Per Monti dimissioni programmatiche

Il premier rimette il mandato al Quirinale e non rivela il suo futuro. In cottura un «manifesto» che spacchi il Pd e certifichi l’isolamento del Pdl. Ma senza di lui il centro c’entra poco.

Mario Monti ha rimesso l’incarico al presidente della Repubblica intorno alle 19.30 di ieri sera. Le sue dimissioni sono «irrevocabili». Dal punto di vista istituzionale il premier non è mai stato sfiduciato dal parlamento, anzi, ha incassato proprio ieri la sua ultima fiducia alla camera sulla legge di stabilità. Si concludono così nel paradosso i 13 mesi della «strana maggioranza» a sostegno del governo «del presidente» (Napolitano).

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Regola aurea, spareggio di bilancio

Scontro Pd-Pdl sull’authority di vigilanza dei conti pubblici Stallo tra camera e senato sulle norme della «regola aurea». Oggi a Montecitorio la decisione definitiva.

Traballa il via libera al provvedimento più «tecnico» eppure più «politico» della legislatura: la legge di attuazione alla riforma costituzionale sul pareggio (equilibrio) di bilancio inserito all’articolo 81 della nostra Carta.

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Fine di Monti, altro che conclusione “ordinata” della legislatura

In senato salta il decreto taglia province e il ddl stabilità diventa un blob Il Pd: entro il 17 sì alla finanziaria. Corsa finale anche sul pareggio di bilancio

Mentre al senato il Pd depone le armi e accelera al massimo il via libera al ddl stabilità, alla camera inizia oggi un’altra partita perfino più significativa della finanziaria di fine anno. Logico che se ne parli molto meno, perché la legge di attuazione del pareggio di bilancio in Costituzione (in ossequio al «fiscal compact») è imbarazzante per tutte le forze politiche appena entrate in campagna elettorale.

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Con il crollo di Abc è spazzato via anche il Monti bis. E Bersani gongola

La verità è che l’altolà del Pdl più che far cadere il governo Monti attuale salvo sorprese fa cadere soprattutto l’ipotesi del Monti bis. La continuazione dei «tecnici» dopo il voto era uno scenario che ha dominato i calcoli dei vari partiti e delle cancellerie internazionali per quasi un anno. Oggi quello scenario non c’è più, spazzato via dalle primarie del centrosinistra prima e dal ritorno di Berlusconi poi. In un certo senso, il Pdl ha fatto le sue primarie ieri, iniziate e finite con la ricandidatura del padre-padrone e il plauso entusiasta di decine di parlamentari presunti critici o malpancisti (chi si ricorda, oggi, i dotti retroscena sull’elenco di «pisaniani» pronti a mollare Silvio per un nuovo centrodestra?).

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Lacrimogeni a via Arenula, la polizia va in fumo

Lacrimogeni sparati direttamente dal ministero della Giustizia su manifestanti pacifici. Dopo Cancellieri anche Severino ordina un’inchiesta sui fatti di Roma Il questore nega l’evidenza e chiude le indagini: «Dagli agenti nessuna responsabilità»

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Election day, tutte le strade portano a marzo. Ma con quale legge elettorale?

Sulla data delle elezioni «non parlo». Giorgio Napolitano non si sbilancia in pubblico sull’ultimo miglio di una legislatura inedita. Si limita a dire, però, che ha le sue prerogative e che non si limiterà «a tagliare i nastri». La posta in gioco è chiara «nessuno può giocare con il rischio fallimento – ammonisce il presidente – chiunque governi, qualunque situazione politica esca dalle elezioni».

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Monti si ricandida. E Casini prova a battere Bersani per «ko tecnico»

A poche ore dallo sbarco in aula al senato della riforma elettorale, Bersani litiga con Casini («decida o morirà di tattica») e punta tutte le carte del Pd sul «premio D’Alimonte» al primo partito. L’Udc risponde picche («non siamo sudditi») e incassa l’impegno di Monti a concedere il bis. Sulle macerie del «porcellum» il segretario nell’angolo vede la vittoria dei soliti noti.

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Bersani rischia il ko tecnico. Casini ricandida Monti

Monti si ricandida e Casini molla il Pd. Bersani a un passo dal ko tecnico. Sul «porcellum» manovra inaggirabile del centro-destra. L’ultima carta è il «lodo D’Alimonte»

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Mezzo Pdl non vota il fiscal compact negoziato da Berlusconi

Monti teme il peggio e prepara la manovra d’agosto. Commissioni bilancio e ministri convocabili a Roma all’istante per un eventuale decreto estivo.

«Siamo davanti a un importantissimo passaggio nel percorso di costruzione europea, con nuove e sostanziali cessioni di sovranità, è un momento storico e insieme possiamo farcela», afferma il ministro per gli affari europei Enzo Moavero di fronte a un’aula della camera mezza vuota e soprattutto terrorizzata dal «generale agosto» e dalle voci di una nuova manovra del governo.

Montecitorio ha approvato definitivamente in un paio di giorni di non-dibattito i trattati di ratifica del «fiscal compact» e del «Mes», il fondo salva-stati (o salva-banche) dell’eurozona. Di fatto, la cessione di sovranità che Moavero tanto elogia, è al vaglio delle corti costituzionali della Francia e della Germania.

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Fiscal compact, il senato approva senza fiatare 45 miliardi di tagli per 20 anni

Nel silenzio generale, senza discussioni, il senato ha approvato in prima lettura il fiscal compact e il Mes: 215 i sì (Pd, Pdl e Udc), 24 astenuti (Idv) e 24 i no (Lega e l’Idv Lannutti). Unico dissidente democratico Vincenzo Vita.

I trattati passano alla camera per il via libera definitivo.

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