Editoria, ultima chiamata per il Parlamento

Sala del Mappamondo strapiena, ieri alla camera, per l’assemblea dell’editoria cooperativa, non profit e di partito organizzata da Mediacoop, Fnsi, Articolo21. Cinque ore di discussione e confronto tra partiti, giornali, sindacati e governo alla ricerca delle medicine possibili per un pluralismo mai così malato.

«Noi del manifesto – avverte Norma Rangeri – siamo all’ultimo miglio. Dopo quarant’anni in prima linea è sempre più difficile ‘resistere, resistere, resistere’. Ma prima di chiudere faremo il possibile e anche l’impossibile».

Una crisi che investe il manifesto ma anche una corazzata come Avvenire. Giornali antichi e radicati come il Corriere mercantile di Genova ma anche i 189 settimanali diocesani della Fisc, una voce del territorio che diffonde 1 milione di copie a settimana.

E’ bene avvertire i più smaliziati che non è un «al lupo, al lupo». Molte di queste testate (solo quelle rappresentate da Mediacoop sono oltre 90) a gennaio spariranno dalle edicole.

I numeri di questa crisi li trovate più in dettaglio nel pezzo qui a fianco: 4mila lavoratori a spasso, una novantina di testate e 400mila copie giornaliere in meno in edicola, un fatturato da mezzo miliardo in fumo, 50 milioni da far spendere alla collettività in ammortizzatori sociali.

In poche parole: tabula rasa di tutto ciò che non trova sul mercato tutti i capitali necessari alla sopravvivenza. Lelio Grassucci, presidente onorario di Mediacoop, insieme alla nostra Norma Rangeri (a proposito di crisi, l’unica donna a parlare dal podio) mettono bene a fuoco i perché di questa volontà di morte che emana dal governo: l’intreccio perverso tra politica e informazione, il sistema del massimo profitto che cancella notizie scomode (i 200mila della Perugia-Assisi e la povertà che devasta la provincia e le periferie italiane, per fare solo due esempi), l’assenza totale di editori puri.

Proprio per questo l’anomalia rappresentata dai giornali non profit e in cooperativa diventa un’eresia da cancellare con la scusa della contabilità europea. Ma non si dice che in Europa solo da noi il 56% delle risorse pubblicitarie va alla tv.

«Nei giornali che rappresentiamo – ricorda Grassucci – la pubblicità non arriva al 15% del fatturato, mentre per le testate normali non è quasi mai inferiore al 50%».

Eppure il sostegno dello stato è ormai una voce residuale del bilancio: «Dai 415 milioni del 2008 si è passati ai 194 del 2012», certifica il sottosegretario con delega all’editoria Paolo Bonaiuti. Numeri che però vanno visti bene. Di questi 194 milioni – spiega Grassucci – 50 vanno a Poste per vecchi rimborsi delle spedizioni, 40 alla Rai per la convenzione di servizio pubblico, altri 20 circa su altre voci (perfino per potenziare il segnale tv verso l’Istria). Fate le somme e arrivate a circa 80 milioni. «Che sono la metà del necessario – spiegano a Mediacoop - e potrebbero anche essere diminuiti dal taglio ai ministeri deciso ad agosto». In questo caso, a molti giornali non resterebbe che portare i libri in tribunale.

Qualcuno potrebbe obiettare: c’è la crisi, quei soldi lo stato non li ha più. Ma davvero? E allora perché ha regalato le nuove frequenze a Mediaset e Rai? Perché si ostina a non far pagare le concessioni? Perché ha tollerato sprechi e furti? O non porta l’Iva delle bamboline in edicola al 21% se sono uguali a quelle che si vendono nei negozi?

In questi anni Mediacoop, Fnsi e gli altri hanno sempre proposto di reperire le risorse dentro al sistema dell’informazione (non a carico, cioè di altri servizi pubblici come ospedali, onlus o altro). Perché se si vuole distinguere tra giornali veri e giornali finti (e lo si deve fare) non vincolare il contributo a un tetto di dipendenti assunti a tempo pieno? Sono cose note, semplici e di buon senso. Il governo però non le ha mai volute fare.

Dal 2001 a oggi l’editoria ha avuto un solo sottosegretario: Paolo Bonaiuti. Il portavoce di Berlusconi è il giornalista che ha guidato il dipartimento per 8 anni su 10. Il risultato della sua gestione è il fallimento dell’idea stessa di un sostegno pubblico. Sarà un caso ma quando sono stati fatti i controlli hanno colpito sempre editori di destra come Angelucci, Ciarrapico, Lavitola e Bocchino. Bene.

Bonaiuti si presenta all’assemblea e a sorpresa rovescia le carte. «E’ vero – ammette a denti stretti – il mercato editoriale non è completamente libero». Però «non è più tempo di riforma ma di una piccola rivoluzione». Il sottosegretario offre 45 giorni di tempo per discutere e come se nulla fosse rispolvera un decalogo – dieci punti chiaramente stilati dai grandi editori della Fieg – che se attuato cancellerebbe completamente i contributi diretti sostituendoli a incentivi general-generici che in nulla allevierebbero la disuguaglianza dei “piccoli” editori migliorandone la competitività e la capacità di programmare.

E’ un decalogo talmente fuori fuoco rispetto alla platea di ieri (ci sono la norma anti-Google sul diritto d’autore, per esempio, o i tagli alle agenzie) che fa sospettare il dolo.

«Tempo scaduto – risponde in serata a muso duro l’Fnsi – quelle proposte andavano affrontate molto tempo fa, oggi non si tratta di tracciare una road-map per il futuro; si tratta di ragionare e risolvere i problemi dell’oggi, anzi di ieri, visto che sono ormai in sofferenza tutte le testate coinvolte».

Il perché di questa incomunicabilità lo spiegava bene in mattinata Norma Rangeri: «Oltre alla censura del potere dobbiamo subire anche lo scandalo del malaffare. La nostra crisi è dovuta al liberismo peloso della destra e al vento anti-casta della sinistra». In mezzo a questi estremismi c’è un sistema sano, storicamente legato al territorio e alle idee, che finora nessuno si è preso la briga di ascoltare veramente.

dal manifesto del 29 settembre 2011

La finanziaria «grazia» i giornali per un anno

Per una volta Tremonti depone le forbici e «salva» i giornali. Ma solo per il 2011 e a certe condizioni. Dopo giorni di trattativa durissima, la commissione Bilancio della camera ha approvato ieri a larga maggioranza un emendamento firmato da Fli e Pdl (identico a un altro del Pd) che sostanzialmente ripristina il fondo editoria per l’anno prossimo.

Ancora una volta il parlamento ha vinto sulle scelte del governo. Un segnale che è impossibile sottovalutare politicamente. Tremonti e il suo relatore, Marco Milanese, hanno alla fine accettato l’aumento dei fondi per l’editori (ma non il diritto soggettivo, come vedremo dopo). Non è stato facile e questo risultato – che concede qualche speranza a decine di testate in cooperativa, no profit e di partito (tra cui il manifesto) – è ancora da consolidare prima in aula e poi nel passaggio al senato.

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Editoria anno zero, braccio di ferro in finanziaria

Braccio di ferro nella maggioranza sulla finanziaria. Napolitano protesta: «Basta, non si può tagliare tutto. La politica è fare delle scelte. E i giornali devono pubblicare notizie, non chiacchiere». Ecco a cosa può servire il finanziamento pubblico. Nella partita finale sull’informazione Giulio Tremonti ammette il problema ma non ristabilisce né fondi né diritti.

Il tempo è scaduto. Oggi pomeriggio o al massimo domani la commissione bilancio della camera dovrà approvare la finanziaria e decidere se esistono ancora diritti costituzionalmente garantiti come la mobilità, la tutela del patrimonio artistico e del territorio, la salute, l’istruzione, il pluralismo dell’informazione.

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Editoria, il governo discute e i giornali chiudono

Prove di dialogo fallite. Gli incontri del sottosegretario all’editoria Paolo Bonaiuti con editori, sindacati e associazioni dell’informazione finisce in un giro di opinioni che assomiglia davvero pericolosamente a un giro a vuoto. Entro tre mesi 40 giornali, a cominciare dal manifesto, saranno chiusi.

La parola letale che sigla la morte di testate storiche e realmente diffuse si chiama «fine del diritto soggettivo». «Senza il ripristino di questo principio tutte le chiacchiere e le ipotesi di riforma non servono a nulla», spiegano da Mediacoop. Per l’associazione che rappresenta centinaia di giornali e settimanali di ogni orientamento politico e culturale la road map sarebbe chiara: 1) il governo torna al diritto soggettivo ai contributi; 2) si ragiona sulla quantità di risorse disponibili e la loro distribuzione; 3) il parlamento vara una riforma definitiva e certa del settore in linea con le esigenze di bilancio. Un orientamento e una richiesta condivisa peraltro anche dalla Fieg, l’associazione degli editori.

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Editoria, entro febbraio chiuderanno 40 giornali

Qualcuno ha già chiuso, altri hanno difficoltà a chiudere i bilanci. Al Dipartimento Editoria della presidenza del consiglio l’allarme è massimo. Gli uffici guidati da Elisa Grande temono che la situazione dei giornali sfugga completamente di mano: secondo stime informali, entro febbraio rischiano di chiudere almeno 40 testate. E sicuramente tra queste c’è anche il manifesto.

Pare essere uscito dal letargo anche il sottosegretario all’editoria Paolo Bonaiuti, che ieri ha incontrato negli uffici di via Po i rappresentanti degli editori di quotidiani (Fieg e File) e della stampa periodica (Uspi). «Vogliamo dare un colpo d’acceleratore per risolvere la crisi del settore», promette Bonaiuti. Che stamattina farà un secondo round di incontri con Fnsi, Mediacoop, Aie (libri), edicolanti, fotoreporter e quant’altro.

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Mediacoop: «Senza risorse l’editoria muore»

«Il sottosegretario Bonaiuti parla di tutto ma non di risorse. E strano, perché alla camera proprio in questi giorni si sta discutendo la manovra finanziaria». Lelio Grassucci, presidente onorario di Mediacoop, incontrerà oggi il responsabile dell’editoria negli uffici di via Po.

«I direttori di tutti i quotidiani interessati, incluso il manifesto, hanno scritto nei giorni scorsi ai presidenti Fini e Schifani ricordando loro un dato incontestabile – spiega Grassucci – le risorse previste dal governo non sono né sufficienti né certe. Non sono sufficienti, perché dei 194,03 milioni previsti nel fondo editoria in finanziaria solo 60/70 vanno poi effettivamente a coprire i contributi diretti alla stampa. Ne servirebbero dunque almeno altri 100, come hanno proposto in queste ore con emendamenti alla finanziaria deputati di vario orientamento. Ma non sono nemmeno certe perché senza diritto soggettivo i rimborsi varierebbero a seconda delle disponibilità del governo e dunque ogni volta sarà difficile chiudere i bilanci e impossibile programmare la gestione delle imprese e il ricorso al credito

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Editoria, 90 testate rischiano di chiudere

Novanta testate, tra quotidiani e periodici, destinate a chiudere entro il 31 dicembre; 4-5mila tra giornalisti e poligrafici che rischiano di rimanere senza lavoro, più un danno incommensurabile al pluralismo dell informazione. È l’allarme rosso, «anzi rossissimo» lanciato questa mattina da FNSI, Mediacoop, Articolo 21 e Comitato per la libertà di informazione e per il pluralismo e rivolto principalmente al sottosegretario alla presidenza del consiglio Paolo Bonaiuti e al neo-ministro allo Sviluppo Economico Paolo Romani.

«L’informazione è sotto tiro da più parti – denuncia il segretario generale dellFNSI Franco Siddi – Dietro la coperta del bilancio ci sono tagli assurdi, ingiustificati e ingiustificabili. Penso alle manovre in atto per le agenzie di stampa: con la riduzione delle loro convenzioni ad annuali, rischiano di finire in mano a chi ha il potere. Noi abbiamo un’agenzia di bandiera e si sta cercando di cancellarla con operazioni strane. Penso anche ai giornali storici, di idee e a quelli all’estero. Ci sono stati, è vero, fenomeni di non trasparenza tra chi ha ricevuto i contributi pubblici, ma questo non giustifica colpi di mano e disinteresse generale. Pulizia vogliamo farla anche noi, ma con regole certe».

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Informazione a fil di forbice

«Ma neanche nella peggiore Unione sovietica si poteva arrivare a questo pensiero unico nell’informazione!». Fabrizio Berrini non è un facinoroso dissidente ma il segretario novarese di un’associazione – Aeranti-Corallo – che rappresenta quasi mille tra radio e televisioni locali, la spina dorsale dell’etere sul territorio, in cui non mancano i «berluschini» o i «padani» ante litteram. Segno che la misura, almeno nel vasto mondo fuori dall’informazione dei soliti noti, è ormai colma per tutti: giornali, periodici, radio-tv, forze politiche e sindacati comunque collocati.

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Berlusconi nel triangolo delle Bermude

Se non implodono esplodono. La «strana guerra» tra Berlusconi e Fini lascia il Pdl trincerato su sponde opposte, con un nervosismo quotidiano che non salva più né le apparenze né una rotta politica percepibile.
I «finiani» sono ormai in pre-crisi e parlano apertamente di un governo Berlusconi bis. Mentre il vertice a palazzo Grazioli si chiude rimandando tutto a martedì e c’è chi dice: «Allora è guerra». Bossi, Fini, Tremonti, ognuno tira il Cavaliere dalla sua parte. In un triangolo in cui ormai ogni coerenza politica è sacrificata sull’altare della convenienza.

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