Bomba a Brindisi, prudenza e dolore bipartisan

Monti dal G8: «Un atto senza precedenti, l’eversione non ritornerà». Napolitano elogia la reazione delle piazze.

Per una volta le parole e i gesti sono stati più forti del dolore immenso che come un fulmine si è propagato in un sabato assolato in tutta Italia. Tanto più cauti istituzioni e inquirenti, tanto più forte il segno di migliaia di persone scese spontaneamente in tutte le piazze d’Italia. Una giornata di democrazia e di sangue.

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il manifesto, quarant’anni dalla vostra parte

DIstrazione

Il ministero dello Sviluppo ha avviato la procedura di liquidazione coatta amministrativa della cooperativa del manifesto. Un passo inevitabile dopo i tagli del governo. Ecco quello che abbiamo fatto e quello che dobbiamo fare.

È il momento più difficile della storia quarantennale del manifesto. Chi ci segue sa che l’allarme l’avevamo lanciato da tempo. Che non era un «al lupo, al lupo» né una delle infinite crisi che con l’aiuto di decine di migliaia di sostenitori siamo riusciti a superare dal 1971 a oggi. Il ministero per lo sviluppo economico ha ufficialmente avviato la procedura di liquidazione coatta amministrativa della cooperativa editrice del manifesto. Ma il giornale resta in edicola e rilancia. Perché non è finita finché non è finita.

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Fornero, frasi shock contro i giornalisti

Doveva essere una celebrazione sul passato della professione e una riflessione seria sul futuro dell’informazione ai tempi della crisi. E invece il centenario del primo contratto collettivo dei giornalisti presso la sede della Fnsi è diventato il teatro di uno scontro senza precedenti tra la ministra Elsa Fornero e il gotha istituzionale della stampa italiana.

La professoressa torinese è entrata nel convegno come un elefante in una cristalleria. «Voi giornalisti siete dei privilegiati. Forse per la vostra vicinanza al potere politico».

Un intervento tutto col dito alzato, davanti a una selva di telecamere. «Anche voi giornalisti dovete sperimentare la durezza di un mondo che non fa sconti a nessuno. Se fanno i sacrifici gli operai della Fiat li dovrete fare anche voi. Come per l’idraulico polacco anche per voi vale la competizione. Le cose possono essere prodotte da noi o da altri, in un mondo globalizzato non esistono più recinti protetti».

Che l’informazione sia una «cosa» come le altre non era mai stato detto pubblicamente da nessun ministro. Viva la sincerità. Che la cronaca locale di Cremona o la giudiziaria di Trani possano farla cronisti di Bucarest o Bangalore non era ancora venuto in mente a nessun editore, ma chissà, niente limiti alla potenza del mercato.

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Lo sviluppo a costo zero

Nervi tesi tra Berlusconi e Tremonti. Allo studio solo due mini-decreti su infrastrutture e semplificazioni. Incentivi fiscali ma niente soldi pubblici ai costruttori. La «cabina di regia» dell’Economia resta a via XX settembre, il premier però può partecipare

Non si dimettono nessuno dei due, figuriamoci, ma almeno Berlusconi e Tremonti adesso si parlano. Che un normale incontro di un paio d’ore tra il premier e il ministro dell’Economia diventi una notizia da prima pagina è il segno migliore della crisi profonda del centrodestra e del governo, commenta Michele Ventura del Pd.

In effetti il vertice tra i due a Palazzo Grazioli – facilitato da Gianni Letta e incoraggiato lunedì da Bossi – non produce nessun comunicato ufficiale ma viene giudicato «ottimo» dai portavoce di entrambi i duellanti.

L’unico effetto immediato è la partecipazione (oggi) del gran visir berlusconiano al terzo round preparatorio con Confindustria e banche sul futuro decreto sviluppo mentre domani, invece, sarà direttamente Silvio Berlusconi a partecipare al ministero di via XX settembre al grande seminario sulle dismissioni dei beni pubblici organizzato da tempo dal superministro con banche e agenzie interessate. I tecnici al ministero parlano di misure per la «gestione del patrimonio immobiliare» e «individuazione e dismissione di beni in eccesso alle funzioni pubbliche»

In sostanza si tenterà di vendere il vendibile ai privati a cominciare da caserme, uffici e soprattutto le municipalizzate. Che la misura serva davvero a qualcosa per le casse pubbliche lo dimostra il curriculum di Tremonti, che in passato le privatizzazioni le ha già fatte con le varie Scip e il debito pubblico non è calato di una virgola, anzi.

Il vincitore di giornata, dopo settimane di polemiche e veleni, sembra essere il ministro dell’Economia. La «cabina di regia» resta a via XX settembre, così come tutti i carteggi e i contatti istituzionali necessari. L’obiettivo a breve termine – forse già in settimana – è il varo di due provvedimenti distinti: uno sulle infrastrutture e uno sulla semplificazione. Per quello complessivo dedicato alla crescita, invece, si ipotizzano tempi più lunghi, almeno fino alla finanziaria di metà ottobre.

Tremonti continua a tenere le sue carte ben coperte. Come a volersi parare le spalle, prima dell’incontro con Berlusconi ha visto sia Bossi che Napolitano. Un appuntamento al Quirinale dedicato a sminare il campo per possibili decreti immediati e alla nomina del successore di Draghi al vertice di Bankitalia (Tremonti e Bossi vogliono Grilli, Letta predilige una scelta interna come Saccomanni).

Sulla crescita però non c’è ancora nulla di deciso. Nel corso dei precedenti incontri dei ministri economici (Tremonti, Matteoli, Romani e Fitto) con Confindustria, Abi, Rete imprese e Bankitalia è stata fatta una semplice ricognizione su tutti gli interventi per lo sviluppo approvati dall’esecutivo fino a oggi e non ancora attuati vuoi per la mancanza dei decreti attuativi vuoi per difficoltà degli enti (qualcuno ha più sentito parlare dello «sportello unico per le imprese» approvato in pompa magna due anni fa?). Sul tavolo inoltre sono state messe le proposte dei diversi ministeri su grandi opere, semplificazioni, pubblica amministrazione, energia e tlc. Adesso il confronto dovrà entrare nel merito e passare al vaglio anche le proposte di banche e imprese.

Il ministro dell’Economia ha chiarito oltre ogni ragionevole dubbio che in questa fase tutte le misure sul piatto devono essere «a costo zero». Come dimostra l’ultima trovata tremontiana, già ribattezzata «Tremonti-Infrastrutture». Visto che lo stato non metterà più un euro sulle opere pubbliche, l’idea è detassare al massimo i privati che hanno la concessione e realizzano l’opera: per tutta la durata della costruzione vengono defiscalizzati gli investimenti e l’Irap. In più, una volta chiuso il cantiere, il concessionario-costruttore non pagherebbe il canone e l’Ires per un certo lasso di tempo.

Sembra chissà cosa ma è molto probabile che si tratti di una misura di piccolo cabotaggio. Il Sole 24 Ore ha scritto che Tremonti vorrebbe vararla in via sperimentale solo sul potenziamento di 8 strade: la Pontina, la Ragusana, la Telesina, la Pedemontana piemontese, la Orte-Mestre… Altri ministri insistono per allargare il quadro. In ogni caso all’Economia assicurano che ci si concentrerà solo su opere «immediatamente cantierabili».

In materia di giochi fiscali non c’è maestro più bravo di Tremonti. Però la realtà ha la testa dura: a Roma, per esempio, la regione non ha più un euro per la linea C della metropolitana e dunque i cantieri sono fermi. Per le opere pubbliche servono soldi veri e in tempi di credit crunch è difficile che le banche si trasformino in bancomat dei costruttori.

(Non a caso il ministro Matteoli il giorno dopo è stato contestato all’Ance: vedi qui, ndr)

In serata Tremonti torna a Palazzo Grazioli per un incontro con Berlusconi, Bossi, Alfano e tutto lo stato maggiore leghista tranne Maroni. Un appuntamento tanto più delicato visto che oggi la camera voterà la mozione di sfiducia del Pd contro Saverio Romano, il ministro dell’Agricoltura accusato di mafia. E’ una verifica di maggioranza vecchio stile, che non fa escludere il varo dei decreti in un consiglio dei ministri da tenere venerdì sera a mercati chiusi.

dal manifesto del 28 settembre 2011

iQuit, l’ultimo morso del principe dei «nerd»

Steve Jobs lascia il timone di Apple. “Mr. Think different” è il più grande inventore del ’900 ma per Cupertino il futuro inizia ora

Un manager, un leader, un inventore. Il più straordinario «nerd» di tutti i tempi. Dopo mesi di malattia, Steve Jobs lascia definitivamente la guida della Apple. Il suo addio non è solo un vero giro di boa per un’azienda che ha infilato una dopo l’altra una serie di innovazioni senza precedenti. E’ anche il passaggio di testimone di una generazione eroica, fricchettona e visionaria che dagli anni ’70 guida quella rivoluzione tecnologica che da decenni continua a ridisegnare gusti, socialità, comunicazione, business, arte e creatività di miliardi di esseri umani.

La lettera con cui annuncia ai dipendenti e ai mercati il passaggio di consegne al suo numero due operativo, Tim Cook, è un capolavoro di classe, umiltà e understatement: «Non sono più all’altezza dell’incarico e delle mie aspettative come amministratore delegato … ma sono sicuro che i giorni più brillanti e innovativi della Apple sono ancora davanti a noi».

A differenza dei giovanissimi creatori di Google e Facebook, né Jobs né Bill Gates si sono mai laureati. Entrambi hanno creato dal nulla, in un garage, aziende che hanno cambiato la storia dell’umanità.

Solo a scorrerne i passaggi principali, la biografia di Steve Jobs eccede quella di una dozzina di persone normali. Nato non voluto da un padre siriano musulmano e da una teenager che l’ha subito dato in adozione, Jobs è senza dubbio il più grande inventore del XX secolo. Non solo di oggetti come l’AppleII, il Macintosh, l’iMac, l’iPhone, l’iPod e l’iPad. Ma anche di interfacce tanto naturali che un minuto dopo essere state create sembra ci siano sempre state: l’uso totale del mouse e delle icone, la grafica asciutta e iper-usabile (frutto dei suoi studi da giovane drop-out in calligrafia), la genialità delle animazioni Pixar, il multitouch.

Un telefono senza pulsanti e un computer senza tastiera sembrano impossibili da descrivere a parole. Ma basta sfiorare il vetro di un iPhone o di un iPad per capire che quel tocco leggero è sempre stato nelle nostre potenzialità. Era nelle nostre mani prima che lo sapessimo. Del resto, a chi gli chiedeva quale fosse stata la ricerca di marketing preliminare al lancio dell’iPad, Jobs ha risposto: «Nessuna, non è il lavoro dei consumatori sapere quello di cui hanno bisogno».

Innovazioni che si ripercuotono anche nell’arte: chi avrebbe mai potuto imporre alle case discografiche mondiali la vendita legale di un dollaro a canzone? Dal 2008 invece iTunes è il primo negozio di musica del pianeta. E anche quando è uscito il primo iPad, tanti l’hanno bollato come «un inutile iPhone più grande»: «Non ha una funzione chiara». Forse. Però ne sono stati venduti 10 milioni solo negli ultimi 90 giorni. Come dicono gli analisti, «non c’è un mercato dei tablet, c’è solo un mercato dell’iPad».

La recente uscita di Hp dal mercato – clamorosa e definitiva – è solo l’ultimo trionfo di un’invenzione già amatissima e (quasi) perfetta. Jobs oltre a inventare nuova tecnologia è stato un implacabile distruttore di quella obsoleta. I suoi computer sono stati i primi ad abolire prima il floppy disk, poi il lettore cd, e in tanti hanno criticato l’iPad per la sua superficie perfettamente liscia: «Non ha neanche una porta usb». Eh già.

Nel frattempo la Silicon Valley sta sposando la filosofia della «cloud», la nuvola immateriale che avvolgerà tutta la musica, testi, video e foto che siamo capaci di immaginare. La nostra identità, e non è detto che sia un bene, non sarà più bloccata in un oggetto più o meno portatile ma a disposizione ovunque e comunque.

Chi critica il suo sistema chiuso, ferocemente proprietario (chiedere a Samsung che è appena stata sconfitta all’Aja nella battaglia dei brevetti, leggi qui), non può non riconoscerne il successo: 15 miliardi le «app» scaricate.

Non è fortuna o il frutto di freddo marketing, è soprattutto un incrocio di intuizione e visione. Solo un «nerd», uno smanettone misantropo e adoratore della tecnologia può essere così arrogante da imporre quello che ancora non c’è. Pensare l’impossibile affinché si avveri. Ieri sul suo blog Vic Gundotra, il numero tre di Google, commentando l’addio di Jobs ha raccontato una storia. Era il giorno della Befana del 2008, una domenica mattina, e Jobs l’ha chiamato per chiedergli una cosa urgentissima. Sarebbe stato un problema per loro se Apple avesse cambiato il tono di giallo della seconda «o» di Google perché sullo schermo dell’iPhone gli sembrava «sbagliato»? Ecco Steve, un signore che la domenica mattina si occupa di un dettaglio insignificante non solo per la maggior parte delle persone ma anche per qualsiasi supermega miliardario.

Apple non è solo la compagnia più ricca di Wall Street, seconda solo a un gigante «cattivo» come la Exxon Mobil (e per qualche settimana l’ha anche sorpassata). E’ anche la società che fa più profitti in proporzione alle sue relativamente piccole quote di mercato (+125% nell’ultimo quarto, in piena crisi). Crea oggetti costosi, li produce a poco e li vende straordinariamente bene.

Il 62% dei ricavi è extra Usa ma il suo marchio è la quintessenza dell’America. Niente «buonismo»: pragmatismo e sogni allo stato puro. Contrariamente alle altre società di Wall Street, Apple fa zero beneficenza e non distribuisce dividendi. Rimane tutto in cassa e viene reinvestito nei suoi prodotti e nelle sue persone. E’ un modello che funziona? Beh, dieci anni fa le azioni valevano 9 dollari, oggi 370.

One more thing. Jobs resta un dipendente della Mela e chairman del cda. Cosa lascia alle sue spalle? Per ora la società ha un team di superstar. Tim Cook è un workhaolic nato nel Sud, mago della logistica e della produzione industriale (è anche nel cda della Nike). Uno che sui blog viene già bollato come il manager gay più potente del mondo (non ha mai fatto coming out, però). Jonathan Ive è il geniale designer britannico che ha condiviso con Jobs tutte le svolte più importanti. E accanto a loro c’è il capo del software Scott Forstall.

Le difficoltà non mancano. Ron Johnson, principe del retail e inventore dei super-profittevoli Apple Store, per esempio, lascerà a novembre (va ai supermercati J. C. Penney). Ma finché il top management resta quello, non c’è ragione di ritenere che a Cupertino smettano di innovare e vendere bene i loro prodotti.

Il logo della Apple è un chiaro omaggio alla morte dell’«inventore dei computer» Alan Turing, che si suicidò mangiando una mela immersa nel cianuro per le vessazioni subite come omosessuale nell’Inghilterra degli anni ’50.

Aggiornamento del 24.10.2011: Walter Isaacson, autore dell’unica biografia autorizzata di Steve Jobs, smentisce il riferimento a Turing. A domanda dell’autore, Jobs risponde: “He wished that he had thought of that, but hadn’t”.

Ma è anche la mela della conoscenza. Un desiderio, una fame, un morso (bite) che fa precipitare l’uomo sulla Terra e lo costringe a incontrarsi con la sua vera natura. Ormai siamo fatti della stessa sostanza dei nostri bit. Apple, «think different». Sarà dura, ma provateci ancora.

dal manifesto del 26 agosto 2011

L’Udc vota col Pdl per i licenziamenti liberi

Sì del «terzo polo» all’art.8 del decreto. Ma «scajoliani», Formigoni e frondisti assediano Alfano. Intanto i tecnici del senato demoliscono il decreto Tremonti: cifre misteriose su tagli e giochi, stime finanziarie obsolete, il boomerang della Robin tax e i possibili costi degli enti locali da sopprimere.

È solo un parere ma è un parere pesante quello approvato dalla commissione Lavoro del senato sull’articolo 8 del decreto di agosto, quello che apre alla «deregulation» totale in azienda inclusi i licenziamenti in barba a leggi, contratti nazionali e rappresentanza sindacale. Hanno votato contro solo Pd e Idv. Un po’ a sorpresa, infatti, il «terzo polo» ha votato insieme alla maggioranza. Assente al momento del voto Claudio Molinari (rutelliano ex Pd ora Api) il sì alla controriforma Sacconi è di Luciana Sbarbati, repubblicana eletta nel Pd poi passata all’Udc. Il Pdl esulta: «Una maggioranza più ampia sulla disciplina lavoristica è un fatto molto importante», commenta Gasparri.

Difficile che quel sì in commissione resti invariato in aula ma l’amo a una maggioranza incapace di individuare cambiamenti condivisi il terzo polo l’ha lanciato. Non a caso, Francesco Rutelli invita il Pdl a liberarsi dai «veti» e ad aprire ad un «confronto» con le opposizioni sulla manovra. Un auspicio fatto proprio direttamente dal presidente del senato Renato Schifani, che invita la maggioranza a valutare il merito delle «proposte da qualsiasi parte provengano».

Più facile a dirsi che a farsi. Il Pdl infatti deve ancora trovare un accordo al suo interno. Lunedì notte una cena cheek to cheek tra Alfano e lo sherpa dei frondisti Guido Crosetto non ha sciolto i nodi. Tanto che il sottosegretario si è intrattenuto a lungo ieri pomeriggio in un vertice a via dell’Umiltà con Alfano, il ministro Romani e i due ex coordinatori La Russa e Verdini. «Tutto possiamo fare, tranne mettere in difficoltà il governo – racconta prudente Crosetto al termine della riunione – è stato un utile confronto di idee, il confronto vero, quello ufficiale ci sarà solo domani (stasera, ndr) con la riunione all’interno dei gruppi».

I malumori crescono. Gli altri «frondisti» non si sentono rappresentati in toto da Crosetto e attendono l’incontro promesso da Alfano (che non è ancora in programma ed è difficile lo sarà). Stracquadanio e Bertolini proporranno massicce privatizzazioni di aziende statali e municipalizzate, mentre gli «scajoliani» (una sessantina di parlamentari) chiedono di «partecipare senza subire veti e senza apprendere decisioni già assunte in altre sedi». Tre gli emendamenti già pronti (qui): l’aumento dell’Iva al 21% e all’11%, la soppressione delle province nelle aree metropolitane (Roma, Milano, Genova, etc.), l’aumento di 10mila euro per ogni figlio a carico alle soglie del contributo di solidarietà (attualmente fissate a 90mila e 150mila). Anche il ministro Galan, in via autonoma, ha presentato due emendamenti settoriali: la sopravvivenza dei mini-enti con meno di 70 dipendenti pubblici e l’esclusione dai tagli agli organici del personale delle sovrintendenze e dei beni culturali.

Tensioni e proposte che complicano non poco la sintesi del segretario. Alfano oggi sbarcherà al meeting di Rimini con un accompagnatore d’eccezione, quel Roberto Formigoni che da giorni si sgola chiedendo primarie e meno tagli agli enti locali. Sarà una permanenza breve, visto che alle 19 a Roma è in programma il direttivo del Pdl sulla manovra. Il tempo stringe, lunedì 29 scade il termine per presentare gli emendamenti in commissione.

La «quadra» va trovata rapidamente.Un compito reso ancora più difficile dai profondi rilievi mossi dai servizi tecnici del senato che hanno passato al setaccio il decreto Tremonti. Errori non da poco.

Sui tagli al ministeri, in pratica, il governo ha indicato cifre arbitrarie senza indicare come e dove saranno fatti i tagli. Maggiori entrate a rischio invece sia per i forti rischi di «elusione» del contributo di solidarietà (con un gettito che tra l’altro potrebbe diminuire visto che i 3,8 miliardi previsti sono stati calcolati sulle dichiarazioni del 2008 e non del 2009, con cui darebbe “solo” 2,4 miliardi) sia per la Robin tax. Visti i cali in borsa dei titoli energetici, è quasi certo che ci saranno meno dividendi e meno capital gain per tutti, a cominciare dallo stato.

Buio totale anche sui nuovi introiti dovuti ai giochi. I tecnici non hanno trovato «alcun elemento, neanche di carattere indicativo, che permetta di verificare la concreta realizzabilità del maggior gettito di 1.500 mln indicato dalla norma».

Molti dubbi infine anche sui risparmi per la soppressione di province e comuni: secondo i tecnici del senato invece che risparmi quasi sicuramente potrebbero esserci maggiori oneri nella fase di transizione.

A proposito della «verità sui conti» chiesta domenica da Napolitano: traballano perfino i fondamentali su cui è basato il decreto. Tutti i numeri su Pil e finanza pubblica sono infatti identici a quelli di primavera nonostante l’aggravamento della crisi e le due manovre precedenti. Il governo, colto in flagrante, si è impegnato a portare già oggi in commissione il Def modificato.

dal manifesto del 24 agosto 2011

A.A.A. svendesi servizio pubblico, il comune privatizza bus e asili

Ventisette milioni e 637.945 sì non sono bastati. Nonostante al referendum di giugno ci sia stato quasi un plebiscito, il governo non si rassegna e torna sul luogo del delitto, con l’intento di liberalizzare e/o di vendere per decreto tutti i servizi pubblici locali tranne l’acqua.

Il titolo degli articoli incriminati (il 4 e il 5) spiega che servirebbero ad adeguare il settore ai risultati referendari (qui il testo del decreto). Ma la realtà è ben diversa. Otto pagine minuziose e solenni, fitte di rimandi a leggi precedenti, non bastano a sciogliere quello che un fautore delle liberalizzazioni come Giulio Napolitano (professore in materia molto ascoltato nella Roma che conta, nonché figlio del capo dello stato) sul Sole 24 Ore di ieri continuava a chiamare il «rebus dei servizi pubblici locali».
Secondo Napolitano, dopo il referendum e le varie leggi incrostate nel tempo, «la ricomposizione del mosaico» è ormai «molto difficile se non impossibile». Eppure il governo, diligentemente, ci riprova.

Come si aggira il referendum

Sulla carta a parte acqua, luce, gas, ferrovie regionali e farmacie comunali, la concorrenza dovrebbe diventare la regola e ogni ente locale che non si adegua dovrà motivarlo dopo «un’indagine di mercato» (così impone il decreto) e deciderlo con una delibera pubblica.

Sembra un diktat, ma in sostanza somiglia più a una pericolosa e sofisticata norma manifesto che umilia la maggioranza degli italiani che ha votato al referendum. Tenendo presente la realtà e le competenze amministrative degli enti locali, infatti, le decine di prescrizioni sofisticate e minuziose inserite nel decreto, lasciano a comuni, province e regioni il compito di decidere se, come e con chi gestire i propri servizi. In compenso, se liberalizzare è difficile e non è nelle corde del governo Berlusconi, privatizzare e svendere i beni comuni è nel suo Dna.

La svendita forzata dei servizi

Non è un caso che il successivo articolo 5, ben più stringato, introduca un premio sostanzioso a comuni, province e regioni che entro la fine del 2012 vendono le «quote azionarie delle società esercenti servizi pubblici locali di rilevanza economica».

In questo caso tutti tranne l’acqua. Che significa in concreto? Tra i più lucrosi ci sono i trasporti locali su gomma o rotaia e i rifiuti. Ma in linea di principio tutto è possibile: si possono vendere anche società pubbliche che gestiscono parcheggi e la sosta a pagamento, illuminazione e pulizia stradale, servizi cimiteriali, biblioteche, pubbliche mense scolastiche, asili nido e assistenza sociale o domiciliare. L’unico discrimine chiaro che descrive un servizio pubblico di rilevanza economica infatti è il pagamento corrispettivo di un canone o di una tariffa.

In appena 18 righe dal titolo «norme per le società municipalizzate», il decreto estivo stanzia un tesoretto di 250 milioni di euro nel 2013 e 250 milioni nel 2014 che il ministro delle Infrastrutture (Altero Matteoli) elargirà motu proprio agli enti locali che privatizzano.

Mezzo miliardo non è poca cosa in tempo di tagli selvaggi ai comuni. Soprattutto perché si tratta di soldi freschi, cash, da prendere tra i 4 miliardi residui dei fondi Fas nazionali non ancora assegnati e immediatamente spendibili. Il decreto non specifica con che criterio il governo elargirà quei soldi. Si limita a dire che ogni comune riceverà dal governo la stessa quota ricavata dalle azioni che riuscirà a vendere sul mercato (se vendi azioni per 5 milioni, ne riceverai altrettanti). Insomma, se non riesci a liberalizzare i servizi, sbarazzatene.

E nessuno controlla

A differenza che per le possibili liberalizzazioni, qui non ci sono controlli, vincoli, prescrizioni di congruità o trasparenza.

Lo stato non controllerà né a chi vendi né a quanto. Lo stesso Giulio Napolitano – favorevole alla norma – denuncia «il pericolo di trasferire la rendita dal pubblico al privato e di vendere non alle migliori condizioni».

Non contento, il governo impone anche dove l’ente locale dovrà spendere tanta «manna» dal cielo: solo in infrastrutture locali. Il sindaco deve rifare le strade? Venda l’asilo, la mensa, la discarica o il parcheggio della stazione e poi bandisca il progetto. Un do ut des tra beni pubblici e cemento di smaccata malizia. Poco importa che almeno finora non c’è stata la corsa ad accaparrarsi servizi come autobus o cassonetti. Secondo l’Osservatorio dei servizi pubblici del Cnel, nel 2006 su 507 gestori di servizi pubblici scrutinati a campione erano solo 297 le società private coinvolte a vario titolo nella gestione dei rifiuti o dell’igiene urbana (la maggior parte in Sicilia). Meno ancora nel trasporto locale: appena 12 su 158.

dal manifesto del 18 agosto 2011

Tremonti svela il bluff: più tasse per 15 miliardi

Tremonti svela il bluff della delega fiscale: subito i 15 miliardi di tagli alle detrazioni Irpef previsti nella “clausola di salvaguardia” della bozza fantasma. La manovra intanto massacra scuola, sanità e regioni. Professori e ricercatori perderanno 8mila euro. Niente fondi per il Sud e super-bolli in banca. Tra le modifiche dell’ultimo minuto un regalo «bipartisan» ai concessionari autostradali

Un Romano Prodi redivivo detta la linea: «Governo, opposizione e Bankitalia insieme per l’emergenza». Peccato che i tempi sono cambiati e non esistono più nessuno dei tre. Nel Palazzo, la reazione al «terrorismo finanziario» è identica a quello di piombo di trent’anni fa: con l’emergenza si sta tutti insieme. A prescindere dai contenuti. Che in questo caso sono più tasse per chi già le paga e meno servizi per tutti.

Messo alle strette, il governo ammette il bluff sulla presunta riforma fiscale e annuncia che anticiperà nella manovra la «clausola di salvaguardia» da 14,7 miliardi contenuta nella delega fantasma scritta da Tremonti. In concreto, già dal prossimo anno ci sarà un taglio del 15% di tutte le detrazioni esistenti (sanità, asilo, colf, assicurazioni, ristrutturazioni). Invece dei tagli lineari ai ministeri stavolta si tagliano gli sgravi ma la sostanza non cambia. Si spara nel mucchio per prendere soldi dov’è più facile, cioè sul lavoro dipendente.

Nelle ultime ore di trattativa nella maggioranza, Pdl e Lega concordano solo 5 modifiche alla manovra. Oltre alle tasse, riguardano un taglio minore alla rivalutazione delle pensioni basse, un aumento più scaglionato del maxi-bollo sui titoli e qualche modifica al patto di stabilità. Ultimo ma non ultimo, un bel regalo bipartisan alle concessionarie autostradali. Nel decreto era previsto un codicillo che avrebbe gravato per oltre 1 miliardo sulla spalle di Benetton e soci (quasi tutte aziende del Nord o parastatali). Nei giorni scorsi il viceministro Castelli è stato pubblicamente scudisciato dall’Aiscat: ai padroni delle corsie è bastato minacciare il blocco degli investimenti nella BreBeMi e la Pedemontana che il Carroccio ha subito innestato la retromarcia ammorbidendo la norma.

E’ «un massacro sociale annunciato», commenta Nichi Vendola di Sel. Perché i dati di sistema ormai sono noti pure ai sassi: occupazione femminile al 46% (in Ue è al 60%) e disoccupazione giovanile al 29%. Precariato, bassi salari e bassa produttività sono piaghe endemiche tanto a Nord quanto a Sud. Eppure la manovra segue le orme di sempre: più tasse, meno servizi. E a pagare sono sempre gli stessi. Basta scorrere il decreto per toccare con mano la macelleria sociale che ci aspetta.

Altro che meno tasse: fisco +1%

La pressione fiscale aumenterà come minimo dell’1% (fonte Confindustria). In un paese che è già (ultimi dati Ocse del 2009) al terzo posto per il fisco (43,5%) dopo Danimarca e Svezia. Da allora la situazione è sicuramente peggiorata. La delega fiscale fantasma scritta da Tremonti quasi sicuramente decadrà. Peccato perché lì e solo lì c’era l’armonizzazione delle rendite finanziarie al 20%, una norma di equità che il Pd proverà a inserire nella trattativa.

Il grosso delle maggiori entrate verrà dai giochi (7 mld) e dal superbollo sul deposito titoli (quintuplicherà fino a 150 euro l’anno e 380 per i depositi sopra i 50mila euro). Rincari che però il governo vuole rimodulare. Solo 490 milioni invece verranno dal mini aumento dell’Irap su istituti di credito e assicurazioni. In proporzione la manovra la pagano infinitamente di più correntisti e bancari che banchieri e speculatori.

Piano per il Sud? Sotto il Po il nulla

I fondi Fas saranno ulteriormente tagliati dal 2013. In più viene decurtato di 3,6 mld il «fondo per l’economia reale» di Palazzo Chigi dedicato in gran parte al Mezzogiorno. Sulle infrastrutture inoltre si fa un gioco delle tre carte che avvantaggia solo il Nord. Tremonti cancella il «fondo per le opere strategiche» e ne crea uno nuovo («fondo infrastrutture stradali e ferroviarie»). Perché? Perché così cade il vincolo dell’85% degli investimenti al Sud. Non a caso in quel fondo le uniche opere finanziate (peraltro solo con 250 milioni, fonte Cipe- Cgil) sono il traforo del Brennero, il valico Genova-Milano e la Treviglio-Brescia.

A scuola stipendi magrissimi

«Un intervento così odioso verso settori noti per le basse retribuzioni non si era mai visto», commentano in Flc-Cgil. La manovra congela gli organici delle scuole fino al 2014 e contiene norme anti-Tar contro i ricorsi dei precari. In più, oltre al blocco delle assunzioni blocca anche gli stipendi. Così un professore di liceo avrà perso in 5 anni (2010-2014) quasi 8mila euro, un preside circa 16mila, un ricercatore 7.500, il personale tecnico e amministrativo 6.400. Ma è un calcolo per difetto: perché i rinnovi contrattuali rivalutano anche altre voci dello stipendio che restano ferme, così come gli scatti di anzianità. Un blocco che in futuro dimagrirà anche le pensioni.

Per far vedere che ci tiene, Tremonti assicura che il fondo di finanziamento (Ffo) delle università non si tocca. Certo, glissa sul fatto che dal 2012 è già stato decurtato di 300 milioni con le precedenti manovre.

Casse vuote negli enti locali

Solo oggi, a cose fatte, Tremonti incontrerà gli enti locali. In 5 anni (2010-2014) i tagli complessivi a regioni, comuni e province ammonteranno a 33 miliardi. Anche qui molta propaganda: il premio agli enti «virtuosi» sul patto di stabilità è poco più che una mancia (circa 200 milioni).

Sanità, ecco il super-ticket

In 5 anni (2010-2014) il settore ha subito tagli per 17 miliardi in personale e ed erogazioni. Dal 2012 è previsto un super-ticket fino a 10 euro sulle medicine (una norma che vale oltre 800 milioni) e sono quasi inevitabili inediti ticket sui ricoveri ospedalieri da inserire nella finanziaria autunnale.

dal manifesto del 13 luglio 2011

Referendum, ecco perché il quorum si può fare

Tutti i precedenti dicono che sopra il 35% alle 22 il quorum dei referendum è a portata di mano.

La retrospettiva del Viminale la trovi qui (pdf).