Tremonti svela il bluff: più tasse per 15 miliardi

Tremonti svela il bluff della delega fiscale: subito i 15 miliardi di tagli alle detrazioni Irpef previsti nella “clausola di salvaguardia” della bozza fantasma. La manovra intanto massacra scuola, sanità e regioni. Professori e ricercatori perderanno 8mila euro. Niente fondi per il Sud e super-bolli in banca. Tra le modifiche dell’ultimo minuto un regalo «bipartisan» ai concessionari autostradali

Un Romano Prodi redivivo detta la linea: «Governo, opposizione e Bankitalia insieme per l’emergenza». Peccato che i tempi sono cambiati e non esistono più nessuno dei tre. Nel Palazzo, la reazione al «terrorismo finanziario» è identica a quello di piombo di trent’anni fa: con l’emergenza si sta tutti insieme. A prescindere dai contenuti. Che in questo caso sono più tasse per chi già le paga e meno servizi per tutti.

Messo alle strette, il governo ammette il bluff sulla presunta riforma fiscale e annuncia che anticiperà nella manovra la «clausola di salvaguardia» da 14,7 miliardi contenuta nella delega fantasma scritta da Tremonti. In concreto, già dal prossimo anno ci sarà un taglio del 15% di tutte le detrazioni esistenti (sanità, asilo, colf, assicurazioni, ristrutturazioni). Invece dei tagli lineari ai ministeri stavolta si tagliano gli sgravi ma la sostanza non cambia. Si spara nel mucchio per prendere soldi dov’è più facile, cioè sul lavoro dipendente.

Nelle ultime ore di trattativa nella maggioranza, Pdl e Lega concordano solo 5 modifiche alla manovra. Oltre alle tasse, riguardano un taglio minore alla rivalutazione delle pensioni basse, un aumento più scaglionato del maxi-bollo sui titoli e qualche modifica al patto di stabilità. Ultimo ma non ultimo, un bel regalo bipartisan alle concessionarie autostradali. Nel decreto era previsto un codicillo che avrebbe gravato per oltre 1 miliardo sulla spalle di Benetton e soci (quasi tutte aziende del Nord o parastatali). Nei giorni scorsi il viceministro Castelli è stato pubblicamente scudisciato dall’Aiscat: ai padroni delle corsie è bastato minacciare il blocco degli investimenti nella BreBeMi e la Pedemontana che il Carroccio ha subito innestato la retromarcia ammorbidendo la norma.

E’ «un massacro sociale annunciato», commenta Nichi Vendola di Sel. Perché i dati di sistema ormai sono noti pure ai sassi: occupazione femminile al 46% (in Ue è al 60%) e disoccupazione giovanile al 29%. Precariato, bassi salari e bassa produttività sono piaghe endemiche tanto a Nord quanto a Sud. Eppure la manovra segue le orme di sempre: più tasse, meno servizi. E a pagare sono sempre gli stessi. Basta scorrere il decreto per toccare con mano la macelleria sociale che ci aspetta.

Altro che meno tasse: fisco +1%

La pressione fiscale aumenterà come minimo dell’1% (fonte Confindustria). In un paese che è già (ultimi dati Ocse del 2009) al terzo posto per il fisco (43,5%) dopo Danimarca e Svezia. Da allora la situazione è sicuramente peggiorata. La delega fiscale fantasma scritta da Tremonti quasi sicuramente decadrà. Peccato perché lì e solo lì c’era l’armonizzazione delle rendite finanziarie al 20%, una norma di equità che il Pd proverà a inserire nella trattativa.

Il grosso delle maggiori entrate verrà dai giochi (7 mld) e dal superbollo sul deposito titoli (quintuplicherà fino a 150 euro l’anno e 380 per i depositi sopra i 50mila euro). Rincari che però il governo vuole rimodulare. Solo 490 milioni invece verranno dal mini aumento dell’Irap su istituti di credito e assicurazioni. In proporzione la manovra la pagano infinitamente di più correntisti e bancari che banchieri e speculatori.

Piano per il Sud? Sotto il Po il nulla

I fondi Fas saranno ulteriormente tagliati dal 2013. In più viene decurtato di 3,6 mld il «fondo per l’economia reale» di Palazzo Chigi dedicato in gran parte al Mezzogiorno. Sulle infrastrutture inoltre si fa un gioco delle tre carte che avvantaggia solo il Nord. Tremonti cancella il «fondo per le opere strategiche» e ne crea uno nuovo («fondo infrastrutture stradali e ferroviarie»). Perché? Perché così cade il vincolo dell’85% degli investimenti al Sud. Non a caso in quel fondo le uniche opere finanziate (peraltro solo con 250 milioni, fonte Cipe- Cgil) sono il traforo del Brennero, il valico Genova-Milano e la Treviglio-Brescia.

A scuola stipendi magrissimi

«Un intervento così odioso verso settori noti per le basse retribuzioni non si era mai visto», commentano in Flc-Cgil. La manovra congela gli organici delle scuole fino al 2014 e contiene norme anti-Tar contro i ricorsi dei precari. In più, oltre al blocco delle assunzioni blocca anche gli stipendi. Così un professore di liceo avrà perso in 5 anni (2010-2014) quasi 8mila euro, un preside circa 16mila, un ricercatore 7.500, il personale tecnico e amministrativo 6.400. Ma è un calcolo per difetto: perché i rinnovi contrattuali rivalutano anche altre voci dello stipendio che restano ferme, così come gli scatti di anzianità. Un blocco che in futuro dimagrirà anche le pensioni.

Per far vedere che ci tiene, Tremonti assicura che il fondo di finanziamento (Ffo) delle università non si tocca. Certo, glissa sul fatto che dal 2012 è già stato decurtato di 300 milioni con le precedenti manovre.

Casse vuote negli enti locali

Solo oggi, a cose fatte, Tremonti incontrerà gli enti locali. In 5 anni (2010-2014) i tagli complessivi a regioni, comuni e province ammonteranno a 33 miliardi. Anche qui molta propaganda: il premio agli enti «virtuosi» sul patto di stabilità è poco più che una mancia (circa 200 milioni).

Sanità, ecco il super-ticket

In 5 anni (2010-2014) il settore ha subito tagli per 17 miliardi in personale e ed erogazioni. Dal 2012 è previsto un super-ticket fino a 10 euro sulle medicine (una norma che vale oltre 800 milioni) e sono quasi inevitabili inediti ticket sui ricoveri ospedalieri da inserire nella finanziaria autunnale.

dal manifesto del 13 luglio 2011

Vendola sbarca a Piazzaffari

«La Lombardia è la regione più mafiosa d’Italia». Nichi Vendola affonda senza mezzi termini la “narrazione” leghista di un Nord laborioso e irenico immune da infiltrazioni criminali. E lo fa nello scintillante palazzo della Borsa di Milano, uno dei simboli dell’antica «capitale morale», come incipit della sua «fabbrica dell’Economia».

Una provocazione – e una constatazione giudiziaria – a cui il presidente lombardo Roberto Formigoni replica ad alzo zero, che dipinge il collega pugliese come «un miserabile sotto l’effetto di qualche sostanza». Un tossico in cerca di «visibilità nazionale». E se Vendola azzarda che «per fortuna non abbiamo visto nei tg i volti di Formigoni o Moratti accanto ai servizi sugli uomini di ‘ndrangheta che controllavano le Asl lombarde e facevano le loro riunioni negli ospedali», il governatore del Pdl replica augurandosi quasi la galera per il leader di Sel a proposito dell’inchiesta sulla sanità che ha coinvolto il suo ex assessore del Pd Alberto Tedesco.

Vendola non ci sta. «Reazioni così isteriche dimostrano che ho colto nel segno, Formigoni non mi dia lezioni di morale perché in Puglia io ho anticipato la magistratura e cambiato la giunta, lui ha dato solidarietà al suo assessore Prosperini finché questo non ha patteggiato e ammesso la colpa». Con un’altra stilettata al centrodestra Cl-Lega: «Se le pacchianate provinciali nel comitato dell’Expo le avessimo viste in Puglia o in Sicilia sono sicuro che sui giornali avremmo letto un’altra narrazione».

Non è l’ennesima puntata della lotta secolare tra nordisti e sudisti. «Non c’è nuova economia che non passi per la lotta alla mafia», rivendica Vendola dal palco. «Siamo venuti alla Borsa di Milano non per un atteggiamento mistico o con sudditanza psicologica. Entriamo nella pancia del capitalismo per cercare le tracce di una nuova cultura politica, quella che chiamiamo la ‘buona politica’».

Segni. Orme. L’appuntamento milanese è il primo di una serie a tema in giro per l’Italia. Organizzati non dal suo partito, Sel, ma dalle sue «fabbriche». I filmati intervista realizzati da quella milanese e i tre seminari organizzati da Vincenzo Cramarossa della «fabbrica-nazionale» a Bari raccolgono per un giorno i tanti nodi della crisi italiana. La comunicazione è istantanea, tutti i lavori vanno in diretta su Internet, twitter e i social network.

Per una volta, il nome di Berlusconi è del tutto assente dal dibattito. E un Cavaliere inesistente è un indizio che forse siamo già «oltre» anche se non si vede ancora l’approdo.

Vendola non lancia proposte precise. L’unica, non nuovissima, è tassare le rendite a livello europeo. E a Tito Boeri che in un workshop ha insistito sul contratto a «garanzie crescenti» sponsorizzato da Ichino e una parte del Pd, il leader di Sel replica indirettamente solo che «la soluzione al precariato non può passare per contratti individuali». Le cose da fare, del resto, sono infinite. Tanto più per un leader politico che dice di voler raccogliere «il meglio della sinistra, il meglio della civiltà liberale e il meglio della cultura cristiana».

La politica «o parla dei segni dello Zodiaco – acqua, terra, aria e fuoco – oppure è il semplice chiacchiericcio di qualche palazzo». Gli interlocutori chiamati a discutere sono davvero eterogenei. Marina Salomon e Pierluigi Celli, Antonio Campo Dall’Orto di Mtv e la nostra Roberta Carlini di Sbilanciamoci, un venture capitalist del web come Gianluca Dettori e Ivan Lo Bello della Confindustria siciliana, impossibile citarli tutti.

Il posto d’onore spetta però a Carlin Petrini, ipotetico ministro in un ipotetico governo Vendola. A proposito di narrazioni, «quella sull’agricoltura è a zero», esordisce il fondatore di Slow Food. Tre ministri diversi in tre anni lo dimostrano. «Non c’è tema più politico del cibo», concorda Vendola. Cultura, identità, tutela del suolo, memoria, innovazione, convivialità, gioia, conoscenza delle stagioni e della terra, relazioni tra luoghi e tra persone, un incontro tra produttori e consumatori che diventa co-produzione.

Petrini lo dice ai giovani presenti in sala: «Credetemi, il cibo sarà la vostra Woodstock, ritroverete il piacere e la felicità di essere voi stessi». Petrini è un vulcano di idee e di iniziative: orti scolastici (Slow food solo l’anno scorso ne ha aperti 400), mercati dei contadini in ogni città, incentivi alla filiera corta e a chilometro zero, moratoria sulla cementificazione dei terreni agricoli. Vendola rincorre: turismo rurale, un piano straordinario per il ritorno giovanile in agricoltura. Sottovoce, rispolvera l’esperienza dei kibbutz israeliani: «Comunità in grado di trasformare il deserto».

Tra una disputa sui prezzi delle carote (9 cent, ndr) e l’elogio della dieta mediterranea «qui più che alla fabbrica di Nichi sembra di stare alla fattoria», sbotta il moderatore Luca Telese.

Lo zodiaco scorre, e dopo i problemi della “terra” c’è l’acqua con i suoi referendum: «Il Pd ci risparmi la lezioncina che l’acqua è pubblica ed è il tubo che è privato, l’acqua non è una merce». E poi il fuoco dell’energia (diffusa e rinnovabile) e l’aria della condizione giovanile, forse il vero filo conduttore di tutti gli interventi. L’economia nelle teste di molti, qui, è quella «della conoscenza e della creatività».

«Se i giovani se ne vanno dall’Italia ci stanno dicendo che questo paese è morto. Il punto critico dell’economia sono i giovani – insiste Vendola – dobbiamo rompere il sortilegio per cui il mondo non si può cambiare. Possiamo o no entrare in un mondo nuovo?». La risposta è tutta da scrivere.

dal manifesto del 26 marzo 2011

Casarini a Vendola: è questa la nuova narrazione?

di Luca Casarini

L’uscita con cui Nichi Vendola ipotizza forma e conduzione di quella che viene definita «alleanza democratica» contro Berlusconi mi trova in profondo disaccordo.

Voglio comunicarne le ragioni per tentare di aprire un dibattito politico vero non solo con Nichi, ma anche con coloro che guardano queste cose in maniera diversa: quelli che stanno dentro i partiti della sinistra, o li votano, ma percepiscono tutti i limiti che essi incarnano e quelli che ne stanno fuori, convinti che il cambiamento passi solo attraverso un rifiuto della rappresentanza. Questi due modi di vedere il problema, quello critico e quello antagonistico, li considero fondamentali entrambi per ogni processo costituente che provi ad affrontare seriamente il nodo dell’alternativa in questo paese.

Beninteso, con tutta l’umiltà e la profonda amicizia per Nichi, che chi scrive segue con attenzione perché nel desolante panorama della sinistra italiana, di certo non c’è stato nient’altro, oltre ai movimenti che si autorappresentano, di così interessante come il percorso descritto dalle sue «fabbriche» e dall’idea di «nuova narrazione» sottintesa anche dalla grande richiesta delle primarie.

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Dopo lo “spariglio”, Vendola ricarica le primarie

«Hai visto, abbiamo fatto saltare l’operazione Mario Monti», gongolano nel quartiere generale di Sinistra e libertà. Secondo Vendola e i suoi, lo «spariglio» nel centrosinistra è riuscito.

La «santa alleanza» Pd-Fini-Casini a guida moderata (dal presidente della Bocconi, appunto) per ora sembra scongiurata. In più, almeno secondo il presidente pugliese, il «siluro Bindi» ha rotto la complessa tela che Massimo D’Alema tesseva da mesi (e tesse ancora) con il «terzo polo». Un dalemone che secondo alcuni si è spinto fino a un «patto» con Fini su una riforma costituzionale semipresidenzialista sul modello francese.

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