Editoria, da Grillo le forbici «liberiste» contro le cooperative

Abolire tutti i contributi pubblici ai giornali è uno dei 20 punti del governo 5 stelle. Strano che cinque anni dopo il gigantesco e indistinto «vaffanculo» alla stampa del secondo V-Day (25 aprile 2008) questa richiesta ci sia ancora.

Beppe Grillo non lo dice ma ha vinto (con la complicità di Tremonti prima e di Malinconico poi). I contributi diretti ai giornali oggi ammontano a 51 milioni, la Francia ne spende oltre 400. E dal 2015 non ci saranno più, aboliti da Monti.

 

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Roma, primarie a 8 con l’incognita Grillo

Ridda di nomi contro Alemanno. Con un Pdl al minimo storico e un centrosinistra debole, i 5 stelle potrebbero terremotare facilmente i già precari equilibri nazionali.

Parte nel caos, ma parte, la corsa del centrosinistra alle primarie per il candidato sindaco di Roma convocate il 7 aprile. Rinviate senza spiegazioni e tra qualche polemica invece le primarie on line per i 13 candidati del Movimento 5 stelle, che almeno sulla carta potrebbe arrivare al ballottaggio terremotando definitivamente i già fragili equilibri nazionali.

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All’estero i giornali sono molto più «assistiti»

In Italia il finanziamento pubblico ai giornali ammonta a 95,7 milioni di euro (decreto dipartimento editoria del 19 febbraio scorso sui contributi diretti): appena 1,50 euro all’anno a cittadino.

È una cifra notevole anche se, per dire, quest’anno il ministero dell’agricoltura verserà agli ippodromi e alle corse ippiche (anche loro in forte crisi) 250 milioni di euro.

In ogni caso è una cifra ben lontana dalla vulgata che tratteggia un pozzo senza fondo e cita come un mantra i tanti casi di truffa finiti nel mirino della magistratura come quelli di Angelucci, Verdini, De Gregorio, Bocchino… tutti parlamentari di centrodestra i cui giornali oggi o hanno chiuso o sono esclusi dal finanziamento pubblico per gli anni «sospetti». Oltre a un calo drastico delle risorse, il governo Monti ha infatti approvato nuovi criteri di finanziamento e controlli molto più rigorosi, incluso l’obbligo dell’equo compenso per i collaboratori.

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Fine di Monti, altro che conclusione “ordinata” della legislatura

In senato salta il decreto taglia province e il ddl stabilità diventa un blob Il Pd: entro il 17 sì alla finanziaria. Corsa finale anche sul pareggio di bilancio

Mentre al senato il Pd depone le armi e accelera al massimo il via libera al ddl stabilità, alla camera inizia oggi un’altra partita perfino più significativa della finanziaria di fine anno. Logico che se ne parli molto meno, perché la legge di attuazione del pareggio di bilancio in Costituzione (in ossequio al «fiscal compact») è imbarazzante per tutte le forze politiche appena entrate in campagna elettorale.

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E’ ufficiale: la polizia spara sui ministeri

I carabinieri lasciano la «granata bollente» alla Severino e alla polizia. Secondo una prima perizia sommaria il gas sarebbe partito da lontano e dal basso. I dubbi restano tutti: chi ha sparato?

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5 flash su #csxfactor e primarie del Pd

  1. Tutti e 5 i candidati hanno o hanno avuto responsabilità di governo locale. In tempi di casta e antipolitica lo rivendicano e fanno bene;
  2. Queste del 2012 non sono affatto come le primarie per Prodi del 2005. All’epoca c’erano Pecoraro, Bertinotti, Mastella e Di Pietro… Stavolta tutti e 5 i candidati – anche se differenti – sembrano tutti poter stare nello stesso partito e questo al di là della performance televisiva è politicamente la cosa più significativa;
  3. Ve l’immaginate una cosa analoga per il centrodestra? (A cominciare dal fact-checking)
  4. E’ la prima volta in 20 anni che la sinistra in campagna elettorale non parla di Berlusconi ma di quello che vuole fare
  5. Non è più il Pd all’americana di Veltroni e non è ancora il Pd alla francese di Bersani. Il segretario democratico ha studiato alla scuola di Hollande e si vede. Si sente proprio che Bersani vuole e pensa un partito. Che discute ma è un partito, non una somma di individui.

Insomma, anche stavolta diffido di chi ha già capito tutto e dei tifosi. Questo confronto non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza che innesca meccanismi molto profondi e va interpretato più sulle sfumature che sugli slogan e i tweet.

Monti si ricandida. E Casini prova a battere Bersani per «ko tecnico»

A poche ore dallo sbarco in aula al senato della riforma elettorale, Bersani litiga con Casini («decida o morirà di tattica») e punta tutte le carte del Pd sul «premio D’Alimonte» al primo partito. L’Udc risponde picche («non siamo sudditi») e incassa l’impegno di Monti a concedere il bis. Sulle macerie del «porcellum» il segretario nell’angolo vede la vittoria dei soliti noti.

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Bersani rischia il ko tecnico. Casini ricandida Monti

Monti si ricandida e Casini molla il Pd. Bersani a un passo dal ko tecnico. Sul «porcellum» manovra inaggirabile del centro-destra. L’ultima carta è il «lodo D’Alimonte»

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La mia rassegna stampa di oggi

Non ne posso più di giornali senza pagine di esteri, pieni di interviste a feltri, sallusti, ferrara e farina su presunti mobbing, epurazioni e carcerazioni.
Non ne posso più di dispute infinite e inconcludenti su chi va al quirinale e chi va a palazzo chigi, di premio alla coalizione o al partito, di riti abbreviati, immediati e richieste di rinvio a giudizio.
Non ne posso più di gip e gup con sentenze che arrivano dopo 15 anni.
Non ne posso più dei moralisti e dell’ignoranza.
Non ne posso già più di renzi e di chi sta con renzi. Dell’eterno ritorno di berlusconi e del monti bis.
Non ne posso più di questa stampa piccola, ignorante e provinciale, specchio fedele di questo piccolo paese.

 

I referendum sul lavoro e l’Unità del Pd

Bersani e il Pd non hanno nascosto le critiche ai referendum sul lavoro presentati in questi giorni. Per una volta, i democratici appaiono granitici, addirittura unanimi sull’Unità. Peccato si concentrino tutti sul metodo evitando accuratamente la sostanza. Cioè gli effetti nefasti della riforma Fornero per i lavoratori.

Ieri sul manifesto i primi operai licenziati con il nuovo articolo 18 hanno raccontato le loro storie. Guarda caso sono quasi tutti iscritti alla Fiom e tutti critici sulle condizioni di lavoro e di sicurezza in fabbrica. Altro che «motivi economici oggettivi».

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