Cda Rai, Bersani porta a casa le associazioni su Colombo e Tobagi

Bersani voleva due nomi per il cda Rai e li ha avuti. Le quattro associazioni a cui il segretario del Pd aveva chiesto indicazione per i candidati da portare ai vertici di viale Mazzini hanno scelto i campioni della società civile: l’ex pm di Mani pulite Gherardo Colombo e la scrittrice Benedetta Tobagi, figlia minore di Walter, il giornalista assassinato dalle Brigate rosse nel 1980.

Il dibattito dentro e tra soggetti così diversi come Libera, Se non ora quando, Libertà e giustizia e il Comitato per il pluralismo nell’informazione (di cui il manifesto è tra i fondatori) non è stato facile. E sarebbe ipocrita dire che i due nomi prescelti alla fine abbiano soddisfatto tutti. Colombo e Tobagi condividono le origini milanesi e una sicura discontinuità sia con il tradizionale «partito Rai» che con i partiti in parlamento.

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Nomine Agcom, la madre di tutte le battaglie

La partita sulle nuove nomine per l’Agcom (la delicatissima autorità di controllo sulle telecomunicazioni) è forse la più violenta tra le tante che sottotraccia governo e parlamento, ma anche i partiti di maggioranza tra loro, si scambiano da giorni.

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Frequenze tv, Passera non le regala

Il ministro in aula: no al «beauty contest». Ma sull’asta si vedrà Sfuma la norma pro Mediaset. Il Pd insiste per la vendita. Domani il decreto in Cdm.

Per l’annosa questione delle frequenze tv domani potrebbe essere il giorno della verità. Il ministro Corrado Passera, durante il question time alla camera, ha annunciato che la sospensione del «beauty contest» sarà affrontata nel consiglio dei ministri di domani, tutto dedicato alle liberalizzazioni. «È mia intenzione rendere partecipe il Cdm delle decisioni che intendo assumere», spiega il super-ministro.

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Mauro Masi e la Fieg, assalto a Google per il diritto d’autore

Guarda chi si rivede a Palazzo Chigi: Mauro Masi, l’ex dg Rai trasferito a peso d’oro alla concessionaria pubblica delle assicurazioni, torna nella sua antica reggia come presidente del «comitato antipirateria multimediale della presidenza del consiglio».

Il «tavolo Masi» – che presto presenterà le sue «proposte concrete» al governo – è solo uno dei missili a 360 gradi con cui Bonaiuti prova a ridisegnare prima dell’addio tutto il sistema dell’informazione. Una serie di «riforme» amministrative elaborate rigorosamente a porte chiuse che, se andranno a segno, rischiano di far arraffare ai soliti noti tutto l’arraffabile.

Trofeo assai ambito è il diritto d’autore. Bonaiuti ieri alla camera ha annunciato un’imminente direttiva della presidenza del consiglio che dovrebbe vietare la pubblicazione on line degli articoli da parte delle amministrazioni pubbliche in assenza di un accordo con gli editori.

Niente rassegne stampa gratis, dunque, sui siti del governo, del parlamento o delle regioni. Non è difficile immaginare che senza obbligo di parità di trattamento le istituzioni per risparmiare cancelleranno anche dal digitale tutti i giornali scomodi o di nicchia.

Dall’alleanza governo-editori battaglia serrata anche contro i motori di ricerca e gli aggregatori tipo Google news. Sull’«indicizzazione» degli articoli, infatti, si ipotizza l’autorizzazione preventiva degli aventi diritto. In mancanza di intesa, la parola passerebbe all’Agcom che potrebbe multare i siti “pirata” e perfino – come prevede il modello francese – oscurarli d’autorità.

A sigillo di questo pericoloso rush finale anche la soluzione delle tariffe postali per le onlus che il solito Tremonti un anno fa ha aumentato del 500% (0,28 euro a lettera). Da novembre, reggetevi forte, Airc e Medici senza frontiere potranno pagare 0,17 euro a spedizione, la stessa cifra degli enti a scopo di lucro! Lo chiamano intervento pubblico ma sembra la repubblica delle banane, dove lo stato fa finta di non vedere e il “mercato” ci vede benissimo.

dal manifesto del 20 ottobre 2011

Editoria, ultima chiamata per il Parlamento

Sala del Mappamondo strapiena, ieri alla camera, per l’assemblea dell’editoria cooperativa, non profit e di partito organizzata da Mediacoop, Fnsi, Articolo21. Cinque ore di discussione e confronto tra partiti, giornali, sindacati e governo alla ricerca delle medicine possibili per un pluralismo mai così malato.

«Noi del manifesto – avverte Norma Rangeri – siamo all’ultimo miglio. Dopo quarant’anni in prima linea è sempre più difficile ‘resistere, resistere, resistere’. Ma prima di chiudere faremo il possibile e anche l’impossibile».

Una crisi che investe il manifesto ma anche una corazzata come Avvenire. Giornali antichi e radicati come il Corriere mercantile di Genova ma anche i 189 settimanali diocesani della Fisc, una voce del territorio che diffonde 1 milione di copie a settimana.

E’ bene avvertire i più smaliziati che non è un «al lupo, al lupo». Molte di queste testate (solo quelle rappresentate da Mediacoop sono oltre 90) a gennaio spariranno dalle edicole.

I numeri di questa crisi li trovate più in dettaglio nel pezzo qui a fianco: 4mila lavoratori a spasso, una novantina di testate e 400mila copie giornaliere in meno in edicola, un fatturato da mezzo miliardo in fumo, 50 milioni da far spendere alla collettività in ammortizzatori sociali.

In poche parole: tabula rasa di tutto ciò che non trova sul mercato tutti i capitali necessari alla sopravvivenza. Lelio Grassucci, presidente onorario di Mediacoop, insieme alla nostra Norma Rangeri (a proposito di crisi, l’unica donna a parlare dal podio) mettono bene a fuoco i perché di questa volontà di morte che emana dal governo: l’intreccio perverso tra politica e informazione, il sistema del massimo profitto che cancella notizie scomode (i 200mila della Perugia-Assisi e la povertà che devasta la provincia e le periferie italiane, per fare solo due esempi), l’assenza totale di editori puri.

Proprio per questo l’anomalia rappresentata dai giornali non profit e in cooperativa diventa un’eresia da cancellare con la scusa della contabilità europea. Ma non si dice che in Europa solo da noi il 56% delle risorse pubblicitarie va alla tv.

«Nei giornali che rappresentiamo – ricorda Grassucci – la pubblicità non arriva al 15% del fatturato, mentre per le testate normali non è quasi mai inferiore al 50%».

Eppure il sostegno dello stato è ormai una voce residuale del bilancio: «Dai 415 milioni del 2008 si è passati ai 194 del 2012», certifica il sottosegretario con delega all’editoria Paolo Bonaiuti. Numeri che però vanno visti bene. Di questi 194 milioni – spiega Grassucci – 50 vanno a Poste per vecchi rimborsi delle spedizioni, 40 alla Rai per la convenzione di servizio pubblico, altri 20 circa su altre voci (perfino per potenziare il segnale tv verso l’Istria). Fate le somme e arrivate a circa 80 milioni. «Che sono la metà del necessario – spiegano a Mediacoop - e potrebbero anche essere diminuiti dal taglio ai ministeri deciso ad agosto». In questo caso, a molti giornali non resterebbe che portare i libri in tribunale.

Qualcuno potrebbe obiettare: c’è la crisi, quei soldi lo stato non li ha più. Ma davvero? E allora perché ha regalato le nuove frequenze a Mediaset e Rai? Perché si ostina a non far pagare le concessioni? Perché ha tollerato sprechi e furti? O non porta l’Iva delle bamboline in edicola al 21% se sono uguali a quelle che si vendono nei negozi?

In questi anni Mediacoop, Fnsi e gli altri hanno sempre proposto di reperire le risorse dentro al sistema dell’informazione (non a carico, cioè di altri servizi pubblici come ospedali, onlus o altro). Perché se si vuole distinguere tra giornali veri e giornali finti (e lo si deve fare) non vincolare il contributo a un tetto di dipendenti assunti a tempo pieno? Sono cose note, semplici e di buon senso. Il governo però non le ha mai volute fare.

Dal 2001 a oggi l’editoria ha avuto un solo sottosegretario: Paolo Bonaiuti. Il portavoce di Berlusconi è il giornalista che ha guidato il dipartimento per 8 anni su 10. Il risultato della sua gestione è il fallimento dell’idea stessa di un sostegno pubblico. Sarà un caso ma quando sono stati fatti i controlli hanno colpito sempre editori di destra come Angelucci, Ciarrapico, Lavitola e Bocchino. Bene.

Bonaiuti si presenta all’assemblea e a sorpresa rovescia le carte. «E’ vero – ammette a denti stretti – il mercato editoriale non è completamente libero». Però «non è più tempo di riforma ma di una piccola rivoluzione». Il sottosegretario offre 45 giorni di tempo per discutere e come se nulla fosse rispolvera un decalogo – dieci punti chiaramente stilati dai grandi editori della Fieg – che se attuato cancellerebbe completamente i contributi diretti sostituendoli a incentivi general-generici che in nulla allevierebbero la disuguaglianza dei “piccoli” editori migliorandone la competitività e la capacità di programmare.

E’ un decalogo talmente fuori fuoco rispetto alla platea di ieri (ci sono la norma anti-Google sul diritto d’autore, per esempio, o i tagli alle agenzie) che fa sospettare il dolo.

«Tempo scaduto – risponde in serata a muso duro l’Fnsi – quelle proposte andavano affrontate molto tempo fa, oggi non si tratta di tracciare una road-map per il futuro; si tratta di ragionare e risolvere i problemi dell’oggi, anzi di ieri, visto che sono ormai in sofferenza tutte le testate coinvolte».

Il perché di questa incomunicabilità lo spiegava bene in mattinata Norma Rangeri: «Oltre alla censura del potere dobbiamo subire anche lo scandalo del malaffare. La nostra crisi è dovuta al liberismo peloso della destra e al vento anti-casta della sinistra». In mezzo a questi estremismi c’è un sistema sano, storicamente legato al territorio e alle idee, che finora nessuno si è preso la briga di ascoltare veramente.

dal manifesto del 29 settembre 2011

Editoria, il governo integri il Fondo per non toccare il fondo

Pubblichiamo qui di seguito il documento conclusivo dell’assemblea dell’editoria cooperativa, non profit di partito. Questo articolo uscirà oggi e nei prossimi giorni su tutti i giornali e i settimanali messi a rischio dai tagli del governo.

La logica del mercato non garantisce una informazione libera, autonoma e pluralista. Porta tendenzialmente al monopolio ed alla omologazione. Ne è prova l’attuale allocazione delle risorse pubblicitarie: il 56% è indirizzato verso l’emittenza, a beneficio pressoché totale di Rai-Mediaset, e solo il 36% verso la carta stampata, in gran parte a favore dei grandi gruppi editoriali. Il mercato della pubblicità, così, penalizza le testate piccole e medie e discrimina oltre ogni misura i «giornali di idee», cooperativi, non profit e di partito.

Per correggere le distorsioni del mercato ed in attuazione dell’art. 21 della Costituzione, sin dai primi anni Ottanta del secolo scorso è stato costituito un Fondo per il sostegno all’editoria; sostegni simili sono attualmente garantiti anche negli altri Paesi avanzati.

Nel quadro del processo di risanamento dei conti pubblici il Fondo è stato drasticamente ridotto, ben oltre quanto operato in altri comparti: i contributi diretti sono passati da oltre 240 milioni ai 180 del 2010 ed ai 90 del 2011.

Con tali risorse gran parte di questo mondo della comunicazione non sopravviverà al 2011 con gravi danni economici e sociali e con l’impoverimento del pluralismo nel sistema dell’informazione.

Verrebbe sancito il fatto che soltanto i possessori di capitali possono manifestare liberamente il proprio pensiero.

Scompariranno testate locali che raccontano la vita delle comunità, essenziali per garantire un’informazione pluralistica nella provincia italiana. E chiuderanno testate nazionali, anche di grande valore culturale, riducendo il controllo, libero ed indipendente, del potere centrale e diffuso, cancellando la possibilità di dare presenza e voce a forze sociali rilevanti ed a orientamenti politici e culturali largamente presenti nella società, con danno grave per la democrazia e per la ricerca dialettica di una verità possibile.

Con la chiusura di un centinaio di testate si brucerà un giro d’affari che sfiora il mezzo miliardo di euro che ricadrà pesantemente anche sull’indotto, già in grande difficoltà. Si porranno problemi per l’occupazione diretta ed indiretta che riguarderanno circa 4.000 lavoratori con un onere per lo Stato, in termini di ammortizzatori sociali, valutabile pari se non superiore all’impegno richiesto per il rifinanziamento del Fondo, senza contare i danni per le casse previdenziali.

Limitandosi soltanto ai quotidiani, l’offerta informativa, che è già modesta e calante, perderebbe più di 400.000 copie diffuse giornalmente.

La cancellazione di oltre cento testate, sarebbe una sciagura per un bene comune quale è l’informazione pluralista di questo Paese e non sarebbe un vantaggio neppure per il risanamento dei conti pubblici.

E’ per questo motivo che chiediamo al Governo ed al Parlamento di provvedere, in occasione della stesura del «Decreto sviluppo» ovvero della prossima «Legge di Stabilità», a rifinanziare il Fondo Editoria di quel minimo indispensabile necessario per evitare la sciagurata prospettiva della chiusura dell’editoria di idee, cooperativa e non profit e di partito.

E deve essere questa anche l’occasione per introdurre, come ripetutamente sollecitato, ulteriori norme di rigore allo scopo di evitare che il sostegno pubblico finisca a soggetti e testate che gettano discredito sull’intero settore.

*** Articolo21; Federazione Italiana Settimanali cattolici (Fisc); Slc-Cgil; Federcultura-Confcooperative; Comitato per la libertà e il diritto all’informazione, alla cultura e allo spettacolo; Fnsi; Mediacoop-Legacoop; Media non profit.

dal manifesto del 29 settembre 2011

La Lega ha un piede sulla porta, il Pdl cerca un nuovo premier

Il centrodestra smotta sul territorio ma non frana a Roma. E Tremonti tira dritto. Chiama Unicredit e si vende più di 300 caserme in barba a La Russa

«Non penso si vada avanti più di qualche mese, la Lega di pazienza ne ha avuta sin troppa». Il milanese Matteo Salvini, libero da vincoli parlamentari, ce la mette tutta per accreditare un Carroccio con un piede sulla porta a Roma. Ma non sarà con le giravolte dell’ultimo secondo che il Carroccio potrà sfilarsi dal crollo che incombe sul centrodestra.

In Veneto, ormai è in rivolta non solo lo zoccolo duro leghista ma anche la base ex democristiana del Pdl. «Qui c’è un’Italia che si fa il mazzo per arrivare a fine mese da una parte, e dall’altra uno che dà 20mila euro al mese a Tarantini per i suoi capricci – attacca il capogruppo comunale Pdl di Vicenza, Maurizio Franzina – ma scherziamo? Chi stiamo prendendo in giro? Serve un cambio». Soltanto l’immobilismo romanocentrico di mamma Rai impedisce di apprezzare in tutta la sua ampiezza il fallimento dell’asse Pdl-Lega. Dalla Sicilia al profondo Nord, centrodestra e «terzo polo» sembrano ovunque in ebollizione.

La maggioranza smotta ovunque ma non frana in parlamento. Non ancora. Il giorno dopo il salvataggio di Milanese, i frondisti del Pdl tuonano ancora contro l’assenza di Tremonti dalla camera. Pasdaran e peones – perfino Scilipoti – si affannano nel chiedere la testa del ministro. Un sentimento che a Berlusconi piacerebbe assai assecondare. Peccato che di possibili candidati per via XX settembre non si veda l’ombra. E sostituire il super-ministro senza avere in tasca un nome inattaccabile sarebbe l’ultima follia di re Silvio.

La corte del premier tuttavia insiste per una maggiore «collegialità» nelle scelte finanziarie. Vuole che al timone ci sia il premier in prima persona. Soprattutto se la campagna elettorale è alle porte e serve una minestra digeribile per un elettorato deluso da crisi, festini e iper-casta.

Il ministro è a Washington e tira dritto, fedele come sempre alla politica del fatto compiuto.

Giovedì prossimo affiderà a Unicredit e allo studio legale Bonelli Erede Pappalardo il ruolo di advisor nella creazione di un mega-fondo immobiliare che gestirà e venderà 300 tra caserme e arsenali.

Lo studio legale milanese ha assistito Alessandro Profumo per la sua super-liquidazione da Unicredit ed è lo stesso che, tra gli altri, ha gestito gli affari Cai-Alitalia e Bnl-Bnp. Una vendita a trattativa privata che fa infuriare, naturalmente, il frondista Guido Crosetto, sottosegretario di un ministero della Difesa che a quella riunione non è nemmeno stato invitato.

A inquinare ulteriormente la giornata, la polemica Alemanno-Lega sul peso nell’alleanza e il rifiuto di Alfano di sbilanciarsi sulla premiership del centrodestra. Rumori di fondo che il premier segue distratto. Forse dall’arrivo pomeridiano a Palazzo Grazioli di Sabina Began. L’«ape regina», coimputata con Gianpi Tarantini a Bari, è rimasta nell’edificio per un’ora e mezza. In serata un comunicato della «segreteria di Silvio Berlusconi» precisa che la signora voleva solo donare un libro al premier per il suo compleanno (il 29) ed è rimasta sempre in anticamera senza essere ricevuta.

dal manifesto del 24 settembre 2011

Atreju e l’autunno del patriarca

Berlusconi ai giovani Pdl: «Nessun passo indietro. Durerò fino al 2013 e riformerò la giustizia. Poi Alfano andrà a Palazzo Chigi e Gianni Letta al Quirinale». Dopo vent’anni il sogno del «meno tasse per tutti» scolorisce in un vaghissimo «codice fiscale più semplice». Il premier esclude intese con la sinistra «anti-italiana» e stringe il pugno sulla Rai. Il bunga bunga? «Non cambierei nulla di quello che ho fatto. Nessuno mi può ricattare»

Alfano a Palazzo Chigi, Gianni Letta al Quirinale. Silvio Berlusconi ripete alla festa di Atreju, di fronte ai giovani del Pdl, il «sogno» confidato a Repubblica l’8 luglio scorso.

L’addio alle armi è ufficiale, è ufficioso, è solo una speranza? «Vedremo prima delle elezioni a seconda della situazione – puntualizza il premier pensando ai sondaggi – in ogni caso io farò quello che è necessario fare».

Certo dopo «vent’anni nella trincea della politica sarei giustificato se rinunciassi alla candidatura». In ogni caso, scommette prendendosi l’applauso più forte della serata, «sono sicuro che nel 2013 i moderati prevarranno su una sinistra che non ha una sola personalità degna di fare il presidente del consiglio».

Silvio Berlusconi si presenta abbronzatissimo, inceronato e dimagrito alla platea giovanile guidata da Giorgia Meloni. Nell’afa romana, a due passi dal Colosseo, dice che non farà nessun passo indietro. Ma sembra di assistere all’autunno del patriarca. Di fronte a lui ragazzi venuti da tutta Italia, rigorosamente vestiti con la camicetta nera della Giovane Italia.

Il lungo racconto del premier non dimentica nessuno dei luoghi comuni del ventennio berlusconiano: la sconfitta del comunismo nel ’94, gli attacchi alla stampa, l’obiettivo di «cancellare» il «potere incontrollabile dei giudici», la «sovranità popolare in mano ai pm di Magistratura democratica», il governo «che non ha nessun potere e non può decidere nulla», la difesa del nucleare, la lotta a una pubblica amministrazione «pletorica», il potere di veto esercitato da Fini e Casini, e poi la legittimazione democratica del Msi, la normalizzazione della Lega secessionista.

Effettivamente, sono passati decenni. Stesse battute di sempre (come la «legge purosangue» che alla fine dell’iter parlamentare diventa «un ippo-potamo») e tanta, tanta determinazione. Berlusconi ha nostalgia del ’94 ma ormai il tono è quello di un’eredità. La platea lo ama, lo applaude composta. Alcuni particolari si notano: l’antica promessa di «meno tasse per tutti» si trasforma in quella di un unico «codice fiscale più semplice».

C’è la crisi? Berlusconi dice ai giovani di essersi informato, ha telefonato ai suoi «amici banchieri», quelli che «mi hanno aiutato nel mestiere di imprenditore»: la colpa è delle «banche americane che hanno deciso di disinvestire nell’euro». Che tra le altre sia stata Deutsche Bank ad aver venduto 8 miliardi di Btp non lo sfiora. In ogni caso, è in ginocchio «un’Europa dal corpo grande e dalla testa piccola». A sorpresa, il premier stavolta invoca più Europa, più Europa nelle politiche di difesa, più Europa nella lotta all’immigrazione, più Europa anche sul welfare:

«Se Bruxelles chiedesse a tutti i paesi di portare l’età delle pensioni a 65 anni o a 68 come in Germania, credo che nessun governo potrebbe dire di no».

Approvare la manovra in queste condizioni – ribadisce – «è stato un miracolo» che solo una «sinistra anti-patriottica e anti-italiana» non riconosce.

Mercoledì la manovra sarà approvata dalla camera. E a chi gli chiede se il governo tiene, Berlusconi risponde che durerà sicuramente fino al 2013: «18 mesi», scandisce, utili per fare le riforme. Prima quella della giustizia, poi quella dello Stato e per ultima (nota bene) quella fiscale. La strada è impervia: «Non ho nessuna certezza che ci riusciremo, diciamo che lo spero».

L’orizzonte è sempre più stretto. I giovani in camicia nera forse non lo sanno ma in quelle stesse ore non solo la sinistra e l’Udc ma anche i vescovi, Confindustria e perfino la Cisl di Bonanni chiede a Berlusconi di farsi da parte. Di consentire la nascita di un governo tecnico che affronti l’emergenza e cambi la legge elettorale.

Il premier però seppellisce in tono calmissimo le larghe intese: «Non vedo in giro tecnici autorevoli più capaci di me. L’enorme debito pubblico italiano è stato accumulato dai governi del compromesso storico». Resistere, perciò. Forse.

Più verace, il ministro Giorgia Meloni fa il poliziotto cattivo: «Profumo e Montezemolo vogliono andare contro la sovranità popolare – scandisce senza che il premier accanto a lei faccia una piega – è penoso farsi fare la morale da un banchiere e da un capitano d’industria, basta nemici dell’Italia che dall’Italia lavorano contro questo paese».

Il ricordo della perfida Albione è a un passo e Berlusconi, più abile, non fa nomi ma ripete che arriverà «sicuramente» alla fine della legislatura.

Nel frattempo la situazione può precipitare. I giovani cloroformizzati gli chiedono delle intercettazioni. «Sono sfoghi umani che possono capitare, le conversazioni riportate sui giornali violano la privacy e dimostrano che questo non è un paese completamente libero». Perciò, l’anomalia di una magistratura «incontrollabile» va «cancellata».

E il bunga bunga? «E’ una cosa innocentissima, tutte invenzioni, del resto non ballo, non fumo e non gioco nemmeno al totocalcio, quell’altra cosa che non considero un vizio mi è rimasta e spero che mi rimanga ancora a lungo. Non c’è nessuno che mi possa ricattare e di tutto quello che ho fatto nella vita non cambierei nulla».

Tanto sfoggio di sicurezza stride con la maggioranza in affanno ma corrisponde al potere smisurato che il premier ha ancora in mano. Gli ispettori ministeriali si muovono contro i pm napoletani e il premier starebbe pensando perfino di non presentarsi all’interrogatorio fissato per martedì.

Mentre l’Italia precipita, l’informazione Rai è ridotta a un cadavere. Se sarà veramente defenestrato Corradino Mineo a Rainews24, a parte il Tg3 tutte le testate radiotv del servizio pubblico saranno in mano a un unico partito. Un evento che non si verificava da mezzo secolo. Fare ciò che può in 18 mesi, puntare su Alfano e vincere le elezioni per il premier è l’unica possibilità di sopravvivenza. Si sappia che la eserciterà fino in fondo.

dal manifesto del 10 settembre 2011

Il mail bombing dei No Tav

Per qualche motivo a me ignoto sono finito nella lista di persone da “bombardare” di e-mail stilata dai No Tav di Chiomonte. Certo, la compagnia è eccitante, oltre a Napolitano, Fassino e al sottoscritto, c’è un gruppetto di giornalisti Rai, Ansa e altre testate. Il risultato è che pure non scrivendo io di No Tav da almeno sei anni in poche ore la mia casella postale al manifesto ha ricevuto un centinaio di lettere identiche, tutte regolarmente firmate per nome e cognome.

In attesa che il misterioso fenomeno scompaia, riporto il testo integrale della lettera.

“In qualità di cittadino italiano, Le chiedo di leggere quanto da me appreso attraverso la rete, in merito agli scontri di oggi a Chiomonte.

In questo periodo la protesta NOTAV, movimento esistente da ben 22 anni in difesa della Val di Susa, è concentrata a Chiomonte, luogo dove entro il 30 giugno prossimo, il cantiere per la linea Torino-Lione deve essere aperto ed attivo.

Fin dai primi di maggio è stato istituito il presidio permanente alla Maddalena di Chiomonte, presidio che questa notte alle 4.50 è stato letteralmente attaccato dalle forze dell’ordine che hanno utilizzato contro la gente idranti e gas lacrimogeni lanciati ad altezza uomo!

Le forze dell’ordine, facilitate dall’uso indiscriminato di idranti ed una quantità esagerata di lacrimogeni, inclusi quelli “a grappolo” al peperoncino, hanno potuto procedere distruggendo le barricate, non curandosi affatto se vi fossero persone o meno. Al momento in cui qualcuno del movimento NOTAV ha iniziato a gridare “indietreggiamo” sono partite le cariche e le manganellate….le persone rifugiatesi in infermeria per essere medicate sono state raggiunte e colpite!

Sono stati lanciati altri lacrimogeni persino dentro le tende del presidio, costringendo le persone a rifugiarsi tra le montagne, dove comunque è proseguita una vera caccia all’uom

Non è la prima volta che le Autorità effettuano blitz di questo tipo contro liberi cittadini del movimento NOTAV. Le chiedo quindi, essendo, fino a prova contraria, in uno Stato con una Repubblica Democratica, che:

  • questi metodi di guerriglia e di violenza gratuita, non vengano mai più utilizzati contro liberi cittadini che, per manifestare le proprie ragioni, adottano metodi di resistenza NON violenta.
  • il progetto per la Tav Torino-Lione venga immediatamente abbandonato in quanto inutile, costoso e dannoso per l’ambiente e la salute degli abitanti Valsusini. Un progetto che comporta la distruzione di un’intera valle, con dei costi esorbitanti, che ben superano le esigenze della linea stessa, non può essere considerato il futuro.
  • i media, le testate giornalistiche, riportino esattamente la situazione in Val di Susa, senza illazioni, false accuse di violenza, senza dichiarazioni tendenziose atte solo a favoreggiare il Governo ed i partiti che continuano a sostenere il progetto.

In fede”

lettera firmata

Il premier sfida Tremonti e trova un Angelino

Maggioranza nel caos dopo il voto. Berlusconi teme la multa da mezzo miliardo per il lodo Mondadori e non sa come gestire un partito finora unito solo dal potere. Mediaset appesa al governo crolla in borsa. Per il premier riunione d’emergenza con i figli. Scricchiola l’asse con la Lega: «Sul fisco decido io, Giulio trovi i soldi»

La famiglia innanzitutto. La sua. Silvio Berlusconi plana da Bucarest dopo la mazzata elettorale e per prima cosa, alla vigilia delle celebrazioni del 2 giugno con capi di stato da tutto il mondo, convoca di corsa a Palazzo Grazioli i suoi figli Marina, Piersilvio, Barbara e Luigi (assente solo Eleonora) accompagnati (ma non ci sono conferme) da Fedele Confalonieri. Una riunione tanto urgente da essere convocata a Roma e non ad Arcore come di solito, durata quasi tre ore e dedicata agli affari di famiglia. Che non vanno bene.

Nonostante la cura Masi, l’audience continua a premiare la Rai. Peggio ancora, mentre il resto di Piazzaffari volava, dopo i ballottaggi le azioni Mediaset sono crollate a 3,63 euro (un mese fa erano a 4,4). Una soglia molto vicina al target di 3,5 euro fissato ieri dal broker americano Bernstein dopo uno studio sul titolo. Secondo Bernstein «La sopravvivenza del governo diventa più difficile».

E anche se si tratta di un ragionamento «prematuro e speculativo» stare all’opposizione ha danneggiato non poco le azioni del biscione. Il broker ha studiato gli esempi del passato: tra aprile 2006 e aprile 2008, quando Berlusconi era fuori da Palazzo Chigi, «Mediaset ha sottoperformato l’indice Msci Europe del 36%», fino a dicembre 2007 è arrivato a meno 47%. «Allo stesso modo – prosegue Bernstein – da novembre 2010, in coincidenza con una maggiore instabilità politica, Mediaset ha sottoperformato l’indice del 31% e potrebbe scendere ancora molto». Conclusione: «Gli investitori devono stare molto attenti a un titolo che è molto dipendente dalle fortune politiche, giudiziarie e personali di un solo uomo».

Un avvertimento tanto più sinistro soprattutto perché tra pochi giorni (il 16 giugno) il tribunale di Milano dovrà stabilire il risarcimento dell’azienda a Carlo De Benedetti per il lodo Mondadori. Come si ricorderà, in primo grado il giudice Mesiano aveva condannato il biscione a un esborso di 750 milioni di euro. Una cifra che la perizia d’ufficio in appello ha portato a mezzo miliardo (i ricavi Mediaset 2010 sono pari a 2,8 miliardi). Un salasso.

I boatos dicono di una richiesta pressante dei figli a lasciare la politica per non compromettere l’impresa. Al termine bocche cucite. Piersilvio minimizza: «Eravamo tutti e quattro a Roma e abbiamo deciso di fargli una sorpresa». E a chi gli chiede se si è parlato di successione nel Pdl il vicepresidente di Mediaset ha risposto che «quella parola non esiste…Abbiamo parlato di affetto». Più loquace invece il premier nei giardini del Quirinale. Il lodo Mondadori? «Ne parliamo tutti i giorni, è una cosa che incombe. Speriamo – confessa – che non giudichino secondo chi è amico e chi no».

Attorno al Cavaliere il caos regna sovrano. L’ufficio di presidenza del Pdl previsto ieri sera è stato rinviato ad oggi alle 18. E sono saltate una dopo l’altra sia la cena con Umberto Bossi sia quella – riservatissima e bruciata ancora prima di iniziare – con i consiglieri Rai di centrodestra. In serata, non gli resta che sedersi a tavola con Verdini.

Lasciando Bucarest Berlusconi aveva pure provato a scherzare: «Volevo fissare la data del mio funerale ma nei prossimi giorni ho troppi impegni e quindi rimandiamo». La situazione non è rosea. Tra una cosa e l’altra il premier deve pure ricordarsi di dimettersi dal comune di Milano per non dover presiedere la prima seduta di Pisapia a Palazzo Marino…

Oggi l’ufficio di presidenza metterà mano al partito. Verdini, ovviamente, ha pronto uno studio assai rassicurante sull’analisi del voto. Ma anche la promozione di Angelino Alfano a coordinatore unico è in stallo. Per rimuovere i triumviri, infatti, servirebbe un congresso. E in ogni caso gli ex An hanno già chiesto uno o due vice in affiancamento. Qualsiasi modifica insomma non sarà indolore. Anche perché ciò che preoccupa di più il premier è Tremonti e lo scontro dentro la Lega.

Con il ministro dell’Economia Berlusconi prova a fare il bullo: «Sulle tasse Tremonti propone ma non decide, gli faremo scucire i cordoni della borsa per riformare il fisco». La Lega, per ora, difende il super-ministro ma il milanese Salvini dà voce al pensiero della base: «La Lega non morirà mai per Berlusconi». Bossi prende tempo: il governo «per ora va avanti» anche se «non con la tranquillità» di prima. «Ma con Berlusconi ce la si fa a risalire?», gli chiedono i cronisti. Il senatur fa una pernacchia e vola via da Roma.

dal manifesto del 1 giugno 2011