Tarantini, D’Alema e la Puglia connection

«Donne tangente» scambiate per amicizia e affari. Nel triangolo delle procure di Bari, Milano e Napoli rischiano di sparire Pd e Pdl.
Chiuse dopo due anni le indagini sulle escort di Gianpi. Insieme a Tarantini tra i reclutatori della D’Addario anche Castellaneta, avvocato vicino a D’Alema

Sono passati quasi quattro anni dalle «donne tangente» introdotte nei letti di Silvio Berlusconi ma anche di altri uomini politici, imprenditori, finanzieri, avvocati, rappresentanti di istituzioni, Asl e aziende di stato. I processi devono ancora iniziare ma una cosa è sicura: Pd e Pdl rischiano di sparire entrambi nel «triangolo delle procure» di Milano, Bari e Napoli.

La procura della Repubblica di Bari guidata da Antonio Laudati ha notificato ieri la chiusura delle indagini baresi su Gianpi Tarantini e altri 7 imputati: il fratello Claudio, l’ape regina Sabina Began (per i pm è lei che ha presentato Berlusconi a Gianpi), l’avvocato Salvatore Castellaneta, Pierluigi Faraone, Letizia Filiipi, Francesca Lana e Max Verdoscia. Ventotto capi di imputazione (tra cui associazione per delinquere e favoreggiamento della prostituzione) e l’accusa di aver selezionato, istruito, alloggiato, spesato e retribuito più di 30 papi-girl tra l’estate del 2008 e il maggio del 2009.

Leggi qui l’avviso di chiusura indagini (pdf)

«Chi mi porti stasera?» chiede in una delle telefonate il premier al giovane imprenditore barese. Una frase forse innocente ma che certo fa a pugni con la famosa intemerata accanto a Zapatero del 10 settembre 2009 in cui Berlusconi ancora poteva asserire: «Tarantino o Tarantini? Io quest’imprenditore non lo conosco».

Guarda qui il video (al minuto 3’20″)

E invece i rapporti tra i due, per i pm, «sono ben documentati». Il giovane gli portava donne, anche tre o quattro alla volta, con caratteristiche precise: «giovani e dalla corporatura esile», rigorosamente «senza tacchi né trucco». Pagate da Tarantini e, in alcuni casi, omaggiate anche da Berlusconi con buste di denaro. Unica a uscire un po’ dall’identikit seriale del premier Patrizia D’Addario, 44 anni, la prima ad essere uscita allo scoperto il 17 giugno 2009 con un’intervista al Corsera.

Dopo oltre due anni di indagini, i pm baresi hanno raccolto 100mila intercettazioni e 5mila pagine di atti preliminari. Documenti che fino a domenica – assicurano in procura – resteranno in formato cartaceo e consultabile solo negli uffici da parte dei legali degli imputati.

La stessa procura fa sapere che la mole sterminata di intercettazioni non è stata trascritta integralmente. Le telefonate sono sintetizzate e descritte in poche righe, forse per tutelare rapporti internazionali che potrebbero essere compromessi dalle confidenze a luci rosse del premier di un paese del G8 a uno sconosciuto venditore di protesi ortopediche, donne e cocaina che, parole sue, voleva fare il grande salto negli appalti Finmeccanica se non diventare parlamentare europeo come una velina qualsiasi.

A differenza che a Milano, sia a Bari che a Napoli Berlusconi non è imputato. Nel primo caso è l’«utilizzatore finale», nel secondo la vittima di un ricatto. Eppure di lui si parla e intorno alle sue debolezze girano sempre gli stessi protagonisti. «Ricordati che a 20 anni stavo in barca con D’Alema e a 30 dormivo da Berlusconi», ricorda Tarantini a Lavitola in una delle intercettazioni napoletane.

In effetti i nomi delle due figure più rappresentative della Seconda Repubblica si intrecciano sempre di più. Tre giorni prima che la D’Addario parlasse sul Corsera, D’Alema disse in tv che era in arrivo «una scossa» (vedi il video qui).

Una profezia sibillina, che diventa una bomba soprattutto per il pulpito da cui fu pronunciata. D’Alema, intervistato da Lucia Annunziata, era ospite nella masseria di Salvatore Castellaneta, avvocato fasanese a lui vicinissimo, in compagnia del vicepresidente della regione Sandro Frisullo (vedi sotto la smentita). D’Alema non c’entra nulla, ma Castellaneta è accusato di aver reclutato – insieme a Gianpi – la escort Patrizia D’Addario. Mentre Frisullo (dimessosi dalla giunta Vendola) è indagato in un altro filone per aver usufruito di «donne tangente» a casa dello stesso Tarantini. Accanto all’ex premier dei Ds insomma uomini amici e complici di Tarantini.

Di Gianpi ormai si sa quasi tutto. Ma Castellaneta – scrivono i pm – sceglieva insieme al giovane le veline da offrire al «drago» sperando di «beneficiare indirettamente dei vantaggi economici» che Tarantini avrebbe conseguito attraverso gli appalti di aziende della galassia Finmeccanica (tra cui Sel Proc, Selex Sistemi integrati, Seicos, Infratelitalia).

Castellaneta, tra l’altro, è amico e sodale anche di un altro dalemiano di ferro in Puglia, Roberto De Santis. Entrambi sono stati rispettivamente sindaco e presidente della Milano Pace spa, una società di Sesto San Giovanni che ha finanziato Fare Metropoli, la fondazione dell’ex presidente della provincia di Milano ed ex capo della segreteria politica di Pierluigi Bersani, Filippo Penati.

Un duo al quale politicamente bisogna aggiungere altre due figure del clan dalemiano non indagate ma che hanno conosciuto Tarantini: l’imprenditore Enrico Intini (uno dei finanziatori della fondazione di Penati che tramite Gianpi cercò di agganciare Bertolaso e gli appalti alla protezione civile) e Francesco Boccia, il deputato Pd voluto a ogni costo da D’Alema contro Vendola alle primarie pugliesi dopo il rimpasto della giunta.

dal manifesto del 16 settembre 2011

L’imbarazzata smentita di Massimo D’Alema (17.09.2011)

«La notizia, pubblicata oggi da diversi giornali, secondo cui avrei parlato di ‘scossè durante il programma di Raitre ‘In mezz’ora’ dalla masseria dell’avvocato Salvatore Castellaneta, è totalmente falsa».

Lo dichiara Massimo D’Alema, che prosegue: «La diretta televisiva con Lucia Annunziata su Raitre, infatti, avvenne dall’agriturismo ‘Terra Rossà, vicino Otranto, come chiunque può verificare».

«Ritorna -aggiunge- la tesi che le mie affermazioni di quella intervista, che avevano esclusivamente il carattere di un giudizio politico, nascessero invece da informazioni riservate apprese chissà da chi». «Questa tesi -sottolinea D’Alema- è falsa e viene ora rilanciata sulla base di notizie false. Data l’evidente intenzione diffamatoria di chi ha messo in circolazione queste notizie false, ho dato mandato ai miei legali di tutelare la mia onorabilità in tutte le sedi».

Silvio vs. Giulio, il gong prima della fine

Tregua gelida tra Tremonti e Berlusconi. Il ministro ai pm: temo la cura Boffo
Tra insulti e sospetti un pranzo a palazzo Chigi per concordare le modifiche al decreto appena approvato. «SuperGiulio» è solo

Vizi privati e pubbliche virtù. O almeno ci provano. Quella tra Berlusconi e Tremonti è la più forzata delle tregue. Dopo essersene dette di tutti i colori, il primo ministro e il primo dei ministri pranzano insieme a sorpresa a palazzo Chigi per provare a siglare un’intesa su come procedere. L’unico altro commensale ammesso a tavola è Gianni Letta.

L’Italia vede «l’abisso Grecia» e un pasdaran berlusconiano come Osvaldo Napoli intona l’inno alla responsabilità nazionale. In parole povere: smettiamola di litigare.

Pare facile. Tremonti ha dato del « cretino» a Brunetta e del «furbetto» al premier. E Berlusconi lo invita a pranzo proprio nel giorno in cui, sull’odiata Repubblica (leggi qui), lo apostrofa come «l’unico che non fa gioco di squadra, a lui il consenso non interessa, a noi sì. Tanto dove va?».

Attorno al ministro – nella bufera per la corruzione e i lussi attorno al suo factotum Marco Milanese, dal governo arriva una solidarietà puramente di facciata. Lo stesso Alfano si limita a dire che «è una persona per bene». Non a caso il colloquio tra Tremonti e il premier viene definito «gelido» da chi ne ha saputo i contenuti.

Tremonti è privo di sponde solide sia in parlamento che nel partito che nel governo.

Sa che stavolta si gioca tutto e solo l’emergenza può tenerlo ancora a galla.
Ancora una volta sono circolate voci sulle sue dimissioni. Chi lo ha visto lo ha giudicato «provato» dalle inchieste attorno a uno dei suoi pochi fedelissimi.

Milanese era qualcosa di più di un consigliere politico. Addetto alle nomine nel parastato e ai rapporti con le commissioni parlamentari. Uomo di mano, relatore dell’ultima manovra lacrime e sangue alla camera in piena tempesta con Fini. Dai verbali che filtrano da Napoli, nel suo interrogatorio del 17 giugno scorso Tremonti ha detto ai pm che vogliono arrestare Milanese di temere «il metodo Boffo» su di sé. Guarda caso, ecco spuntare pochi giorni dopo la vicenda della sua casa, affittata da Milanese ma a sua disposizione e ristrutturata gratis da imprese poi beneficiate di appalti del ministero. Guido Crosetto, sottosegretario tra i più ostili al super-ministro, bolla la vicenda della casa offerta da Milanese come un problema di «braccino corto», lo sanno tutti che Tremonti è tirchio: «Se ti offre un caffè fai un comunicato stampa».

Frasi ad effetto che non rafforzano certo la tenuta del governo. Il nuovo mantra berlusconiano è che il pareggio di bilancio nel 2014 promesso all’Europa non si discute anche se la manovra si può cambiare in parlamento.

Berlusconi stesso vorrebbe cancellare il superbollo dei Suv, attenuare i tagli alle pensioni, ridimensionare le tasse sui titoli.

Sul perché sia stata approvata con un decreto legge se era una semplice «bozza di lavoro» Tremonti si difende dicendo che restare con la manovra aperta in parlamento fino a settembre sarebbe stato un massacro per un debito pubblico nel mirino della speculazione. Può darsi. Sta di fatto che nell’ultimo mese «collegialità» e insulti plateali sono stati il pane quotidiano della maggioranza. E la stessa tabellina diffusa dall’Economia dimostra che quasi 16 miliardi della manovra dipendono dalla delega fiscale, cioè da un provvedimento di per sé di più lunga attuazione.

Le redini del bilancio sbandano. E in serata si fa sentire di nuovo il Quirinale: «Bisogna insistere nello sforzo per tenere sotto controllo i conti pubblici», dice Napolitano a 360 gradi. Martedì Tremonti volerà a Bruxelles per l’Ecofin. In valigia, oltre ai dolori italiani, la fresca nomina a coordinatore dei ministri finanziari del Ppe.

dal manifesto del 9 luglio 2011

Pdl in tilt, dopo Milano più che un tappo salta la cantina

Se si perde a Milano e Napoli vanno tutti a casa. Ma quale? A poche ore dal voto Pdl e Lega sembrano un formicaio impazzito.

Berlusconi ha dato il bacio della morte a due «candidati deboli» ma scelti da lui come Moratti e Lettieri. E oggi i due non ci stanno a fare da capro espiatorio. La sindaca critica l’onnipresenza del premier, mentre Lettieri attacca direttamente il Pdl di Cosentino («è stato sicuramente un peso per l’elettorato moderato e riformista a cui mi sto rivolgendo»). Né padroni né padrini. Insomma: tutti contro tutti, altro che il (pre)ordinato «25 luglio» vagheggiato mesi fa dal Foglio.

Un ex dc vicino al premier come Rotondi vaticina l’eutanasia del Pdl: «Servono nuovi sogni e nuove parole chiave». Gli interessi personali del Cavaliere non coincidono più con quelli del suo partito. Da martedì le prime teste a rotolare saranno quelle del trio Verdini-La Russa-Bondi. L’ex ministro della Cultura anticipa il capo e annuncia il suo addio al triumvirato. Un passo indietro che inevitabilmente scatenerebbe soprattutto su La Russa la tempesta perfetta sia dei forzisti che degli ex An.

Le macerie della probabile vittoria di Pisapia, infatti, ricadrebbero immediatamente sul ministro della Difesa. E non saranno tanti i dirigenti pidiellini a piangere per l’uscita di La Russa dal suo feudo ambrosiano. Formigoni, per esempio, non vede l’ora. Anzi, ha già detto che con Pisapia si lavorerà benissimo e si è candidato a futuribili «primarie» per il dopo-Silvio. Una lesa maestà che gli vale la scomunica di Fabrizio Cicchitto: «Escludo fin d’ora un passo indietro da parte di Berlusconi e non so a quali primarie parteciperà il presidente Formigoni». In effetti, nessuno sa nulla.

Non siamo ancora alle idi di marzo ma i congiurati non mancano. L’area di Scajola e quella di Liberamente (ma Gelmini, Frattini & co. smentiscono) è pronta a raccogliere le firme di oltre cento deputati per chiedere un cambio di rotta drastico alla guida del partito. L’idea di base è più forzitalia e meno fascisti. A cominciare dai vertici per finire con le prossime liste elettorali.

La purga è in agguato? E allora l’area ex An – orfana di Fini – comincia a auto-organizzarsi. La corrente di Matteoli (in parallelo a quelle di Alemanno e Augello) gioca all’attacco e insiste per andare alla conta dei congressi azzerando quote e vertici (nazionali e locali). Gasparri (sodale storico di La Russa) cerca una mediazione ma è sotto schiaffo sul territorio e sa che anche il ministro milanese rischia grosso. Pure una larussiana doc come Viviana Beccalossi sente l’odore del sangue: «È troppo facile alla vigilia delle sconfitte annunciate di Napoli e Milano prendere le distanze e dare la colpa a questo o quel ministro e coordinatore».

Anche tra ex azzurri non va meglio. In un feudo strategico come la Sicilia la lotta all’ultimo sangue tra Alfano, Schifani e Miccichè aspetta di esplodere. Mentre nel Lazio Polverini e Alemanno si sono asserragliati a Roma come in una Stalingrado, assediati dalle armate di Rampelli, Meloni, Gasparri, Cicchitto, Tajani e Fazzone.

E non litigano solo per il potere. Lo fanno pure se stanno all’opposizione: in Emilia Romagna dopo la batosta bolognese Pdl e Lega continuano a darsele di santa ragione e anche in Toscana la sempreverde fronda anti-Verdini lucida le baionette. Perfino nell’irenico Trentino l’ultraberlusconiana Biancofiore corre da Scajola bollando Gasparri come «un povero incapace, violento e autoritario». Più che un tappo solo, è saltata una cantina.

dal manifesto del 27 maggio 2011

Aiuto, è tornato Berlushenko!

Berlusconi esce dal freezer e a reti unificate rilancia bandiere rosse, zingaropoli e incubo fiscale.

Piove, Pisapia ladro! Nell’attesa che i cosacchi dei centri sociali si abbeverino in piazza Duomo agitando bandiere rosse e inneggiando alle tasse, Silvio “Luigiovic” Berlushenko esce dal sarcofago post-elettorale e lancia il suo ultimo messaggio nella bottiglia ai patrioti milanesi.

Il format delle interviste generosamente concesse da Palazzo Chigi a Tg1, Tg2, Gr1, Tg4, Tg5 e Studioaperto è completamente identico. Domande preordinate e tre risposte univoche nonostante «gli impegni molto assorbenti» (ipse dixit):

  1. qualsiasi cosa accada ai ballottaggi, non c’è alternativa al governo Pdl-Lega;
  2. se a Milano (dio non voglia) governerà «l’avversario» della Moratti estremisti e «centri sociali» ingrasseranno grazie alle maggiori tasse amate dalla sinistra, mentre arabi e «zingari» avranno moschee e libertà di «baracca» senza limiti;
  3. a Napoli non si può che vincere perché ci sono «un pm d’assalto e giustizialista votato dalla sinistra più estrema» che non possono superare il ballottaggio.

Fine delle trasmissioni. Pisapia e De Magistris non vengono nemmeno nominati. Con un simbolo del Pdl più grande della sua faccia e un planisfero mondiale sulla scrivania, un premier ingessatissimo sorvola su ogni bon ton istituzionale. In fondo, dovrebbe essere il premier di tutti gli italiani.

A guardarlo, torna alla memoria Konstantin Ustinovic Cernenko, invisibile presidente dell’Urss prima di Gorbaciov. Non c’è perestrojka possibile nel mondo berlusconiano. Moratti assicurerà «meno tasse e più servizi» per anziani e bambini, le orde della sinistra sono meticci assetati di sangue e manette. E’ il solito equilibrio del terrore che va avanti dal ’94. Basterà la paura a smuovere le decine di migliaia di voti che mancano a Moratti per vincere?

Berlusconi non cambia linea e non parteciperà direttamente agli ultimi giorni di Moratti. Tanto a che serve: assicura che Fini è finito e anche Casini è ininfluente però prende voti solo se è alleato col centrodestra. Sbavature illogiche, contraddizioni che illuminano la realtà di un governo tanto forte nell’aula della camera da lasciarla deserta per mesi.

Certo, i puntelli non mancheranno: quelli sudisti sono travagliati ma paiono in cottura, per i finiani delusi tipo Urso e Ronchi manca solo un approdo formale che non li riduca a degli Scilipoti qualsiasi.

Il Pd è stufo dell’ordalia mediatica. «Non siamo in Bielorussia, i telegiornali non si mettano a disposizione di una telefonata del presidente del consiglio», commenta Bersani. Quattro commissari dell’Agcom (l’autorità delle comunicazioni) avvertono che «in diverse testate è stata messa sotto i piedi ogni minima regola di corretta informazione e violata in maniera macroscopica la par condicio».

Oggi i democratici manifesteranno davanti l’authority: «Saremo lì – dice Bersani – al grido ‘i romani difendono la libertà dei milanesi, dei napoletani, dei triestini e così via’». Emilio Fede, recidivo plurisanzionato, prima di mandare in onda il monologo del suo coimputato e datore di lavoro, precisa che giovedì il Tg4 ha fatto parlare il pd Stefano Boeri «per 4 minuti». Benedetto cronometro.

Bastonare l’avversario è una cosa, accarezzare il tuo elettorato un’altra. Sempre sulle reti Mediaset, Calderoli annuncia una «bella sorpresa» da parte di Bossi e Berlusconi. L’Idv si sbilancia sullo spostamento di un paio di ministeri a Milano e uno a Napoli. Un sarcasmo che potrebbe essere non lontano dalla verità. In Germania li hanno spostati per il crollo del Muro, qua traslocano per far arrivare l’anti-pm Lassini a palazzo Marino.

dal manifesto del 21 maggio 2011

Ferrero: «De Magistris l’alternativa che serve»


Comunisti «pancia a terra» nelle città, ma per il segretario del Prc la partita finale si gioca ai referendum di giugno: «Bersani sbaglia a puntare su Casini, Napoli e Milano insegnano». Contro le destre «fronte democratico» ma anche gruppi unici nei consigli comunali. Le primarie vanno fatte ma da sole non bastano. Serve una sinistra unita e partecipata.

Fronte democratico «per cacciare Berlusconi» e «una sinistra unita che qualifichi politicamente e socialmente il programma per l’alternativa». Paolo Ferrero è «orgoglioso e felice» per il risultato elettorale della Federazione della sinistra, ottenuto grazie a un partito che c’è, «è credibile e resiste nonostante un oscuramento mediatico pressoché integrale».

Pensi che i succesi al primo turno siano incoraggianti per i ballottaggi?

Il centrodestra ha perso ma ora bisogna lavorare pancia a terra per sanzionare definitivamente un governo Berlusconi che ormai è minoranza nel paese. E poi dobbiamo puntare tutto sui referendum, perché temo che il messaggio arrivato a qualche milione di italiani è che il referendum non c’è più…

… adesso però il Pd promette di impegnarsi per i 4 sì ai questi di giugno.

E’ positivo. Perché se raggiungiamo il quorum, Berlusconi è definitivamente sconfitto. Se non ce la facciamo, invece, temo che riprenda fiato: «Vabbè abbiamo perso qualche città ma alla fine…». Se vogliamo cacciare Berlusconi ci aspetta un impegno straordinario, non cadrà né per i processi né per i trabocchetti in parlamento. Cade se è sfiduciato dal paese. Adesso abbiamo tutti l’occasione di farlo, e non va sprecata.

La sconfitta del Pdl al Nord è acclarata. Al Sud però il centrosinistra non sfonda. Basta il caso Napoli a fare primavera?

Al Nord l’asse Pdl-Lega è saltato perché la Lega pensava di poter lucrare sulla crisi del Pdl. Quello schema è finito. Al Sud invece manca un’alternativa chiara e De Magistris è una possibile risposta: penso che se non ci fosse stata la sua candidatura Lettieri rischiava di vincere al primo turno. De Magistris è stato un valore aggiunto perché è chiaramente contro le destre ma è anche un segno di discontinuità con un centrosinistra che si è rivelato fallimentare. Questo è il punto: costruire un’opportunità simile in tutto il paese.

E come si può costruire questa discontinuità?

Secondo noi con l’aggregazione di un polo della sinistra. Questa è la proposta che facciamo a Sel, Idv, Verdi, alle forze anticapitaliste, a movimenti e comitati. Per battere la destra è evidente che va costruito un fronte democratico insieme al Pd. Ma bisogna costruire anche un’altra gamba, uno schieramento aperto delle forze della sinistra che sia in grado di incidere seriamente, non solo di protestare. Le primarie sono utili ma da sole non sono sufficienti per garantire il cambiamento che serve. La costruzione di un polo di sinistra permetterebbe non solo di tenere insieme forze politiche divise ma anche di attivare tutta quella società civile che c’è, che è a sinistra e che è fatta di centinaia di migliaia di persone, come abbiamo visto per le firme sull’acqua. Ovvio che penso a un’aggregazione aperta, in cui ognuno partecipa con la sua storia e la sua identità.

Potrebbero essere dei gruppi unici nei consigli comunali la prima tappa di questo processo?

Qui ti rispondo a titolo personale: io sarei d’accordo a fare dei gruppi unitari della sinistra che si danno anche un regolamento di consultazione e di verifica con la propria gente. Sarebbero un’ottima cosa, il tentativo di mantenere un processo di partecipazione che duri nel tempo e di cui l’aggregazione istituzionale delle forze della sinistra può essere un primo passo.

Ma non pensi che accentuare la divisione tra “riformisti” e “radicali” rischia di essere una palla al piede per il futuro? Le primarie in fondo superano quello schema.

Ma non è vero, perché i consigli comunali esistono e quante volte votano contro i propri sindaci o presidenti, pensa a Soru in Sardegna. Noi non possiamo fare politica come Berlusconi, che chiediamo una delega ogni tot anni e poi riuniamo ogni tanto delle masse plaudenti. Dobbiamo costruire un processo di partecipazione che è un processo di ricostruzione della soggettività di massa, di un popolo. Ciò detto, noi le primarie le sosteniamo. In Puglia siamo stati gli unici ad aver appoggiato Nichi e siamo per le splendide candidature di Pisapia e Zedda fin dall’inizio. Le primarie sono un passaggio utile ma l’idea che con quel meccanismo si cambia il paese per me non sta né in cielo né in terra.

Tu chiedi un fronte democratico. Il Pd però guarda soprattutto all’Udc. E’ un problema?

Adesso siamo tutti impegnati nelle elezioni. Secondo me però l’ipotesi del Pd non sta in piedi soprattutto alla luce dei risultati elettorali. Diciamo la verità: il centro non esiste, c’è l’Udc, non altro. E il caso di Pisapia è emblematico: non è con il «centro» che batti la Moratti, ma con una proposta alternativa chiara, partecipata e riconoscibile.

Al Nord non c’è solo Pisapia. C’è anche la grande vittoria di Fassino a Torino. Pensi che un domani questi due modelli diversi di centrosinistra possano entrare in competizione?

Diciamo la verità: a Torino di fronte alla Fiat la politica non è esistita, ha accettato supinamente i diktat di Marchionne. Quello che ci divide da Fassino è il giudizio sulla globalizzazione. Secondo noi quello che decidono le imprese va discusso. Soprattutto nei territori. Ad esempio noi abbiamo presentato una proposta di legge regionale che dice che le aziende che delocalizzano debbono restituire i soldi che han preso di finanziamento pubblico. Non è estremismo, il vero estremismo sono le tossine ideologiche del pensiero unico. Io spero che proprio Giuliano (Pisapia, ndr) possa essere l’esempio di un pensiero diverso del rapporto tra comunità e globalizzazione, che è uno dei punti decisivi della partita che è aperta e su cui ci scontriamo davvero con il Pd.

dal manifesto del 20 maggio 2011

Analisi del voto, il vero terzo polo è la sinistra

Il vero «terzo polo» è la sinistra. Il Prc tiene. Sel secondo partito del centrosinistra

Il vero terzo polo è la «sinistra estrema». Nonostante il pulpito, la battuta di Denis Verdini dice la verità. Tutta insieme la sinistra divisa tra Federazione Prc-Pdci e Sinistra e libertà pesa molto di più di Casini-Fini-Rutelli. Sintetizzando al massimo: bene i candidati, meno bene le liste.

Nelle province in cui si è votato (il dato più «neutro» perché depurato delle preferenze), Sel e Fed sono al 4% (3,9% Prc-Pdci, 4,1% Sel). Sommate, dunque, raggiungono o superano sia l’antico bacino elettorale di Rifondazione sia il terzo polo che in realtà è il quarto. Entrambe tengono o crescono rispetto al 2010. Entrambe hanno «piazzato» un proprio candidato sindaco a scapito del Pd: a Milano Pisapia e a Napoli De Magistris. Entrambe scontano risultati pessimi in Calabria. Due esempi su tutti: a Cosenza il Prc ha più iscritti (1.350, tesseramento ufficiale 2010) che elettori (265 voti). E al comune di Reggio Calabria addirittura il Pdci si allea con Sel e Idv (e tutti insieme sono fuori con il 3,6%) mentre Rifondazione va da sola col Pd e con il 4,5 ottiene un eletto.

La Federazione finisce l’emorragia

Il risultato insomma non è omogeneo: la lista comunista può dire di aver finito l’emorragia di voti ma non ha grandi picchi. «Nonostante la vergognosa censura mediatica di cui siamo stati oggetto – commenta Paolo Ferrero – noi ci siamo e cresciamo». Nei 24 comuni capoluogo in cui si è presentata, la Fed si aggira intorno al 3%. Supera però la soglia psicologica del 4% solo a Savona, Fermo, Arezzo e Barletta e il bottino di eletti è magro. A Siena, Caserta, Bologna e soprattutto Torino (dove ne aveva 5) non ottiene neanche un consigliere. Il caso di Torino è emblematico. Contro Fassino la coalizione rossissima tra Fed e Sinistra critica prende solo 6.700 voti (un magro 1,5%). Peggio ancora a Salerno, dove la candidata della Fed è quarta e prende solo 900 voti (l’1%). Per Ferrero il laboratorio politico è Napoli. Ma anche con il candidato giusto (De Magistris) la Fed prende 15mila voti (3,6%) contro i 16mila di Sel che ha puntato su quello sbagliato (Morcone) per gli equilibri nazionali col Pd.

Per Vendola vittoria strategica

I vertici di Sel invece si sentono i vincitori morali delle elezioni. «I candidati che vincono – spiega il vendoliano Nicola Fratoianni – o vengono dalle primarie come a Milano, Torino e Cagliari oppure sono molto riconoscibili come a Napoli». Certo, Sel non decolla ma «dopo il congresso di ottobre mette radici ovunque e in tutto il Nord siamo tra il 4 e il 7%». Exploit a Bologna, dove la lista con la prodiana Frascaroli sfiora l’11%. Per il governatore pugliese il Pd vince nelle liste ma ciò che più conta perde sulla linea. «Le primarie ormai sono inaggirabili», scommettono dentro Sel, che a Bologna, Milano e Torino è la seconda forza della coalizione e scalza l’Idv.

Conclusioni provvisorie

  1. Il bipolarismo tiene. Fuori dalle coalizioni tutte le forze di sinistra perdono rapidamente voti e consenso.
  2. Si possono scomporre all’infinito i «pezzetti di Lego» ex Arcobaleno ma la somma cambia poco: a livello locale la sinistra comunque connotata vale tra il 7 e il 12%. Solo che è dispersa su più liste e candidati e soprattutto nel caso della Fed non ha una linea omogenea rispetto alle alleanze. E si arriva al terzo punto: il governo.
  3. La scelta di Vendola può non essere sufficiente ma è chiara: primarie e centrosinistra. Una strategia che paga nei sondaggi nazionali ma ancora non consente a Sel un ampio respiro locale. Prima o poi il nodo tra leader e partito, accantonato col congresso, andrà sciolto. Altrettanto chiara, sulla carta, la scelta della Fed: «fronte democratico» contro Berlusconi e per il futuro niente ipotetici ministri. Bene. Però nelle città (ad esempio Milano e Napoli) dice che con i candidati giusti governare insieme è possibile. E’ una scelta premiata dai suoi elettori, che dove trovano un progetto chiaro e un candidato sostenibile la votano di più. Prima o poi l’ambiguità sulla fiducia a un eventuale governo col Pd andrà risolta.

Una prima occasione di dibattito pubblico in vista dei ballottaggi si terrà venerdì in un convegno all’Alpheus di Roma (info:www.esserecomunisti.it)

Vendola, oltre i no global la generazione “glocal”

Età media 39 anni, un terzo donne. Nel caleidoscopio di alleanze locali, il filo rosso che lega le varie candidature di Sinistra e libertà è sicuramente quello del ringiovanimento della propria classe dirigente a livello locale.

Attenzione, però, non si tratta di ventenni tutto Web e vergini di esperienza candidati come una meteora da Beppe Grillo. Spesso hanno 30-40 anni, un’età che della Prima Repubblica fa ricordare bene solo Mani pulite e che è maturata politicamente nella lunga transizione «berlusconiana». Una generazione ibrida tra vecchio e nuovo, di mezzo, che solo in Italia viene ancora chiamata «giovane» (vedi Marco Mancassola qui).

Come molti grillini, i candidati vendoliani hanno spesso alle spalle professioni creative o intellettuali. A differenza dei «cinque stelle», però, quasi tutti hanno già alle spalle una certa esperienza in partiti o movimenti.

Il caso simbolo può essere Massimo Zedda, vendoliano di 35 anni che alle primarie di Cagliari ha battuto un cardinale del Pd sardo come Antonello Cabras. Zedda dovrà vedersela con l’omonimo Fantola, 62enne «segnista» (nel senso di Mario) doc. A Cagliari è una sfida impossibile: la sinistra non ha mai governato e la destra dal ’92 vince al primo turno. Ma Zedda (classe 1976) non è una meteora: «Fa politica da quando aveva 10 anni», racconta chi lo conosce bene. E’ il figlio di Paolo, l’ultimo segretario cittadino (amendoliano) del Pci. E con il Pds Zedda ha guidato la Sinistra giovanile cagliaritana ai tempi dell’università mentre a 29 anni era il più giovane consigliere comunale.

Una storia simile ma più «glocal» è invece quella di Marta Testa, 33enne candidata di Sel a Iglesias dopo primarie vinte sull’Idv e un litigiosissimo Pd. Economista ambientalista con tanto di master «alla Bocconi», ha vissuto per oltre dieci anni tra Milano e il Cile. Racconta che per lei la politica è una «scoperta recente»: in Lombardia era un manager Ikea e nel 2008 è tornata in “patria” per lavorare alla regione (si occupa di formazione e finanziamenti europei).

Tornare a casa, in provincia, dopo essersi formati altrove per anni è un tratto in comune con un altro possibile sindaco: Salvatore Scalzo, il 27enne che a Catanzaro sfida un “boss” locale e deputato del Pdl come Michele Traversa. Laurea a Roma, master a Maastricht, dottorato a Torino, un contratto da funzionario all’eurocommissione di Bruxelles e adesso candidato sindaco in Calabria. Anche Scalzo è un esempio di pratica dal basso e di un nuovo tipo di «militanza».

Sono storie apparentemente minori. Nascoste dalle grandi scelte di Sel nelle città-chiave di queste elezioni, dove i candidati (Fassino, Pisapia, Morcone, Merola, De Luca) sono certamente molto diversi tra loro ma di sicuro sono tutti maschi esperti e ben sopra i 40.

Le primarie tanto invocate non sono state un pranzo di gala per Sel. In qualche caso sono state vinte, in altri perse (come a Bologna e a Napoli con Mancuso). Rischiano però di essere la prova del nove per Bersani. Se nelle due città simbolo (Napoli e Milano) il Pd dovesse arrivare al ballottaggio con due candidati non suoi come Pisapia e De Magistris gli effetti saranno dirompenti a prescindere dal risultato finale.

Berlusconi grazia gli abusivi napoletani

Eccolo, il presunto erede di De Gasperi. Raschia il fondo del barile contro professori, magistrati e avversari politici ma vuole salvare gli abusivi con un decreto «blocca-ruspe». Silvio Berlusconi annuncia la carta a sorpresa che presenterà oggi a Napoli per cercare la vittoria al primo turno del suo Gianni Lettieri: «Ho già pronto un provvedimento ad hoc con cui sospenderemo fino a fine anno gli abbattimenti delle case abusive in Campania».

Apriti cielo. La Lega scende sul piede di guerra e si tinge il viso di verde padano. Prima il ministro Calderoli poi il viceministro Castelli avvertono che il decreto non sarà mai votato dal Carroccio né in consiglio dei ministri né in parlamento. Il motivo: «La legge deve essere uguale per tutti», sentenzia incurante del ridicolo Calderoli.

Peccato che un decreto di quel genere il Carroccio l’abbia già votato passivamente nel 2010. Calderoli aveva solo ottenuto (bontà sua) che dalla moratoria fossero esclusi gli abusi in aree vincolate (Capri e Ischia su tutte). Nel 2011 Cosentino ci riprova e anche stavolta Bossi e company non fanno un fiato. Il decreto salva-case illegali infatti era di nuovo stato approvato dal governo e inserito nel mille-proroghe. Con maglie ancora più larghe dell’anno precedente, fino agli abusi recenti e incondonabili.

All’epoca nessuno aveva obiettato una virgola. Era una cambiale che il Pdl cosentiniano aveva già pagato ai poteri campani per l’elezione di Caldoro. Una «grazia» molto appetibile in tempo elettorale, visto che sotto il Vesuvio sarebbero almeno 70mila le famiglie che hanno costruito in zone proibite e fuori da qualsiasi autorizzazione.

Dopo il 14 dicembre però la gioiosa macchina da guerra berlusconiana comincia a battere in testa. Sul mille-proroghe – come si ricorderà – si inseriscono subito diversi contenziosi nella maggioranza. Il testo rimane misterioso per giorni finché dopo la navetta col Quirinale obtorto collo il comma blocca-ruspe viene cancellato perché una deroga governativa a sentenze penali definitive passate in giudicato era considerata da Napolitano indigeribile e illegittima. Da allora i comitati degli abusivi hanno protestato visibilmente, campeggiando giorno e notte anche a piazza Montecitorio.

La questione è centrale per Cosentino e il Pdl regionale. Il premier aveva già promesso una soluzione all’inizio di aprile in un incontro a palazzo Grazioli con parlamentari campani, sindaci e rappresentanti dei comitati. Per arrivare al dunque, il decreto è stato concordato in un vertice riservato tra Cosentino, il deputato Laboccetta e lo stesso Berlusconi nelle stanze del governo alla camera subito dopo le delicate votazioni sulla Libia.

Per il Cavaliere il tempo della presunta «modernizzazione liberale» sotto cieli azzurri e spensierati è definitivamente tramontato. Il futuro è sempre a più breve termine. Visto che voleva limitarne i poteri, Berlusconi assicura che non ha alcuna ambizione a salire al Quirinale nel 2013. Ma è una smentita che non tranquillizza nemmeno il suo stesso partito. La Russa sostiene che il Cavaliere può ambire a tutto, mentre un decano ex An come Altero Matteoli invita il premier a rimanere con i piedi per terra. «Dopo tanto tempo – dice minaccioso il ministro per le Infrastrutture – mi ritrovo d’accordo con Fini. Anch’io sono contrario che Berlusconi vada al Quirinale, è necessario che continui a guidare il governo per impedire di consegnarlo alle ammucchiate di sinistra e dintorni».

A prescindere dall’esito delle amministrative, la strada della legislatura è segnata. Il premier giura che «l’alleanza è solidissima e il rapporto con Bossi è un’amicizia fraterna» eppure la Lega continua a distinguersi.

Dopo le scuse a Napolitano e il voto obbligato sulla Libia, il Carroccio prepara la sua lunga e autonoma campagna elettorale. «Bossi lancerà a Pontida un’iniziativa epocale, che richiede, però, un passaggio preliminare in Cassazione», annuncia sibillino il ministro Calderoli. Il raduno leghista è stato spostato dal 12 giugno al 19. Da quello che trapela, si tratterebbe di una legge di iniziativa popolare (bastano 50mila firme) per spostare al Nord i ministeri. Una campagna che Bossi sta portando avanti da mesi a livello mediatico (e che infatti proprio ieri sera rilanciava) ma che in concreto finora ha portato al nulla assoluto.

Incassato il federalismo fiscale, il senatur porterà a Berlusconi un nuovo pegno pesante per i necessari salvacondotti sulla giustizia.

Di sicuro sarà una mossa che non piacerà all’ala sudista del Pdl, già in difficoltà per le promozioni dei «responabili» al governo e sempre più insofferente per l’egemonia nordista sulla coalizione.

Berlusconi alla carica del Colle

I «pm di sinistra sono una malattia della democrazia». A Crotone per sostenere la candidata sindaca Dorina Bianchi, senatrice ex Pd passata all’Udc, Silvio Berlusconi alza il volume delle polemiche al massimo. Certo, dice che quando parlava di giudici come un cancro era solo una «metafora». E però la Consulta è politicizzata, bisogna togliere poteri al presidente della Repubblica e darli al premier e via così.

Tra una ruffianata e l’altra («le colline di Crotone sono più belle di quelle toscane») il Cavaliere ritira fuori la grinta dell’ultrasettantenne e pone l’annosa questione dei comunisti che «si lavano poco»: «I leader della sinistra sono sempre pessimisti, anzi incazzati. Scusate, ma ogni tanto sfodero le lingue e vi faccio vedere che uso l’inglese. Quando loro vanno in bagno, e non è che ci vadano spesso, visto che si lavano poco, e si guardano allo specchio per farsi la barba, si spaventano da soli». Sic.

Meno male che Silvio c’è (l’inno del principale partito italiano) inonda la sala prima e dopo l’apparizione del presidente del consiglio. Che mescola insulti a vere e proprie leggende. Tipo: «Ora che non ci sono più Fini e Casini abbiamo una maggioranza coesa con cui faremo la riforma della giustizia, quella tributaria e dell’architettura dello Stato, cose che fino ad ora non sono state fatte per il veto dei nostri alleati».

A parte il fatto che la candidata sindaca che è venuto a sostenere in Calabria è proprio dell’Udc, il dato del Cavaliere è la solita bugia. Nel 2005 il centrodestra al gran completo con Fini, Bossi e Casini riscrisse oltre 50 articoli della Costituzione in una baita a Lorenzago. L’anno successivo quella riforma fu sonoramente bocciata al referendum con 16 milioni di no, pari al 61,3%.

Quanto alla riforma fiscale, dal 2000 al 2010 – anni largamente governati da Berlusconi, Bossi, Fini e Casini – la pressione fiscale italiana è passata dal 40,8% al 43,5%. Tra i paesi Ocse, l’Italia è terza dopo Danimarca e Svezia. Secondo calcoli della Confcommercio, inoltre, il fisco reale per i lavoratori dipendenti è superiore al 51% a causa dell’inefficienza del settore pubblico e dei tributi locali.

La strategia di quest’ultima settimana è chiara. Berlusconi lo dice tre volte al giorno: «Questo voto alle amministrative serve a rafforzare il governo». Con la Lega la divisione dei compiti è perfetta. Bossi chiuderà la campagna elettorale a Milano con Letizia Moratti, il premier a Napoli con Antonio Lettieri. Uno a Nord l’altro al Sud. Il voto di maggio è l’ultimo scoglio elettorale – insieme al referendum – che può far deragliare una legislatura politicamente finita un anno fa con la scissione del Pdl e l’uscita di Fini.

Il Cavaliere è costretto a scommettere tutto. Se vince, potrà alternare carota e bastone con giudici e Colle e concedere al Carroccio tutto ciò che vuole (come i ministeri in ogni regione) purché si «riformi» la magistratura.

Per ora è costretto a tenere tutti buoni. Ha espresso solidarietà massima «all’amico Scajola» e ha ribadito che dopo il voto nominerà un sottosegretario in più per ogni ministero con un apposito disegno di legge.

Libia, Berlusconi a Gheddafi: «Ripensaci»

Il premier a Parigi: «Spero che i nostri aerei non servano». Frattini: oggi salvacondotto per il rais. La Russa: «Siamo pronti. Non siamo affittacamere». Ma Bossi dice no e pensa alle elezioni: «Parlano a vanvera, serve cautela»

Iper-cauto, preoccupato, relegato ai margini della scena internazionale. La toccata e fuga di Silvio Berlusconi a Parigi lascia tutta la scena al Sarkozy guerrafondaio in cerca di rielezione all’Eliseo. Mai come oggi Silvio Berlusconi indossa i panni del guerriero riluttante. Ha chiesto alla Clinton che il centro delle operazioni sia spostato a Napoli ma dipende da come si evolveranno le cose in sede Nato.

Continua a leggere