Articolo 18, Napolitano gela la Fiom

La manifestazione di Roma non è nemmeno finita, anzi, il corteo sfila ancora per le strade della capitale che dal Quirinale arriva già un primo monito, autorevolissimo seppure indiretto, a quello che avverrà nei prossimi giorni.

«È necessario un atteggiamento aperto verso le modifiche», nel confronto sulla riforma del mercato del lavoro, pur «tenendo fermi i principi di rispetto dei diritti». «Insisto – avverte il presidente Giorgio Napolitano – sulla necessità di una visione aperta alle esigenze di rinnovamento».

Dal capo dello stato è quasi una doccia fredda sulla Fiom e le sue richieste. Soprattutto perché le parole di Napolitano cadono alla vigilia della ripresa del negoziato tra governo e parti sociali su lavoro e articolo 18.

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Dal Pdl assedio a Tremonti

Berlusconi riunisce i vertici di Pdl e Lega. Poi va da Napolitano e assicura che il suo governo è il migliore antidoto alle speculazioni. Galan chiede al Cavaliere di prendere direttamente il timone dell’Economia. Il ministro o cambia rotta o si gioca le deleghe economiche. Saccomanni a Bankitalia, avviate  le procedure per la successione di Draghi. 

Berlusconi non molla: «Non mi dimetterò mai, se vogliono mi dovranno sfiduciare in parlamento con il voto», ribadisce il premier ai tanti, anche nel Pdl, che scrutano con preoccupazione lo stato precario del suo governo. «Vado avanti perché abbiamo una maggioranza forte, perché e per chi dovrei fare un passo indietro?», continua a ripetere da giorni a chiunque lo incontri. Nonostante l’assedio giudiziario, la crisi economica e il crollo di credibilità internazionale del suo leader, il Pdl non ha intenzione di modificare i suoi piani.

In una giornata di tensione molto simile a quella del voto di sfiducia chiesto dai finiani nove mesi fa, tutti i ministri berlusconiani smentiscono che il premier si stia per dimettere o che il Colle abbia chiesto la sua testa. Però, quando in serata il Cavaliere sale al Quirinale e resta a colloquio con Napolitano per più di un’ora e mezza, il Palazzo intero resta con il fiato sospeso.

Ufficialmente, l’incontro è dedicato alle misure «per la crescita» che il governo varerà entro metà ottobre e all’avvio delle procedure per la successione di Saccomanni alla guida di Bankitalia al posto di Draghi. Napolitano ha chiesto al premier garanzie serie di fronte alla crisi gravissima che rischia di affondare l’Italia. Ma per Berlusconi la migliore garanzia contro quelle che chiama «speculazioni internazionali» è solo che il governo resti in carica.

Valutazioni divergenti, dunque, che fotografano uno stallo se non un muro contro muro. Su cui il Colle però può fare poco o nulla finché il governo mantiene la sua maggioranza. Napolitano, del resto, ha ribadito in tutti modi che questa è la via maestra prevista nella Costituzione dalla quale non vuole deviare. Più praticabile ma tutta da verificare, invece, la richiesta all’esecutivo di allargare il confronto sulle misure economiche a tutte le forze politiche.

Berlusconi mantiene la rotta. Nel pomeriggio fa il punto a Palazzo Grazioli con Alfano, Bossi, Calderoli e i governatori leghisti Cota e Zaia. Un vertice infinito che certifica i dubbi sul voto segreto per Milanese previsto per oggi. Anche la frase serale con cui Bossi annuncia il no della Lega all’arresto («Io voto per non far cadere il governo»), rischia di essere un’arma a doppio taglio in caso di «incidente». Perché i malumori nei confronti di Milanese sono trasversali ma diffusi soprattutto nel Pdl. Indebolire il braccio destro di Tremonti vuol dire indebolire Tremonti.

Andare avanti dunque. Ma per fare che cosa? Le ultime riunioni tecniche tra Confindustria, banche e super-ministro, per dirla con le cronache attente del Corsera, hanno prodotto un «nitido nulla». In serata il ministro diffonde una nota di aggiornamento al Def che smentisce le previsioni del Fondo monetario: nonostante il calo del Pil il pareggio di bilancio nel 2013 ci sarà come promesso (a Washington prevedono invece un deficit dell’1,1%) e ci sarà anche un forte «avanzo primario» che consenta di impostare la riduzione del debito al 121% del Pil.
Comunque vada su Milanese, Tremonti sembra destinato a finire spiaggiato come tutti i presunti «delfini» prima di lui. Galan ripete un’idea che è maggioritaria nel Pdl: «La responsabilità della politica economica deve passare direttamente a Palazzo Chigi, bisogna evitare il concentramento dei poteri in un solo dicastero».

Tremonti parafulmine? Berlusconi pensa che se il governo resiste fino a gennaio poi non c’è che il voto anticipato. E anche la Lega, come scriveva ieri il maroniano Stucchi sulla Padania, non appoggerà mai un governo tecnico che rischia di marginalizzarla. Tuttavia l’idea che si possa salvare il governo cambiando come se niente fosse il ministro più importante non è nuova. Il centrodestra in crisi ci è già passato nel 2005 con la parentesi di Siniscalco. Ma stavolta la situazione è più grave e non consente errori.

Tutte le cancellerie e le borse del mondo, da Shangai a San Paolo, scrutano le mosse italiane con un sospetto prossimo al pregiudizio. Che la situazione sia critica il premier lo ha sentito ieri direttamente dal suo amico Fedele Confalonieri, anche lui ricevuto tra un vertice politico e l’altro. Da maggio a oggi, Mediaset ha perso due terzi del suo valore.

dal manifesto del 22 settembre 2011

Napolitano: no a governi tecnici

Incubo «spread», Napolitano assicura il pareggio di bilancio nel 2013 ed esclude una crisi di governo. Per ora si va avanti così, anche perché la Bce non potrà fare sempre da stampella. A Cernobbio Trichet incontra Tremonti.

La pressione internazionale sull’euro e sui conti pubblici italiani è destinata ad aumentare lunedì alla riapertura dei mercati. Per questo Giorgio Napolitano – in videoconferenza con il forum di Cernobbio – torna a ripetere che in Italia «facciamo e faremo quel che dobbiamo». La manovra dunque va approvata al più presto e senza indugi, avverte il capo dello stato con il tono delle decisioni irrevocabili.

«Nessuno, nemmeno l’opposizione, mette in dubbio l’obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013», dice Napolitano. «Un impegno al quale deve corrispondere la riforma della governance europea e l’effettiva implementazione del fondo salva-stati. «Noi tutti europei – aggiunge il presidente – dobbiamo uscire insieme dalle criticità che ci stringono in questa fase varando presto, entro il semestre di presidenza polacco, il pacchetto legislativo sulla governance economica. Anzitutto dando forza agli strumenti apprestati per gli interventi anticrisi in seno all’Eurozona, senza ulteriori incertezze e riserve, tali da produrre instabilità e conseguenti problemi per la stessa Bce».

L’ombra del fallimento dell’euro si allarga a tutto il continente. Il nostro paese è la terza economia d’Europa, troppo grande per fallire, troppo grande per essere salvato. Il monito del capo dello stato fa il paio con la preoccupazione del capo della Bce Jean-Claude Trichet. Il responsabile uscente dell’Eurotower ieri ha parlato a Cernobbio in un workshop a porte chiuse. Dove ha ribadito che l’Italia deve assolutamente tenere sotto controllo i propri conti e mantenere l’impegno del pareggio di bilancio entro il 2013.

La Banca europea – che tra pochi mesi sarà guidata dall’italiano Mario Draghi – continua a comprare Bot e Btp ma l’effetto tampone non durerà a lungo, visto che già venerdì lo spread con i Bund tedeschi è schizzato sopra al 3,3%. Il ministro Frattini minimizza: «Escludo che la Bce smetta di comprare i titoli italiani». Ma Mario Monti, intervistato dal Tg3 in serata, dice quello che tutti sanno: è «impensabile» che quel tipo di sostegno duri fino al 2013. «Dobbiamo renderci conto – ha sottolineato il presidente della Bocconi – che nella Bce quella maggioranza che ha sostenuto l’intervento su titoli spagnoli e italiani sarà messa in difficoltà se i paesi in questione, prima di tutti l’Italia, non adempiranno agli impegni presi».

Una frase tanto più ovvia se si considera che un super-governatore italiano, come Draghi, dovrà per forza essere al di sopra di ogni sospetto nel sostenere il proprio paese. Ergo quei rubinetti presto si chiuderanno, anche perché una garanzia perenne così forte avrebbe il primo effetto di alimentare proprio quel gioco d’azzardo contro i debiti sovrani che si vuole scoraggiare.

A mercati chiusi, Tremonti e Trichet si incontrano nei corridoi di Villa d’Este per un breve colloquio, seguito da un faccia a faccia più lungo in terrazza tra il ministro dell’Economia e il direttore italiano del Fmi Arrigo Sadun. Tremonti interverrà oggi con un discorso molto atteso. Circolano voci di possibili contestazioni da parte della platea di Cernobbio. Ma è difficile che il gotha della finanza e dell’industria nazionale si abbandoni a polemiche pubbliche in un momento simile.

Nonostante tutte le speculazioni di Palazzo sulla crisi di governo e la voglia di governi «tecnici» che si respira tra banchieri e lobby industriali, la patata bollente era e resta nelle mani di questo esecutivo. Napolitano lo dice esplicitamente: «Finché c’è un governo che ha la fiducia del parlamento, comunque agisca, io non posso sovrappormi non solo di fatto, ma nemmeno con l’idea di un governo diverso». Non a caso il papabile numero uno, Mario Monti, si sfila: «Il governo deve farcela, non c’è tempo per altre soluzioni».

E’ un cane che si morde la coda. Perché questo governo caotico e in crisi di consenso non è la soluzione, è il problema. Tremonti ieri in visita al convegno delle Acli di Castelgandolfo ha rivendicato per la terza volta in tre giorni l’obiettivo della lotta all’evasione fiscale. Con toni impensabili fino a pochi giorni fa, ha assicurato che «è ora che anche i ricchi paghino», come ha potuto leggere su un cartello innalzato in platea. Uno slogan che gli è così piaciuto che se lo è fatto regalare e portato via. Chissà, forse è un cadeaux per la prossima cena di Arcore.

dal manifesto del 4 settembre 2011

 

A.A.A. svendesi servizio pubblico, il comune privatizza bus e asili

Ventisette milioni e 637.945 sì non sono bastati. Nonostante al referendum di giugno ci sia stato quasi un plebiscito, il governo non si rassegna e torna sul luogo del delitto, con l’intento di liberalizzare e/o di vendere per decreto tutti i servizi pubblici locali tranne l’acqua.

Il titolo degli articoli incriminati (il 4 e il 5) spiega che servirebbero ad adeguare il settore ai risultati referendari (qui il testo del decreto). Ma la realtà è ben diversa. Otto pagine minuziose e solenni, fitte di rimandi a leggi precedenti, non bastano a sciogliere quello che un fautore delle liberalizzazioni come Giulio Napolitano (professore in materia molto ascoltato nella Roma che conta, nonché figlio del capo dello stato) sul Sole 24 Ore di ieri continuava a chiamare il «rebus dei servizi pubblici locali».
Secondo Napolitano, dopo il referendum e le varie leggi incrostate nel tempo, «la ricomposizione del mosaico» è ormai «molto difficile se non impossibile». Eppure il governo, diligentemente, ci riprova.

Come si aggira il referendum

Sulla carta a parte acqua, luce, gas, ferrovie regionali e farmacie comunali, la concorrenza dovrebbe diventare la regola e ogni ente locale che non si adegua dovrà motivarlo dopo «un’indagine di mercato» (così impone il decreto) e deciderlo con una delibera pubblica.

Sembra un diktat, ma in sostanza somiglia più a una pericolosa e sofisticata norma manifesto che umilia la maggioranza degli italiani che ha votato al referendum. Tenendo presente la realtà e le competenze amministrative degli enti locali, infatti, le decine di prescrizioni sofisticate e minuziose inserite nel decreto, lasciano a comuni, province e regioni il compito di decidere se, come e con chi gestire i propri servizi. In compenso, se liberalizzare è difficile e non è nelle corde del governo Berlusconi, privatizzare e svendere i beni comuni è nel suo Dna.

La svendita forzata dei servizi

Non è un caso che il successivo articolo 5, ben più stringato, introduca un premio sostanzioso a comuni, province e regioni che entro la fine del 2012 vendono le «quote azionarie delle società esercenti servizi pubblici locali di rilevanza economica».

In questo caso tutti tranne l’acqua. Che significa in concreto? Tra i più lucrosi ci sono i trasporti locali su gomma o rotaia e i rifiuti. Ma in linea di principio tutto è possibile: si possono vendere anche società pubbliche che gestiscono parcheggi e la sosta a pagamento, illuminazione e pulizia stradale, servizi cimiteriali, biblioteche, pubbliche mense scolastiche, asili nido e assistenza sociale o domiciliare. L’unico discrimine chiaro che descrive un servizio pubblico di rilevanza economica infatti è il pagamento corrispettivo di un canone o di una tariffa.

In appena 18 righe dal titolo «norme per le società municipalizzate», il decreto estivo stanzia un tesoretto di 250 milioni di euro nel 2013 e 250 milioni nel 2014 che il ministro delle Infrastrutture (Altero Matteoli) elargirà motu proprio agli enti locali che privatizzano.

Mezzo miliardo non è poca cosa in tempo di tagli selvaggi ai comuni. Soprattutto perché si tratta di soldi freschi, cash, da prendere tra i 4 miliardi residui dei fondi Fas nazionali non ancora assegnati e immediatamente spendibili. Il decreto non specifica con che criterio il governo elargirà quei soldi. Si limita a dire che ogni comune riceverà dal governo la stessa quota ricavata dalle azioni che riuscirà a vendere sul mercato (se vendi azioni per 5 milioni, ne riceverai altrettanti). Insomma, se non riesci a liberalizzare i servizi, sbarazzatene.

E nessuno controlla

A differenza che per le possibili liberalizzazioni, qui non ci sono controlli, vincoli, prescrizioni di congruità o trasparenza.

Lo stato non controllerà né a chi vendi né a quanto. Lo stesso Giulio Napolitano – favorevole alla norma – denuncia «il pericolo di trasferire la rendita dal pubblico al privato e di vendere non alle migliori condizioni».

Non contento, il governo impone anche dove l’ente locale dovrà spendere tanta «manna» dal cielo: solo in infrastrutture locali. Il sindaco deve rifare le strade? Venda l’asilo, la mensa, la discarica o il parcheggio della stazione e poi bandisca il progetto. Un do ut des tra beni pubblici e cemento di smaccata malizia. Poco importa che almeno finora non c’è stata la corsa ad accaparrarsi servizi come autobus o cassonetti. Secondo l’Osservatorio dei servizi pubblici del Cnel, nel 2006 su 507 gestori di servizi pubblici scrutinati a campione erano solo 297 le società private coinvolte a vario titolo nella gestione dei rifiuti o dell’igiene urbana (la maggior parte in Sicilia). Meno ancora nel trasporto locale: appena 12 su 158.

dal manifesto del 18 agosto 2011

La manovra, il Titanic e il governo mutante

Un parlamento muto approva la manovra. Tremonti scopre l’austerity e si atteggia a primo ministro. Napolitano grida al miracolo e blocca il rimpasto. Con 161 sì e 135 no il senato approva in un lampo la finanziaria da 80 miliardi, più pesante di quella Amato nel ’92. In piazza, nelle Asl e alla posta ira incontenibile contro la «casta»

«Non siamo preoccupati per l’impatto della manovra sui cittadini», assicurava Silvio Berlusconi un mese fa, il 16 giugno (video). E invece facendo un giro per Asl, poste e banche – luoghi ameni dove si forma il senso comune di milioni di persone – l’argomento del giorno era uno solo: i super-ticket. Nonostante la commissione del senato abbia licenziato la manovra soltanto alle 3.30 di mercoledì notte, i dettagli della finanziaria «più lacrime e sangue» della storia (70 miliardi contro i 46 di quella di Amato del 1992, ma alla camera il presidente leghista della commissione Bilancio la quantifica addirittura in 80 miliardi) erano già sviscerati in infinite file e capannelli. In poche ore, la notizia che da lunedì si pagano 10 euro in più per esami del sangue, visite mediche, etc., era unanimemente considerata come la più odiosa delle tasse. Inossidabilmente collegata – chissà perché – a un coro di insulti irripetibili sugli stipendi dei deputati e le ultime prebende della casta di faraoni che si è impossessata di stato e parastato. Non c’è mai stata distanza più grande tra la «coesione nazionale» dimostrata dal Palazzo e la vita reale di decine di milioni di “sudditi” inferociti e accaldati.

E questo non sarà che l’inizio. Secondo la Cgil la manovra costerà almeno 1.800 euro a famiglia. Il dipartimento economico di Corso d’Italia stima che le tasse aumenteranno molto di più di quanto ipotizzato dal governo. Il taglio lineare delle detrazioni fiscali (figli, lavoro, ristrutturazioni, etc.) del nel 2013 porteranno 8 miliardi di gettito invece dei 4 preventivati da Tremonti. E ben 32 a regime invece di 20. Un salasso, altro che «non metteremo le mani nelle tasche degli italiani e non taglieremo gli stipendi pubblici» come detto da Berlusconi l’8 luglio a Repubblica.

Il senato approva con 161 sì, 135 no e 3 astenuti una manovra che Bankitalia stima farà perdere almeno 1 punto di Pil. Oggi la camera farà altrettanto senza nemmeno fare finta di discutere: non ci sarà nessun emendamento né ordini del giorno (record mondiale). Il parlamento è muto. La manovra passerà in diretta tv addirittura in anticipo proprio per fare presto (e per far tornare in tempo a cena i deputati).

Tremonti, cosa rara, si è difeso di persona in senato. Tanto ragionieristiche le sue norme, tanto più alta la sua retorica: «La crisi finanziaria si aggira per il mondo come un mutante, che oggi appunto prende la forma della Grecia. (…) oggi abbiamo in Europa un appuntamento con il nostro destino. La salvezza non ci viene dalla finanza, può venire solo dalla politica; ma la politica non deve più fare errori. (…) È così che ora siamo arrivati insieme al dilemma e al dramma dell’euro e dell’Europa: o si va avanti o si va a fondo. La soluzione o è politica o non è; o è comune europea o non è, senza illusioni di salvezza per nessuno. Come sul Titanic, non si salvano neppure i passeggeri di prima classe».

E poi il finale più da capo del governo che da semplice ministro: «Il Paese ci guarda: guarda il Governo, guarda la maggioranza e guarda l’opposizione, certamente diversi, ma oggi qui non troppo divisi. Per questo sono orgoglioso di essere qui oggi con tutti voi». Al termine degli applausi di circostanza Tremonti è solo, sempre più prigioniero delle sue manovre, un lugubre canto del cigno più che l’appello alla nazione di un Delfino.

Non a caso Berlusconi non ha più detto una parola. Nella sua ottica deformante, la finanziaria-monstre fin qui è tutta ascrivibile a Tremonti e al Quirinale, gli unici avversari veri che si trova di fronte a parte se stesso e il suo tramonto. Come interpreterà la fase successiva si capirà dal suo possibile intervento di oggi alla camera (il premier ha disertato i funerali del soldato Marchini e all’ultimo minuto ha anche annullato il viaggio a Belgrado).

Giorgio Napolitano invece è in visita di stato in Croazia. E quando gli riferiscono che la manovra è già alla camera si congratula: «E’ un miracolo. C’era un accordo serio ed è stato rispettato». Il capo dello stato è sicuro che della «coesione» dimostrata questa volta ci sarà bisogno anche in futuro, quando bisognerà «stimolare la ripresa soprattutto attraverso più competizione».

Ma non sono tutte rose e fiori, anzi. Qualche preoccupazione affiora anche sugli uffici del Colle, che di fronte a interpretazioni che considerano il nuovo appello all’unità nazionale come un via libera a un governo tecnico o del presidente, spingono di nuovo Napolitano davanti ai giornalisti per dire che «parlare di toto-ministri è da irresponsabili». Il presidente fa per andarsene e poi torna indietro: «Io – sottolinea – non ho ricevuto alcuna proposta dal presidente del consiglio e addirittura vedo tirato in ballo per un altro incarico di governo (alla Giustizia, ndr), il ministro degli Esteri che mi accompagna in questa missione. Ciò è veramente da irresponsabili – ripete – chiunque metta in giro queste voci».

dal manifesto del 15 luglio 2011

Crisi dell’euro e spread, il capitalismo divora i suoi figli

Accelerazione massima per la manovra. Napolitano in cabina di regia: da Pd e Udc poche modifiche in cambio del sì

I mercati fanno sul serio. «Se prima il coinvolgimento dell’Italia nella crisi finanziaria era una paura, adesso è praticamente una certezza, qua nessuno compra più nulla», dicono i trader gongolando sul massacro dei listini. Speculazione ma non solo.

L’Italia sconta una doppia debolezza, politica e strutturale. Il senato inizia l’esame della manovra triennale sotto una tempesta che non si vedeva da decenni. E con un governo che non brilla certo per compattezza e affidabilità. Ancora una volta, vince la «shock economy»: non c’è alternativa al decreto Tremonti.

La parola d’ordine è una sola: correre, correre, chiudere la manovra in settimana per «dare un segnale forte e inequivocabile ai mercati». Lo chiede il presidente del senato Renato Schifani. Lo vuole Giorgio Napolitano, che impone a tutti i partiti uno «straordinario impegno di coesione nazionale per far fronte alle difficili prove che si profilano per il paese». Si salva l’Italia o si muore?

Nel Pd non tutti seguono alla lettera il richiamo del Colle. «Napolitano fa il suo mestiere, noi il nostro», spiegano i democratici a Palazzo Madama. Per il Pd il sentiero è sempre più stretto: «Per noi la manovra è sbagliata perché non produce crescita, perciò dobbiamo tenerci a distanza anche se non dobbiamo dare alibi al governo». Tradotto: Pd e Udc (l’Idv si accoda volentieri) concorderanno 4 o 5 emendamenti importanti da sottoporre alla maggioranza. In cambio niente ostruzionismo e tempi certi, ultrarapidi, per il provvedimento. Il termine per gli emendamenti scade stasera alle 18. Oggi Enrico Letta, il responsabile economico Stefano Fassina e i capigruppo Finocchiaro e Franceschini illustreranno le proposte. Una linea che alle 15 sarà sottoposta al gruppo del senato.

Disponibilità e aperture che all’inizio però Pdl e Lega raccolgono solo in parte. Assente Tremonti e silente Berlusconi, con Milanese fuori dai giochi (era lui il raccordo tra via XX settembre e parlamento), manca una regia chiara tra camere e governo.

Oggi pomeriggio in senato il ministro dell’Economia incontrerà il relatore (l’ex forzista Gilberto Pichetto Fratin) e la maggioranza appena rientrerà dall’Ecofin di Bruxelles.

Sulla sua manovra pesano molte incognite, il servizio studi del senato rileva (inascoltato) che il famigerato pareggio di bilancio entro il 2014 si raggiunge solo se si contano i quasi 17 miliardi previsti dalla delega fiscale (2,2 nel 2013 e 14,7 nel 2014). Una delega che però nessuno in parlamento ufficialmente ha ancora visto.

Berlusconi è chiuso nel silenzio. Preferisce pensare al suo Milan, con cui oggi festeggerà l’inizio del ritiro. Tremonti non cede di un millimetro: secondo lui la manovra va approvata subito così com’è. Anticipare i tagli previsti nel 2013 e 2014 (come vorrebbe Confindustria) significherebbe «il suicidio»: «Così ammazziamo il paese», dice papale papale a Repubblica. E accadrà lo stesso, fa capire, se non gli si dà retta: «Dimissionatemi pure e vedrete cosa succede ai titoli di stato», è l’avviso recapitato innanzitutto al suo partito e al suo governo.

Il ministro non è sfiorato dal dubbio che sia vero esattamente il contrario. Cioè che sia proprio la concomitante debolezza sua e di Berlusconi, gemelli siamesi sul viale del tramonto, a piombare le ali al paese. Tremonti è consapevole che solo l’emergenza lo tiene a galla. Sulla manovra, del resto, pende il possibile voto di fiducia.

Su queste basi, il dialogo pare difficile. Tanto che in serata un nuovo comunicato del Quirinale interviene in tempo reale correggendo in diretta la discussione politica. Il presidente della Repubblica prende nota «con viva soddisfazione degli annunci venuti dall’opposizione» su «pochi qualificati emendamenti» e «una rapidissima approvazione» della «necessaria manovra finanziaria». «Ci si attende – conclude il Quirinale – che a ciò corrisponda l’immediata disponibilità di governo e maggioranza a condurre le consultazioni indispensabili e a ricercare le convergenze opportune». Detto fatto. Pochi istanti dopo Schifani convoca per oggi a pranzo i capigruppo in modo da accelerare al massimo l’iter della manovra. Anche dal Pdl capitolano: ci saranno solo «pochi e qualificati» emendamenti.

A questo punto, il sì al decreto è questione di ore. Ma potrebbe non bastare. Perché la debolezza politica italiana rispecchia quella di tutti gli stati europei e della stessa Unione, priva di leadership capaci, con governi disprezzati sia dai cittadini che dai mercati.

Zapatero, Merkel, Sarkozy, Berlusconi, perfino il neoeletto Cameron: sono tutti premier in caduta libera, prossimi alle elezioni o di corte vedute nazionali. Non è (solo) l’Italia che non ha fatto i «compiti». E’ l’Europa che sta morendo.

Un’agonia che va di pari passo con quella di Stati uniti e Giappone. Il capitalismo sta divorando i suoi figli.

dal manifesto del 12 luglio 2011

Pdl, la sbandata degli «onesti»

Il Quirinale chiede altre modifiche alla manovra: dopo la salva-Fininvest nel mirino ci sono anche le «quote latte» care a Bossi. Berlusconi abbandonato da tutti ritira il comma contestato, Tremonti fugge dai giornalisti, Alfano tace, Letta si scusa con Napolitano. La Lega ribolle e il Pdl rischia sulla P4.

Qualcuno più realista del re si trova sempre, Daniele Capezzone e il ministro Sacconi, per esempio, difendono nel generale imbarazzo di colleghi ministri e deputati il comma salva-Fininvest. Peccato che poche ore dopo il Cavaliere li pugnali alle spalle ritirando lui in persona la norma inserita da chissà chi in finanziaria, un comma «senza autore» che per tutto il giorno in Transatlantico ha angosciato peones e big di Pdl e Lega.

Dietro le quinte lo scontro col Quirinale è tale che ieri mattina Gianni Letta non ha potuto far altro che telefonare al Colle per scusarsi con Napolitano e assicurare alla presidenza della Repubblica che (nemmeno) lui di quella norma contestata ne sapeva nulla.

Contatti diplomatici e non che hanno costretto nel pomeriggio il «mero proprietario» della Fininvest a usare la carta intestata della presidenza del consiglio per annunciare la cancellazione del comma incriminato. Il comunicato di Berlusconi (disponibile sul sito del governo) dovrebbe andare nei libri di storia per quanto è esemplare del groviglio di interessi di cui è tessuto il crepuscolo del berlusconismo. In sostanza, il premier certifica che «nella cosiddetta manovra» c’era una norma «non solo giusta ma doverosa» che consentiva alla sua azienda di non pagare i danni a un concorrente (De Benedetti). Già che c’è, Berlusconi parla del processo e dà la linea ai giudici: «Conoscendo la vicenda sono certo che la Corte d’Appello di Milano non potrà che annullare una sentenza di primo grado assolutamente infondata e profondamente ingiusta. Il contrario costituirebbe un’assurda e incredibile negazione di principi giuridici fondamentali». Conclude con minaccia: «Spero non accada che i lavoratori di qualche impresa, in crisi perché colpita da una sentenza provvisoria esecutiva, si debbano ricordare di questa vergognosa montatura» (dell’opposizione, ndr). E’ l’apoteosi del conflitto di interessi con tanto di ventilata serrata-vendita di Mediaset (mediatica o reale è lo stesso) contro toghe rosse e comunisti.

Mortaretti che non spostano di una virgola «la scrupolosa attenzione» del Quirinale sul decreto che definirà i conti pubblici fino al 2014. A stretto giro infatti dal Colle filtra la richiesta di «nuovi chiarimenti», in particolare sul trasferimento dell’Ice alla Farnesina e l’ennesima sanatoria sulle «quote latte» della Lega.

Se questo è il clima al vertice, nel governo e nella maggioranza è il caos. Ieri Tremonti ha annullato all’ultimo minuto una conferenza stampa convocata in pompa magna per illustrare la manovra. Il malumore di super-Giulio è alle stelle. Nel lasso di tempo in cui il testo è passato per Palazzo Chigi prima di andare al Colle – concordano diverse fonti parlamentari – qualcuno voleva «infilare» nella manovra altri provvedimenti indigeribili. Non è un caso che il segretario del Pdl di fresca nomina, Angelino Alfano (l’indiziato numero uno), pubblicamente non abbia detto una sola parola nonostante sia ancora il ministro della Giustizia in carica.

Anche la Lega è in subbuglio. L’asse del Nord basato su Bossi-Berlusconi scricchiola sempre di più. Tagli, missioni militari, ministeri al Nord, rifiuti, giustizia e leggi ad personam. Quasi nessuna delle richieste della Lega è passata senza colpo ferire. Una voce per tutti: «Ma Silvio ci è o ci fa?» si chiede il milanese Matteo Salvini su Facebook.

La miccia di via Bellerio o è bagnata, o gioco forza si accorcerà sempre di più. Per paradosso, è soltanto l’eccesso di caos a tenere in piedi la legislatura.

Il governo in senato ha chiesto la fiducia sul decreto sviluppo e si appresta a fare lo stesso anche sulla manovra (in aula dal 19 luglio). Voti campali che non possono andar male a meno di incidenti. Ma tenere le redini è sempre più difficile.

Anche vicende che un tempo sarebbero state risolte d’imperio da palazzo Grazioli adesso rischiano di far saltare il banco. Sulla P4 e il «caso Papa» la maggioranza è in frantumi. Oggi la giunta per le autorizzazioni della camera inizierà a valutare la richiesta di arresto per il deputato napoletano complice di Bisignani. La Lega si dice pronta a lasciare le cricche berlusconiane al loro destino. Ma anche nel gruppo del Pdl l’ala ex An (La Russa e non solo) vorrebbe «libertà di coscienza» nel voto in aula. Una scelta che per il «partito degli onesti» di Alfano sarebbe una prima assoluta, visto che il centrodestra ha sempre salvato i deputati sotto inchiesta come fanno i marines sul campo di battaglia. Alfonso Papa parlerà in Giunta stamattina. Ma ha già detto che non si dimetterà e che è pronto a dire «la sua verità». A parte i pasdaran, non ha grossi sponsor nel partito.

La sua richiesta d’arresto si intreccia con quella avanzata mesi fa contro il senatore Pd Alberto Tedesco, su cui l’aula di Palazzo Madama deve ancora esprimersi.

Salvare entrambi, nessuno, o solo uno dei due è la scelta che divide tutti i partiti coinvolti.

dal manifesto del 6 luglio 2011

Berlusconi alla carica del Colle

I «pm di sinistra sono una malattia della democrazia». A Crotone per sostenere la candidata sindaca Dorina Bianchi, senatrice ex Pd passata all’Udc, Silvio Berlusconi alza il volume delle polemiche al massimo. Certo, dice che quando parlava di giudici come un cancro era solo una «metafora». E però la Consulta è politicizzata, bisogna togliere poteri al presidente della Repubblica e darli al premier e via così.

Tra una ruffianata e l’altra («le colline di Crotone sono più belle di quelle toscane») il Cavaliere ritira fuori la grinta dell’ultrasettantenne e pone l’annosa questione dei comunisti che «si lavano poco»: «I leader della sinistra sono sempre pessimisti, anzi incazzati. Scusate, ma ogni tanto sfodero le lingue e vi faccio vedere che uso l’inglese. Quando loro vanno in bagno, e non è che ci vadano spesso, visto che si lavano poco, e si guardano allo specchio per farsi la barba, si spaventano da soli». Sic.

Meno male che Silvio c’è (l’inno del principale partito italiano) inonda la sala prima e dopo l’apparizione del presidente del consiglio. Che mescola insulti a vere e proprie leggende. Tipo: «Ora che non ci sono più Fini e Casini abbiamo una maggioranza coesa con cui faremo la riforma della giustizia, quella tributaria e dell’architettura dello Stato, cose che fino ad ora non sono state fatte per il veto dei nostri alleati».

A parte il fatto che la candidata sindaca che è venuto a sostenere in Calabria è proprio dell’Udc, il dato del Cavaliere è la solita bugia. Nel 2005 il centrodestra al gran completo con Fini, Bossi e Casini riscrisse oltre 50 articoli della Costituzione in una baita a Lorenzago. L’anno successivo quella riforma fu sonoramente bocciata al referendum con 16 milioni di no, pari al 61,3%.

Quanto alla riforma fiscale, dal 2000 al 2010 – anni largamente governati da Berlusconi, Bossi, Fini e Casini – la pressione fiscale italiana è passata dal 40,8% al 43,5%. Tra i paesi Ocse, l’Italia è terza dopo Danimarca e Svezia. Secondo calcoli della Confcommercio, inoltre, il fisco reale per i lavoratori dipendenti è superiore al 51% a causa dell’inefficienza del settore pubblico e dei tributi locali.

La strategia di quest’ultima settimana è chiara. Berlusconi lo dice tre volte al giorno: «Questo voto alle amministrative serve a rafforzare il governo». Con la Lega la divisione dei compiti è perfetta. Bossi chiuderà la campagna elettorale a Milano con Letizia Moratti, il premier a Napoli con Antonio Lettieri. Uno a Nord l’altro al Sud. Il voto di maggio è l’ultimo scoglio elettorale – insieme al referendum – che può far deragliare una legislatura politicamente finita un anno fa con la scissione del Pdl e l’uscita di Fini.

Il Cavaliere è costretto a scommettere tutto. Se vince, potrà alternare carota e bastone con giudici e Colle e concedere al Carroccio tutto ciò che vuole (come i ministeri in ogni regione) purché si «riformi» la magistratura.

Per ora è costretto a tenere tutti buoni. Ha espresso solidarietà massima «all’amico Scajola» e ha ribadito che dopo il voto nominerà un sottosegretario in più per ogni ministero con un apposito disegno di legge.

Lettera aperta sulla scuola pubblica

Al Presidente della Repubblica, al Parlamento e al Governo

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Il Napalm del voto nella giungla Montecitorio

Il Vietnam parlamentare del Pd è fatto di salmi costituzionali intonati a turno da ogni singolo deputato. Livia Turco legge l’articolo 32 della Costituzione sulla salute, Francesco Boccia il 34 sulla scuola, D’Antoni il 10 sull’asilo politico. A Richi Levi tocca il tricolore, a Gentiloni l’amnistia, a Sesa Amici il settimo sulla chiesa cattolica. Qualche onorevole aggiunge un commento, la maggior parte no. Lapo Pistelli legge l’articolo 11 che ripudia la guerra senza alcuna chiosa. Si va avanti già da quasi due ore quando D’Alema legge, con voluta suspense e un po’ di autoironia vista la sua mancata scalata al Colle, l’articolo 87 sui poteri del presidente della Repubblica.

I baffi argentei vibrano quando parte la zampata finale. «Meno male che il presidente c’è – dice l’ex premier – perché è l’unico punto di riferimento dei cittadini. Ha il potere di sciogliere le camere – prosegue poi leggendo l’articolo della Costituzione successivo – ma questo, più che una lettura del comma è un mio auspicio personale».

Il napalm dello scioglimento anticipato e del ritorno alle urne ridà un po’ di sostanza a una seduta della camera che soprattutto il Pdl ha drammatizzato oltre ogni dire per evitare defezioni dell’ultimora. Dopo i timori espressi da Cicchitto anche Gianni Letta di buon mattino dà l’avviso ai naviganti: «Si preannuncia una settimana incandescente, e quella di oggi sarà una giornata difficile». L’apertura delle ostilità (se così si può dire) inizia con una maggioranza che alle tre di pomeriggio respinge per 11 voti la proposta del Pd di far tornare in commissione il cosiddetto «processo breve».

Banchi strapieni. Compresi quelli del governo. Ministri e sottosegretari sono al gran completo, mancano solo Bossi e Frattini, Maroni si assenta quasi subito. Il tempo passa con l’aiuto di giornali e iPad. Denis Verdini riceve deputati dal suo scranno come un ufficio postale il giorno di pensione. In un vertice con i «responsabili» garantirà e otterrà nomi chiari per le poltrone da viceministro e sottosegretario da elargire dopo il via libera alla legge Alfano. Il papabile Pionati ufficializza: «In aula voteremo compatti». Poco più in là Scajola e La Russa confabulano animatamente per quasi un’ora. Tanto agitato il ministro quanto parco di gesti l’ex ministro. Nel partitone berlusconiano non corre buon sangue. Tra un voto e l’altro il siciliano Miccichè chiede ai quattro venti la testa da coordinatore di La Russa.

Alfano in aula segue i lavori. Minimizza la portata della prescrizione breve. «Gli effetti sui processi saranno tenui e riguardano solo gli incensurati». Più volte richiesto di quantificare quali e quanti saranno aboliti, in serata certifica: «Con le nuove norme cadrebbero solo lo 0,2% dei processi». Cioè circa 400 sugli oltre 170mila prescritti annualmente. «Ma se cambia così poco allora perché la volete approvare così tanto?», lo sfotte dai banchi Pier Casini.

La radicale Rita Bernardini parla dell’emergenza carceri cercando di interloquire in diretta con Alfano sull’istituto penitenziario di Messina. Prova a raccontare di un detenuto paralitico costretto a «trascinarsi per terra nella latrina lurida per arrivare al water». Il Guardasigilli non replica. Ma assicura che procedimenti come quello per la strage di Viareggio non saranno sfiorati dallo scudo salva-Berlusconi. «In quel caso la prescrizione scadrà nel 2032». Per il Pd il ministro sembra confondere volutamente la prescrizione con la durata del processo, che in ogni caso secondo la sua legge deve durare un tot di anni e basta.

Il voto e l’ostruzionismo vanno avanti anche nella notte. Qualche scivolata è possibile. Anche oggi il consiglio dei ministri è stato convocato durante la pausa pranzo della camera.Se non ci saranno sorprese il voto finale è previsto entro stasera.

dal manifesto del 13 aprile 2011