Pareggio di bilancio, sì all’unanimità

Ultima parola al senato. Bruxelles avverte: «Approvatelo subito».

«Approvando questo provvedimento stiamo riscrivendo la costituzione economica del nostro paese». Per una volta Renato Brunetta non è lontano dal vero. Nonostante la liquefazione della maggioranza, la camera dei deputati ha approvato quasi all’unanimità (442 sì, 6 astenuti e soltanto 3 no) la legge di attuazione del principio costituzionale del pareggio di bilancio. Il via libera definitivo ora spetta al senato, che non ha calendarizzato il ddl perché contrario alla composizione a tre membri dell’authority di controllo dei conti pubblici prevista dal provvedimento su richiesta dell’Europa.

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Deficit zero, la Costituzione mutilata con il pareggio di bilancio

Lo stato, gli enti locali e tutte le amministrazioni pubbliche non possono più indebitarsi. La quarta e ultima lettura a Palazzo Madama supera i due terzi dei voti. Dice no solo l’Idv, Lega astenuta. La sovranità non appartiene più al popolo.

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Carceri, Pdl spaccato vota contro se stesso

27 «franchi tiratori» appoggiano la Lega. Il governo Monti scricchiola in senato. Rinvio a martedì.

Il Pdl «non tiene, o tiene male». Suona paradossale ma questa constatazione proviene dal Pd, alleato pro tempore del partitone berlusconiano. Nell’aula del senato il governo Monti registra la sua prima vera battuta d’arresto.

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Monti, la fase due del Professore

Oggi via libera definitivo in senato con il voto di fiducia. Il premier incontra Berlusconi e Bersani per blindare le prossime mosse

Cambia il governo ma il copione è identico. Il ministro Giarda chiede il voto di fiducia sul decreto Monti e il senato, senza sorprese né modifiche, trasformerà definitivamente in legge l’aggiustamento lacrime e sangue imposto dal governo tecnico.

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Cossiga e il lutto del potere

L’addio di Roma a Cossiga: ministri, porpore, divise di ogni arma e grado, ex capi di stato, banchieri, deputati, ambasciatori e Giulio Andreotti. Ma poca, pochissima gente comune e niente leader dell’opposizione. La prima Repubblica seppellisce se stessa. Napolitano: «È morto un uomo di stato».

Politici, tanti. Cittadini, molti molti meno. Appena un migliaio scarso. L’ultimo saluto della capitale all’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga è un via via mattutino di alte cariche istituzionali, vertici della forze armate e degli apparati di sicurezza, porpore. Poca gente comune. Nessuna foto del feretro presidenziale trapela all’esterno. Gli sguardi profondamente accigliati di ordinanza delle autorità rientrate a Roma precipitosamente da ferie mai così litigiose cozzano sui visi abbronzati dell’estate.

Tra i pochi, pallido e visibilmente provato, spicca il volto di Giulio Andreotti, che si intrattiene meno di dieci minuti di fronte alla salma. In preghiera silenziosa accanto alla figlia e al figlio (attuale sottosegretario alla Difesa nel governo Berlusconi) dell’amico nemico di una vita. Quell’ex presidente che lo beffò sulla via del Quirinale ma lo nominò senatore a vita a ridosso del processo per mafia a Palermo.

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Futuro e libertà di un senatore finiano

«Qui c’è la rottura politica, forse irreversibile e definitiva, di un’intera comunità. Non è come con lo scioglimento del Msi e di An o i congressi con Rauti e Almirante in cui comunque più o meno siamo andati avanti tutti insieme».
Maurizio Saia, senatore «finiano» del Nord Est membro della commissione bilancio, risponde al telefono da Padova a metà pomeriggio. Per lui un week end di lavoro e contatti sul territorio con un orecchio sempre incollato al cellulare che squilla da Roma: «L’unico aspetto politico di cui sono veramente dispiaciuto è che stavolta rompiamo con gente con cui magari facciamo politica da quando avevamo 13 anni o facevamo insieme i campi hobbit».
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