Vieni avanti decretino, Passera prova a crescere, Monti taglia

Un colpetto di acceleratore con il decreto sviluppo del ministro Passera e una pestata forte sul freno con i tagli alla spesa pubblica elaborati da Giarda-Bondi sotto la regia del premier. Monti avvisa gli altri ministri e taglia dirigenti e personale di Palazzo Chigi e Mef. Varati due fondi presso la Cassa depositi e prestiti per la vendita degli immobili pubblici e delle società quotate.

Dopo 5 ore di consiglio dei ministri, il governo ha varato tre decreti legge: uno per la crescita (budget accertato 2 miliardi, impatto teorico secondo Passera 80 miliardi), uno sul riordino dei vigili del fuoco e un altro (in prospettiva il più importante) per i tagli alla spesa pubblica e le privatizzazioni.

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Un Monti molto Tremonti si aggira per l’Europa

Idee poco chiare a Bruxelles. Integrazione bancaria forse a ottobre e Tobin Tax solo per chi ci sta non calmano lo spread con la Germania (a 470 per l’Italia e a 520 per la Spagna). Il Colle e Palazzo Chigi non rinunciano al rigore. Ma temono gli agguati in patria e si appellano all’Europa. In Parlamento Monti va avanti sulla difensiva: chiede gli eurobond a Berlino e più unità alla sua rissosa maggioranza. Poi rispolvera le privatizzazioni pensate dal suo predecessore e sullo «sviluppo» imbriglia Passera.

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Mr. Monti e il «pacco» di Natale

Il «pacchetto» di tagli e riforme promesso da Mario Monti arriverà. Ma con calma, come sfotteva «il Foglio» venerdì. Sarà approvato venti giorni dopo il giuramento, il 5 dicembre. Subito prima del delicato vertice europeo dei capi di stato e di governo del 9.

Le misure dovrebbero articolarsi in almeno un decreto legge più alcuni disegni di legge. E a tutto il «pacchetto» dovrebbe essere garantita la corsia preferenziale in parlamento in modo da essere approvato entro natale.

Il premier oggi è tornato a Milano per una giornata di riposo. Ma ieri per tutto il giorno è rimasto chiuso a via XX settembre prima con i vertici del Tesoro (Vittorio Grilli e Vincenzo Fortunato) più il ragioniere generale dello stato Mario Canzio. Poi in un primo vertice dedicato alla «crescita» con i ministro Passera (sviluppo), Elsa Fornero (welfare), Pietro Giarda (rapporti col parlamento), Enzo Moavero (politiche europee).

Il volume delle misure – vista la conferma del pareggio di bilancio nel 2013 – dovrebbe essere una mega manovra da 25-30 miliardi. In pole position le misure sulla casa (nuova Ici e aumento rendite catastali), Iva (10% e 21%), mini patrimoniale, uso del contante sotto 300 euro. I tecnici però sono ancora alle prese con le varie simulazioni. E’ scontato, a questo punto, che Monti attenda le valutazioni dell’Ecofin di mercoledì prima di mettere nero su bianco in Italia i suoi decreti.

In ambienti governativi si tende a minimizzare le attese. Chi va piano va lontano. I problemi sul tavolo del resto sono infiniti: da un lato si vocifera di conti pubblici più in sofferenza di quanto dichiarato da Tremonti; dall’altro fare le riforme «strutturali» – quelle dedicate alla «crescita» – richiede passaggi complessi da negoziare con i partiti e le parti sociali.

L’Europa chiede forti liberalizzazioni (direttiva Bolkestein) e privatizzazioni spinte dei servizi pubblici locali e delle Poste (che Passera ben conosce perché le ristrutturò prima di arrivare a BancaIntesa). Sono strade impervie per qualsiasi governo.

Partire e non arrivare al traguardo sarebbe esiziale. Così nel decreto si potrebbero anticipare solo cose già studiate, come ad esempio l’adeguamento delle pensioni alle aspettative di vita. Per le le riforme più ambiziose – fisco, pensioni, lavoro, welfare, bisognerà attendere i vari ddl.

E’ un rallentamento imprevisto, che mette sul chi vive i partiti, tagliati fuori dall’elaborazione dei sacri testi. Il Pd più di tutti, perché privo di sponde nelle alte sfere ministeriali, rimaste identiche a quelle del governo precedente.

Sottosegretari: Grilli ha 524.840 dubbi 

Entro martedì Monti nominerà viceministri e sottosegretari. Dovrebbero essere tutti tecnici. La quadra si è incagliata sulle caselle care al Cavaliere: Giustizia e Comunicazioni (qui non è escluso che se il Pdl insisterà con gli impresentabili Monti mantenga la delega a Passera).

Tutto da verificare resta il «caso» Grilli all’Economia. L’attuale direttore generale è pronto a fare il viceministro ma non vuole ridursi lo stipendio. Adesso guadagna 524.840 euro lordi, come politico non arriverebbe a 180mila (7mila netti mensili). Per lui si studia il cumulo di cariche come fu per Bertolaso.

dal manifesto del 27 novembre 2011

Il premier con le spalle al muro

Berlusconi a Palazzo Chigi cerca misure credibili. Ma Bossi si sfila. Esecutivo indeciso a tutto: modifiche nella finanziaria o per decreto? Voci su Iva e condono

Il mercato, evidentemente, condivide gli stessi dubbi di Umberto Bossi: «Ditemi voi se l’Italia è un paese che può durare», aveva detto domenica sera il leader leghista accanto a Tremonti in una pseudo festa di Halloween padana.

Detto fatto. Piazzaffari è crollata come dopo l’11 settembre o il crollo di Lehman Bros. Mentre nonostante gli acquisti della Bce lo «spread» sui titoli di stato è balzato sopra al 4,5% (per capire l’ampiezza della crisi bisogna ricordare che a settembre del 2009 era inferiore all’1,3%, più o meno il livello attuale di quello francese).

Mentre sulle borse e tra le capitali europee scoppia l’incendio Berlusconi è in Sardegna, nella sua villa. Oltre a decidere di anticipare di poche ore il suo ritorno a Roma, la sua prima reazione ufficiale è stata accusare il referendum greco dell’«andamento negativo degli scambi» con una nota di Palazzo Chigi. Nello staff del Cavaliere giocano ancora con le parole. L’Italia e il suo debito pubblico sono «il barometro del successo dei leader europei», scriveva il Financial Times. Non la causa, quindi, ma la misura.

Le telefonate con Angela Merkel e Giorgio Napolitano mettono il premier con le spalle al muro. L’agenda e le scadenze concordate giovedì scorso a Bruxelles con la famosa lettera all’Europa non valgono la carta su cui sono scritte. Da giovedì lo spread è aumentato di oltre 30 punti base. Se l’idea di avere a disposizione 9-12 mesi per sistemare i conti era lunare prima adesso è ridicola. Bisogna anticipare se non tutto, molto.

A Palazzo Chigi in nottata si riunisce il gabinetto d’emergenza: oltre a Berlusconi, Tremonti, Letta e Bonaiuti arrivano alla spicciolata anche Romani, Matteoli, Sacconi, Rotondi e Frattini. Della Lega c’è solo Calderoli. Bossi era annunciato ma mentre scriviamo non risulta ancora pervenuto. Non è un consiglio dei ministri ma è come se lo fosse. L’Italia presenterà domani a Cannes le misure che attende approvare subito. Quali e come?

La maggior parte del Pdl (da Gasparri a Crosetto) preferirebbe introdurre degli emendamenti mirati all’interno della legge di stabilità (la finanziaria) in discussione al senato in modo da avvicinare alla maggioranza soprattutto l’Udc di Casini. Ma è difficile che misure approvate dalle due camere tra un mese (e chissà in quale forma) potranno calmare mercati così turbolenti. Anche se il governo dovesse rimanere in piedi, è inevitabile un nuovo decreto legge – concordato informalmente con Quirinale, Economia e Bce – che trovi un veloce via libera parlamentare grazie al consenso delle opposizioni come accaduto nelle due manovre di luglio e agosto.

La situazione è critica. Per scelte del passato, nel 2012 l’Italia deve restituire e rinnovare oltre 300 miliardi di debiti (su un totale di 1.600). Con questo tasso di interesse l’attuale crisi di liquidità si trasformerebbe inevitabilmente in una crisi di solvibilità.

Per dare un’idea delle dimensioni, la linea di credito straordinaria di salvataggio eventualmente offerta dal Fmi al nostro paese ammonterebbe a 44 miliardi. Mentre le stime sui Btp acquistati dalla Bce dal 5 agosto ad oggi parlano di circa 70 miliardi (appena 30 quelli di altri paesi europei).

Ergo, l’Italia deve per forza collocare il suo debito sul mercato. All’Economia, visto lo scetticismo delle banche e dei fondi di investimento, immaginano collocazioni preferenziali dirette alla clientela retail, i «bot people». Ma è un’operazione complessa che in ogni caso non potrà essere efficace prima della prossima estate.

Oltre alla credibilità (perduta) del governo, politiche così complesse hanno bisogno di una maggioranza solida in parlamento. E’ di ieri l’addio ufficiale al Pdl dell’ex sottosegretario Antonione. La motivazione: «Berlusconi se ne deve andare, non si può prendere in giro il paese».

Lo smottamento è iniziato. Alla camera la soglia di 316 voti è sempre più lontana. E anche al senato lo scarto di 18 voti è in bilico, visti malumori nell’ala del Pdl ispirata da Pisanu. Pochi parlamentari possono fare la differenza.

Argomenti oggettivi che però non hanno mai convinto Berlusconi a fare un passo indietro. Nella notte si studia il menù da portare al G20. Idee stranote: il condono fiscale, 5 miliardi di privatizzazioni di beni pubblici, la liberalizzazione degli orari dei negozi e, voce delle ultime ore, perfino un’ulteriore disperato aumento dell’Iva.

dal manifesto del 2 novembre 2011

Lo sviluppo a costo zero

Nervi tesi tra Berlusconi e Tremonti. Allo studio solo due mini-decreti su infrastrutture e semplificazioni. Incentivi fiscali ma niente soldi pubblici ai costruttori. La «cabina di regia» dell’Economia resta a via XX settembre, il premier però può partecipare

Non si dimettono nessuno dei due, figuriamoci, ma almeno Berlusconi e Tremonti adesso si parlano. Che un normale incontro di un paio d’ore tra il premier e il ministro dell’Economia diventi una notizia da prima pagina è il segno migliore della crisi profonda del centrodestra e del governo, commenta Michele Ventura del Pd.

In effetti il vertice tra i due a Palazzo Grazioli – facilitato da Gianni Letta e incoraggiato lunedì da Bossi – non produce nessun comunicato ufficiale ma viene giudicato «ottimo» dai portavoce di entrambi i duellanti.

L’unico effetto immediato è la partecipazione (oggi) del gran visir berlusconiano al terzo round preparatorio con Confindustria e banche sul futuro decreto sviluppo mentre domani, invece, sarà direttamente Silvio Berlusconi a partecipare al ministero di via XX settembre al grande seminario sulle dismissioni dei beni pubblici organizzato da tempo dal superministro con banche e agenzie interessate. I tecnici al ministero parlano di misure per la «gestione del patrimonio immobiliare» e «individuazione e dismissione di beni in eccesso alle funzioni pubbliche»

In sostanza si tenterà di vendere il vendibile ai privati a cominciare da caserme, uffici e soprattutto le municipalizzate. Che la misura serva davvero a qualcosa per le casse pubbliche lo dimostra il curriculum di Tremonti, che in passato le privatizzazioni le ha già fatte con le varie Scip e il debito pubblico non è calato di una virgola, anzi.

Il vincitore di giornata, dopo settimane di polemiche e veleni, sembra essere il ministro dell’Economia. La «cabina di regia» resta a via XX settembre, così come tutti i carteggi e i contatti istituzionali necessari. L’obiettivo a breve termine – forse già in settimana – è il varo di due provvedimenti distinti: uno sulle infrastrutture e uno sulla semplificazione. Per quello complessivo dedicato alla crescita, invece, si ipotizzano tempi più lunghi, almeno fino alla finanziaria di metà ottobre.

Tremonti continua a tenere le sue carte ben coperte. Come a volersi parare le spalle, prima dell’incontro con Berlusconi ha visto sia Bossi che Napolitano. Un appuntamento al Quirinale dedicato a sminare il campo per possibili decreti immediati e alla nomina del successore di Draghi al vertice di Bankitalia (Tremonti e Bossi vogliono Grilli, Letta predilige una scelta interna come Saccomanni).

Sulla crescita però non c’è ancora nulla di deciso. Nel corso dei precedenti incontri dei ministri economici (Tremonti, Matteoli, Romani e Fitto) con Confindustria, Abi, Rete imprese e Bankitalia è stata fatta una semplice ricognizione su tutti gli interventi per lo sviluppo approvati dall’esecutivo fino a oggi e non ancora attuati vuoi per la mancanza dei decreti attuativi vuoi per difficoltà degli enti (qualcuno ha più sentito parlare dello «sportello unico per le imprese» approvato in pompa magna due anni fa?). Sul tavolo inoltre sono state messe le proposte dei diversi ministeri su grandi opere, semplificazioni, pubblica amministrazione, energia e tlc. Adesso il confronto dovrà entrare nel merito e passare al vaglio anche le proposte di banche e imprese.

Il ministro dell’Economia ha chiarito oltre ogni ragionevole dubbio che in questa fase tutte le misure sul piatto devono essere «a costo zero». Come dimostra l’ultima trovata tremontiana, già ribattezzata «Tremonti-Infrastrutture». Visto che lo stato non metterà più un euro sulle opere pubbliche, l’idea è detassare al massimo i privati che hanno la concessione e realizzano l’opera: per tutta la durata della costruzione vengono defiscalizzati gli investimenti e l’Irap. In più, una volta chiuso il cantiere, il concessionario-costruttore non pagherebbe il canone e l’Ires per un certo lasso di tempo.

Sembra chissà cosa ma è molto probabile che si tratti di una misura di piccolo cabotaggio. Il Sole 24 Ore ha scritto che Tremonti vorrebbe vararla in via sperimentale solo sul potenziamento di 8 strade: la Pontina, la Ragusana, la Telesina, la Pedemontana piemontese, la Orte-Mestre… Altri ministri insistono per allargare il quadro. In ogni caso all’Economia assicurano che ci si concentrerà solo su opere «immediatamente cantierabili».

In materia di giochi fiscali non c’è maestro più bravo di Tremonti. Però la realtà ha la testa dura: a Roma, per esempio, la regione non ha più un euro per la linea C della metropolitana e dunque i cantieri sono fermi. Per le opere pubbliche servono soldi veri e in tempi di credit crunch è difficile che le banche si trasformino in bancomat dei costruttori.

(Non a caso il ministro Matteoli il giorno dopo è stato contestato all’Ance: vedi qui, ndr)

In serata Tremonti torna a Palazzo Grazioli per un incontro con Berlusconi, Bossi, Alfano e tutto lo stato maggiore leghista tranne Maroni. Un appuntamento tanto più delicato visto che oggi la camera voterà la mozione di sfiducia del Pd contro Saverio Romano, il ministro dell’Agricoltura accusato di mafia. E’ una verifica di maggioranza vecchio stile, che non fa escludere il varo dei decreti in un consiglio dei ministri da tenere venerdì sera a mercati chiusi.

dal manifesto del 28 settembre 2011

Governo avanti senza giudizio

Ministri e deputati furiosi per l’assenza dalla camera del superministro. E al vertice di maggioranza parte la diatriba sulla riforma elettorale Il Pdl processa Tremonti in contumacia. Berlusconi si prende la regia economica e chiede alla Lega il via libera sul taglio alle pensioni. Bossi prudente: «Vedremo giorno per giorno». L’Udc: a marzo si vota

La maggioranza salva Milanese e processa Tremonti in contumacia. «È umanamente vergognoso e ingiustificabile che oggi non fosse in aula», commenta Daniela Santanché dando voce all’ira di molti pidiellini. Alle prese con il vertice Fmi a Washington, il titolare dell’Economia prima non partecipa al consiglio dei ministri per la nota di variazione al Def presentando un tomo a scatola chiusa che fa infuriare i colleghi (sedati a stento da Gianni Letta). Poi diserta anche il voto della camera sul suo ex braccio destro.

Un’assenza annunciata e istituzionalmente perfino doverosa ma che non placa i tanti che nel Pdl lo odiano e vorrebbero cacciarlo dall’Economia. «Il fatto che lui oggi non ci sia stato – commenta il frondista Guido Crosetto – indica il valore dell’uomo…». «Una scelta inelegante, aveva il dovere di essere presente», concorda l’ex ministro Antonio Martino. Un malessere palpabile anche nella Lega: «Noi ci mettiamo la faccia e lui dov’è?», chiede irritato ai suoi il capogruppo di Bossi Marco Reguzzoni.

L’affondo contro il super-ministro è appena agli inizi. Aver salvato il suo braccio destro dall’arresto è un credito che in tanti vogliono incassare al più presto. Crosetto, come al solito, va per le spicce: «Considerata la totale assenza di idee e la mancanza di ogni dialogo con il paese reale da parte del ministro e del ministero dell’Economia, penso sia opportuno un tavolo immediato e permanente a palazzo Chigi tra chi può portare idee e proposte e chi deve fare sintesi».

Ma sfilare a Tremonti il dialogo con Confindustria e la regia economica per la «crescita» è soltanto uno dei desiderata del premier in questo finale di partita.

Tanto «super-Giulio» è debole quanto Berlusconi è raggiante. Pare che il ministro di recente sia diventato lo sventurato protagonista delle barzellette piuttosto hard del Cavaliere. Un malumore che ormai filtra anche in pubblico: «Che ne penso dell’assenza di Tremonti? Altra domanda…», minimizza il premier di fronte ai giornalisti.

In privato, furioso per la soglia così bassa raggiunta alla camera, il premier non può far altro che guardare avanti. «L’asse con Bossi è solidissimo, abbiamo un rapporto fraterno e andremo avanti fino alla fine della legislatura». Un ottimismo che stride però con la solita ambigua prudenza di Bossi, consapevole che la base della Lega è sempre più infuriata: «Se arriviamo al 2013? vedremo giorno per giorno».

Intanto i capigruppo di Pdl, Lega e responsabili si chiudono per tutto il pomeriggio a Palazzo Grazioli per provare a definire l’agenda delle cose da fare a breve. Primo: approvazione definitiva della legge bavaglio anti-intercettazioni in discussione alla camera. Secondo: maggiore «collegialità» nelle scelte economiche. Terzo: abbattimento del debito pubblico con un piano massiccio di privatizzazioni.

E qui per Berlusconi finiscono le rose (si fa per dire) e cominciano le spine.

Il Cavaliere pretende interventi tempestivi contro i pm napoletani e quello che chiama l’assedio delle procure. Ma su cosa si possa davvero fare subito, vista anche la ben nota vigilanza del Quirinale in materia, nessuno si sbilancia. Finisce in stand by (ma va?) anche la riduzione dei parlamentari e le riforme istituzionali: «La bozza Calderoli va bene ma va migliorata», spiega il responsabile Moffa al termine.

Alto mare anche sulle pensioni. Il Pdl chiede interventi pesanti per compiacere l’Europa, Berlusconi promette che convincerà un Carroccio disponibile in teoria ma mai così sfuggente nella pratica.

Discussione ufficialmente iniziata anche sulla legge elettorale. Da Palazzo Grazioli filtra l’ipotesi di tornare alle preferenze oppure di rimpicciolire i collegi sul modello spagnolo. Per il premier il confronto va allargato soprattutto all’Udc. E’ un tentativo che il Carroccio per ora non blocca anche se si siederà al tavolo più per controllarne eventuali esiti sgraditi che accelerarlo.

La conclusione delle opposizioni è che il governo va avanti ma naviga a vista. «Ormai è chiaro che non c’è alternativa alle elezioni anticipate – avverte l’Udc Lorenzo Cesa – prepariamoci perché a marzo si vota».

dal manifesto del 23 settembre 2011

Berlusconi e Tremonti, un Milanese per due

Domani il voto della camera sul braccio destro di Tremonti. Il governo rischia tutto: quota 316 è lontana. La Russa smentisce il corteo anti-pm. Napolitano a Bossi: «Secessione fuori dalla storia»

La «debolezza politica è dovuta al fatto che il governo con la maggioranza numerica non è in grado di reggere i pesi dei problemi che incombono e il Parlamento non è in grado di cambiare il governo. Di qui l’enormità del problema politico italiano». Il romanzo kafkiano dipinto da Beppe Pisanu si può tradurre così: Berlusconi è prigioniero della sua maggioranza (che gli consente di fare poco o nulla) e la sua maggioranza è prigioniera di Berlusconi (non può sostituirlo senza autodistruggersi). In altre parole, conclude l’ex ministro dell’Interno del Pdl, «si è stabilito un intreccio perverso tra la crisi economica e la crisi politica: l’una alimenta l’altra».

Detto ancora più chiaramente, non si può sostituire Berlusconi senza toccare anche Tremonti. Colpendo di rimbalzo anche l’unico vero «cuscinetto» tra i due rappresentato da Bossi. Bisognerebbe cambiare tre leader in un colpo solo. Un crollo paragonabile solo a quello del «Caf» dopo Tangentopoli.

Silvio Berlusconi tace e resta chiuso ad Arcore. Com’è noto, ha disertato l’assemblea generale dell’Onu a New York su Libia e Palestina per dedicarsi alle vicende domestiche. Dal suo punto di vista, finché ha la maggioranza alle camere, questa «stabile instabilità» può anche prolungarsi all’infinito. E poco importa che alla vigilia della votazione sull’arresto del braccio destro di Tremonti Marco Milanese, il governo venga battuto cinque volte alla camera. E sia stoppato in tempo reale dal Quirinale su un decreto lampo per la crescita da varare al consiglio dei ministri di giovedì. Un testo che in queste condizioni come minimo caotiche sarebbe poco più che «maquillage».

Venerdì e sabato Tremonti volerà a Washington, dove per la prima volta nella storia, le ex colonie potrebbero «salvare» gli antichi padroni europei. E’ all’interno del Fondo monetario, infatti, che i cosiddetti «Bric» (Brasile, Russia, India e Cina) metteranno sul tavolo 340 miliardi di dollari da investire nella disastrata Europa. Una somma che per il ministro delle Finanze brasiliano Guido Mantega potrebbe addirittura arrivare fino a 840 miliardi.

E’ di fronte a questo livello di problemi, che la maggioranza prova a serrare i ranghi. Lamberto Dini (oggi nel Pdl) si riscopre riserva della Repubblica e detta un programma di governo perfetto per gli anni ’90. «Massiccio programma» di privatizzazioni: municipalizzate, immobili, società finanziarie, BancoPosta e due canali Rai più l’abolizione secca delle pensioni di anzianità. Su chi deve adottare questo programma ultraliberista Dini non ha dubbi: «C’è un governo che ha la maggioranza ed è questo governo che deve agire, si può fare in un anno, un anno e mezzo». Niente primi ministri tecnici, dunque. Al massimo un nuovo ministro dell’Economia al posto di Tremonti.

Cartina di tornasole dei vecchi e nuovi equilibri è il voto segreto su Milanese. La Lega ha rimandato da ieri a oggi la riunione con Bossi del gruppo alla camera. Ufficialmente, sia Roberto Maroni che il capogruppo uscente Reguzzoni dicono che quello che deciderà il senatur si farà poi in aula. Ma nel segreto dell’urna tutto è possibile.

Per Milanese, in effetti, i problemi maggiori potrebbero venire più dai malpancisti del Pdl che dal Carroccio. La maggioranza balla. Lo stesso Tremonti quel giorno potrebbe essere già in volo. E con Papa in carcere quota 316 è impossibile da raggiungere. Senza contare che alemanniani, scajoliani e frondisti potrebbero cogliere al volo l’occasione per dimostrare al governo che della loro opinione bisogna tenere conto. Segnale importante, il salernitano Gerardo Soglia che nelle prossime ore potrebbe passare dal Pdl a Fli, facendo mancare un altro voto al centrodestra.

Anche un vecchio cavallo di battaglia del premier come la grande manifestazione popolare anti-pm sembra più un segnale di disperazione che una strada realmente perseguibile. A via del’Umiltà, con l’aria che tira e i sondaggi in picchiata, non sembra ci sia la fila a immolarsi per il premier. Non a caso, lo stesso Ignazio La Russa parla di un’idea che «non è mai stata esaminata in sede politica dal Pdl».

Domani per la maggioranza è un giorno cardine e la situazione è ancora molto fluida. Anche il Quirinale prova a vederci chiaro e ieri ha ricevuto separatamente sia Maroni che i capigruppo del Pdl Cicchitto e Gasparri.

dal manifesto del 21 settembre 2011

Debito, il Pdl ruba la «ricetta Profumo»

Stop al debito pubblico. Entro ottobre via alla svendita da 400 miliardi e pensione a 68 anni. Tra un mese il Tesoro ridefinirà il Def e la legge di stabilità. Tremonti organizza un seminario sulle privatizzazioni forzate

Silvio Berlusconi in versione «turista della democrazia» (così si rivolse all’Europarlamento ormai molti anni fa) svolazza tra Strasburgo e Bruxelles insultando l’opposizione e rassicurando i partner dell’Unione europea sui conti pubblici italiani. Una gita in cui il nostro premier strappa 10 minuti di monologo a uso interno rigorosamente in lingua originale: «Non serve tradurre, tanto devono capire solo i giornalisti italiani», dice a un Van Rompuy ridotto a fondale.

Il viaggio lampo del Cavaliere nelle capitali europee incassa l’apprezzamento delle istituzioni espresse dai governi (Commissione e Consiglio, del resto come poteva essere altrimenti dopo la lettera «segreta» della Bce?) e illumina lo sconcerto per un premier pluri-indagato in un europarlamento che invece deve rispondere ai cittadini. Sia Barroso che Van Rompuy elogiano gli sforzi italiani.

La sostanza però non cambia: l’Italia è troppo grande per fallire, ed è troppo grande per essere salvata. Dovremo per forza «fare da soli». E così a Bruxelles alternano come possono bastone e carota. Il commissario agli affari economici Olli Rehn smentisce la lettura allarmistica data dai giornali italiani di ieri sull’ultimo rapporto europeo sulle finanze pubbliche: «Non abbiamo chiesto manovre aggiuntive a Spagna e Italia».

In effetti, bastava leggere le 100 e passa pagine dello studio completo per capire che era stato compilato il 12 luglio, quindi tre settimane prima del decreto estivo che oggi la camera ratificherà in via definitiva.

Come in un gioco di specchi, dove ogni posizione pubblica si accompagna a una trattativa privata, questo non vuol dire che l’Italia non farà un’altra manovra entro la fine dell’anno. Anzi. Entro il 20 settembre Tremonti consegnerà il «Def» aggiornato, cioè le stime macroeconomiche che dimostreranno che la situazione precipita e che bisogna intervenire. Subito dopo, entro il 15 ottobre, dovrà presentare in parlamento la legge di stabilità, cioè la vecchia finanziaria.

L’obiettivo del governo e dei suoi «potestà» forestieri, una volta promesso il controllo del deficit con il pareggio di bilancio entro il 2013, è ora abbattere il debito con una cura da cavallo: un intervento da oltre 400 miliardi che porti il disavanzo dal 120% al 90% del Pil. E’ la stessa cifra monstre sponsorizzata il 4 settembre a Cernobbio dall’ex ad di Unicredit Profumo sul Sole 24 Ore e rispolverata ieri dal braccio destro di La Russa alla camera Massimo Corsaro.

Il menù proposto dal Pdl ex An è presto detto: pensioni a 65-68 anni (cioè abolire quelle di anzianità), privatizzazioni massicce e a tappe forzate di immobili e municipalizzate, ennesimo condono fiscale in nome della futura «semplificazione» delle aliquote. Come contorno da inserire nelle trattativa, si può immaginare anche la «patrimonialina» disegnata dalla Lega.

L’unica vera differenza con la trama disegnata da Profumo riguarda il protagonista. Confindustria e banchieri suggerivano un governo tecnico. Berlusconi invece, pur di rimanere in carica, impugna personalmente la bandiera del risanamento e si impegna a fare in tre anni quello che non ha fatto in venti. Tanto l’obiettivo finale – la presunta salvezza della patria – è condiviso da (quasi) tutti, anche nel «terzo polo» e purtroppo perfino nel Pd, defraudato ahilui dell’unico possibile vanto della sua scadente politica: l’affidabilità europea.

E’ solo su come e su chi si intesterà gli eventuali dividendi della manovra record che si concentrano le divergenze dentro e attorno al governo e tra il Pdl e la Lega.

Berlusconi e Tremonti marciano divisi per colpire uniti. Per convincere Bossi, il premier ripete quanto detto ad Atreju e implora l’Unione a fargli da parafulmine: «Tutti i governi sarebbero felici di aumentare l’età pensionabile se obbligati dall’Europa». Il senatur sa che quell’ordine è già stato spedito da Francoforte e ruggisce per ottenere contropartite vere sulla revisione in senso nordista del patto di stabilità interno per i comuni.

Tremonti invece pare ridimensionato a ministro semplice e prepara la rivincita dedicandosi alle privatizzazioni. Già la prossima settimana al Tesoro si incontreranno rappresentanti degli enti locali e delle banche per un «seminario» riservato dedicato a velocizzare la vendita dei servizi pubblici locali (trasporti, rifiuti, energia, etc.) e della maggior parte possibile del patrimonio immobiliare. Peccato che gran parte dei beni pubblici – dai grandi laghi alle caserme – il governo se li sia già «venduti» con il federalismo demaniale. Ministeri e fontana di Trevi a parte, cosa sia rimasto in capo a Roma a questo punto non lo sa davvero più nessuno.

dal manifesto del 14 settembre 2011

L’Udc vota col Pdl per i licenziamenti liberi

Sì del «terzo polo» all’art.8 del decreto. Ma «scajoliani», Formigoni e frondisti assediano Alfano. Intanto i tecnici del senato demoliscono il decreto Tremonti: cifre misteriose su tagli e giochi, stime finanziarie obsolete, il boomerang della Robin tax e i possibili costi degli enti locali da sopprimere.

È solo un parere ma è un parere pesante quello approvato dalla commissione Lavoro del senato sull’articolo 8 del decreto di agosto, quello che apre alla «deregulation» totale in azienda inclusi i licenziamenti in barba a leggi, contratti nazionali e rappresentanza sindacale. Hanno votato contro solo Pd e Idv. Un po’ a sorpresa, infatti, il «terzo polo» ha votato insieme alla maggioranza. Assente al momento del voto Claudio Molinari (rutelliano ex Pd ora Api) il sì alla controriforma Sacconi è di Luciana Sbarbati, repubblicana eletta nel Pd poi passata all’Udc. Il Pdl esulta: «Una maggioranza più ampia sulla disciplina lavoristica è un fatto molto importante», commenta Gasparri.

Difficile che quel sì in commissione resti invariato in aula ma l’amo a una maggioranza incapace di individuare cambiamenti condivisi il terzo polo l’ha lanciato. Non a caso, Francesco Rutelli invita il Pdl a liberarsi dai «veti» e ad aprire ad un «confronto» con le opposizioni sulla manovra. Un auspicio fatto proprio direttamente dal presidente del senato Renato Schifani, che invita la maggioranza a valutare il merito delle «proposte da qualsiasi parte provengano».

Più facile a dirsi che a farsi. Il Pdl infatti deve ancora trovare un accordo al suo interno. Lunedì notte una cena cheek to cheek tra Alfano e lo sherpa dei frondisti Guido Crosetto non ha sciolto i nodi. Tanto che il sottosegretario si è intrattenuto a lungo ieri pomeriggio in un vertice a via dell’Umiltà con Alfano, il ministro Romani e i due ex coordinatori La Russa e Verdini. «Tutto possiamo fare, tranne mettere in difficoltà il governo – racconta prudente Crosetto al termine della riunione – è stato un utile confronto di idee, il confronto vero, quello ufficiale ci sarà solo domani (stasera, ndr) con la riunione all’interno dei gruppi».

I malumori crescono. Gli altri «frondisti» non si sentono rappresentati in toto da Crosetto e attendono l’incontro promesso da Alfano (che non è ancora in programma ed è difficile lo sarà). Stracquadanio e Bertolini proporranno massicce privatizzazioni di aziende statali e municipalizzate, mentre gli «scajoliani» (una sessantina di parlamentari) chiedono di «partecipare senza subire veti e senza apprendere decisioni già assunte in altre sedi». Tre gli emendamenti già pronti (qui): l’aumento dell’Iva al 21% e all’11%, la soppressione delle province nelle aree metropolitane (Roma, Milano, Genova, etc.), l’aumento di 10mila euro per ogni figlio a carico alle soglie del contributo di solidarietà (attualmente fissate a 90mila e 150mila). Anche il ministro Galan, in via autonoma, ha presentato due emendamenti settoriali: la sopravvivenza dei mini-enti con meno di 70 dipendenti pubblici e l’esclusione dai tagli agli organici del personale delle sovrintendenze e dei beni culturali.

Tensioni e proposte che complicano non poco la sintesi del segretario. Alfano oggi sbarcherà al meeting di Rimini con un accompagnatore d’eccezione, quel Roberto Formigoni che da giorni si sgola chiedendo primarie e meno tagli agli enti locali. Sarà una permanenza breve, visto che alle 19 a Roma è in programma il direttivo del Pdl sulla manovra. Il tempo stringe, lunedì 29 scade il termine per presentare gli emendamenti in commissione.

La «quadra» va trovata rapidamente.Un compito reso ancora più difficile dai profondi rilievi mossi dai servizi tecnici del senato che hanno passato al setaccio il decreto Tremonti. Errori non da poco.

Sui tagli al ministeri, in pratica, il governo ha indicato cifre arbitrarie senza indicare come e dove saranno fatti i tagli. Maggiori entrate a rischio invece sia per i forti rischi di «elusione» del contributo di solidarietà (con un gettito che tra l’altro potrebbe diminuire visto che i 3,8 miliardi previsti sono stati calcolati sulle dichiarazioni del 2008 e non del 2009, con cui darebbe “solo” 2,4 miliardi) sia per la Robin tax. Visti i cali in borsa dei titoli energetici, è quasi certo che ci saranno meno dividendi e meno capital gain per tutti, a cominciare dallo stato.

Buio totale anche sui nuovi introiti dovuti ai giochi. I tecnici non hanno trovato «alcun elemento, neanche di carattere indicativo, che permetta di verificare la concreta realizzabilità del maggior gettito di 1.500 mln indicato dalla norma».

Molti dubbi infine anche sui risparmi per la soppressione di province e comuni: secondo i tecnici del senato invece che risparmi quasi sicuramente potrebbero esserci maggiori oneri nella fase di transizione.

A proposito della «verità sui conti» chiesta domenica da Napolitano: traballano perfino i fondamentali su cui è basato il decreto. Tutti i numeri su Pil e finanza pubblica sono infatti identici a quelli di primavera nonostante l’aggravamento della crisi e le due manovre precedenti. Il governo, colto in flagrante, si è impegnato a portare già oggi in commissione il Def modificato.

dal manifesto del 24 agosto 2011

Delrio (Anci): “Tremonti ha fallito, i comuni non si svendono”

Il sindaco di Reggio Emilia spiega perché questo governo ha fallito e il paese non cresce. L’Anci prepara la sua contro-manovra

«Una politica dannosa e iper-centralista che va cambiata radicalmente». Graziano Delrio, dal 2004 sindaco pd di Reggio Emilia, non trattiene la rabbia contro l’ultimo decreto Tremonti. 51 anni, cattolico e vicepresidente dell’Anci, Delrio è di fatto al timone dell’associazione dei comuni nella transizione post-Chiamparino.

Sindaco, partiamo dalla privatizzazione forzata dei servizi pubblici locali (leggi qui). Il governo vi ricatta: da un lato taglia i trasferimenti a tutti, dall’altro darà soldi solo a chi vende i servizi.
Guardi, questo è proprio il segno di uno stato incapace. È chiaro che se la legge impone di vendere tutto in un anno non troverò nessuno che pagherà il prezzo giusto. I privati aspetteranno l’ultimo minuto e ti prenderanno per il collo. È un esempio grave di una logica completamente sbagliata.

Qual è il suo punto di vista?
Come sindaco dico che le partnership pubblico-privato servono nei settori in cui mi interessa attirare capitali privati. Ma lo devo decidere io in base ai bisogni del mio comune, non in tempi stretti e per forza. In Emilia, visti i tagli, stiamo fondendo le aziende di trasporto pubblico di Modena, Reggio e Piacenza. Il governo invece di incentivare queste operazioni ci mette il cappio al collo. Ci sono decine di municipalizzate che nell’acqua, nei rifiuti e nell’energia funzionano bene. È una politica schizofrenica: le privatizzazioni forzate non servono, i comuni sono stanchi di subire regole fatte da altri.

E come Anci cosa farete contro la manovra?
Intanto partiamo dai fatti. Questa è la quarta manovra in pochi mesi ed è evidente che nessuna delle altre ha portato i risultati attesi. Sono stati tutti interventi pasticciati e confusi. Se siamo a questo punto l’errore è proprio nel manico: se vuoi ridurre il debito il vero obiettivo è stimolare la crescita, a fare i tagli a pioggia sono buoni tutti.

La colpa è solo del governo?
Ma quale governo, abbiamo sempre avuto solo un interlocutore: il ministro Tremonti. Da dieci anni è lui il regista dell’economia ed è lui che ha portato il paese sull’orlo del baratro. Possibile che solo per lui non si possano valutare i risultati delle sue scelte?

E dal suo punto di vista quali sono?
Il principale fattore che impedisce la crescita sono i vincoli del patto di stabilità interno.

Che significa in concreto?
I comuni non possono spendere nemmeno i soldi che hanno in cassa e pagare le imprese per i lavori già iniziati. Siamo vittime di un paradosso: da un lato abbiamo soldi che non possiamo usare, dall’altro non arrivano i trasferimenti. E tutto questo mentre il debito pubblico e la spesa corrente, cioè quella non produttiva, continua ad aumentare. Secondo Bankitalia nel 2010 gli investimenti sono calati del 20%. Nel 2011 caleranno di un altro 15%. Quindi per forza caleranno sia il Pil che l’occupazione. Di fatto l’intero paese è fermo. Rivedere l’impostazione seguita finora ci sembra logico. O no?

E invece?
Invece il patto è stato addirittura inasprito. E nei vari decreti si susseguono cervellotiche ristrutturazioni istituzionali fuori dalla sede propria che è il codice delle autonomie. Basterebbe dare incentivi ai comuni per fare delle unioni civiche invece di inventarsi farraginosi accorpamenti che alla fine costano come lo stipendio di tre deputati. Nei piccoli comuni i consiglieri prendono 19 euro lordi a seduta per 4 sedute l’anno. La verità è che queste pseudoriforme servono solo a salvare altri organi, come province o parlamento.

Non è vero che anche enti locali e regioni sono responsabili del debito?
Fatto 100 il debito pubblico (1.900 miliardi), il 95% è stato generato dallo stato. Quindi per diminuirlo la cosa più ovvia è ristrutturare il livello centrale. Invece si fa l’opposto. In questi anni i comuni hanno dato un saldo positivo di 3 miliardi per il patto di stabilità.

Come giudica la sincerità con cui il federalista Bossi ha confessato che per salvare le pensioni i comuni possono pure arrangiarsi?
Con questa manovra non si salvano né le pensioni né i comuni. Maroni a differenza di Bossi lo ha capito benissimo. Altro che federalismo: Roma ci dice perfino se possiamo assumere un dirigente. Il 29 a Milano ci sarà una grande manifestazione con sindaci di tutte le parti politiche. Saremo in piazza con l’orgoglio di chi ha contribuito a tenere in ordine i conti dello stato. Se non siamo falliti è merito delle autonomie, non del ministro Tremonti.

Quali sono le vostre proposte?
Presenteremo al parlamento una contro-manovra che abbia la stessa dignità di quella del governo. Chiediamo un grande piano di opere pubbliche da realizzare con i proventi delle privatizzazioni parziali delle aziende di stato e delle municipalizzate che non funzionano. È inutile che vengano a rompere le scatole a me che ho aziende in ordine e che vanno bene. E poi pensiamo che non sia uno scandalo aumentare l’Iva di un punto, magari aiutando in altre forme i consumatori a basso reddito. La manovra insomma può stare in piedi con misure totalmente differenti. Dire che questo decreto è l’unico che ci garantisce dalle turbolenze dei mercati è una solenne bugia, basta guardare la Borsa. La storia insegna il contrario: serve la crescita. Non c’è una sola ragione per cui questa manovra debba rimanere così com’è. Per noi deve cambiare radicalmente.

dal manifesto del 19 agosto 2011