Missioni all’estero, il falso “pacifismo” della Lega

Nulla cambia (per ora) nella missione in Libia. Sulle altre invece si valuterà «di concerto con le istituzioni internazionali» una riduzione dei contingenti e dei relativi oneri finanziari. Al Consiglio supremo di difesa convocato il 6 luglio da Giorgio Napolitano ci sono tutti: Berlusconi, Letta, Maroni, Tremonti, La Russa e il capo di stato maggiore Abate.

L’appuntamento semestrale del massimo organismo di coordinamento politico delle forze armate stavolta non è di routine.

Primo perché i troppi soldati morti in Afghanistan e la rivolta che si avvicina a Tripoli richiedono valutazioni strategiche serrate.

Secondo perché la Lega, soprattutto, ha fatto di Libia e Kabul il nuovo obiettivo della sua propaganda post-Pontida.

Terzo perché i costi complessivi delle missioni militari in 28 paesi di 7.280 soldati superano i 2 miliardi di euro all’anno.

Il grosso del contingente (4.200 uomini) si trova in Afghanistan, seguono il Libano (1.780) ed i Balcani (650). Un investimento complessivo ormai incompatibile con le scarse finanze pubbliche. Per fare un raffronto, il sostegno alla cooperazione civile – secondo l’Ong Intersos – è pari ad appena 27 milioni di euro per progetti finanziati in diversi paesi: l’1% delle spese di guerra.

La riunione, durata oltre due ore, di fatto azzera il presunto entusiasmo pacifista del Carroccio. Il decreto di rifinanziamento (scaduto il 30 giugno) ancora non c’è. Le indiscrezioni dicono che potrebbe finire nel consiglio dei ministri convocato per oggi ma nell’ordine del giorno non c’è traccia. Nelle primissime bozze della manovra la spesa complessiva da giugno a dicembre era quantificata in 700 milioni, appena 54 in meno del semestre appena finito.

In attesa della gazzetta ufficiale però, scrutando il testo inviato al Quirinale, quella voce (al capo IV art. 1) è sparita. Il prudente «avanti piano» decretato al Colle evidentemente non è piaciuto al Carroccio.

Dopo ore di silenzio, Roberto Calderoli in serata ha scritto a Gianni Letta avvertendo che non si può discutere il decreto di rifinanziamento nemmeno «fuori sacco» e in via informale se non si è «certificato» prima il taglio dei contingenti. Una lettera incendiaria, che guasta il clima paludoso emerso dopo la riunione al Colle, dove si è deciso che i tagli alle truppe sul terreno si faranno ma vista la delicatezza e l’eterogeneità degli organismi coinvolti (Nato, Onu, Ue) la trattativa con gli alleati sarà lunga.

La «data certa per la fine delle operazioni militari in Libia» ottenuta battendo i pugni dalla Lega all’inizio di maggio alla camera è ormai un fantasma delle passate risse italiche, tanto violente quanto lunari. Oltre alle basi, finora l’Italia ha messo a disposizione della Nato 14 aerei (di cui 2 aerorifornitori) e 2 navi. Nel disinteresse generale solo nell’ultima settimana Tornado, Eurofighter e F-16 hanno effettuato ben 37 missioni su Tripoli e dintorni. E nonostante i ruggiti primaverili di Bossi, i nostri aerei sono decollati dalla Sicilia 477 volte (65 ad aprile, 198 a maggio, 177 a giugno, 37 a luglio), aumentando in numero ed armamento. Cosa e chi abbiano colpito, da allora, resta un segreto militare, visto che il parlamento non ha più discusso la questione.

Unified Protector infatti è finanziata con un decreto a parte: 150 milioni per tre mesi fino a giugno. In più, gli aiuti «coperti» della Farnesina a Bengasi sono stimati in altri 400 milioni.

Dal Consiglio supremo di difesa di ieri emerge però per la prima volta «l’opportunità di valutare insieme agli alleati» le azioni da intraprendere «nella situazione post-conflittuale che tende a delinearsi a conclusione della missione Onu».

Cioè qual è e quale sarà la politica italiana nel delicato vertice Nato del 13 luglio a Bruxelles con il Cnt di Bengasi.

Nel mirino del Carroccio ci sono soprattutto le missioni in Libia, a Kabul e Libano. In Afghanistan la ritirata (lenta e senza fanfare) è già iniziata: entro 12 mesi si ritireranno 33mila americani e tutti i 2.800 canadesi, più qualche centinaio di francesi e tedeschi. Anche la nostra Difesa, in sordina, ha iniziato il rimpatrio da Libano, Kosovo ed Herat. Secondo il ministro Franco Frattini, ieri alla festa del 4 luglio all’ambasciata Usa, «le decisioni sono state illustrate al presidente della Repubblica ma non sono ancora divulgabili dei dettagli». Solo il sottosegretario alla Difesa Crosetto si sbilancia un po’: «La riduzione supera i 140 milioni di euro».

Parlare di conti e bilanci, in Italia, è spesso l’unico modo per conoscere e discutere una politica militare tradizionalmente appannaggio di apparati poco trasparenti. Avere informazioni tempestive e attendibili in questo campo è difficile perfino per i membri delle commissioni parlamentari.

Sia come sia, proiettando lo stesso volume di impegno, entro fine anno Tremonti dovrà trovare almeno un altro miliardo di guerra. Mentre macella conti in banca, consumi, pensioni, enti locali, servizi pubblici e sanità.

dal manifesto del 7 luglio 2011

 

Libia, dalla Nato due no a Silvio e Bossi

Frattini e Berlusconi la Nato l’avevano invocata per giorni e adesso che è l’Alleanza a guidare le operazioni in Libia vogliono già sapere con esattezza quando finiranno.

La distanza tra i confusissimi «Brancaleone» italiani e il comando atlantico a Bruxelles è massima. Con tanto di replica in diretta all’intesa tutta vernacolare tra Pdl e Lega sulla missione contro Gheddafi.

L’Italia chiede ai partner un «termine certo» per la fine delle operazioni? «Durerà il tempo che sarà necessario», risponde serafico Rinaldo Veri, il responsabile delle attività marittime di Unified Protector che – ironia della sorte – è proprio un ammiraglio italiano di stanza a Bagnoli. Di più: appena dal vertice di Palazzo Chigi trapelano sulle agenzie i virgolettati di un Berlusconi molto critico per la morte del figlio di Gheddafi Saif al-Arab sotto i bombardamenti a Tripoli, la risposta di Vieri è ancora più piccata: «Noi non colpiamo individui. Tutti i nostri target sono militari». «Non confermiamo la sua morte», aggiunge senza smussare una virgola la portavoce della Nato Oana Lungescu.

Insomma, visto da lassù (e da Tripoli), l’impegno italiano non cambia né può cambiare nei termini chiesti e ottenuti dal Carroccio. I nostri Tornado continuano a bombardare sotto il comando alleato e le nostre navi pattugliano il Mediterraneo esattamente come prima. Tre ore di vertice tra ministri e dirigenti parlamentari di Lega, Pdl e «responsabili» hanno partorito un gigantesco topolino.

Oggi alle 13 la camera approverà le quattro mozioni sulla Libia. Una della maggioranza e ben tre delle opposizioni (Pd, Idv e terzo polo). Un caos totale.

Il governo sostanzialmente ha dovuto accettare le richieste propagandistiche della Lega sul «termine certo per la fine delle operazioni» con una clausola di salvagurdia tanto anodina quanto pregnante: purché «in accordo con le organizzazioni internazionali e i paesi alleati».

Pari e patta sulla spinosa questione del finanziamento della missione. La Russa ha ottenuto che fosse cancellato il riferimento ai «fondi ordinari» della Difesa ma in cambio il governo si è impegnato a «evitare ulteriori aumenti» delle tasse.

L’unico punto nuovo e non secondario inserito dopo il vertice è l’impegno a tagliare «gradualmente e in modo concordato» con Onu e alleati le altre missioni militari all’estero. Una voce di bilancio molto onerosa (più di 1,5 miliardi all’anno) che Tremonti da tempo non vede l’ora di «razionalizzare».

La partita dei Napoleone italici finisce qui. Un pari e patta che tutta l’opposizione definisce con termini che oscillano tra la «farsa», l’«idiozia» e la «pantomima».
Berlusconi è preoccupatissimo. Cita sondaggi secondo cui «il 72% degli italiani è contrario alla guerra in Libia». Come se non fosse stato lui il premier dell’altrettanto impopolare invasione dell’Iraq.

L’importante, per il premier, è tirare a campare. Tuttavia visto che il metodo leghista funziona, i «responsabili» in attesa di poltrone alzano subito l’asticella. «La missione deve finire entro luglio, non può andare avanti sine die», sentenzia il capogruppo Luciano Sardelli. Bombe carta inutili fuori dai confini italici ma che servono a tenere il campo fino al consiglio dei ministri di domani, in cui Berlusconi dovrebbe onorare il debito con la nuova infornata di sottosegretari. Quasi sicuri i 4 responsabili: Cesario, Pionati, Polidori e uno dell’ex Mpa tra Misiti, Belcastro e Milo. Ma non è affatto escluso che il Carroccio tanto litigioso si calmi con un paio di nuove poltroncine.

L’ambiente nella maggioranza infatti resta teso. Bossi rimane a Gallarate per la campagna elettorale e non va al di là di un contatto telefonico con Berlusconi. Una presa di distanza ipocrita e più che altro a uso propagandistico.

Per sfortuna dei nostri leader, il mondo reale esiste. E domani farà capolino nel vertice internazionale sulla Libia che Berlusconi ha voluto tanto fosse fatto a Roma dopo Parigi, Londra e Doha. Il premier incontrerà Hillary Clinton dopo la riunione alla Farnesina dei ministri degli Esteri di Italia, Francia, Usa e Gb. Ci saranno inoltre Mahmoud Schmamam, portavoce del Cnt di Bengasi, e alti dirigenti dei 22 paesi che hanno accolto la risoluzione Onu.

Due, soprattutto, i punti all’ordine del giorno. L’avvio di un negoziato politico che porti a un cessate il fuoco senza Gheddafi ma con esponenti dell’attuale regime. E la fornitura di armi (pardon, «strumenti di autodifesa») e di finanziamenti ai ribelli.

Il Cnt ha quantificato le sue prime necessità in 3 miliardi di dollari altrimenti la Cirenaica in rivolta entrerà in bancarotta prima ancora di nascere. Potrebbero essere un prestito da sanare con i beni esteri di Gheddafi congelati oppure pagamenti veri e propri in cambio di petrolio una volta che il commercio ripartirà. Frattini preferirebbe questa seconda ipotesi e come al solito azzarda ottimismo: «C’è molto più di un piano» per mettere fine alla crisi libica e convocare un’assemblea costituente. Sarà.

dal manifesto del 4 maggio 2011

Libia, ecco perché Napolitano sbaglia

di Danilo Zolo (editoriale del manifesto del 30 aprile 2011)

Ho recentemente sostenuto che la risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, relativa alla guerra civile in Libia, è priva di fondamento sul piano del diritto internazionale. La Carta stessa delle Nazioni Unite, all’articolo 2, esclude che qualsiasi Stato membro possa «intervenire in questioni di competenza interna di un altro Stato». Ed è ovvio che questa norma vieta a maggior ragione che possa essere usata la forza per intervenire all’interno di una guerra civile in corso. Ciò è tanto più evidente se si tratta di una guerra civile di ridotte proporzioni, come è il caso della Libia. In casi come questo la pace internazionale non è in pericolo e questo esclude la competenza del Consiglio di sicurezza ad attribuire a qualsiasi Stato membro il diritto di usare la forza.

Insisto su questo argomento per una ragione di notevole rilievo: l’intervento militare contro la Libia, voluto dagli Stati Uniti e condiviso da alcuni paesi europei, è stato improvvisamente passato alla competenza della Nato. Nulla può essere giuridicamente più discutibile visto che la Nato è un’organizzazione militare nordatlantica che non può usare la forza al servizio delle Nazioni Unite senza un’esplicita decisione del Consiglio di sicurezza. Non si dovrebbe dimenticare che la Carta delle Nazioni Unite, nel suo capitolo VII, attribuisce ai cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza – Stati Uniti, Inghilterra, Francia, Russia, Cina – il compito di dar vita a un Comitato di Stato Maggiore alle sue dipendenze e responsabile della direzione strategica di tutte le forze armate messe a sua disposizione. La Nato dunque non ha la minima competenza.

Tutto questo potrebbe sembrare ovvio, ma non lo è se si tiene presente che il Presidente della Repubblica italiana, capo delle Forze Armate, Giorgio Napolitano, si è schierato apertis verbis a favore dell’intervento militare della Nato contro la Libia di Gheddafi. Egli sostiene che è «inutile ripetere cose che tutti dovrebbero sapere: la Carta delle Nazioni Unite prevede un capitolo, il VII, il quale, nell’interesse della pace ritiene che siano da autorizzare anche azioni con le forze armate volte a reprimere le violazioni della pace».

In realtà, sarebbe utile ripetere al Presidente della Repubblica che: la risoluzione 1973 in quanto tale non attribuisce a nessuno Stato e a nessuna organizzazione militare il compito di “fare guerra” contro la Libia.
Il solo compito – comunque illegalmente attribuito – è di imporre il No-Fly Zone, ciò che non comporta minimamente il bombardamento di città, di paesi, di rifugi sotterranei etc., e l’uccisione di persone indifese.

Ma la vicenda non finisce qui. Ieri abbiamo appreso che il Presidente della Repubblica si è apertamente schierato a favore del governo italiano e in particolare del suo leader Berlusconi. Egli ne ha approvato la recente decisione di assecondare la volontà degli Stati Uniti: si tratta di convertire il No-Fly Zone in una vera e propria guerra di aggressione, molto probabilmente in vista di una occupazione non disinteressata della preziosa terra Libica. Giorgio Napolitano ha approvato la decisione presa dal governo italiano di iniziare bombardamenti aerei con i propri Tornado e i propri missili anti-radar. Ha spiegato che «l’ulteriore impegno dell’Italia in Libia» non è che «il naturale sviluppo» della scelta compiuta dall’Italia a metà marzo sulla base della risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza. Una scelta, aggiunge il Presidente, «confortata da un ampio consenso del Parlamento italiano».

Usando la formula «naturale sviluppo» Napolitano sembra non considerare non solo la Carta delle Nazioni Unite, ma anche la Costituzione italiana. Egli ignora e contraddice anzitutto la celebre formula dell’art. 11: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa della libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». E contraddice l’art. 52 che legittima l’uso della forza soltanto in «difesa della patria». Ignora che l’art. 78 stabilisce che nel caso dello scoppio di una guerra le Camere devono formalmente deliberare «lo stato di guerra» e attribuire al Governo i poteri necessari. E ignora, infine, che l’art. 87 prescrive che sia il Presidente della Repubblica a dichiarare formalmente lo stato di guerra deliberato dalla Camere. Si può dire che il Presidente della Repubblica sembra ignorare la tragedia della guerra e non preoccuparsi della vita di centinaia, forse migliaia, di persone innocenti.

Da tempo si sostiene che l’attuale presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, se ne infischia della Costituzione italiana e si propone di manipolarla a suo uso e consumo assecondando, anche in questo ambito, la sua ambizione di dandy della politica italiana e di prossimo presidente della Repubblica. C’è da augurarsi che Giorgio Napolitano non assecondi anche questo «naturale sviluppo».

dal manifesto del 30 aprile 2011

Wikileaks, Onu critica gli Usa per il “caso Manning”

E’ scontro diplomatico tra l’Onu e il Pentagono per la sorte del soldato Bradley Manning. Il ministero della Difesa Usa ha infatti vietato il colloquio in carcere che il rappresentante Onu contro la tortura Juan Mendez aveva richiesto con la presunta talpa del caso Wikileaks. Manning, 23 anni, è detenuto dal maggio scorso nel carcere militare di massima sicurezza nella base di Quantico, in Virginia. Secondo le accuse quando era di stanza in IRaq come analista dell’intelligence militare ha passato ai server di Julian Assange i materiali riservati alla base del cablegate.

Mendez, un avvocato argentino che negli anni ’70 ha subito torture durante gli anni della dittatura, lavora come consulente indipendente per il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni unite (UNHRC). Stava cercando di ottenere un colloquio individuale in prigione con lui fin dallo scorso dicembre. Dopo il rifiuto opposto dal Pentagono, le Nazioni unite accusano gli Stati uniti di prevaricare le prerogative dei propri organismi internazionali.

Secondo i suoi avvocati, le condizioni di detenzione di Manning sono disumane. Il ragazzo è tenuto in cella di isolamento da solo per 23 ore al giorno. Per motivi di sicurezza deve dormire completamente nudo e non può trattenere nessun oggetto dietro le sbarre (libri, etc.). I controlli in cella, anche notturni, sono frequenti e  a distanza di poche ore l’uno dall’altro, così da privare il detenuto anche di un monte ore di sonno sufficientemente lunghe.

In una nota ufficiale, Mendez si è detto “profondamente insoddisfatto delle prevaricazioni del Pentagono” e dalla scarsa collaborazione del Dipartimento di stato. Entrambi i ministeri gli avevano assicurato in precedenza che avrebbe potuto parlare con Manning solo in presenza di un ufficiale americano e non su basi private e confidenziali come è prassi nelle ispezioni internazionali contro la tortura o i trattamenti inumani e degradanti.

La mobilitazione internazionale per il soldato Manning, seppur lentamente, intanto cresce: più di 250 avvocati e professori di diritto americani – incluso un insegnante di diritto costituzionale di Obama che ha servito nella sua amministrazione – hanno firmato una lettera di protesta contro il trattamento disumano e degradante a cui è sottoposto il soldato da quasi un anno.

Il caso divide anche la Casa bianca. Il mese scorso il portavoce di Hillary Clinton al dipartimento di stato P.J. Crowley  si è dovuto dimettere per aver definito on-the record “stupido” il trattamento del caso da parte del Pentagono. Mentre Obama ha assicurato che la gestione del soldato è “appropriata e in linea con gli standard degli Stati uniti”.

Onu, in calo i rifugiati richiedenti asilo

GINEVRA – Continua a diminuire, anche nel 2010, il numero di richiedenti asilo nei paesi del mondo industrializzato. La cifra attuale infatti è pari a circa la metà del livello di inizio millennio.

È questo uno dei dati principali emersi dal rapporto statistico sulle domande d’asilo presentate nel 2010 in 44 paesi industrializzati*, pubblicato oggi dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, UNHCR (vedi il testo completo). È importante precisare che il rapporto prende in esame le nuove domande d’asilo presentate e non il numero di persone alle quali è stato riconosciuto lo status di rifugiato.

Lo scorso anno – si legge nel rapporto – nei paesi industrializzati sono state inoltrate complessivamente 358.800 domande d’asilo, il 5% in meno rispetto all’anno precedente e ben il 42% in meno del 2001. Negli ultimi dieci anni, il 2001 è stato l’anno in cui è stato presentato il maggior numero di domande: 620mila.

“Le dinamiche dell’asilo a livello globale sono in continuo mutamento” ha affermato l’Alto Commissario per i rifugiati António Guterres. “Il numero di domande d’asilo nel mondo industrializzato si attesta oggi su un livello molto più basso rispetto a un decennio fa. Le cifre annuali sono in crescita solo in un ridotto gruppo di paesi. È necessario studiare le cause alla base di questa tendenza per capire se il declino nel numero di domande sia la conseguenza di una riduzione dei fattori di spinta nelle aree di origine o invece di più rigidi controlli delle migrazioni nei paesi d’asilo”.

Numeri in discesa nella maggior parte dei continenti

Il numero di domande di asilo presentate lo scorso anno rappresenta il quarto più basso dell’ultimo decennio. Su base annuale sono state riscontrate diminuzioni in gran parte delle regioni del mondo, tra cui Europa, Nord America e Asia del nord. Nel vecchio continente, il declino più sensibile si è registrato nei paesi meridionali, nei quali il numero di domande presentate nel 2010 è stato complessivamente inferiore del 33% rispetto all’anno precedente. Ciò si spiega principalmente col fatto che un numero minore di persone ha chiesto protezione a Malta, in Italia e in Grecia. Tale diminuzione è tuttavia bilanciata da aumenti in altri paesi, come in Germania (+49%), Svezia (+32%), Danimarca (+30%), Turchia (+18%), Belgio (+16%) e Francia (+13%). Al contrario, sensibili diminuzioni sono state registrate in Norvegia (-42%) e Finlandia (-32%).

Nel 2008 in Italia si era verificato un significativo aumento delle domande di asilo, in linea con gli standard europei (30.300). Molti di coloro che presentavano domanda arrivavano prevalentemente via mare. Nel 2009, il numero delle domande di asilo è diminuito drasticamente, tale calo va attribuito anche alle politiche restrittive attuate nel Canale di Sicilia da Italia e Libia, fra le quali i respingimenti in alto mare. Dal 2008 al 2009 le domande di asilo si sono quasi dimezzate (17,600). Nel 2010, questo trend è continuato con 8,200 domande (sulla base dei dati attualmente disponibili), classificando l’Italia al 14° posto per destinazione tra i 44 paesi industrializzati.

A livello di continenti, solo in Australia il numero di domande d’asilo presentate lo scorso anno è stato superiore a quello del 2009. In Australia le domande inoltrate sono state 8.250, per un aumento del 33%. Tuttavia le cifre relative a questo continente sono ben al di sotto dei livelli riscontrati in altri paesi – sia del mondo industrializzato che non industrializzato – e si sono rivelate inferiori di oltre un terzo se paragonate con quelle del 2001.

Stati Uniti in cima alla classifica dei paesi destinatari di domande d’asilo

Se si prendono in considerazione i singoli paesi, gli Stati Uniti sono risultati ancora una volta – per il quinto anno consecutivo – il principale destinatario di domande d’asilo. Ogni sei domande d’asilo presentate nei paesi industrializzati considerati dal rapporto, una è stata depositata negli USA. Nel paese il numero di domande è aumentato di 6.500 rispetto all’anno precedente, anche per l’incremento di richieste d’asilo provenienti da cittadini di Cina e Messico.

Al secondo posto, tra paesi che hanno ricevuto più richieste d’asilo, si trova ancora la Francia. Soprattutto provenienti da cittadini di Serbia, Federazione Russa e Repubblica Democratica del Congo, le 47.800 domande pervenute nel 2010. Il terzo paese – con una crescita del 49% – è invece diventato la Germania, anche a seguito dell’aumento di domande presentate da cittadini di Serbia e Repubblica ex jugoslava di Macedonia. Si tratta di uno sviluppo ampiamente attribuibile al fatto che dal dicembre 2009 i cittadini di questi due paesi non hanno più bisogno di un visto per entrare nell’Unione Europea. Al quarto e quinto posto troviamo poi Svezia e Canada. Complessivamente, i primi cinque paesi hanno ricevuto più della metà (il 56%) del numero totale di domande d’asilo presentate in tutti i paesi presi in esame dal rapporto.

Proviene da cittadini serbi il maggior numero di domande

Passando ora ai paesi d’origine, il più alto numero di domande – 28.900, si legge nel rapporto – è stato presentato da cittadini della Serbia, tra i quali vanno inclusi anche quelli provenienti dal Kosovo. La cifra rappresenta un aumento del 54% rispetto al 2009, quando il paese si collocava alsesto posto nella classifica dei paesi d’origine di richiedenti asilo. È interessante notare che la cifra del 2010 risulta vicina a quella del 2001, quando si era appena usciti dalla crisi del Kosovo.

Al secondo posto – tra i paesi d’origine delle persone che hanno presentato domande d’asilo nel 2010 – si trova l’Afghanistan, con una diminuzione del 9% rispetto all’anno precedente. A differenza del 2009, quando la maggior parte degli afghani ha inoltrato la propria domanda in Norvegia e Regno Unito, l’anno scorso i paesi più richiesti sono stati Germania e Svezia. Terzi tra i richiedenti asilo del 2010 i cinesi, anche per la contemporanea sensibile diminuzione di domande presentate da cittadini di Iraq e Somalia. Per la prima volta dal 2005 infatti l’Iraq non è tra i primi due paesi d’origine di richiedenti asilo. Si trova ora invece al quarto posto, seguito dalla Federazione Russa. La Somalia – terza nel 2009 – si trova invece al sesto posto.

È necessario – secondo Guterres – ricondurre le cifre più recenti alle recenti emergenze in corso in Costa d’Avorio e in Libia. “In definitiva – aggiunge l’Alto Commissario – è ancora il mondo in via di sviluppo a  farsi carico della responsabilità maggiore nell’accoglienza dei rifugiati. Nonostante debbano far fronte a molte altre sfide, paesi come Liberia, Tunisia ed Egitto hanno tenuto aperte le proprie frontiere per le persone bisognose. Esorto tutti i paesi a sostenere il loro impegno”.


* I 44 paesi presi in esame dal rapporto sono – oltre ai 27 dell’Unione Europea – Albania, Australia, Bosnia-Erzegovina, Canada, Repubblica di Corea, Croazia, Giappone, Islanda, Liechtenstein, Repubblica ex jugoslava di Macedonia, Montenegro, Norvegia, Nuova Zelanda, Serbia, Stati Uniti, Svizzera e Turchia.

 

—- ooo —-

Where people seek asylum, and where they are from

LAST year 358,800 applications for asylum were lodged in 44 of the world’s richer countries, according to a report by the UN High Commissoner for Refugees published on March 28th.

This has fallen by around half since 2001. The largest number of claims came from Serbians, for whom restrictions on travel to the European Union without a visa were lifted in December 2009. This resulted in a rise in applications from 18,800 in 2009 to nearly 29,000 last year. Meanwhile, claims from citizens of neighbouring Macedonia increased by 600% to 6,351. Applications made by people from Afghanistan and Iraq fell by 9% and 18%.

Over 11,000 applications for asylum in America last year were made by Chinese citizens, by far the biggest claimant nationality in the United States.

tabella e testo in inglese tratti dall’Economist.

 

Giuliana Sgrena e il pacifismo perduto

L’8 marzo scorso ero a Tunisi con le donne della rivoluzione dei gelsomini. Stavano programmando la campagna per la promozione dell’uguaglianza di genere nella Costituzione, oltre alla separazione tra stato e religione. Una di loro, Sana ben Achour, mi ha detto: «Se la nostra rivoluzione non violenta, nata dal basso, senza ideologie, senza leader carismatici, avrà successo sarà un esempio non solo per i paesi arabi ma per tutto il mondo».

Un’affermazione sull’onda dell’entusiasmo rivoluzionario, ho pensato allora. Ma ripensandoci ora ritengo che avesse proprio ragione. Non ho mai negato nel passato il diritto dei popoli alla lotta armata contro gli occupanti o gli oppressori, ma il contesto in cui viviamo oggi richiede un ripensamento su queste forme di lotta. La rete mondiale dell’informazione (internet, blog, Al Jazeera) cambia la natura dei conflitti, esalta la forza delle idee sulla forza delle armi, scuote le coscienze molto più di un qualsiasi atto simbolico.

Non sono certo stati i tunisini – e dopo di loro egiziani, yemeniti, siriani, etc. – i primi a teorizzare o praticare la non violenza – non possiamo certo dimenticare Gandhi e Capitini – ma hanno in qualche modo dimostrato che in questo contesto mondiale un’insurrezione non violenta è l’unica che abbia qualche possibilità di successo.

Tutte le forme di lotta armata cui abbiamo assistito negli ultimi tempi si sono ben presto trasformate in lotte militarizzate: la violenza delle armi ha permeato la vita dei suoi detentori fino a spingerli a usarle anche nei confronti del proprio popolo, come in Iraq. La potenza delle armi si è rivelata una debolezza di fronte alla forza dimostrata dalle recenti manifestazioni di popolo in Tunisia, Egitto, Yemen e forse ora in Siria. E proprio in Iraq e in Palestina, solo per fare due esempi, dove i movimenti di liberazione hanno percorso la strada della lotta armata, ora si fanno strada esperienze di movimenti non violenti, che dovremmo aiutare a emergere, perché potrebbero rappresentare una soluzione ad annosi conflitti.

Ma veniamo a noi. Negli anni Ottanta il movimento pacifista era andato crescendo culturalmente proprio sulle scelte non violente, in questo distinguendosi dai vecchi movimenti contro la guerra. Il movimento pacifista mondiale, dopo il suo momento più alto di mobilitazione (nel 2003 era stato considerato la seconda potenza mondiale), non essendo riuscito a impedire la guerra in Iraq, ha interiorizzato la sconfitta e non riesce più a trovare oggi, nonostante lo scenario internazionale, le motivazioni forti per una mobilitazione.

Con la guerra in Iraq il movimento pacifista ha subito una profonda sconfitta perché si è dimostrato incapace di tradurre le aspirazioni di tanti in risultati concreti.

Oggi mi sembra che nella discussione sull’opposizione alla guerra in Libia (obiettivo urgente e prioritario in questo momento) la cultura della non violenza si sia smarrita: tra i «pacifisti» c’è chi difende la guerra «umanitaria» a sostegno dei ribelli libici (che a differenza degli altri sono armati, anche se questo non deve impedirci di difendere il loro diritto a ribellarsi all’oppressione di Gheddafi) e chi invece è contro la «guerra» dei volonterosi ma è pronto ad appoggiare qualsiasi rivolta armata contro i tiranni.Tra questi sostenitori delle rivolte del Mediterraneo c’è anche chi mi ha detto che non può esserci rivoluzione senza la distribuzione di armi al popolo.

La pace non è solo assenza di guerra e per costruirla occorre una cultura che negli anni Ottanta (quelli del pacifismo contro gli euromissili) sembrava cominciasse a sedimentarsi. Già allora si parlava del pericolo di conflitti nel Mediterraneo e della nostra esposizione con le basi militari collocate nelle regioni del sud.

Tutto questo è diventato realtà, ma i «pacifisti» non hanno memoria del proprio passato, forse non sono più nemmeno disposti a scendere in piazza, così come non espongono più le bandiere della pace. A tutte le finestre oggi vediamo le bandiere italiane, esposte per i 150 anni, ma a qualcuno verrà in mente che la stessa bandiera è quella dei caccia che vanno a bombardare la Libia, come era avvenuto 100 anni fa con la prima avventura coloniale?

Gli interventisti si fanno scudo di una risoluzione ambigua dell’Onu di cui i «volonterosi» hanno forzato i termini. Essere contro la guerra è sempre più difficile ed essere per la pace lo è ancora di più. Schierarsi contro la guerra senza se e senza ma è una condizione necessaria ma non sufficiente per essere pacifisti.

di Giuliana Sgrena

dal manifesto del 26 marzo 2011

Libia, in senato teatrino di guerra

Il governo va alla guerra. In un dibattito lungo e surreale, il senato approva la mozione Pdl-Lega. Berlusconi non si presenta e Bossi detta le condizioni. La Farnesina: «No a una Libia divisa, ma Gheddafi se ne deve andare». Oggi il premier a Bruxelles cerca appoggio e fondi contro gli sbarchi.

Tanto algido uno quanto nevrotico l’altro. Franco Frattini e Ignazio La Russa, novelli Jekyll e Hyde, sono le due facce che sostituiscono quella di Silvio Berlusconi nel dibattito in senato sulla Libia. Due facce simili ma non identiche. Più conciliante con l’opposizione Frattini, decisamente più confuso il secondo, che tra «missili dirompenti» e «assetti in teatro» (gli aerei) alla fine si rifugia per strappare qualche applauso nell’elogio del santo padre e delle forze armate.

Il premier italiano è l’unico capo di governo europeo a non essersi presentato in parlamento per spiegare le ragioni della partecipazione italiana alla missione dell’Onu. Un record – meglio: un’anomalia – che si aggiunge al mancato voto bipartisan sul coinvolgimento italiano. In tutti gli altri paesi europei dove si è votato il governo ha incassato consensi bulgari. E anche Obama, subito prima di ordinare i bombardamenti, ha convocato come da prassi i principali rappresentanti dei due partiti al Congresso.

Dall’ennesimo teatrino della politica italiana emerge una maggioranza dominata dalla Lega, un governo più preoccupato dell’immigrazione che degli effetti politici ed economici delle varie rivolte dei gelsomini che hanno cambiato per sempre i vecchi equilibri nel Mediterraneo. Un mare “nostro” su cui Hillary Clinton vola incessante da settimane in pellegrinaggio diplomatico tra i vari paesi della «sponda Sud» dell’Europa, dall’Egitto alla Tunisia.

Al senato un dibattito tutto tattico e ad uso interno ha portato al paradosso di una maggioranza che detta le condizioni al governo e di una minoranza (il Pd) che avrebbe approvato il discorso di Frattini senza riserve.

Il ministro degli Esteri ha posto alcuni punti chiari – per quanto possibile – nel giudizio italiano sulla crisi. Primo: il rais se ne deve andare. «Avevamo sperato fino all’ultimo – dice Frattini – che accettasse l’esilio, ormai il regime è completamente fuori dalla legalità internazionale». Al di là del «dolore personale» del Cavaliere, l’Italia prova a organizzarsi per il dopo colonnello, anche se sarà lungo e complesso. «Non vogliamo una Libia divisa in due, lavoriamo invece a una soluzione politica e un dialogo nazionale di riconciliazione tra le tribù – dice Frattini – l’unica precondizione è l’abbandono del potere da parte di Gheddafi».

Per il resto il ministro degli Esteri ha ribadito le coordinate fissate dal governo: comando Nato, avvio di un sistema comunitario per il diritto di asilo, condivisione degli oneri dell’immigrazione tra i paesi membri, coinvolgimento del mondo arabo nella missione, limitazione dei danni economici per le sanzioni. Su questo punto, Frattini ha assicurato che i contratti Eni sul petrolio sono «congelati» dalla risoluzione Onu e restano in vigore per il dopo. In più, «il consiglio di Bengasi ha detto di volerli rispettare».

Congelato e non annullato anche il trattato di amicizia con la Libia: «E’ sospeso di fatto e di diritto, abbiamo tutto l’interesse a mantenerlo in vigore nella Libia del dopo Gheddafi».

Dopo la rissa dei giorni scorsi e la minaccia del ritiro delle basi, non mancano avvertimenti felpati alla Francia: «L’Onu verifichi il cessate il fuoco, non vogliamo essere corresponsabili di azioni di altri». Con qualche bugia: «Sarkozy ha accettato il comando Nato come avevamo richiesto», assicura il ministro nonostante le discussioni nell’Alleanza siano tutt’altro che concluse.

Su questo aspetto delicato, l’Italia intanto incassa la guida della missione navale dell’Alleanza nel Mediterraneo, affidata all’ammiraglio Rinaldo Veri. Oltre alle navi, sono proseguite anche ieri da Trapani Birgi le missioni aeree. Secondo il Pentagono le difese e i radar di Gheddafi sono ormai azzerati e così gli italiani accanto a decolli di addestramento hanno effettuato solo due missioni operative, ognuna con 2 Tornado Ecr e 2 F-16 di scorta.

Il ministro La Russa in aula – a differenza di Berlusconi – non ha detto che non hanno bombardato, ha ribadito solo che hanno in dotazione missili anti-radar e che quella è la loro missione. Il ministro fa qualche confusione sul nome dell’ammiraglio Usa Locklear (lo chiama Maclear) e lo colloca a Napoli invece che a Gaeta, avverte però che «non è possibile immaginare un futuro della Libia senza un ruolo dell’Italia».

Sarà questa la missione principale di Silvio Berlusconi nel consiglio europeo di oggi e domani a Bruxelles. Un appuntamento già delicato che dovrà approvare definitivamente il «patto per l’euro» e le regole per il rientro dal debito dei vari stati e che via via si è ora allargato anche a crisi internazionali come Libia, Giappone e sicurezza delle centrali nucleari in Europa.

dal manifesto del 24 marzo 2011

Libia, 14 aerei italiani in volo, giallo sulle bombe

Berlusconi resta cauto e diserterà il parlamento. Palazzo Chigi ha accolto il parziale cedimento della Francia sul comando Nato come una prima vittoria. «Adesso basta navigare a vista, bisogna pensare al dopo e avere obiettivi chiari», si sfoga Berlusconi. Il governo italiano continua a essere del tutto pessimista sulla «riuscita» dei bombardamenti sulla Libia da parte di Usa, Francia e Gb.

Il «dopo», per il premier, non vuol dire necessariamente che Gheddafi o chi per lui sarà messo definitivamente fuori gioco. Anche per questo Berlusconi continua a ritagliarsi un ruolo da tessitore. Anche con accenti grotteschi e inediti – almeno in Europa – come «il dolore personale» espresso lunedì a Torino per il comportamento del dittatore libico. Non a caso, però, Palazzo Chigi assicura che gli aerei italiani che continuano a volare sulla Libia «non hanno bombardato e non bombarderanno».

Qualche dubbio però rimane. L’impegno militare italiano è già straordinario: 7 basi coinvolte, 5 mila uomini dell’Aeronautica in assistenza ai velivoli propri e alleati, altri mille uomini della Marina, 5 navi e un nutrito gruppo di elicotteri e aerei (Tornado, Typhoon, Amx, F-16 e Harrier Av-8).

A Trapani Birgi decolli e atterraggi si sono susseguiti per tutto il giorno. Almeno 14 in totale gli aerei coinvolti. Due missioni al mattino (ciascuna da 2 Tornado Ecr, 2 F-16 e 1 tanker per i rifornimenti) e altre due la sera, con 2 F-16 partiti intorno alle 19 più altri 2 Tornado Ecr prima delle 21 (senza tanker).

Ma hanno sparato o no i loro missili? Il capo ufficio stampa dell’Aeronautica Achille Cazzaniga, arrivato a Birgi, non replica: «Preferisco che rispondano le autorità competenti». L’aviazione però ha perfino corretto e ammorbidito un comunicato ufficiale di domenica che lasciava più di qualche ambiguità sull’argomento. Di fatto, avere notizie precise sulla natura reale delle missioni italiane è difficile. Gli F-16 partiti ieri sera, per esempio, sono tornati alla base dopo meno di un’ora, un tempo decisamente molto breve per un’operazione su suolo libico.

Il premier si prepara al passaggio chiave del consiglio straordinario di Bruxelles consapevole che finora è rimasto completamente fuori dalle decisioni che contano. Il parziale cambiamento di rotta sull’Alleanza atlantica è stato infatti deciso da una telefonata di Obama direttamente a Cameron e Sarkozy. La stessa formula che, di fatto, aveva sancito sabato il via libera alle operazioni un paio d’ore dopo il via libera dell’Onu alla risoluzione 1973.

La strada del Cavaliere è piena di ostacoli. Stamattina il consiglio dei ministri sarà preceduto da un vertice informale a palazzo Chigi per limare fino all’ultimo le divergenze con la Lega. E’ ormai ufficiale – salvo sorprese – che Berlusconi non parteciperà al dibattito di oggi in senato e di domani alla camera. A differenza di Zapatero, Cameron e Fillon è l’unico capo di governo europeo a non presentarsi in parlamento. Al suo posto ci saranno La Russa e Frattini.

Non è ancora chiaro però se la maggioranza presenterà una mozione dura su immigrati e no-fly zone come chiesto dalla Lega. Le riunioni nella maggioranza continueranno ancora oggi ma è chiaro che un testo del genere sarebbe impotabile per l’opposizione (all’estero i voti a sostegno dei vari governi sulla Libia sono stati tutti bipartisan e con percentuali bulgare).

Tra il dire e il fare, per di più, c’è la regia di Napolitano. Il capo dello stato finora ha avallato e condiviso ogni decisione presa dal governo. Ma di certo più di ogni altra cosa il capo dello stato ha fatto capire a maggioranza e opposizione che si aspetta un voto largamente condiviso sull’impegno italiano. Udc e Pd sono pronti a votare il sostegno al governo. Del resto lo hanno già fatto nelle commissioni Esteri e Difesa, dove vista l’assenza polemica della Lega sono stati anche decisivi. Napolitano – dal suo punto di vista – non vuole sbavature. Anche perché sabato parte per una visita di stato proprio negli Stati uniti e di tutto ha bisogno tranne che di una rissa di cortile sui rapporti con l’Europa, la Nato o le Nazioni unite.

Roma contro Parigi: «Senza la Nato voliamo da soli»

«O si fa con la Nato oppure voliamo da soli». Frattini attacca il napoleone Sarkozy e annuncia che  senza un accordo per il passaggio alla Nato del controllo delle operazioni in Libia l’Italia potrebbe istituire «un proprio comando nazionale separato».

E’ tarda sera quando la Farnesina alza ancora la posta nel duro scontro politico e diplomatico in atto tra Roma e Parigi. Il ministro degli Esteri Franco Frattini – a Bruxelles per il consiglio straordinario con i colleghi europei – si muove su un doppio binario molto delicato.

Su quello militare fa capire che l’Italia fa sul serio ma sembra un po’ Nanni Moretti quando si porta via il pallone: niente Nato, niente basi agli alleati. Su quello diplomatico invece la Farnesina si candida timidamente a un ruolo di mediazione insieme a Ue, Onu, Lega araba e Unione africana per «promuovere un dialogo nazionale di riconciliazione in Libia». Posizioni note ma finora completamente oscurate dalle bombe.

Per il governo italiano la terza giornata della guerra in Libia è una serie di difficoltà, divisioni e umiliazione internazionale come poche nella storia recente.

Il portavoce del ministro della Difesa francese gela le attese italiane: «Per il momento la Nato non ha alcun ruolo in questa vicenda». Al massimo potrà dare «un sostegno» nei prossimi giorni. Sottotraccia ma non tanto c’è il nodo della sede di comando. Francia e Usa insistono per Ramstein, in Germania, dove finora si pianificano gli obiettivi al comando del generale Usa Ham. L’Italia insiste invece per lo spostamento a Capodichino. Frattini è ottimista e spera in una decisione entro domani: «C’è un consenso crescente» tra i partner.

A Bruxelles però le discussioni sono in un pantano. La Turchia ha bloccato i piani per la no fly-zone e chiesto paletti molto precisi per un intervento dell’Alleanza in Libia, anche se il premier turco Erdogan non ha nascosto una chiara irritazione per il protagonismo francese.

Per ora gli aerei italiani volano sulla Libia senza un coinvolgimento bellico apparente. Ma ogni momento che passa aggiunge confusione su confusione. Un caos che monta perfino al vertice dell’esecutivo, con ministri che criticano altri ministri e con una serie di mosse contraddittorie che rendono solo più difficile comprendere – se c’è – quale sia la strategia.

Oltre alle difficoltà diplomatiche, per Berlusconi si è aperto anche il «fronte interno» con la sua maggioranza. Domani pomeriggio, alla camera, era previsto da tempo un voto sulla crisi libica su 5 mozioni scritte prima della risoluzione Onu. Una cacofonia di voci e accenti diversi: quelle di Lega e Fli puntano solo e soltanto sul controllo dell’immigrazione; mentre i testi di Api, Udc, Idv e Pd chiedono al governo di sospendere immediatamente il «trattato di amicizia» con Tripoli. Manca, curiosamente, quella del partito di maggioranza relativa, cioè il Pdl.

Ieri il volo Milano-Roma è stata la sede per un vertice lampo tra La Russa e Berlusconi da un lato con Bossi e i ministri leghisti dall’altro. Il risultato è una tregua, perché il successivo consiglio dei ministri è stato poco più di un giro di opinioni sulla questione libica.

Pdl e Lega stanno lavorando alla mozione da presentare a sostegno del governo. Calderoli ha attaccato La Russa anche sui giornali e ha chiarito che sarà il Carroccio a dettare le condizioni: «Presenteremo una risoluzione alla Camera e al Senato con quattro punti irrinunciabili sui quali si dovrà votare. Un documento sul quale ci attendiamo la convergenza del Pdl».

«Il passaggio in aula – avverte il ministro leghista – non è una formalità perché molte cose vanno chiarite». Primo: vanno garantiti gli accordi con la Libia su gas petrolio. Secondo: «assoluto rispetto» della risoluzione Onu, che secondo la Lega impone solo la no-fly zone e non una no-drive zone per le truppe terrestri del colonnello. Gli ultimi due punti riguardano l’immigrazione: la Lega chiede ai paesi europei di «prendersi carico un numero di profughi proporzionale al numero dei propri abitanti» e di assicurarsi che «il blocco navale» sulla Libia sia non solo in entrata (armi o mercenari a Gheddafi) ma anche in uscita, verso l’immigrazione irregolare.

Una politica chiara ma di quasi impossibile attuazione in mezzo ai bombardamenti. Lo stesso Maroni sa che il coinvolgimento concreto dell’Ue è una missione disperata: «E’ una richiesta che facciamo da due anni – ammette – purtroppo senza avere avuto finora una risposta positiva».

Per Berlusconi l’accordo nella maggioranza è un passaggio importante a fini interni ma non solo. Giovedì infatti il premier è atteso al consiglio europeo di Bruxelles e dovrà sedersi al tavolo dell’Ue con una posizione chiara e sostenibile.

Anche perché la crisi libica darà un contraccolpo economico serissimo all’economia italiana. L’Eni ha già annunciato che aumenterà le tariffe ai consumatori. E secondo l’ambasciatore italiano all’Onu Ragaglini, i beni libici già congelati nel nostro paese ammontano a 7 miliardi di euro.

dal manifesto del 22 marzo 2011

Libia, Berlusconi a Gheddafi: «Ripensaci»

Il premier a Parigi: «Spero che i nostri aerei non servano». Frattini: oggi salvacondotto per il rais. La Russa: «Siamo pronti. Non siamo affittacamere». Ma Bossi dice no e pensa alle elezioni: «Parlano a vanvera, serve cautela»

Iper-cauto, preoccupato, relegato ai margini della scena internazionale. La toccata e fuga di Silvio Berlusconi a Parigi lascia tutta la scena al Sarkozy guerrafondaio in cerca di rielezione all’Eliseo. Mai come oggi Silvio Berlusconi indossa i panni del guerriero riluttante. Ha chiesto alla Clinton che il centro delle operazioni sia spostato a Napoli ma dipende da come si evolveranno le cose in sede Nato.

Continua a leggere