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Berlusconi contro la fronda: alienati e traditori
Dissidenti in aumento, la maggioranza potrebbe precipitare a quota 306. Lettera di licenziamento anche da 3 ex «responsabili» (record: uno è Enzo Scotti, critica il governo da sottosegretario agli Esteri). Il Cavaliere usa lo charme: «Vi capisco, stare in parlamento è alienante ma chi vota contro è un traditore
I dissidenti della maggioranza? «Li capisco – spiega Berlusconi alla conferenza stampa finale del G20 – stare in parlamento senza partecipare alla formazione dei provvedimenti è una attività alienante».
Il Cavaliere insomma è comprensivo con i suoi malmostosi operai delle leggi ad personam: «Molte persone di valore hanno ritenuto di essere state scavalcate da altri che ritengono meno capaci di loro per il governo: insomma, sono azioni molto umane e comprensibili». Il premier è sicuro che dopo averli contattati «ritorneranno sulle loro ultime posizioni».
«Siamo al governo. Abbiamo una maggioranza solida e continueremo a governare», dice prima di tornare a Roma per chiudersi nel bunker di Palazzo Grazioli con Alfano, Verdini e Letta. E’ d’accordo con quello che hanno già detto Storace e il Giornale di famiglia: chi vota contro il governo è un «traditore del paese».
La maggioranza è in piena ebollizione. Al senato Carlo Vizzini, presidente della commissione Affari costituzionali, ha lasciato il Pdl e si è iscritto al Psi di Nencini. Alla camera, l’onorevole Pietro Franzoso è morto ieri in ospedale dopo due mesi di coma. Al suo posto arriverà in aula Luca D’Alessandro, storico capo ufficio stampa forzista. La maggioranza, così, salirebbe a quota 315. Ma la conta dei voti è in perenne movimento e a via dell’Umiltà l’asticella oscilla tra 306 e 312.
Il coming out epistolare è ormai quotidiano. Dopo i sei forzisti dell’Hassler ieri è toccato a due ex responsabili (Sardelli, Milo) e al sottosegretario agli Esteri Scotti (primo frondista ufficiale con cadrega di governo) scrivere una lettera pubblica a Berlusconi perché con il suo passo indietro favorisca la nascita di un «nuovo governo di ampia convergenza».
In mezzo al guado anche gli ex finiani Urso, Ronchi, Scalia e Buonfiglio, che hanno formalizzato una propria sub-componente nel gruppo misto intitolata Fare l’Italia (acronimo uguale a quello dei cugini di Fli).
Che quello di Berlusconi ormai sia un governo zombie lo dimostra il triplice commissariamento di Bce e Banca d’Italia, Unione europea e Fondo monetario. Una camicia di forza che di fatto imbriglia via XX settembre e da lì controlla l’operatività di tutto il governo.
Quelli che dicono che Berlusconi ormai deve decidere solo come cadere non si contano più. Ed è sempre più chiaro che l’unico appuntamento parlamentare che può preoccupare davvero il presidente del consiglio è il voto della settimana prossima alla camera sul rendiconto generale dello stato. Da palazzo Grazioli partono già le telefonate personali ai malpancisti e gli inviti al desco generoso del Cavaliere. Ma certo la conferenza stampa di Berlusconi e Tremonti a Cannes ha fatto vedere alla luce del sole lo stato minimo dei rapporti tra premier e superministro dell’Economia.
Tremonti ha smentito solo in parte le varie e coincidenti cronache giornalistiche sulla sua richiesta al premier di fare un passo indietro. «Non ho letto i giornali, quelle cose non le ho lette e non le ho dette», risponde in un imbarazzo palpabile mentre Berlusconi al suo fianco lo interrompe e strepita sui giornali che capovolgono la realtà e i ristoranti sempre pieni.
Lunedì i frondisti inizieranno a valutare il da farsi. Martedì in aula arriva il rendiconto e se è difficile votare contro, astenersi o non partecipare al voto in prima battuta potrebbe essere l’offerta che Berlusconi non può rifiutare. Il segnale che è andata e che l’unica via d’uscita passa per le consultazioni – formali stavolta – al Quirinale. Da lì in poi, tutto può succedere.
Di fatto, la rotta di Pdl e Lega non cambia: se il governo cade si va dritti dritti alle elezioni. Precisamente quello che peones di ogni latitudine vogliono evitare. Paradossalmente, il commissariamento economico dell’Italia consentirebbe una campagna elettorale breve senza i danni (dal punto di vista dei mercati, ovvio) di un vuoto di potere. Uno che di giravolte se ne intende come Paolo Guzzanti scommette che Berlusconi cadrà la settimana prossima. Ma «deve sparare per primo». «Se Napolitano dà le garanzie – dice – meglio farle subito le elezioni. Meglio così che morire in un agguato di un gruppo di incappucciati».
dal manifesto del 5 novembre 2011
L’Aga Cannes perde pezzi
Berlusconi annuncia la fiducia sulla legge di stabilità ma la sua maggioranza non c’è più. Due deputati del Pdl passano all’Udc. E alla camera è tutto pronto per la trappola sul rendiconto.
A Montecitorio quota 316 addio. Mezzo Pdl chiede un passo indietro al premier e spera nell’improbabile soccorso dei centristi. Il problema però è che fare dopo.
Silvio Berlusconi si aggira tra i grandi della Terra come un intruso. Obama non lo vuole vedere e con Sarkozy ormai è andata com’è andata. La Germania, costretta ad averci a che fare, ha chiarito per tempo a Napolitano che l’unico interlocutore internazionale per il nostro paese è il capo dello stato.
Il premier è a terra ma non è disarcionato. Anzi. Dalla Francia annuncia che il governo chiederà la fiducia sulla legge di stabilità. Un modo lampante per dire a tutti che l’unico modo per mandarlo a casa è votargli contro in parlamento.
Eppure è proprio dentro il suo partito che si annidano ormai i pericoli maggiori. Due deputati (Alessio Bonciani e Ida D’Ippolito) sono passati direttamente dal Pdl all’Udc.
Più Alfonso Papa ai domiciliari e Pietro Franzoso in ospedale, addio la maggioranza a quota 316 alla camera. Ieri altri 3 «sudisti» hanno lasciato il gruppo dei responsabili e sono passati al misto pur dichiarando di stare ancora nel centrodestra.
Smottamenti ufficiali che si aggiungono ai 6 deputati che hanno firmato pubblicamente la lettera sui giornali che chiede al premier un passo indietro. Alla fine da quelli dell’Hassler (lussuoso hotel di Roma sede dei loro incontri) si sono sfilati gli scajoliani Andrea Orsini e Paolo Russo ma ormai più che un fuoco di paglia sembra un incendio.
L’ex ministro con casa al Colosseo dice che «se Berlusconi ritiene di poter fare questa svolta gestendo lui la presidenza del Consiglio lo faccia, altrimenti si faccia da parte. Non bisogna più pensare a un interesse di parte, siamo sull’orlo di un baratro».
La galassia pidiellina è vicina al big bang: in allarme il Pri di Nucara, gli ex finiani Urso, Ronchi e Buonfiglio, i siciliani di Miccichè, gli ex Udc passati al Pid. «Berlusconi deve trattare una resa onorevole, sennò finisce schiantato», avverte il pidiellino Giuliano Cazzola. Perfino Maurizio Paniz (quello di «Ruby è la nipote di Mubarak») gli suggerisce di fare «il padre nobile» e salvare la ditta.
Secondo i colloqui dell’Udc, sarebbero altri quattro o cinque i deputati del Pdl pronti a lasciare il partito di Berlusconi. Verdini è già in pista per convincerli a desistere. Ma intanto al senato (maggioranza di 18 voti) i dubbiosi sarebbero già più di 10, sufficienti dunque a mandare a casa il Cav.
Non che frondisti e malpancisti la pensino tutti allo stesso modo, per carità. La maggior parte – sia tra quelli usciti allo scoperto che tra quelli in «sonno» – non pensa a un ribaltone ma a un governo Letta. Gianni, l’unico uomo sul pianeta di cui il premier pensa di potersi fidare veramente a parte la prole (non tutta) e Fidel Confalonieri.
L’opposizione prova a giocarsi la partita. Per Gianfranco Fini è chiaro che «il governo ha i giorni contati». E a chi gli fa notare che sono parole poco consone per un presidente della camera, il leader di Fli risponde che «anche Bossi e Berlusconi sono un’anomalia».
Visto che l’approvazione della finanziaria non è in discussione con la crisi dell’euro e i calendari parlamentari sono vuoti proprio per evitare incidenti, per l’opposizione la madre di tutte le battaglia è martedì, quando alla camera si rivoterà il rendiconto generale bocciato dall’aula l’11 ottobre. Una vicenda viziata da incostituzionalità e dalla lesione dei regolamenti della camera (cfr. Gianni Ferrara sul manifesto del 25 ottobre) su cui Casini e Bersani sono pronti a far scattare la trappola. Cioè trasformare malumori e paure in un missile contro il governo.
Rosi Bindi fa balenare una mozione di sfiducia (ma solo se e quando avrà raggiunto preventivamente le 316 firme di maggioranza). In realtà però Udc e Pd stavolta giocano di fino.
Al momento non si valutano né mozioni né altre diavolerie parlamentari. «Bastano le votazioni già previste», dicono dal Nazareno e confermano fonti centriste.
Il bug che potrebbe mandare in tilt il centrodestra è l’arma più antica di tutti, la mancanza del numero legale nell’aula della camera. Uno strumento soft ma inaggirabile che potrebbe raccogliere tutti, dall’Idv al più scontento dei berlusconiani.
«A Berlusconi chiediamo di dare un segnale, altrimenti vedremo come comportarci – spiega la frondista del Pdl Isabella Bertolini – se passerà attraverso un rimpasto, un azzeramento di questo governo, un nuovo governo o un nuovo premier, questo spetta a lui deciderlo». Nota bene: in tutti i casi si prevedono le dimissioni di Berlusconi.
Il dubbio, infatti, è su che succede dopo. In caso di elezioni almeno un terzo dei parlamentari Pdl non sarà rieletto. Evitare le urne, per i frondisti, è il primo obiettivo. Ma mettere in piedi una «cosa« che duri un anno è più difficile. Mentre il Pd accetta di malavoglia un eventuale governo del presidente, nel Pdl sperano ancora in una nuova maggioranza allargata all’Udc. Sono entrambi scenari improbabili. Esplosivi con numeri risicati e con i partiti in piena decomposizione.
dal manifesto del 4 novembre 2011
Governo avanti senza giudizio
Ministri e deputati furiosi per l’assenza dalla camera del superministro. E al vertice di maggioranza parte la diatriba sulla riforma elettorale Il Pdl processa Tremonti in contumacia. Berlusconi si prende la regia economica e chiede alla Lega il via libera sul taglio alle pensioni. Bossi prudente: «Vedremo giorno per giorno». L’Udc: a marzo si vota
La maggioranza salva Milanese e processa Tremonti in contumacia. «È umanamente vergognoso e ingiustificabile che oggi non fosse in aula», commenta Daniela Santanché dando voce all’ira di molti pidiellini. Alle prese con il vertice Fmi a Washington, il titolare dell’Economia prima non partecipa al consiglio dei ministri per la nota di variazione al Def presentando un tomo a scatola chiusa che fa infuriare i colleghi (sedati a stento da Gianni Letta). Poi diserta anche il voto della camera sul suo ex braccio destro.
Un’assenza annunciata e istituzionalmente perfino doverosa ma che non placa i tanti che nel Pdl lo odiano e vorrebbero cacciarlo dall’Economia. «Il fatto che lui oggi non ci sia stato – commenta il frondista Guido Crosetto – indica il valore dell’uomo…». «Una scelta inelegante, aveva il dovere di essere presente», concorda l’ex ministro Antonio Martino. Un malessere palpabile anche nella Lega: «Noi ci mettiamo la faccia e lui dov’è?», chiede irritato ai suoi il capogruppo di Bossi Marco Reguzzoni.
L’affondo contro il super-ministro è appena agli inizi. Aver salvato il suo braccio destro dall’arresto è un credito che in tanti vogliono incassare al più presto. Crosetto, come al solito, va per le spicce: «Considerata la totale assenza di idee e la mancanza di ogni dialogo con il paese reale da parte del ministro e del ministero dell’Economia, penso sia opportuno un tavolo immediato e permanente a palazzo Chigi tra chi può portare idee e proposte e chi deve fare sintesi».
Ma sfilare a Tremonti il dialogo con Confindustria e la regia economica per la «crescita» è soltanto uno dei desiderata del premier in questo finale di partita.
Tanto «super-Giulio» è debole quanto Berlusconi è raggiante. Pare che il ministro di recente sia diventato lo sventurato protagonista delle barzellette piuttosto hard del Cavaliere. Un malumore che ormai filtra anche in pubblico: «Che ne penso dell’assenza di Tremonti? Altra domanda…», minimizza il premier di fronte ai giornalisti.
In privato, furioso per la soglia così bassa raggiunta alla camera, il premier non può far altro che guardare avanti. «L’asse con Bossi è solidissimo, abbiamo un rapporto fraterno e andremo avanti fino alla fine della legislatura». Un ottimismo che stride però con la solita ambigua prudenza di Bossi, consapevole che la base della Lega è sempre più infuriata: «Se arriviamo al 2013? vedremo giorno per giorno».
Intanto i capigruppo di Pdl, Lega e responsabili si chiudono per tutto il pomeriggio a Palazzo Grazioli per provare a definire l’agenda delle cose da fare a breve. Primo: approvazione definitiva della legge bavaglio anti-intercettazioni in discussione alla camera. Secondo: maggiore «collegialità» nelle scelte economiche. Terzo: abbattimento del debito pubblico con un piano massiccio di privatizzazioni.
E qui per Berlusconi finiscono le rose (si fa per dire) e cominciano le spine.
Il Cavaliere pretende interventi tempestivi contro i pm napoletani e quello che chiama l’assedio delle procure. Ma su cosa si possa davvero fare subito, vista anche la ben nota vigilanza del Quirinale in materia, nessuno si sbilancia. Finisce in stand by (ma va?) anche la riduzione dei parlamentari e le riforme istituzionali: «La bozza Calderoli va bene ma va migliorata», spiega il responsabile Moffa al termine.
Alto mare anche sulle pensioni. Il Pdl chiede interventi pesanti per compiacere l’Europa, Berlusconi promette che convincerà un Carroccio disponibile in teoria ma mai così sfuggente nella pratica.
Discussione ufficialmente iniziata anche sulla legge elettorale. Da Palazzo Grazioli filtra l’ipotesi di tornare alle preferenze oppure di rimpicciolire i collegi sul modello spagnolo. Per il premier il confronto va allargato soprattutto all’Udc. E’ un tentativo che il Carroccio per ora non blocca anche se si siederà al tavolo più per controllarne eventuali esiti sgraditi che accelerarlo.
La conclusione delle opposizioni è che il governo va avanti ma naviga a vista. «Ormai è chiaro che non c’è alternativa alle elezioni anticipate – avverte l’Udc Lorenzo Cesa – prepariamoci perché a marzo si vota».
dal manifesto del 23 settembre 2011
Vogliono resistere tre mesi, poi al voto nel 2012
Fini con Pd e Udc: nuovo premier e nuovo governo. Il Pdl fa muro e mira Tremonti. Asse tra Berlusconi e Maroni contro il super ministro: l’Economia va spacchettata
L’inchiesta pugliese, nonostante lo squallore mai visto della piccola parte di intercettazioni pubblicate finora, non smuove il premier: «Finché ho la maggioranza in parlamento non mollo», conferma Berlusconi dal bunker di Arcore, dove trascorrerà il weekend insieme ai suoi avvocati.
Il premier domani sarà al Tribunale di Milano per un’udienza del processo Mills. Allo stato non è prevista alcuna iniziativa del Pdl davanti al palazzo di Giustizia come in passato, né è chiaro se il premier interverrà nel procedimento o si limiterà a dichiarazioni a margine.
Per ora sulle sorti di Berlusconi è muro contro muro tra maggioranza e opposizione.
«Auspico un nuovo governo e un nuovo premier», dice un Gianfranco Fini più nella giacchetta da leader di Fli che nell’abito da presidente della camera. Non si è mai sentita la terza carica dello stato esprimersi così esplicitamente sulla vita dell’esecutivo, anche se le sue dichiarazioni sono identiche a quelle di Pd, Idv e Udc che invocano le dimissioni di un premier «a mezzo servizio».
L’appello a un passo indietro da Palazzo Chigi ormai è forsennato. Prende piede perfino nella maggioranza, tra figure oggi defilate ma con un passato importante nel Pdl come l’ex ministro Beppe Pisanu e lo storico legale del premier Gaetano Pecorella.
Berlusconi fa spallucce, trova il sostegno compatto dei ministri e dei maggiorenti del suo partito, che anzi rovesciano critiche e improperi contro i pm che intercettano e i giornali che pubblicano. A via dell’Umiltà giurano che la maggioranza è blindata e finché ha i numeri non accadrà nulla. Al prossimo consiglio dei ministri i «responsabili» Francesco Pionati e Giuseppe Galati potrebbero essere perfino premiati con la poltrona da sottosegretario.
E tuttavia una simile determinazione è tanto ostentata quanto fragile. Il Carroccio è a pezzi. Bossi ha disertato la discesa del Po e il suo degno sostituto, Roberto Calderoli, è stato accolto appena da una trentina di militanti. La festa dei «popoli padani» è decisamente sottotono rispetto agli anni passati.
Non meno agitate le acque nel Pdl. Gli «scajolani» hanno segnalato il loro scontento votando la fiducia alla manovra soltanto alla seconda chiama. L’area di Alemanno si salda sempre di più con quella iper-critica di Formigoni.
L’unica cosa che ormai mette d’accordo tutte le anime (in pena) di Lega e Pdl è l’odio per Tremonti. Mentre l’Italia sprofonda nel ridicolo e rischia il default, il ministro Galan si aggiunge ai tanti che entro l’anno vogliono «spacchettare» le deleghe del super ministro. L’idea non è nuova e una proposta di legge è già depositata in parlamento. Secondo la quale il Mef va smembrato: da una parte il Tesoro (le spese), dall’altro le Finanze (le entrate), a Palazzo Chigi il Bilancio (cioè la regia della politica economica), al ministero dello Sviluppo le nomine nelle aziende pubbliche e il Sud.
Galan è in buona compagnia: tra i primi sponsor ci sono pasdaran berlusconiani come Santanchè, i «frondisti» come Martino, i «sudisti» di Miccichè e soprattutto, da luglio, l’alter ego di Bossi nella Lega cioè Roberto Maroni. Mettere in mora Tremonti è il sogno di ogni pretendente dell’eredità berlusconiana. E poco importa che proprio la mancanza di un coordinamento unico tra controllo delle spese e incasso delle tasse ha portato all’enorme debito degli anni ’80.
Un’arma così ambiziosa appare rivolta più alla resa dei conti interni alla maggioranza che al risanamento dei conti pubblici. L’obiettivo di Berlusconi è resistere almeno fino a natale. Se dovesse cadere ora, infatti, sarebbe inevitabile un governo tecnico o di larghe intese che lo porrà definitivamente ai margini.
Non a caso, da tutte le forze che sponsorizzano questa idea (a cominciare da Udc, Confindustria, banche e Cisl) la pressione contro di lui in questo momento è massima.
Di parere opposto, almeno per ora, Pierluigi Bersani che invece preferirebbe andare al voto in primavera. Il segretario del Pd alla festa dell’Idv a Vasto non ha solo riesumato il Nuovo Ulivo aperto a Verdi e socialisti. Gli ha anche dato un’agenda con una «Gargonza 2» sul programma e la manifestazione comune. E’ un tiepido inizio – «profumo di speranza» lo chiama Nichi Vendola – che però sarebbe spazzato via dal governo tecnico o da un dialogo Pd-Pdl comandato dal Colle in caso di caduta rapida del premier.
La decisione con cui Moody’s ha rimandato al 15 ottobre il pronunciamento definitivo sul downgrade del debito italiano lascia a tutti meno di un mese per capire il da farsi. Difficile se ne farà buon uso.
dal manifesto del 18 settembre 2011
Governo ko, il decreto cambia ancora
Pronti, via. Appena iniziano le votazioni in commissione Bilancio il governo viene battuto. Approvati emendamenti di Pd e responsabili. Salve tredicesime e 25 aprile, niente tagli ai Fas regionali né ai mini enti di ricerca, più tutela alle regioni a statuto speciale. Tremonti prova a rassicurare l’Ue: i saldi sono certi, sull’evasione facciamo sul serio
Confusa, inefficace, iniqua. Caotica e pure falsa. Sulla manovra di agosto gli aggettivi si sprecano. Ma non è l’opposizione «criminale» a puntare il dito contro il governo italiano. E’ l’Europa, innanzitutto, e poi anche mercati, economisti e «padroni», che al meeting di Cernobbio si guardano tra loro sconsolati invocando compattamente (per la prima volta) un nuovo governo.
Il portavoce del commissario agli affari economici Olli Rehn, ha confessato i dubbi di Bruxelles sul peso eccessivo dato al futuro recupero dell’evasione fiscale per i saldi della manovra in discussione in senato. Il fatto è che dopo l’abolizione del contributo di solidarietà per i privati all’appello mancano almeno 3 miliardi, in gran parte recuperati proprio con le misure il fisco. Una copertura virtuale che non può servire a ridurre il debito come previsto dal governo.
Il Pd sollecita la Ragioneria dello stato a dire la verità, e cioè ad ammettere che quei soldi oggi non si possono quantificare. Il rischio che l’Italia faccia affondare l’euro paventato dal gotha della stampa finanziaria anglo-sassone (Economist e Ft in testa) si fa sempre più concreto.
Epicentro del sisma, inevitabilmente è il governo tedesco. Angela Merkel non si fida. Domani deve affrontare un voto difficile in Meclemburgo e il 7 è attesa la decisione della Corte costituzionale tedesca sulla legittimità del fondo salva-stati Esfs appena istituito.
Il suo portavoce commentando la manovra italiana gela i giornalisti: Berlino ha «piena fiducia» che il governo italiano «approverà le misure necessarie a rispettare il risparmio previsto per arrivare agli effetti attesi sul bilancio pubblico». Un modo indiretto per dire che non è garantito che queste misure siano già state approvate.
Tremonti è consapevole della posta in gioco. Non a caso telefona a Rehn assicurando che le coperture della manovra sono garantite da un «radicale cambiamento nella strategia di contrasto all’evasione fiscale»: «L’obiettivo di entrata non solo sarà centrato ma ampiamente superato», fa sapere in serata una nota ufficiale di via XX settembre. Il ministro insomma ci mette la faccia e brucia le navi. Anche se Berlusconi teme uno «stato di polizia tributaria» ormai indietro non si può più tornare.
Tremonti oggi sarà a Cernobbio, seconda tappa della missione impossibile di convincere i mercati. La platea di padroni, industriali e banchieri che come da tradizione affolla il workshop Ambrosetti è unanime: a parte il caos, al governo manca una strategia. La «grande politica» per dirla con l’ad di Intesa Corrado Passera.
Confindustria si dichiara apertamente «sconcertata» dalla stretta anti-evasione sulle società. Norme giudicate «frettolose, approssimative, incoerenti»: «Se si vuole essere credibili, perché non abbassare la soglia per l’uso del contante fino a 500 euro?». Nouriel Roubini, noto economista della New York University, invoca un «governo tecnico» che spazzi via quello attuale (su Twitter, giorni fa, aveva definito Berlusconi un «buffone»). E Mario Monti, primo papabile e alfiere della tecno-politica, certifica che si rischia di «rinfocolare» le diffidenze europee sull’Italia.
Nel frattempo, si parva licet, la commissione Bilancio del senato ha appena iniziato a discutere il decreto. I lavori procedono a passo di lumaca. E appena si vota la manovra cambia ancora. Fino alle 21.30 erano passati sei emendamenti, non secondari. Il più importante, firmato da Viespoli dei responsabili, “salva” le tredicesime dei dipendenti pubblici. Se gli uffici in cui lavorano non raggiungeranno gli obiettivi di risparmio saranno tagliati gli stipendi dei dirigenti (il 30% dell’indennità di risultato) e non la gratifica natalizia di tutti quanti. Il secondo cancella l’abolizione del 25 aprile e del 1 maggio: si festeggeranno come sempre. Gli altri emendamenti impongono alla pubblica amministrazione di certificare i crediti non saldati alle imprese, salvaguardano i Fas regionali (non saranno più tagliati per coprire le spese dei ministeri), salvano gli enti pubblici sotto i 70 dipendenti e tutelano le regioni a statuto speciale nei tagli alle autonomie.
Pronti, via e al primo giorno di votazioni il governo è battuto. Ogni modifica complica la vita a Tremonti. E’ prassi recente e più volte richiesta dal Quirinale, infatti, che anche in caso di fiducia su un maxiemendamento, il governo rispetti le decisioni prese in commissione. Il braccio di ferro e il caos sono solo agli inizi.
dal manifesto del 3 settembre 2011
La Casa bianca fa causa alle banche (dopo averle salvate)
Sono passati quasi tre anni dal fallimento di Lehman Brothers (era il 15 settembre del 2008), ma la storia della più grande crisi finanziaria della storia è ancora tutta da scrivere. Dopo il crack sui mercati, ora tocca ai tribunali. Sono già decine le mega-cause di risarcimento intentate a vario titolo e in diversi tribunali americani contro le banche «troppo grandi per fallire».
L’agenzia federale che vigila sul mercato finanziario immobiliare degli Stati uniti (la Fhfa) ha annunciato ieri che è pronta a chiedere almeno 30 miliardi di dollari a una dozzina di banche tra cui giganti come Goldman Sachs, Bank of America, JpMorgan e Deutsche Bank. Gli stessi istituti «salvati» dal governo Bush dovranno ora risarcire almeno in minima parte clienti che hanno perso tutto. Tra questi, Fannie Mae e Freddie Mac, i due enti para-statali nazionalizzati nel 2008 da Bush e dal suo ministro del Tesoro Henry Paulson (ex ad di Goldman Sachs). Due istituti che garantiscono il 90% dei nuovi mutui Usa e hanno nella «pancia» hanno crediti pari a 1,5 trilioni di dollari. Finora il loro salvataggio è costato allo stato federale almeno 135 miliardi di dollari (leggi qui).
La Fhfa è pronta a trascinare le banche in tribunale accusandole di non aver controllato la qualità delle obbligazioni immobiliari basate sui mutui (mortgage securities) che vendevano sul mercato. In sostanza, le banche hanno nascosto la difficile solvibilità dei debitori e «gonfiato» la solidità dei propri prodotti finanziari.
Il meccanismo finanziario era infernale. Fan e Fred (così sono chiamati negli Usa) prestavano denaro a rotta di collo grazie al costo ridicolo dei prestiti. E siccome le leggi federali li obbligavano a diluire i rischi investendo in obbligazioni, nello stesso tempo compravano dalle banche prodotti considerati sicuri ma capaci di dare – sulla carta – immensi profitti. In piena deregulation, si comportavano più come hedge fund che come avvedute banche statali. Quando le rate dei mutui sottostanti sono cominciate a mancare, l’intero castello di carte è crollato e la bolla è scoppiata innescando quella reazione a catena che non è ancora finita.
Il termine per presentare realmente la denuncia scade la settimana prossima. Ma ormai è questione di ore. Già a luglio la stessa agenzia aveva denunciato la banca svizzera Ubs per gli stessi motivi, chiedendo indietro almeno 900 milioni. La strategia del governo in parte sta cambiando, segno che la situazione si fa più seria. Se prima si ipotizzava di far ricomprare alle banche una parte dei prodotti tossici già venduti, l’obiettivo attuale è riavere indietro rimborsi cash.
Sono già 50 le procure statali che stanno cercando di patteggiare con Bank of America, JpMorgan e Citigroup i risarcimenti per i clienti defraudati. Ma non basta, perché le banche continuano a farsi causa anche tra di loro. Aig (la mega compagnia assicurativa Usa salvata poco prima del crollo di Lehman) ha chiesto 10 miliardi di dollari a Bank of America per i danni causati dal non aver ben analizzato le obbligazioni acquistate tre anni fa.
Le banche ovviamente si difendono sostenendo che eventuali risarcimenti affosserebbero il mercato creditizio per decenni, ricordano – non a torto – che quelle obbligazioni erano garantite con la tripla A da tutte le agenzie di rating e affermano che in ogni caso i loro clienti istituzionali e bancari erano sufficientemente consapevoli dei rischi prima di acquistarli.
Lo scontro si fa duro. L’ad di Goldman Sachs Lloyd Blankfein ha appena ingaggiato il re dei penalisti di Wall Street Reid Wiengarten. Il solo annuncio ha fatto crollare le azioni della banca quasi del 5%, perché Weingarten in passato a difeso i «bad boss» di aziende fallite come Enron e Worldcom. Le banche sono sotto tiro anche per aver mentito al Congresso durante le audizioni e le indagini parlamentari successive al crollo dei mercati. Lo stesso Dipartimento della Giustizia si appresta a perseguire i banchieri responsabili della crisi.
La battaglia giudiziaria in effetti si intreccia sempre di più a quella politica. L’8 settembre il presidente Barack Obama illustrerà al congresso il suo atteso discorso sulla crescita e il lavoro. Dopo aver polemizzato con lui per tutta l’estate a causa delle vacanze a Martha’s Vineyard, i repubblicani gli hanno impedito – per la prima volta nella storia – di parlare alla data che aveva richiesto in origine (mercoledì) con la scusa di voti già previsti in aula e di un dibattito tv tra i candidati repubblicani alla fondazione Reagan.
Per Obama la situazione si fa critica. Con la scusa della crescita in pericolo e della Camera ostaggio dei conservatori, la Casa Bianca ha annunciato ieri che non migliorerà la pessima legge sull’inquinamento dell’aria promulgata da Bush (Clean Air Act) prima del 2013 (cioè dopo le presidenziali). L’ennesima delusione per un’elettorato ambientalista che tre anni fa aveva scommesso tutte le sue carte sul primo presidente nero. Le schermaglie tra Casa bianca e Corporate America somigliano ormai a una guerra tra gatto e topo. L’amministrazione Obama ha stoppato la fusione tra At&T e T-Mobile che avrebbe portato a un monopolio di fatto nelle telecomunicazioni. E la Exxon ha raggiunto un accordo da 500 miliardi con la Russia per esplorare i giacimenti di petrolio nell’artico, un chiaro tentativo di spazzare via i residui dubbi di Obama sulle trivellazioni in zone protette mettendolo di fronte al passo compiuto.
Resta il fatto che nessun risarcimento giudiziario, per quanto grande, riuscirà mai a oscurare che per salvare banche, industria dell’auto, settore immobiliare e assicurazioni la Casa Bianca (sia con Bush che con Obama) ha impegnato qualcosa come 12.200 miliardi di dollari (di cui 2.500 già spesi, fonte NyTimes 24 luglio 2011) mentre poco o nulla è stato fatto per la «Main Street» dei piccoli proprietari e dei lavoratori.
Fitto va in vacanza, Trenitalia gli fa ponti d’oro
Articolo di Cinzia Gubbini
«Massima attenzione alle pulizie e al servizio offerto, compreso equipaggi, loco, puntualità e sicurezza patrimoniale». Che serietà, sembra quasi il gergo di un’azienda che funziona bene. Peccato, invece, che si tratti di Trenitalia i cui disservizi sono ben noti a tutto il paese. E peccato, soprattutto, che la mail in questione – solo una di una serie di cui il manifesto (fonte) è venuto in possesso – non riguardi il servizio da offrire a tutta la clientela. Ma a una persona sola. E alla sua famiglia s’intende. Il privilegiato è un ministro, non tra i più noti per la verità, per il quale nelle scorse settimane si è mobilitata la compagnia dei treni nelle sue alte sfere: Raffaele Fitto, ministro per i Rapporti con le regioni.
Delrio (Anci): “Tremonti ha fallito, i comuni non si svendono”
Il sindaco di Reggio Emilia spiega perché questo governo ha fallito e il paese non cresce. L’Anci prepara la sua contro-manovra
«Una politica dannosa e iper-centralista che va cambiata radicalmente». Graziano Delrio, dal 2004 sindaco pd di Reggio Emilia, non trattiene la rabbia contro l’ultimo decreto Tremonti. 51 anni, cattolico e vicepresidente dell’Anci, Delrio è di fatto al timone dell’associazione dei comuni nella transizione post-Chiamparino.
Sindaco, partiamo dalla privatizzazione forzata dei servizi pubblici locali (leggi qui). Il governo vi ricatta: da un lato taglia i trasferimenti a tutti, dall’altro darà soldi solo a chi vende i servizi.
Guardi, questo è proprio il segno di uno stato incapace. È chiaro che se la legge impone di vendere tutto in un anno non troverò nessuno che pagherà il prezzo giusto. I privati aspetteranno l’ultimo minuto e ti prenderanno per il collo. È un esempio grave di una logica completamente sbagliata.
Qual è il suo punto di vista?
Come sindaco dico che le partnership pubblico-privato servono nei settori in cui mi interessa attirare capitali privati. Ma lo devo decidere io in base ai bisogni del mio comune, non in tempi stretti e per forza. In Emilia, visti i tagli, stiamo fondendo le aziende di trasporto pubblico di Modena, Reggio e Piacenza. Il governo invece di incentivare queste operazioni ci mette il cappio al collo. Ci sono decine di municipalizzate che nell’acqua, nei rifiuti e nell’energia funzionano bene. È una politica schizofrenica: le privatizzazioni forzate non servono, i comuni sono stanchi di subire regole fatte da altri.
E come Anci cosa farete contro la manovra?
Intanto partiamo dai fatti. Questa è la quarta manovra in pochi mesi ed è evidente che nessuna delle altre ha portato i risultati attesi. Sono stati tutti interventi pasticciati e confusi. Se siamo a questo punto l’errore è proprio nel manico: se vuoi ridurre il debito il vero obiettivo è stimolare la crescita, a fare i tagli a pioggia sono buoni tutti.
La colpa è solo del governo?
Ma quale governo, abbiamo sempre avuto solo un interlocutore: il ministro Tremonti. Da dieci anni è lui il regista dell’economia ed è lui che ha portato il paese sull’orlo del baratro. Possibile che solo per lui non si possano valutare i risultati delle sue scelte?
E dal suo punto di vista quali sono?
Il principale fattore che impedisce la crescita sono i vincoli del patto di stabilità interno.
Che significa in concreto?
I comuni non possono spendere nemmeno i soldi che hanno in cassa e pagare le imprese per i lavori già iniziati. Siamo vittime di un paradosso: da un lato abbiamo soldi che non possiamo usare, dall’altro non arrivano i trasferimenti. E tutto questo mentre il debito pubblico e la spesa corrente, cioè quella non produttiva, continua ad aumentare. Secondo Bankitalia nel 2010 gli investimenti sono calati del 20%. Nel 2011 caleranno di un altro 15%. Quindi per forza caleranno sia il Pil che l’occupazione. Di fatto l’intero paese è fermo. Rivedere l’impostazione seguita finora ci sembra logico. O no?
E invece?
Invece il patto è stato addirittura inasprito. E nei vari decreti si susseguono cervellotiche ristrutturazioni istituzionali fuori dalla sede propria che è il codice delle autonomie. Basterebbe dare incentivi ai comuni per fare delle unioni civiche invece di inventarsi farraginosi accorpamenti che alla fine costano come lo stipendio di tre deputati. Nei piccoli comuni i consiglieri prendono 19 euro lordi a seduta per 4 sedute l’anno. La verità è che queste pseudoriforme servono solo a salvare altri organi, come province o parlamento.
Non è vero che anche enti locali e regioni sono responsabili del debito?
Fatto 100 il debito pubblico (1.900 miliardi), il 95% è stato generato dallo stato. Quindi per diminuirlo la cosa più ovvia è ristrutturare il livello centrale. Invece si fa l’opposto. In questi anni i comuni hanno dato un saldo positivo di 3 miliardi per il patto di stabilità.
Come giudica la sincerità con cui il federalista Bossi ha confessato che per salvare le pensioni i comuni possono pure arrangiarsi?
Con questa manovra non si salvano né le pensioni né i comuni. Maroni a differenza di Bossi lo ha capito benissimo. Altro che federalismo: Roma ci dice perfino se possiamo assumere un dirigente. Il 29 a Milano ci sarà una grande manifestazione con sindaci di tutte le parti politiche. Saremo in piazza con l’orgoglio di chi ha contribuito a tenere in ordine i conti dello stato. Se non siamo falliti è merito delle autonomie, non del ministro Tremonti.
Quali sono le vostre proposte?
Presenteremo al parlamento una contro-manovra che abbia la stessa dignità di quella del governo. Chiediamo un grande piano di opere pubbliche da realizzare con i proventi delle privatizzazioni parziali delle aziende di stato e delle municipalizzate che non funzionano. È inutile che vengano a rompere le scatole a me che ho aziende in ordine e che vanno bene. E poi pensiamo che non sia uno scandalo aumentare l’Iva di un punto, magari aiutando in altre forme i consumatori a basso reddito. La manovra insomma può stare in piedi con misure totalmente differenti. Dire che questo decreto è l’unico che ci garantisce dalle turbolenze dei mercati è una solenne bugia, basta guardare la Borsa. La storia insegna il contrario: serve la crescita. Non c’è una sola ragione per cui questa manovra debba rimanere così com’è. Per noi deve cambiare radicalmente.
dal manifesto del 19 agosto 2011
Lost in parlamento, chi ricatta Sardelli?
La soap dei responsabili va avanti. Riassunto delle ultime puntate. Starring Sardelli&Iannaccone, terzagamba productions.
Che fossero un po’ cari si sapeva. Ma anche così rissosi era impensabile. Nata pochi mesi fa, la vicenda dei «responsabili» assume il carattere di un’epopea, una serie tele-politica che fa invidia a Beautiful o Mr. Bean.
La trama si infittisce sempre di più. Nella «terza gamba» della maggioranza ormai il caos è all’ordine del giorno. L’ultima puntata riguarda Noi Sud. Le agenzie di stampa informano di «un gruppo in cui cinque deputati sono in guerra tra di loro per contendersi l’eredità di una scissione che affonda i malumori nell’ultimo mini-rimpasto di governo».