagnoli. Di più: appena dal vertice di Palazzo Chigi trapelano sulle agenzie i virgolettati di un Berlusconi molto critico per la morte del figlio di Gheddafi Saif al-Arab sotto i bombardamenti a Tripoli, la risposta di Vieri è ancora più piccata: «Noi non colpiamo individui. Tutti i nostri target sono militari». «Non confermiamo la sua morte», aggiunge senza smussare una virgola la portavoce della Nato Oana Lungescu.

Insomma, visto da lassù (e da Tripoli), l’impegno italiano non cambia né può cambiare nei termini chiesti e ottenuti dal Carroccio. I nostri Tornado continuano a bombardare sotto il comando alleato e le nostre navi pattugliano il Mediterraneo esattamente come prima. Tre ore di vertice tra ministri e dirigenti parlamentari di Lega, Pdl e «responsabili» hanno partorito un gigantesco topolino.

Oggi alle 13 la camera approverà le quattro mozioni sulla Libia. Una della maggioranza e ben tre delle opposizioni (Pd, Idv e terzo polo). Un caos totale.

Il governo sostanzialmente ha dovuto accettare le richieste propagandistiche della Lega sul «termine certo per la fine delle operazioni» con una clausola di salvagurdia tanto anodina quanto pregnante: purché «in accordo con le organizzazioni internazionali e i paesi alleati».

Pari e patta sulla spinosa questione del finanziamento della missione. La Russa ha ottenuto che fosse cancellato il riferimento ai «fondi ordinari» della Difesa ma in cambio il governo si è impegnato a «evitare ulteriori aumenti» delle tasse.

L’unico punto nuovo e non secondario inserito dopo il vertice è l’impegno a tagliare «gradualmente e in modo concordato» con Onu e alleati le altre missioni militari all’estero. Una voce di bilancio molto onerosa (più di 1,5 miliardi all’anno) che Tremonti da tempo non vede l’ora di «razionalizzare».

La partita dei Napoleone italici finisce qui. Un pari e patta che tutta l’opposizione definisce con termini che oscillano tra la «farsa», l’«idiozia» e la «pantomima».
Berlusconi è preoccupatissimo. Cita sondaggi secondo cui «il 72% degli italiani è contrario alla guerra in Libia». Come se non fosse stato lui il premier dell’altrettanto impopolare invasione dell’Iraq.

L’importante, per il premier, è tirare a campare. Tuttavia visto che il metodo leghista funziona, i «responsabili» in attesa di poltrone alzano subito l’asticella. «La missione deve finire entro luglio, non può andare avanti sine die», sentenzia il capogruppo Luciano Sardelli. Bombe carta inutili fuori dai confini italici ma che servono a tenere il campo fino al consiglio dei ministri di domani, in cui Berlusconi dovrebbe onorare il debito con la nuova infornata di sottosegretari. Quasi sicuri i 4 responsabili: Cesario, Pionati, Polidori e uno dell’ex Mpa tra Misiti, Belcastro e Milo. Ma non è affatto escluso che il Carroccio tanto litigioso si calmi con un paio di nuove poltroncine.

L’ambiente nella maggioranza infatti resta teso. Bossi rimane a Gallarate per la campagna elettorale e non va al di là di un contatto telefonico con Berlusconi. Una presa di distanza ipocrita e più che altro a uso propagandistico.

Per sfortuna dei nostri leader, il mondo reale esiste. E domani farà capolino nel vertice internazionale sulla Libia che Berlusconi ha voluto tanto fosse fatto a Roma dopo Parigi, Londra e Doha. Il premier incontrerà Hillary Clinton dopo la riunione alla Farnesina dei ministri degli Esteri di Italia, Francia, Usa e Gb. Ci saranno inoltre Mahmoud Schmamam, portavoce del Cnt di Bengasi, e alti dirigenti dei 22 paesi che hanno accolto la risoluzione Onu.

Due, soprattutto, i punti all’ordine del giorno. L’avvio di un negoziato politico che porti a un cessate il fuoco senza Gheddafi ma con esponenti dell’attuale regime. E la fornitura di armi (pardon, «strumenti di autodifesa») e di finanziamenti ai ribelli.

Il Cnt ha quantificato le sue prime necessità in 3 miliardi di dollari altrimenti la Cirenaica in rivolta entrerà in bancarotta prima ancora di nascere. Potrebbero essere un prestito da sanare con i beni esteri di Gheddafi congelati oppure pagamenti veri e propri in cambio di petrolio una volta che il commercio ripartirà. Frattini preferirebbe questa seconda ipotesi e come al solito azzarda ottimismo: «C’è molto più di un piano» per mettere fine alla crisi libica e convocare un’assemblea costituente. Sarà.

dal manifesto del 4 maggio 2011

Libia, più che Gheddafi la Lega punta La Russa

Le «limature lessicali» invocate da Ignazio La Russa sulla mozione della Lega non nascondono la sostanza politica. Tra Carroccio e Pdl la distanza è massima. E il primo obiettivo dell’offensiva leghista è proprio lui, il ministro della Difesa e coordinatore del Pdl che, guarda caso, è anche uno degli uomini forti del partito in Lombardia. Primo sponsor del vice di Letizia Moratti a Milano Riccardo De Corato.

Non sono bastate ieri due riunioni separate ai massimi livelli per raggiungere la sospirata «quadra» sulla Libia. In mattinata a Palazzo Chigi Gianni Letta e Paolo Bonaiuti hanno discusso per oltre due ore con il gotha del Pdl: i ministri degli Esteri e della Difesa Frattini e La Russa più tutti i capigruppo e i vice in parlamento. Quasi nelle stesse ore Bossi riuniva a Milano nella sede di via Bellerio i suoi capigruppo, Rosi Mauro, Calderoli e il piemontese Cota (unico big assente Maroni).

Oggi pomeriggio si saprà se e come sarà la sospirata sintesi. Messo con le spalle al muro, Berlusconi si è dimostrato iper-conciliante: «Trovo la mozione della Lega una presa di posizione ragionevole, potremmo approvarla integralmente oppure modificarla in parte, ma il senso della mozione è senz’altro da condividere». Una linea subito avallata dal ministro degli Esteri Frattini che si limita a chiedere «integrazioni formali».
Aperture accolte da Bossi a modo suo: «Berlusconi non è scemo, non vota per far cadere il governo».

Le posizioni insomma restano distanti anche se qualche foglia di fico andrà scritta e votata. Oggi pomeriggio la questione approderà in parlamento e il Carroccio vorrebbe il via libera integrale al proprio testo. Soltanto stamattina le tre litigiosissime gambe della maggioranza (Pdl, Lega e «responsabili») faranno un vertice finale per stendere il documento da portare in aula.

I nodi da sciogliere non sono affatto secondari. Tra i sei punti avanzati dalla Lega due sono quelli decisivi. Il primo, si legge nella mozione, è «un termine temporale certo, da comunicare al parlamento, entro cui concludere le azioni mirate contro specifici obiettivi militari selezionati sul territorio libico». Una data per la fine dei bombardamenti accompagnata da precisi «caveat» sui possibili obiettivi. Il secondo è altrettanto spinoso e chiede al governo di «non determinare aumenti della pressione tributaria» per finanziare la missione, che va gestita «nell’ambito degli stanziamenti ordinari per la difesa».

E qui casca l’asino. Perché La Russa è da tempo nel mirino dei generali per i tagli subiti. Voli e navi in Libia costano cari: finora hanno bruciato 200 milioni. E il capitolo ordinario (con cui si finanzia tutta la macchina militare italiana) ammonta in tutto a 1,4 miliardi. Dalla Difesa fanno sapere che la cosa può andare avanti così al massimo per altri 30 giorni. Poi le scorte di carburante, ricambi, etc. andranno reintegrate. Per farvi fronte, nel governo si vocifera dell’aumento di almeno un centesimo della benzina.

Il premier si tiene distante dall’alleato scalpitante. La regia dei rapporti con il Carroccio è ormai affidata a Letta da un lato e a Tremonti (obtorto collo) dall’altro. L’incontro con Bossi, ancora ipotizzato fino a ieri mattina, è poi stato smentito da tutti. Non è escluso però che il Cavaliere possa dare un passaggio nel suo volo da Milano a Roma di stamattina.

Osservata con le lenti deformanti della politica italiana, la posizione leghista sicuramente piace a un Cavaliere mai convinto sui bombardamenti e fino all’ultimo timoroso di «rompere» con Gheddafi. Una exit strategy che potrebbe tornare utile in futuro. Un premier eterodiretto sulla politica estera, tuttavia, sarebbe una novità assoluta perfino per l’autunno berlusconiano.

Sullo sfondo ma non troppo, lo scontro tra le destre (come in Francia) va letto tutto in chiave interna nella conta dei voti al Nord e a Milano in particolare.

E’ impossibile che il governo ne esca più forte. Anche perché la mossa leghista dimostrerà a tutti, «responsabili» in primis, che con le maniere forti da Berlusconi si ottiene tutto o quasi.

una versione di questo articolo è uscita sul manifesto del 3 maggio 2011

Bossi e Silvio tra bombe, Drive in e sharia

Se di “guerra” si tratta, quella interna alla maggioranza tra Pdl e Lega dice tutto della crisi irreversibile della «Seconda Repubblica».

Non siamo ancora all’epilogo ma i lunghissimi titoli di coda stile star wars narrano di due anziani califfi come Bossi e Berlusconi ormai in balia dei propri clan, assediati da tribù ostili e manovre di palazzo. Due rais senza strategia che dicono schizofrenicamente tutto e il suo contrario su una questione dolorosa ma fin troppo frequente nel mondo post ’89 come la guerra (quella vera).

Ma anche la farsa stanca. Per risolvere la contesa nata sui bombardamenti in Libia perfino un ministro pirotecnico come Calderoli alza le mani: «Dopo il primo raid è tutto più difficile. L’ultima volta ho contribuito a mettere i caveat per arrivare a un parere favorevole. In questo momento, sinceramente, non mi viene in mente niente». Per nascondere il bluff o l’imbarazzo, le sfumature si sprecano: «La politica estera è una cosa, la missione in Libia un’altra, non ci sentiamo legati al programma su questo, anche perché non se ne era mai parlato».

Quando tra persone si parla di regole e non di relazioni, vuol dire che la situazione ha superato una soglia. Bossi nei suoi comizi modula i toni come un Craxi d’antan. Da un lato assicura di non voler far «saltare il governo», dall’altro avverte che se Berlusconi non «cambia idea» sulla svolta interventista «allora potrebbe capitare di tutto, noi non facciamo un passo indietro». Il pallino, dicono tutti sia nella Lega che nel Pdl, sta solo in mano al premier. I berlusconiani giurano che i due troveranno una «sintesi».

Ma l’altolà più serio il senatur alla fine lo lascia filtrare. E non riguarda certo la Libia, i Tornado o il petrolio. «A Milano corre Berlusconi, se si perde, perde Berlusconi», avverte Bossi.

Nella sfida in Padania, il Carroccio punta, anzi deve, superare il Pdl in termini di voti. Letizia Moratti è la linea del Piave per il premier. Il fusibile da far saltare per Bossi per mandare definitivamente in tilt il dominio berlusconiano ed essere ancora decisivo qualunque cosa accade domani.

Il Cavaliere lo sa. In questo caso tace per non alimentare le polemiche e già che c’è occupa tutto l’etere occupabile parlando di Wojtyla e di quanto erano amici e di come andrà tutto bene con i «5 milioni di pellegrini» che invaderanno Roma per la beatificazione del papa polacco. La disoccupazione giovanile schizza al 28%? Allora parliamo del biotestamento. Una linea clericale e baciapile che il premier sintetizza con una svolta inedita perfino per la Dc: «Il parlamento – dice al Gr1 – non dovrebbe mai varare nessuna legge contraria e negativa rispetto ai valori della tradizione cristiana». Ma cos’è, l’inventore del Drive In riscopre la sharia?

Qualcuno a fare il mercante di emendamenti ci prova ancora. Luciano Sardelli, capogruppo dei «responsabili», ha un’idea brillante: «Scriviamo una mozione di maggioranza che consenta i bombardamenti fino al 31 luglio». Evvai. Tanto poi si vede. Al momento Pdl e Lega non sanno come uscire dallo scontro frontale in cui si sono avviate. Sullo sfondo, il sottosegretario alla Difesa Guido Crosetto conferma ufficialmente, per la prima volta, che la missione in Libia finora è costata oltre 150 milioni di euro (missili esclusi). Due milioni al giorno che per tutto l’anno significano un altro mezzo miliardo da aggiungere al miliardo e mezzo già stanziato per le altre guerre in giro per il globo. Una cifra che Tremonti sta già pensando di tagliare a cominciare dal Libano. Certo, sempre se l’Italia avesse una politica estera ed europea in grado di sostenere un «ritiro» del genere.

In un quadro simile, l’inossidabile opposizione per una volta è granitica: «I civili di Bengasi vanno protetti. Se sono missili o bombe non importa». È questo il senso della mozione che il Pd voterà martedì alla camera. Bersani nega il ruolo di «stampella» a Berlusconi (il Def alla camera è passato grazie a 21 assenze strategiche nel Pd) ma rivendica per il suo partito il ruolo di «coagulante» tra progressisti e moderati. L’eterna non-scelta di Pds-Ds-Pd.

È più importante «verificare la maggioranza» (così dicono i democratici) che costruire un’alternativa in proprio. Ma c’è sempre qualcuno più centrista di te. E infatti arriva il paradosso di Roberto Rao, l’alter ego di Casini, che dice che l’Udc potrà votare sia la mozione del Pd che quella del Pdl purché stia con l’Onu e la Nato «senza se e senza ma». Poi, infine, forse più pazzi, forse più profeti, ci sono i finiani come Italo Bocchino. Che dopo aver perso tutto il 14 dicembre vedono nel fumo libico la nascita di una nuova maggioranza «destra-centro-sinistra» che espropri Lega, Di Pietro e berlusconiani e getti le basi di una oscura «Terza Repubblica». Buona notte. E buona fortuna.

dal manifesto del 30 aprile 2011