Guerra al «Corriere della Sera», i banchieri litigano e tagliano

Debito a quota 900 Dall’ad Scott Jovane piano shock: redazione tagliata di un terzo (-110 giornalisti) e 270 esuberi tra i poligrafici

Via Solferino sembra diventata Fort Alamo. O quasi. Alla storica sede del Corriere della Sera (probabilmente in vendita ma forse no) oggi non si presenterà nessuno. Per due giorni niente giornale in edicola a causa dello sciopero della redazione e dei lavoratori contro il maxi piano di tagli presentati dall’ad di Rcs Pietro Scott Jovane.

I manager hanno annunciato 270 esuberi tra personale amministrativo e grafici della sede di via Rizzoli. Inoltre si discute di una riduzione di 110 giornalisti al Corriere della Sera (su 355), della riduzione del contratto integrativo e della chiusura di tutte le sedi all’estero.

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Per Monti dimissioni programmatiche

Il premier rimette il mandato al Quirinale e non rivela il suo futuro. In cottura un «manifesto» che spacchi il Pd e certifichi l’isolamento del Pdl. Ma senza di lui il centro c’entra poco.

Mario Monti ha rimesso l’incarico al presidente della Repubblica intorno alle 19.30 di ieri sera. Le sue dimissioni sono «irrevocabili». Dal punto di vista istituzionale il premier non è mai stato sfiduciato dal parlamento, anzi, ha incassato proprio ieri la sua ultima fiducia alla camera sulla legge di stabilità. Si concludono così nel paradosso i 13 mesi della «strana maggioranza» a sostegno del governo «del presidente» (Napolitano).

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Pareggio di bilancio, sì all’unanimità

Ultima parola al senato. Bruxelles avverte: «Approvatelo subito».

«Approvando questo provvedimento stiamo riscrivendo la costituzione economica del nostro paese». Per una volta Renato Brunetta non è lontano dal vero. Nonostante la liquefazione della maggioranza, la camera dei deputati ha approvato quasi all’unanimità (442 sì, 6 astenuti e soltanto 3 no) la legge di attuazione del principio costituzionale del pareggio di bilancio. Il via libera definitivo ora spetta al senato, che non ha calendarizzato il ddl perché contrario alla composizione a tre membri dell’authority di controllo dei conti pubblici prevista dal provvedimento su richiesta dell’Europa.

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MicroMega, post scriptum e micro manipolazioni

«Il nuovo numero di MicroMega: un ricco miscellaneo di politica che affronta le più calde questioni di attualità». Quando abbiamo scritto queste righe affettuose, il 22 novembre scorso, non pensavamo certo che le «calde questioni di attualità» affrontate dal magazine diretto da Paolo Flores D’Arcais saremmo stati noi.

Eppure da due giorni – mentre l’Ilva viene occupata, Berlusconi forse si ricandida e Monti macella quel che resta della sanità – , in testa al sito di MicroMega, campeggiano tre addii al manifesto: quello di Rossana Rossanda, quello di Joseph Halevi e quello di Marco d’Eramo. (leggi qui)

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il manifesto, il sogno quotidiano di una sinistra diversa

Per la cronaca, il manifesto è nato il 28 aprile 1971 ed è morto il 3 febbraio 2012, quando è iniziata la liquidazione coatta amministrativa. Chi ci sostiene e ci legge sa dei nostri sforzi titanici per tenerlo aperto, della sottoscrizione disperata dello scorso inverno, dei tagli che abbiamo fatto e faremo ancora alla nostra carne viva. A noi stessi. Tutte e tutti.

La soap dei comunisti che litigano è un classico. Ma non è questo il caso. In una redazione «corsara» gli addii clamorosi avvengono fin dalle origini. È la miopia di chi osserva soltanto gli ultimi fotogrammi di una storia a far dimenticare i tanti, i troppi, che non se la sono più sentita di continuare in queste condizioni politiche, editoriali e umane impossibili. Fare nomi è sgarbato. Ma per noi non sono nomi. Rossanda, D’Eramo, Halevi, Vauro, sono solo gli ultimi (ultimi non certo per importanza) ad aver lasciato il giornale. Molti altri se ne sono andati senza dirvelo, con un pudore e un lutto che non sempre si scioglie in torti o ragioni. Sono nostre compagne e compagni. Siamo da quarant’anni «dalla parte del torto». Siamo tutte e tutti del manifesto, ciascuno con una sua storia, piccola o grande che sia.

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Sì ai gay, alla cannabis e perfino alle tasse. L’America profonda vota «liberal»

Senza dubbio il voto politico generale è andato a destra (complici le preoccupazioni sull’economia e il debito pubblico) ma il senso comune americano invece ha decisamente svoltato a “sinistra” su molte questioni non secondarie, dai matrimoni gay alle droghe fino alle tasse locali. Perfino la «tolleranza zero» esce a pezzi dai 176 referendum votati in 38 stati insieme ai due candidati su cui si è concentrata l’attenzione del mondo.

Per la prima volta negli Stati uniti è un voto popolare ad approvare i matrimoni tra persone dello stesso sesso (fino al 2009 il referendum aveva ricevuto ben 30 bocciature di fila) ma in Maine, Maryland e probabilmente anche Washington (nella Seattle di Microsoft, Boeing e Starbucks) le comunità glbt hanno vinto. Stati che si aggiungono ai 6 (più la capitale) che hanno introdotto il matrimonio tra persone dello stesso sesso per legge o per sentenza delle corti.

Bene anche in Minnesota , dove non è passato (di misura) un quesito costituzionale che limitava le nozze agli eterosessuali. Grande sconfitta è la chiesa cattolica. Anche nel fundraising: le associazioni glbt hanno raccolto il triplo dei fondi delle associazioni omofobe.

Anche sulle droghe, altri 3 stati (Washington, Colorado e Maryland) hanno legalizzato, chi più chi meno, il consumo di marijuana (in Oregon invece il referendum è stato bocciato). In generale molti i quesiti sulla scuola: in Maryland, per esempio, è passato quello che concede l’istruzione pubblica agli immigrati illegali.

Anima liberal dell’America, la California ha infilato 11 referendum di portata storica dal punto di vista locale ma anche simbolico.

Lo scontro è stato durissimo, con almeno 370 milioni di dollari spesi in pubblicità dai fronti contrapposti. La culla della «Reaganomics» e dello stato come «problema» (peraltro in bancarotta dopo la cura Schwarzenegger) ha approvato un quesito che (bestemmia!) chiede di aumentare le tasse statali per finanziare la scuola.

La misura proposta dal governatore democratico Jerry Brown (democratico) è stata approvata col 54% dei voti. Aumenta la tassa locale sugli acquisti e l’aliquota su chi guadagna più di 250mila dollari (circa il 3% dei contribuenti). Si tratta di un gettito pari a 6-9 miliardi di dollari all’anno. Una vittoria storica per i democratici, vista anche la contemporanea stroncatura col 61% di no di una specie di rigorosissimo «fiscal compact» biennale e il no (col 56%) del divieto di finanziare la politica da parte dei sindacati.

Sempre in California è stata modificata perfino la famigerata legge dei «tre colpi» (al terzo reato ti prendi l’ergastolo), ammorbidendola per esempio se il terzo reato non è «serio o violento» (norma in vigore peraltro in 24 stati). Unici nei dal «Golden State» i no all’etichettatura obbligatoria dei cibi Ogm e all’abolizione della pena di morte.

dal manifesto dell’8 novembre 2012

Mezzo Pdl non vota il fiscal compact negoziato da Berlusconi

Monti teme il peggio e prepara la manovra d’agosto. Commissioni bilancio e ministri convocabili a Roma all’istante per un eventuale decreto estivo.

«Siamo davanti a un importantissimo passaggio nel percorso di costruzione europea, con nuove e sostanziali cessioni di sovranità, è un momento storico e insieme possiamo farcela», afferma il ministro per gli affari europei Enzo Moavero di fronte a un’aula della camera mezza vuota e soprattutto terrorizzata dal «generale agosto» e dalle voci di una nuova manovra del governo.

Montecitorio ha approvato definitivamente in un paio di giorni di non-dibattito i trattati di ratifica del «fiscal compact» e del «Mes», il fondo salva-stati (o salva-banche) dell’eurozona. Di fatto, la cessione di sovranità che Moavero tanto elogia, è al vaglio delle corti costituzionali della Francia e della Germania.

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Fiscal compact, il senato approva senza fiatare 45 miliardi di tagli per 20 anni

Nel silenzio generale, senza discussioni, il senato ha approvato in prima lettura il fiscal compact e il Mes: 215 i sì (Pd, Pdl e Udc), 24 astenuti (Idv) e 24 i no (Lega e l’Idv Lannutti). Unico dissidente democratico Vincenzo Vita.

I trattati passano alla camera per il via libera definitivo.

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Buon compleanno giovane manifesto

DIstrazione

Buon compleanno, giovane manifesto. La «liquidazione» non è un pranzo di gala, un ricamo o una festa letteraria… Il momento in cui si tira il bilancio finanziario della nostra storia è anche quello che disegna il suo futuro.

Il primo anniversario con l’incubo del fallimento non cancella la lunga «storia d’amore» del giornale e dei suoi lettori. Le copie in edicola sono aumentate del 15% e gli abbonamenti del 35%. Ma la nostra crisi resta: o è un nuovo inizio o sarà definitiva.

A ben vedere oggi non è il quarantunesimo compleanno del manifesto ma il primo.

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La tecno Dc in provetta di Casini e l’armata Brancaleone di Pisanu

Casini cerca la «tecnopolitica» dopo l’Udc e Pisanu va «oltre il Pdl» con firme imbarazzanti. Alfano teme il crac e si aggrappa all’arma segreta del Cavaliere.

Aiuto, rinasce la Dc. Il Pdl non è ancora nemmeno sepolto e sono già tre i nuovi «progetti politici» che desiderano spartirsi l’eredità del “partito unico dei moderati” dominato per vent’anni dal Cavaliere.

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