Fondi editoria, il Tar salva Angelucci per Libero e Riformista

Una sentenza clamorosa del Tar del Lazio dà torto all’Agcom e restituisce provvisoriamente alla famiglia Angelucci i 43 milioni di euro del fondo editoria dal 2006 al 2010 (vedi il manifesto del 30 marzo).

La II sezione del Tar presieduta da Luigi Tosti ha anche annullato la multa da 103mila euro contro l’on.le Antonio Angelucci, deputato Pdl ed editore di due giornali finanziati dallo stato: Libero e fino a pochi mesi fa anche il Riformista.

Il Tar (sentenza n. 9285) non entra nel merito della decisione dell’autorità alle Tlc (la legge del resto vieta espressamente i contributi pubblici a più di una testata per editore, qui la decisione dell’Agcom integrale). Né ha accolto il ricorso del deputato relativo al controllo occulto e al finanziamento illegittimo delle due testate.

Tuttavia ha cancellato lo stesso il provvedimento per due cavilli.

  1. Il primo asserisce che il diritto di difesa del deputato-editore è stato violato perché non è stato ascoltato personalmente dai commissari come da lui richiesto. Questo nonostante le società coinvolte, il gruppo Tosinvest, la Fondazione San Raffaele e gli Angelucci si siano avvalsi di fronte all’Agcom di ben quattro studi legali molto noti: Guizzi, Libonati, D’Amelio Sciacca e Carleo.
  2. Sul secondo, invece, scoppia il giallo del refuso: come si calcola il quorum dei 9 commissari guidati da Corrado Calabrò?

I 43 milioni a Libero e Riformista furono sospesi a febbraio grazie a 4 sì, 3 astenuti e solo 2 contrari. Il Tar ha dato ragione al legale di Angelucci, Gianluigi Pellegrino, secondo il quale la decisione non è valida perché non fu presa a maggioranza dei presenti (solo 4 sì su 9) come prevedeva il regolamento originario dell’Agcom.

Nel dibattimento però è emerso che quell’interpretazione è superata. Dal 23 gennaio 2008, proprio per chiarire il «computo del quorum funzionale degli organi collegiali con specifico riferimento alle ipotesi di astensione», il regolamento fissa la soglia per le decisioni dell’autorità alla maggioranza dei «votanti» e calcola gli astenuti come «non presenti».

La votazione contro Angelucci quindi sarebbe valida: 4 sì contro 2 no. Secondo il Tar però la Gazzetta contiene un refuso non corretto che parla ancora di presenti. Perciò la modifica adottata dall’Autorità «non è mai stata pubblicata» e dunque «non esiste».

Il giallo si infittisce. Sui siti specializzati sull’editoria e su un archivio attendibile come gazzette.comune.jesi.an.it, nella gazzetta ufficiale n. 95 del 22 aprile 2008, a pag. 26, la modifica al regolamento dell’Autorità appare nella forma corretta (decisioni a maggioranza dei votanti) e senza refusi.

Dall’Autorità nessun commento. Non si arriva a parlare di sentenza politica, ci mancherebbe, però in diversi si spingono a parlare di decisione «molto confusa»: «Motivazioni puramente formali che non cambiano minimamente la delibera».
La sezione presieduta da Luigi Tosti non è nuova a sentenze clamorose. Nel 2008 ha annullato le strisce blu che a Roma erano in vigore da 4 anni e a luglio ha sciolto la giunta Alemanno per le quote rosa. E’ molto probabile che l’ultima parola spetterà al Consiglio di stato.

Aggiornamento:

In data 30 novembre 2011 l’Agcom ha presentato il ricorso al Consiglio di stato. Leggi qui.

Milanese salvo per tre voti, il Pdl teme la bomba Sicilia

Prima di prendere il trolley e tornare a casa, gli onorevoli si guardano tra loro come dei sopravvissuti. La camera «salva» dal carcere il deputato Marco Milanese, accusato dai pm napoletani di associazione per delinquere, corruzione e rivelazione di segreto d’ufficio.

La maggioranza tiene nonostante le assenze (tra cui Tremonti e Frattini impegnati negli Usa) ma tra Pdl e Lega non tira aria di rivincita sull’odiata magistratura. Anzi, basta guardare il volto livido e tiratissimo di Berlusconi alla fine del voto: 312 i contrari all’arresto (solo 3 più del quorum) e 306 favorevoli. Sono stati almeno 7 i franchi tiratori della maggioranza che si sono aggiunti ai 299 parlamentari delle opposizioni presenti.

Dato l’anonimato del voto e la libertà di coscienza concessa dall’Udc, è impossibile avere certezze. Ma nella maggioranza tutti i sospetti si appuntano sul gruppo forzasudista del palermitano Miccichè, composto proprio da 7 deputati. Non a caso, è proprio con il sottosegretario al Cipe che Berlusconi si intrattiene a lungo in aula dopo il voto. Lo stesso che nel pomeriggio tuona dal suo blog contro Tremonti che non gli dà 10 milioni di euro per aprire l’aeroporto civile a Comiso. Lo stesso che in questi giorni si agita tanto, visto che in molti comuni siciliani si vota a primavera e il suo grande antagonista Angelino Alfano è appena stato promosso segretario del Pdl.

A differenza che per Alfonso Papa, stavolta il Carroccio ha votato compatto a difesa del braccio destro di Tremonti. Ma i colpi sotto la cintura tra la Lega nord e la futura lega sud sono destinati inevitabilmente ad aumentare. Soprattutto perché mercoledì prossimo la camera dovrà votare la mozione di sfiducia presentata dal Pd contro il ministro dell’Agricoltura Saverio Romano, palermitano cuffariano ex Udc accusato di corruzione e concorso esterno in associazione mafiosa.

Antonio Di Pietro, unico big a parlare in aula, denuncia un «voto di scambio, come si fa nelle associazioni criminali, io ti lascio governare e tu non mi mandi in galera», azzarda un parallelo tra questo imbarazzato e burocratico no all’arresto di Milanese con il fragoroso salvataggio di Craxi nel ’93 che portò al seppellimento della Prima Repubblica a colpi di monetine e manette.

Lui, il deputato un tempo tanto arrogante quanto potente, corre a colloquio da Berlusconi. E a caldo in Transatlantico si lascia sfuggire un «Giulio mi ha deluso, oggi non doveva mancare, sono nauseato».

Le accuse contro di lui restano pesantissime e il processo andrà avanti. Si parla di almeno 450mila euro in tangenti, orologi di valore, gioielli, auto di lusso – tra cui una Ferrari Scaglietti e una Bentley – viaggi e soggiorni all’estero, tutti donati in cambio di notizie riservate sulle indagini della Guardia di Finanza e di una nomina nelle società controllate dal ministero dell’Economia.

In particolare, per i pm è accertato «al di fuori di ogni dubbio» che Milanese abbia assicurato la nomina di Guido Marchese a componente del collegio sindacale nelle società a partecipazione pubblica Ansaldo Breda, Oto Melara, Ansaldo Energia, Sogin, Sace, ricevendo «dallo stesso la somma di 100mila euro». E con lo stesso «modus operandi», potrebbe aver imposto la nomina di Carlo Barbieri a consigliere di amministrazione di Federservizi, società controllata dalle Ferrovie dello Stato.

In serata, intervistato da Bruno Vespa, Milanese nega tutte le accuse e difende piuttosto freddamente il ministro e suo ex compagno di casa: «Tremonti era in missione, come Frattini. Non mi sento di muovere critiche. Sono tutti assenti giustificati. Con lui non c’è nessun rapporto strano o opaco».

dal manifesto del 23 settembre 2011

Referendum, ecco perché il quorum si può fare

Tutti i precedenti dicono che sopra il 35% alle 22 il quorum dei referendum è a portata di mano.

La retrospettiva del Viminale la trovi qui (pdf).