Editoria, Angelucci perde al Consiglio di stato la partita sui contributi

Il Consiglio di stato ha condannato Antonio Angelucci per i contributi pubblici doppi e dunque illeciti per i giornali «Libero» e « il Riformista» (sentenza 02128/2012) .

Rovesciando la vittoria provvisoria del deputato del Pdl presso il Tar del Lazio, la terza sezione di Palazzo Spada, presieduta da Pier Giorgio Lignani, ha riconosciuto le ragioni dell’Agcom e della presidenza del consiglio, che dopo un’istruttoria lunghissima (iniziata nel novembre del 2008) avevano cancellato il diritto ai rimborsi per l’editoria ai giornali della famiglia dei potentissimi re delle cliniche romani. Il giudizio amministrativo è definitivo.

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Editoria, dopo Malinconico arriva Peluffo

Prima del consiglio dei ministri di venerdì 20 gennaio, Monti ha ufficializzato la nomina della sua storica assistente Betti Olivi come portavoce italiana (per la stampa estera ne ha un’altra assunta da Bruxelles) e ha sostituito Carlo Malinconico a sottosegretario all’editoria con Paolo Peluffo.

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Dal 2012 taglio ai vitalizi dei parlamentari

Blitz di Fini e Schifani con la ministra Fornero. Dal 2012 parlamentari in pensione dopo i 60 anni e con il contributivo. La riforma darà assegni più bassi e più tardi. Ma non per chi è già pensionato.

Zac, dal 1 gennaio 2012 i vitalizi dei parlamentari saranno pesantemente tagliati. Lo hanno deciso con un blitz i presidenti delle camere Fini e Schifani in una riunione a Montecitorio con la neoministra del Welfare Elsa Fornero. Il nuovo sistema entrerà in vigore col nuovo anno e non tocca gli assegni già percepiti dagli ex parlamentari.

Due le novità principali sulla durata e l’importo. Per tutti gli onorevoli in carica o che subentreranno dall’anno prossimo il futuro assegno sarà calcolato col metodo contributivo. Il sistema introdotto nel ’95 con la riforma Dini, com’è noto, collega le pensioni ai contributi effettivamente versati e dunque prevede importi più bassi. Attualmente i contributi degli onorevoli sono pari all’8,6% dell’indennità contro il 33% di un normale lavoratore dipendente Inps.

In più, la pensione non potrà essere mai percepita prima del compimento dei 60 anni di età per chi sia stato eletto per più di un’intera legislatura e al compimento dei 65 anni di età per chi abbia versato i contributi per una sola intera legislatura. Attualmente il sistema prevedeva 65 anni ma a scalare, in modo tale che non sono rari ex onorevoli «baby pensionati».

Secondo stime della camera sono circa duecento i deputati che dovranno aspettare il compimento dei 65 anni per avere diritto alla pensione con le nuove regole. Tra questi anche l’ex presidente leghista Irene Pivetti, che avrebbe potuto andare in pensione ad aprile 2013. Resta in vigore, comunque, l’anomalia di pensioni che si sommano a qualsiasi altro reddito.

L’approvazione definitiva arriverà entro fine anno dall’ufficio di presidenza dei due rami del parlamento ma secondo Fini e Schifani non ci saranno «sorprese». E’ molto probabile che il passaggio al nuovo sistema per gli onorevoli sia il primo passo, da parte della ministra Fornero, per imporre il calcolo contributivo a tutti i lavoratori, anche quelli che furono esclusi dalla riforma Dini.

dal manifesto del 30 novembre 2011

Idea pazza: Fini al governo il ciellino Lupi alla camera

Il «big bang» che in tanti prevedevano a sinistra in verità sta per scoccare a destra. E la scintilla primordiale è l’addio di Berlusconi a palazzo Chigi.

Sotto il gioco del cerino che si consuma nel totoministri del governo Monti, si intravede già il fitto lavorìo di sapienti manovratori. Fini, Casini e Gianni Letta si incontrano in serata a Montecitorio, subito raggiunti da Lorenzo Cesa, Angelino Alfano e Fabrizio Cicchitto. Mentre già si impennano le quotazioni del «grande centro», il braccio destro di Casini Roberto Rao smorza gli ardori: «Se dobbiamo sostenere un governo insieme, dobbiamo anche togliere i cavalli di Frisia e parlare. Senza inciuci».

Eppure per dare l’idea della pazzia che per tutto il giorno ha aleggiato su Palazzo Madama e dintorni, tra le anime in pena che attendono lumi su governo e legislatura ce n’è una che si lascia sfuggire la quadra: Gianfranco Fini al governo come nume tutelare del «terzo polo» accanto ai big Letta e Amato.

In cambio, Pdl e Udc voterebbero Maurizio Lupi alla presidenza della camera. Lupi, ciellino doc, è stato tra i primi ad aprire a Monti nel partito di Berlusconi. E Cl è tra gli sponsor principali del governo che verrà. Lo stesso professore, del resto, sa che avere al suo fianco dei leader politici è la migliore polizza vita per il suo esecutivo, forte all’apparenza ma gonfiato dagli steroidi dell’emergenza.

Tra finiani e Pdl non sono ancora fiori d’arancio ma ormai Lavitola è latitante e gli scoop sulla casa di Montecarlo sono un dissidio lontano (ex An a parte). Il leader di Fli si muove in parallelo a Casini. Già da giorni ha candidato apertamente il «terzo polo» come possibile «primo polo» del centro-destra italiano.

Se non un’Opa sul Pdl una scomposizione e ricomposizione massiccia che solo un governo Monti in carica fino al 2013 può garantire senza sussulti. «Io credo che questo governo sia un miracolo – esulta Pier Casini – il fatto di aver trovato un’intesa tra le varie forze politiche è qualcosa di miracoloso».

Sarà. Ma il mostro tricefalo Letta-Amato-Fini è un cattivo ricordo che al solo nominarlo fa tremare di disperazione i poveri democratici accampati nella sala Garibaldi, alle prese con un governo che devono appoggiare per forza ma su cui possono già influire davvero poco. Quella profana trinità sarebbe il simbolo di un governo di centrodestra allargato, con l’appoggio esterno del Pd bersaniano. Una sconfitta troppo rovinosa per chi sulla carta è il pilastro del governo Monti.

E’ dunque quasi certo che alla fine i ministri siano soltanto tecnici. La notte però è lunga e da più parti, non a caso, si ipotizza una partenza immediata di Monti con soli ministri tecnici e un innesto dei tre vicepremier «politici» in un secondo momento.

Ma il fatto che quello scambio venga anche solo ipotizzato adesso riassume bene il nuovo clima che si respira nel centrodestra. «Il Pdl ci lancerà ogni giorno trappole e trabocchetti parlamentari», si preparano al peggio in casa democratica.

E infatti: il Pd non mette veti su Letta ma chiede «discontinuità»? Cinque minuti dopo il segretario Pdl Angelino Alfano risponde a muso duro: «Chiederci di rinunciare a leggi da noi approvate uno o due anni fa non sarebbe un metodo condivisibile». L’unità nazionale non è un pranzo di gala.

Chi è sempre più lontana da questi problemi è la Lega. Roberto Maroni, possibile nuovo capogruppo alla camera la settimana prossima, è categorico: «Oggi si è interrotto il percorso iniziato nel ’94». La nascita del governo Monti «segna una rottura che ci assegna il ruolo di opposizione». In una notte, il Carroccio è passato in modalità «Braveheart». Ma a primavera si vota in molte città. E alternare corse in solitaria a trattative serratissime con il centro-destra è la specialità della casa.

dal manifesto del 16 novembre 2011

L’Aga Cannes perde pezzi

Berlusconi annuncia la fiducia sulla legge di stabilità ma la sua maggioranza non c’è più. Due deputati del Pdl passano all’Udc. E alla camera è tutto pronto per la trappola sul rendiconto.

A Montecitorio quota 316 addio. Mezzo Pdl chiede un passo indietro al premier e spera nell’improbabile soccorso dei centristi. Il problema però è che fare dopo.

Silvio Berlusconi si aggira tra i grandi della Terra come un intruso. Obama non lo vuole vedere e con Sarkozy ormai è andata com’è andata. La Germania, costretta ad averci a che fare, ha chiarito per tempo a Napolitano che l’unico interlocutore internazionale per il nostro paese è il capo dello stato.

Il premier è a terra ma non è disarcionato. Anzi. Dalla Francia annuncia che il governo chiederà la fiducia sulla legge di stabilità. Un modo lampante per dire a tutti che l’unico modo per mandarlo a casa è votargli contro in parlamento.
Eppure è proprio dentro il suo partito che si annidano ormai i pericoli maggiori. Due deputati (Alessio Bonciani e Ida D’Ippolito) sono passati direttamente dal Pdl all’Udc.

Più Alfonso Papa ai domiciliari e Pietro Franzoso in ospedale, addio la maggioranza a quota 316 alla camera. Ieri altri 3 «sudisti» hanno lasciato il gruppo dei responsabili e sono passati al misto pur dichiarando di stare ancora nel centrodestra.

Smottamenti ufficiali che si aggiungono ai 6 deputati che hanno firmato pubblicamente la lettera sui giornali che chiede al premier un passo indietro. Alla fine da quelli dell’Hassler (lussuoso hotel di Roma sede dei loro incontri) si sono sfilati gli scajoliani Andrea Orsini e Paolo Russo ma ormai più che un fuoco di paglia sembra un incendio.

L’ex ministro con casa al Colosseo dice che «se Berlusconi ritiene di poter fare questa svolta gestendo lui la presidenza del Consiglio lo faccia, altrimenti si faccia da parte. Non bisogna più pensare a un interesse di parte, siamo sull’orlo di un baratro».

La galassia pidiellina è vicina al big bang: in allarme il Pri di Nucara, gli ex finiani Urso, Ronchi e Buonfiglio, i siciliani di Miccichè, gli ex Udc passati al Pid. «Berlusconi deve trattare una resa onorevole, sennò finisce schiantato», avverte il pidiellino Giuliano Cazzola. Perfino Maurizio Paniz (quello di «Ruby è la nipote di Mubarak») gli suggerisce di fare «il padre nobile» e salvare la ditta.

Secondo i colloqui dell’Udc, sarebbero altri quattro o cinque i deputati del Pdl pronti a lasciare il partito di Berlusconi. Verdini è già in pista per convincerli a desistere. Ma intanto al senato (maggioranza di 18 voti) i dubbiosi sarebbero già più di 10, sufficienti dunque a mandare a casa il Cav.

Non che frondisti e malpancisti la pensino tutti allo stesso modo, per carità. La maggior parte – sia tra quelli usciti allo scoperto che tra quelli in «sonno» – non pensa a un ribaltone ma a un governo Letta. Gianni, l’unico uomo sul pianeta di cui il premier pensa di potersi fidare veramente a parte la prole (non tutta) e Fidel Confalonieri.

L’opposizione prova a giocarsi la partita. Per Gianfranco Fini è chiaro che «il governo ha i giorni contati». E a chi gli fa notare che sono parole poco consone per un presidente della camera, il leader di Fli risponde che «anche Bossi e Berlusconi sono un’anomalia».

Visto che l’approvazione della finanziaria non è in discussione con la crisi dell’euro e i calendari parlamentari sono vuoti proprio per evitare incidenti, per l’opposizione la madre di tutte le battaglia è martedì, quando alla camera si rivoterà il rendiconto generale bocciato dall’aula l’11 ottobre. Una vicenda viziata da incostituzionalità e dalla lesione dei regolamenti della camera (cfr. Gianni Ferrara sul manifesto del 25 ottobre) su cui Casini e Bersani sono pronti a far scattare la trappola. Cioè trasformare malumori e paure in un missile contro il governo.

Rosi Bindi fa balenare una mozione di sfiducia (ma solo se e quando avrà raggiunto preventivamente le 316 firme di maggioranza). In realtà però Udc e Pd stavolta giocano di fino.

Al momento non si valutano né mozioni né altre diavolerie parlamentari. «Bastano le votazioni già previste», dicono dal Nazareno e confermano fonti centriste.

Il bug che potrebbe mandare in tilt il centrodestra è l’arma più antica di tutti, la mancanza del numero legale nell’aula della camera. Uno strumento soft ma inaggirabile che potrebbe raccogliere tutti, dall’Idv al più scontento dei berlusconiani.

«A Berlusconi chiediamo di dare un segnale, altrimenti vedremo come comportarci – spiega la frondista del Pdl Isabella Bertolini – se passerà attraverso un rimpasto, un azzeramento di questo governo, un nuovo governo o un nuovo premier, questo spetta a lui deciderlo». Nota bene: in tutti i casi si prevedono le dimissioni di Berlusconi.

Il dubbio, infatti, è su che succede dopo. In caso di elezioni almeno un terzo dei parlamentari Pdl non sarà rieletto. Evitare le urne, per i frondisti, è il primo obiettivo. Ma mettere in piedi una «cosa« che duri un anno è più difficile. Mentre il Pd accetta di malavoglia un eventuale governo del presidente, nel Pdl sperano ancora in una nuova maggioranza allargata all’Udc. Sono entrambi scenari improbabili. Esplosivi con numeri risicati e con i partiti in piena decomposizione.

dal manifesto del 4 novembre 2011

Mauro Masi e la Fieg, assalto a Google per il diritto d’autore

Guarda chi si rivede a Palazzo Chigi: Mauro Masi, l’ex dg Rai trasferito a peso d’oro alla concessionaria pubblica delle assicurazioni, torna nella sua antica reggia come presidente del «comitato antipirateria multimediale della presidenza del consiglio».

Il «tavolo Masi» – che presto presenterà le sue «proposte concrete» al governo – è solo uno dei missili a 360 gradi con cui Bonaiuti prova a ridisegnare prima dell’addio tutto il sistema dell’informazione. Una serie di «riforme» amministrative elaborate rigorosamente a porte chiuse che, se andranno a segno, rischiano di far arraffare ai soliti noti tutto l’arraffabile.

Trofeo assai ambito è il diritto d’autore. Bonaiuti ieri alla camera ha annunciato un’imminente direttiva della presidenza del consiglio che dovrebbe vietare la pubblicazione on line degli articoli da parte delle amministrazioni pubbliche in assenza di un accordo con gli editori.

Niente rassegne stampa gratis, dunque, sui siti del governo, del parlamento o delle regioni. Non è difficile immaginare che senza obbligo di parità di trattamento le istituzioni per risparmiare cancelleranno anche dal digitale tutti i giornali scomodi o di nicchia.

Dall’alleanza governo-editori battaglia serrata anche contro i motori di ricerca e gli aggregatori tipo Google news. Sull’«indicizzazione» degli articoli, infatti, si ipotizza l’autorizzazione preventiva degli aventi diritto. In mancanza di intesa, la parola passerebbe all’Agcom che potrebbe multare i siti “pirata” e perfino – come prevede il modello francese – oscurarli d’autorità.

A sigillo di questo pericoloso rush finale anche la soluzione delle tariffe postali per le onlus che il solito Tremonti un anno fa ha aumentato del 500% (0,28 euro a lettera). Da novembre, reggetevi forte, Airc e Medici senza frontiere potranno pagare 0,17 euro a spedizione, la stessa cifra degli enti a scopo di lucro! Lo chiamano intervento pubblico ma sembra la repubblica delle banane, dove lo stato fa finta di non vedere e il “mercato” ci vede benissimo.

dal manifesto del 20 ottobre 2011

Pdl, la sbandata degli «onesti»

Il Quirinale chiede altre modifiche alla manovra: dopo la salva-Fininvest nel mirino ci sono anche le «quote latte» care a Bossi. Berlusconi abbandonato da tutti ritira il comma contestato, Tremonti fugge dai giornalisti, Alfano tace, Letta si scusa con Napolitano. La Lega ribolle e il Pdl rischia sulla P4.

Qualcuno più realista del re si trova sempre, Daniele Capezzone e il ministro Sacconi, per esempio, difendono nel generale imbarazzo di colleghi ministri e deputati il comma salva-Fininvest. Peccato che poche ore dopo il Cavaliere li pugnali alle spalle ritirando lui in persona la norma inserita da chissà chi in finanziaria, un comma «senza autore» che per tutto il giorno in Transatlantico ha angosciato peones e big di Pdl e Lega.

Dietro le quinte lo scontro col Quirinale è tale che ieri mattina Gianni Letta non ha potuto far altro che telefonare al Colle per scusarsi con Napolitano e assicurare alla presidenza della Repubblica che (nemmeno) lui di quella norma contestata ne sapeva nulla.

Contatti diplomatici e non che hanno costretto nel pomeriggio il «mero proprietario» della Fininvest a usare la carta intestata della presidenza del consiglio per annunciare la cancellazione del comma incriminato. Il comunicato di Berlusconi (disponibile sul sito del governo) dovrebbe andare nei libri di storia per quanto è esemplare del groviglio di interessi di cui è tessuto il crepuscolo del berlusconismo. In sostanza, il premier certifica che «nella cosiddetta manovra» c’era una norma «non solo giusta ma doverosa» che consentiva alla sua azienda di non pagare i danni a un concorrente (De Benedetti). Già che c’è, Berlusconi parla del processo e dà la linea ai giudici: «Conoscendo la vicenda sono certo che la Corte d’Appello di Milano non potrà che annullare una sentenza di primo grado assolutamente infondata e profondamente ingiusta. Il contrario costituirebbe un’assurda e incredibile negazione di principi giuridici fondamentali». Conclude con minaccia: «Spero non accada che i lavoratori di qualche impresa, in crisi perché colpita da una sentenza provvisoria esecutiva, si debbano ricordare di questa vergognosa montatura» (dell’opposizione, ndr). E’ l’apoteosi del conflitto di interessi con tanto di ventilata serrata-vendita di Mediaset (mediatica o reale è lo stesso) contro toghe rosse e comunisti.

Mortaretti che non spostano di una virgola «la scrupolosa attenzione» del Quirinale sul decreto che definirà i conti pubblici fino al 2014. A stretto giro infatti dal Colle filtra la richiesta di «nuovi chiarimenti», in particolare sul trasferimento dell’Ice alla Farnesina e l’ennesima sanatoria sulle «quote latte» della Lega.

Se questo è il clima al vertice, nel governo e nella maggioranza è il caos. Ieri Tremonti ha annullato all’ultimo minuto una conferenza stampa convocata in pompa magna per illustrare la manovra. Il malumore di super-Giulio è alle stelle. Nel lasso di tempo in cui il testo è passato per Palazzo Chigi prima di andare al Colle – concordano diverse fonti parlamentari – qualcuno voleva «infilare» nella manovra altri provvedimenti indigeribili. Non è un caso che il segretario del Pdl di fresca nomina, Angelino Alfano (l’indiziato numero uno), pubblicamente non abbia detto una sola parola nonostante sia ancora il ministro della Giustizia in carica.

Anche la Lega è in subbuglio. L’asse del Nord basato su Bossi-Berlusconi scricchiola sempre di più. Tagli, missioni militari, ministeri al Nord, rifiuti, giustizia e leggi ad personam. Quasi nessuna delle richieste della Lega è passata senza colpo ferire. Una voce per tutti: «Ma Silvio ci è o ci fa?» si chiede il milanese Matteo Salvini su Facebook.

La miccia di via Bellerio o è bagnata, o gioco forza si accorcerà sempre di più. Per paradosso, è soltanto l’eccesso di caos a tenere in piedi la legislatura.

Il governo in senato ha chiesto la fiducia sul decreto sviluppo e si appresta a fare lo stesso anche sulla manovra (in aula dal 19 luglio). Voti campali che non possono andar male a meno di incidenti. Ma tenere le redini è sempre più difficile.

Anche vicende che un tempo sarebbero state risolte d’imperio da palazzo Grazioli adesso rischiano di far saltare il banco. Sulla P4 e il «caso Papa» la maggioranza è in frantumi. Oggi la giunta per le autorizzazioni della camera inizierà a valutare la richiesta di arresto per il deputato napoletano complice di Bisignani. La Lega si dice pronta a lasciare le cricche berlusconiane al loro destino. Ma anche nel gruppo del Pdl l’ala ex An (La Russa e non solo) vorrebbe «libertà di coscienza» nel voto in aula. Una scelta che per il «partito degli onesti» di Alfano sarebbe una prima assoluta, visto che il centrodestra ha sempre salvato i deputati sotto inchiesta come fanno i marines sul campo di battaglia. Alfonso Papa parlerà in Giunta stamattina. Ma ha già detto che non si dimetterà e che è pronto a dire «la sua verità». A parte i pasdaran, non ha grossi sponsor nel partito.

La sua richiesta d’arresto si intreccia con quella avanzata mesi fa contro il senatore Pd Alberto Tedesco, su cui l’aula di Palazzo Madama deve ancora esprimersi.

Salvare entrambi, nessuno, o solo uno dei due è la scelta che divide tutti i partiti coinvolti.

dal manifesto del 6 luglio 2011

Il premier sfida Tremonti e trova un Angelino

Maggioranza nel caos dopo il voto. Berlusconi teme la multa da mezzo miliardo per il lodo Mondadori e non sa come gestire un partito finora unito solo dal potere. Mediaset appesa al governo crolla in borsa. Per il premier riunione d’emergenza con i figli. Scricchiola l’asse con la Lega: «Sul fisco decido io, Giulio trovi i soldi»

La famiglia innanzitutto. La sua. Silvio Berlusconi plana da Bucarest dopo la mazzata elettorale e per prima cosa, alla vigilia delle celebrazioni del 2 giugno con capi di stato da tutto il mondo, convoca di corsa a Palazzo Grazioli i suoi figli Marina, Piersilvio, Barbara e Luigi (assente solo Eleonora) accompagnati (ma non ci sono conferme) da Fedele Confalonieri. Una riunione tanto urgente da essere convocata a Roma e non ad Arcore come di solito, durata quasi tre ore e dedicata agli affari di famiglia. Che non vanno bene.

Nonostante la cura Masi, l’audience continua a premiare la Rai. Peggio ancora, mentre il resto di Piazzaffari volava, dopo i ballottaggi le azioni Mediaset sono crollate a 3,63 euro (un mese fa erano a 4,4). Una soglia molto vicina al target di 3,5 euro fissato ieri dal broker americano Bernstein dopo uno studio sul titolo. Secondo Bernstein «La sopravvivenza del governo diventa più difficile».

E anche se si tratta di un ragionamento «prematuro e speculativo» stare all’opposizione ha danneggiato non poco le azioni del biscione. Il broker ha studiato gli esempi del passato: tra aprile 2006 e aprile 2008, quando Berlusconi era fuori da Palazzo Chigi, «Mediaset ha sottoperformato l’indice Msci Europe del 36%», fino a dicembre 2007 è arrivato a meno 47%. «Allo stesso modo – prosegue Bernstein – da novembre 2010, in coincidenza con una maggiore instabilità politica, Mediaset ha sottoperformato l’indice del 31% e potrebbe scendere ancora molto». Conclusione: «Gli investitori devono stare molto attenti a un titolo che è molto dipendente dalle fortune politiche, giudiziarie e personali di un solo uomo».

Un avvertimento tanto più sinistro soprattutto perché tra pochi giorni (il 16 giugno) il tribunale di Milano dovrà stabilire il risarcimento dell’azienda a Carlo De Benedetti per il lodo Mondadori. Come si ricorderà, in primo grado il giudice Mesiano aveva condannato il biscione a un esborso di 750 milioni di euro. Una cifra che la perizia d’ufficio in appello ha portato a mezzo miliardo (i ricavi Mediaset 2010 sono pari a 2,8 miliardi). Un salasso.

I boatos dicono di una richiesta pressante dei figli a lasciare la politica per non compromettere l’impresa. Al termine bocche cucite. Piersilvio minimizza: «Eravamo tutti e quattro a Roma e abbiamo deciso di fargli una sorpresa». E a chi gli chiede se si è parlato di successione nel Pdl il vicepresidente di Mediaset ha risposto che «quella parola non esiste…Abbiamo parlato di affetto». Più loquace invece il premier nei giardini del Quirinale. Il lodo Mondadori? «Ne parliamo tutti i giorni, è una cosa che incombe. Speriamo – confessa – che non giudichino secondo chi è amico e chi no».

Attorno al Cavaliere il caos regna sovrano. L’ufficio di presidenza del Pdl previsto ieri sera è stato rinviato ad oggi alle 18. E sono saltate una dopo l’altra sia la cena con Umberto Bossi sia quella – riservatissima e bruciata ancora prima di iniziare – con i consiglieri Rai di centrodestra. In serata, non gli resta che sedersi a tavola con Verdini.

Lasciando Bucarest Berlusconi aveva pure provato a scherzare: «Volevo fissare la data del mio funerale ma nei prossimi giorni ho troppi impegni e quindi rimandiamo». La situazione non è rosea. Tra una cosa e l’altra il premier deve pure ricordarsi di dimettersi dal comune di Milano per non dover presiedere la prima seduta di Pisapia a Palazzo Marino…

Oggi l’ufficio di presidenza metterà mano al partito. Verdini, ovviamente, ha pronto uno studio assai rassicurante sull’analisi del voto. Ma anche la promozione di Angelino Alfano a coordinatore unico è in stallo. Per rimuovere i triumviri, infatti, servirebbe un congresso. E in ogni caso gli ex An hanno già chiesto uno o due vice in affiancamento. Qualsiasi modifica insomma non sarà indolore. Anche perché ciò che preoccupa di più il premier è Tremonti e lo scontro dentro la Lega.

Con il ministro dell’Economia Berlusconi prova a fare il bullo: «Sulle tasse Tremonti propone ma non decide, gli faremo scucire i cordoni della borsa per riformare il fisco». La Lega, per ora, difende il super-ministro ma il milanese Salvini dà voce al pensiero della base: «La Lega non morirà mai per Berlusconi». Bossi prende tempo: il governo «per ora va avanti» anche se «non con la tranquillità» di prima. «Ma con Berlusconi ce la si fa a risalire?», gli chiedono i cronisti. Il senatur fa una pernacchia e vola via da Roma.

dal manifesto del 1 giugno 2011

Edicole 2.0, il governo ci prova

A che punto è la riforma dell’editoria? La domanda, non peregrina, fa capolino alla tavola rotonda che ha aperto il congresso Sinagi.

«Lavoriamo in silenzio», risponde Elisa Grande. Tuttavia la responsabile del Dipartimento all’Editoria di palazzo Chigi una promessa al sindacato la consegna: «Subito dopo le amministrative convocheremo a palazzo Chigi un tavolo per attuare l’informatizzazione delle edicole». Il governo potrebbe inserire la norma nella manovra di aggiustamento estiva e sarebbe anche disposto a metterci una fiche da 10 milioni di euro di fondi della presidenza del consiglio da utilizzare come credito di imposta per i giornalai che entrano – finalmente – in rete.

Di informatizzare le edicole se ne parla da anni ma finora l’uso dei software che consentono il controllo delle vendite in tempo reale è dipeso solo dalla buona volontà di singoli giornalai e distributori. Risultato? Computer e Internet si usano a macchia di leopardo perfino nella stessa regione: a Udine, per esempio, il 40% delle edicole è in rete, a Trieste solo il 2%.

E però «33mila edicole sono un presidio per il pluralismo e costituiscono una rete che può essere fondamentale per offrire servizi», spiega Grande. Con una premessa di metodo non secondaria: «Una rete senza i servizi sarebbe solo un aiuto a comprare il computer e non servirebbe a migliorare il sistema». Il governo insomma chiude a modifiche legislative sulla «parità di trattamento» ma prova a usare il cacciavite sul resto. Nei giorni scorsi, racconta Grande, c’è stata una riunione tecnica con l’Agenzia delle entrate proprio per discutere di convenzioni e l’adozione di servizi di pagamento verso lo stato.

Più caustico invece il contributo di Fabrizio Carotti, da pochi mesi nuovo direttore generale della Fieg. Alla sua prima uscita pubblica, Carotti (ex dg di Messaggero Spa e un passato ai vertici del ministero delle Finanze con Siniscalco) non nasconde il colpevole ritardo con cui gli editori stanno affrontando il rinnovo del contratto nazionale della filiera. «Sull’analisi dei guasti della distribuzione e dei ricavi siamo d’accordo, sulle soluzioni – ammette – siamo divisi». E di fronte alla minaccia del Sinagi di guerra totale se entro quest’anno non si trova un’intesa sul nuovo contratto nazionale fa spallucce: «La filiera va riannodata, ma non ad ogni costo. Se non c’è accordo ognuno andrà per la sua strada».

Il Pdl “modello Tedesco”

Il «caso Tedesco» è ormai un caso nazionale. La vicenda giudiziaria e politica del fin qui poco noto ex assessore alla sanità della prima giunta Vendola travalica i confini della cronaca pugliese e precipita in scenari kafkiani. Dove il diritto è il rovescio e ogni mossa allude a un’altra in un infinito gioco di specchi dove non si distingue più la norma dall’eccezione.

Lo scenario del nuovo cubo di Rubik tra politica e giustizia è il senato. Mezzanotte di mercoledì, dopo oltre sei ore di riunione a porte chiuse, la giunta per le autorizzazioni di palazzo Madama ha deciso con un voto contrastato (10 a 9) che Alberto Tedesco, senatore del Pd dal luglio del 2009, in linea teorica può essere arrestato e portato in carcere come chiedono i pm di Bari guidati da Desireé Di Geronimo. Ma non si sa ancora né se né come né perché.

Sulla carta il voto è semplice. Compatta l’opposizione: favorevoli all’arresto tutti e 8 i senatori del Pd, 1 esponente dell’Idv e 1 dell’Udc (astenuto il presidente della Giunta Marco Follini del Pd). Contrari alle manette i 9 del Pdl. Ma la maggioranza si divide: decisivi nel “condannare” Tedesco (e le tattiche del Pdl) i 2 senatori leghisti che escono e non partecipano al voto.

Tutto risolto? Al contrario. Formalmente la Giunta non ha deliberato nulla. Ha semplicemente bocciato la tesi «iper-castale» del vicepresidente della giunta Alberto Balboni. Il Pdl difendeva Tedesco sostenendo berlusconianamente che i reati contestati – tra gli altri: concussione, turbativa d’asta, abuso d’ufficio, corruzione, falso ideologico – non sono particolarmente gravi e che con lui in carcere si sarebbe violata l’integrità del Parlamento. Una tesi lunare e soprattutto irricevibile per il Pd e le opposizioni. Indigesta anche per lo stesso Tedesco, che a più riprese ha chiesto al senato di concedere l’arresto ed ha continuato a difendersi con nuove carte processuali che lo riguardano presentate sul filo di lana e che lo hanno visto assolto come Vendola.

Chi le ha lette conferma che Tedesco in oltre due anni di inchiesta non è mai stato interrogato dai pm e che in effetti «le indagini sono un po’ a zig zag»: su fatti molto simili (nomine Asl) alcuni pm hanno archiviato la posizione del senatore-ex assessore considerandola una disdicevole ingerenza politica mentre quelli che lo vogliono arrestare ci leggono reati fatti e finiti.

La discussione è stata assai vivace. Il Pdl voleva costringere il Pd a schierarsi contro i giudici per “salvare” uno dei suoi. Una contraddizione che non ha prezzo sul mercato politico. Per questo è una missione prioritaria. Tanto che i capigruppo in senato Gasparri e Quagliariello hanno atteso fino a notte fonda fuori dalla porta per sapere se Balboni era riuscito a portare a casa il risultato. Le pressioni devono essere state notevoli perché Balboni in crisi è arrivato a minacciare le dimissioni. La maggioranza ha anche provato un accordo sottobanco chiedendo al Pd di votare prima le conclusioni contro i giudici e poi di sedersi insieme a tavolino per stendere le motivazioni. Tra il nervosismo crescente e qualche crisi isterica, la seduta è stata sospesa più volte fino alla sconfitta del Pdl.

Siamo ancora al primo round e tutto è ancora possibile. La guerriglia è solo rimandata. La Giunta si riunirà la settimana prossima. Marco Follini ha convocato l’ufficio di presidenza della giunta per martedì.

L’oggetto del contendere è ora la data del voto. Il Pd ha ottenuto un po’ di tempo prima di arrivare al doloroso passo: vorrebbe attendere la decisione che prenderà il Tribunale del riesame di Bari nell’udienza del prossimo 14 aprile. I giudici devono pronunciarsi sia sul ricorso di Tedesco contro l’arresto sia su quello dei pm contro l’archiviazione immediata del reato più grave, l’associazione a delinquere. Per prassi (e per logica) la giunta deve nominare un nuovo relatore, che dovrebbe essere scelto tra coloro che hanno bocciato la «relazione Balboni». Cioè sarà un senatore o del Pd, o dell’Udc o dell’Idv. E’ probabile che Follini sceglierà quest’ultimo (Li Gotti).

«Suo malgrado Tedesco è diventato un simbolo», si rammarica un senatore democratico. Gasparri e Quagliariello avvertono che il Pdl farà fuoco e fiamme per ottenere il voto della Giunta prima del del riesame: il Piave è la totale indipendenza della politica dai giudici. La linea della capogruppo del Pd Anna Finocchiaro è opposta: «Non ci sostituiremo alla magistratura».

dal manifesto dell’8 aprile 2011