I “pirati” contro Grillo: “Le 5 stelle sono un moVimento proprietario”

Il portavoce dei «pirati» tedeschi critica il «non statuto» di Grillo: «È gerarchico, come il copyright». Le due liste hanno in comune soltanto la passione per il Web. Ma a Berlino il portavoce del movimento può essere chiunque e il «programma» è un software «democratico»: Liquid Feedback

È il «portavoce» di un partito in cui i portavoce sono migliaia. Tanti quanti sono i membri, gli iscritti, perché per i «pirati» funziona così: chiunque può rappresentare il gruppo, anche in tv. Basta che presenti le posizioni «ufficiali» del Piratenpartei, non le proprie. Ma Carlo von lynX (il suo nickname in rete), informatico e musicista, da qualche giorno ha una «qualifica» in più. I pirati tedeschi gli hanno assegnato il compito di occuparsi dell’Italia. Di tenere i rapporti, insomma, coi «cugini» del partito pirata italiano.

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Pareggio di bilancio: Maastricht entra nella Costituzione

Riforme: regola aurea=regola ferrea. Dal 2014 pareggio di bilancio obbligatorio per lo stato e gli enti locali. Deficit solo in caso di catastrofi o “grave recessione”. La finanziaria diventa una vera legge «speciale».

Il primo atto del governo di «impegno nazionale» sarà riformare la Costituzione introducendo l’obbligo del pareggio di bilancio per tutti i conti pubblici: da quelli dello stato a quelli di regioni, province e comuni.

Inizia oggi alla camera il lungo viaggio della cosiddetta «regola aurea». Il primo voto in aula è previsto per martedì prossimo, ma il neoministro Piero Giarda si è augurato ieri che entro la prossima settimana arrivi il secondo via libera (sui quattro necessari) anche dal senato.

La norma, scritta praticamente all’unanimità da tutti i partiti, riscrive quattro articoli della Costituzione (81, 100, 117 e 119) ed entrerà in vigore dal 2014 (leggi qui).

Legge di bilancio e rendiconto consuntivo generale (quello su cui è caduto Berlusconi) assumono il rango di leggi “speciali”, da approvare ogni anno entro il 30 giugno con maggioranza non più semplice ma «assoluta» dei membri delle camere.

Il cuore della riforma è l’introduzione dei criteri di Maastricht e del patto di stabilità nel nuovo articolo 81: «Lo stato, nel rispetto dei vincoli derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea, assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio». Tot entra di tasse, tot puoi spendere. Soltanto due le deroghe previste: eventi «eccezionali» (tipo catastrofi naturali) e una «grave recessione economica».

Anche in questo caso però il debito deve essere «accompagnato da un percorso di rientro» e soprattutto deve essere autorizzato «con deliberazioni conformi delle due camere» a «maggioranza assoluta». E’ una regola simile ma più restrittiva del tetto al debito che ha consumato la politica Usa quest’estate.

Peggio ancora, a cascata il principio del pareggio di bilancio viene esteso «a tutte le pubbliche amministrazioni» e a tutti gli enti locali. Alla faccia del federalismo, sarà il governo con la finanziaria annuale a imporre a tutti il deficit zero.

La riforma prevede «controlli preventivi e consuntivi». Un tema su cui Mario Monti è molto sensibile. Nel suo discorso alle camere il premier ha fortemente sostenuto il ddl aggiungendo una postilla che aleggia nel dibattito europeo: l’introduzione di una sorta di authority indipendente che vigili sui conti pubblici.

Questo il passaggio integrale dal discorso di Monti al senato: “È in discussione in Parlamento una proposta di legge costituzionale per introdurre un vincolo di bilancio in pareggio per le amministrazioni pubbliche, in coerenza con gli impegni presi nell’ambito dell’Eurogruppo. L’adozione di una regola di questo tipo può contribuire a mantenere nel tempo il pareggio di bilancio programmato per il 2013, evitando che i risultati conseguiti con intense azioni di risanamento vengano erosi negli anni successivi, come è accaduto in passato. Affinché il vincolo sia efficace, dovranno essere chiarite le responsabilità dei singoli livelli di Governo. A questo proposito ed anche in considerazione della complessità della regola, ad esempio l’aggiustamento per il ciclo, sarà opportuno studiare l’esperienza di alcuni Paesi europei che hanno affidato ad autorità indipendenti la valutazione del rispetto sostanziale della regola, dato che in questa materia la credibilità nei confronti di noi stessi e del mondo è un requisito essenziale”.

 

Se così sarà, non solo il parlamento potrà fare poco o nulla ma anche i ministri potrebbero essere commissariati per sempre rispetto a entrate e uscite. Non è escluso che il governo introduca in aula modifiche al testo parlamentare. Per ora, la norma affida alla Corte dei conti la vigilanza su tutti i bilanci, concedendole il potere di ricorrere alla Consulta in caso di sospette violazioni contabili.

Vincolare i bilanci alla disciplina ferrea delle compatibilità europee è un impegno che tutti i governi, incluso Berlusconi, hanno preso nel marzo scorso con il cosiddetto patto «Euro plus», che recepiva la riforma tedesca del 2009.

Da allora quell’impegno è rimasto in naftalina finché la Bce, nella famosa lettera del 5 agosto, ci ha chiesto di onorarlo. Il 10 novembre le commissioni hanno terminato i lavori (tra i 14 esperti consultati figura anche il neoministro Giarda, leggi qui). Se nel 2012 la legge sarà approvata definitivamente con una larga maggioranza anche qui, come in Spagna, non ci sarà nessun referendum confermativo dei cittadini.

Oltreoceano la «regola aurea» è un cavallo di battaglia dei repubblicani ed è una «priorità assoluta» per la maggioranza guidata da John Boehner. Ma i sogni anti-deficit della destra Usa si sono infranti il 15 novembre scorso, quando l’emendamento costituzionale sul pareggio di bilancio è stato bocciato dalla camera, mancando di 23 voti il quorum dei due terzi richiesto (leggi qui).

Finora dei grandi paesi europei la Francia ha iniziato l’iter e solo la Spagna l’ha ratificato (leggi qui). Senza benefici visibili, tra l’altro, per i propri «spread».

Una contraddizione di cui anche la relazione che accompagna il ddl è consapevole: «In prospettiva il limite all’indebitamento potrebbe risultare addirittura eccessivo» – scrivono Bruno (Pdl) e Giorgetti (Lega) a pag. 7 – ma «è chiaro che ci troviamo di fronte a un’emergenza»: «occorre dare un segnale politico forte ai mercati».

Di sicuro non saranno i giuristi a salvare l’economia dal suo fallimento.

Legiferare sull’onda dell’emergenza raramente produce buoni risultati, basti pensare ai vari «pacchetti sicurezza» tirati fuori dopo qualche odioso delitto. Ma cambiare la Costituzione sull’onda degli «spread» è perfino peggio.

Già il centrosinistra cambiò il titolo V a pochi giorni dal voto per dare un segnale sul federalismo. Da allora quella mezza riforma ha ingolfato la Consulta di ricorsi. Tra legislazione «esclusiva» e «concorrente» decidere su un mucchio di questioni (per esempio le scelte sul nucleare o le «internalizzazioni» dei precari) è un calvario. Non a caso, questo ddl costituzionale toglie l’«armonizzazione dei bilanci pubblici» dalle competenze concorrenti affidandola a quella «esclusiva» dello stato.

Ulteriore dimostrazione che è la politica, non il diritto, a governare le umane sventure.

dal manifesto del 23 novembre 2011

 

 

 

 

 

Aiuto, è tornato Berlushenko!

Berlusconi esce dal freezer e a reti unificate rilancia bandiere rosse, zingaropoli e incubo fiscale.

Piove, Pisapia ladro! Nell’attesa che i cosacchi dei centri sociali si abbeverino in piazza Duomo agitando bandiere rosse e inneggiando alle tasse, Silvio “Luigiovic” Berlushenko esce dal sarcofago post-elettorale e lancia il suo ultimo messaggio nella bottiglia ai patrioti milanesi.

Il format delle interviste generosamente concesse da Palazzo Chigi a Tg1, Tg2, Gr1, Tg4, Tg5 e Studioaperto è completamente identico. Domande preordinate e tre risposte univoche nonostante «gli impegni molto assorbenti» (ipse dixit):

  1. qualsiasi cosa accada ai ballottaggi, non c’è alternativa al governo Pdl-Lega;
  2. se a Milano (dio non voglia) governerà «l’avversario» della Moratti estremisti e «centri sociali» ingrasseranno grazie alle maggiori tasse amate dalla sinistra, mentre arabi e «zingari» avranno moschee e libertà di «baracca» senza limiti;
  3. a Napoli non si può che vincere perché ci sono «un pm d’assalto e giustizialista votato dalla sinistra più estrema» che non possono superare il ballottaggio.

Fine delle trasmissioni. Pisapia e De Magistris non vengono nemmeno nominati. Con un simbolo del Pdl più grande della sua faccia e un planisfero mondiale sulla scrivania, un premier ingessatissimo sorvola su ogni bon ton istituzionale. In fondo, dovrebbe essere il premier di tutti gli italiani.

A guardarlo, torna alla memoria Konstantin Ustinovic Cernenko, invisibile presidente dell’Urss prima di Gorbaciov. Non c’è perestrojka possibile nel mondo berlusconiano. Moratti assicurerà «meno tasse e più servizi» per anziani e bambini, le orde della sinistra sono meticci assetati di sangue e manette. E’ il solito equilibrio del terrore che va avanti dal ’94. Basterà la paura a smuovere le decine di migliaia di voti che mancano a Moratti per vincere?

Berlusconi non cambia linea e non parteciperà direttamente agli ultimi giorni di Moratti. Tanto a che serve: assicura che Fini è finito e anche Casini è ininfluente però prende voti solo se è alleato col centrodestra. Sbavature illogiche, contraddizioni che illuminano la realtà di un governo tanto forte nell’aula della camera da lasciarla deserta per mesi.

Certo, i puntelli non mancheranno: quelli sudisti sono travagliati ma paiono in cottura, per i finiani delusi tipo Urso e Ronchi manca solo un approdo formale che non li riduca a degli Scilipoti qualsiasi.

Il Pd è stufo dell’ordalia mediatica. «Non siamo in Bielorussia, i telegiornali non si mettano a disposizione di una telefonata del presidente del consiglio», commenta Bersani. Quattro commissari dell’Agcom (l’autorità delle comunicazioni) avvertono che «in diverse testate è stata messa sotto i piedi ogni minima regola di corretta informazione e violata in maniera macroscopica la par condicio».

Oggi i democratici manifesteranno davanti l’authority: «Saremo lì – dice Bersani – al grido ‘i romani difendono la libertà dei milanesi, dei napoletani, dei triestini e così via’». Emilio Fede, recidivo plurisanzionato, prima di mandare in onda il monologo del suo coimputato e datore di lavoro, precisa che giovedì il Tg4 ha fatto parlare il pd Stefano Boeri «per 4 minuti». Benedetto cronometro.

Bastonare l’avversario è una cosa, accarezzare il tuo elettorato un’altra. Sempre sulle reti Mediaset, Calderoli annuncia una «bella sorpresa» da parte di Bossi e Berlusconi. L’Idv si sbilancia sullo spostamento di un paio di ministeri a Milano e uno a Napoli. Un sarcasmo che potrebbe essere non lontano dalla verità. In Germania li hanno spostati per il crollo del Muro, qua traslocano per far arrivare l’anti-pm Lassini a palazzo Marino.

dal manifesto del 21 maggio 2011

Milano e referendum, il voto che il Pd non vuole vedere

In piazza, in parlamento e nel paese. Le «tre p» con cui Bersani ha deciso di caratterizzare l’opposizione del Pd nel migliore dei casi sono (finalmente) il segno di un traguardo da conquistare. Nel peggiore però si rivelano un puro auspicio retorico.

Perché le tante piazze di questi ultimi mesi (convocate da studenti, donne, ambientalisti, precari, operai e perfino da antiche «caste» come i costituzionalisti e professori universitari) il Pd le ha più subite che amalgamate. Incapaci per natura di qualsiasi sintesi interna, i democratici si sono guardati bene dal trasformare quei segnali di crisi in proposta politica e – domani – di governo.

Anche in parlamento l’opposizione c’è. Ma avendo puntato tutto sulla spallata del 14 dicembre (e su Fini) il lodevole ostruzionismo primaverile non è in grado di andare al di là di qualche vittoria tattica su una destra allo sbando. Le assenze strategiche tra i banchi del Pd si notano poco ma ci sono. E in alcuni casi sono decisive (sfiducia a Cosentino e «election day», per citarne solo due).

Dicono: eppur si muove, D’Alema auspica il ritorno alle urne. Bene. Bravo. Bis. Peccato che le urne nei prossimi mesi ci sono già. Due, in particolare, possono essere decisive per sconfiggere Berlusconi e la destra in campo aperto: il comune di Milano e i referendum di giugno. Ora non pare che tra le «tre p» di Bersani ci sia anche quella di Pisapia, il candidato scelto con le primarie che potrebbe arrivare al secondo turno contro la triade Moratti-Cl-Berlusconi. Un tornado nordista che sconvolgerebbe equilibri romani sempre più precari tra Pdl e Lega.

Il Pd latita non perché non sappia qual è la posta in gioco ma precisamente perché la conosce fin dall’inizio e ha paura di farne le spese. Se Pisapia arriva vincente o piazzato a Milano, sarà un po’ difficile insabbiare la candidatura di Vendola e le primarie per il futuro «papa» di palazzo Chigi.
E se vincere i referendum arginerebbe per sempre l’onda lunga della narrazione berlusconiana sul «capo carismatico» che vince contro tutti e a dispetto di tutto, il Pd considera ancora quei quesiti come una iattura e una tragica fatalità. Certo, dopo Fukushima il passato nuclearista è per il momento archiviato (la dalemiana Italianieuropei dedicherà il prossimo numero proprio a questo). Ma se i referendum non dovessero passare sarà semplice depositare i cocci su chi ci aveva sperato fin dall’inizio come Vendola e Di Pietro.

A dicembre gli spin doctor bersaniani descrivevano il segretario come un lottatore di sumo piantato al centro del ring. Inaggirabile da chiunque, forte del suo peso elettorale e aperto ad alleanze variabili al centro e a sinistra. Sarà difficile, ma quel lottatore prima o poi dovrà muovere un passo.

dal manifesto del 13 aprile 2011

Quanto più puoi

Farla non puoi, la vita,
come vorresti? Almeno questo tenta
quanto più puoi: non la svilire troppo
nell’assiduo contatto della gente,
nell’assiduo gestire e nelle ciance.

Non la svilire a furia di recarla
così sovente in giro, e con l’esporla
alla dissennatezza quotidiana
di commerci e rapporti,
sin che divenga una straniera uggiosa.


Costantino Kavafis