Berlusconi e il Pdl sono prigionieri di questa maggioranza e di questo governo, l’unico senza propri ministri che nella loro lunga storia non hanno (finora) tacciato di essere comunista, ladro o illegittimo. Ma a giudicare da come stanno andando le cose (male), anche questa anomalia del rispetto delle forme istituzionali è prossima alla scomparsa.
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Napolitano e Monti, la Repubblica è entrata in riserva
Assedio al governo per la «crescita». Lunedì Monti vara la riforma fiscale, martedì vertice con i segretari A Montecitorio il decreto s’allarga. Verso pagamento dell’Imu in tre rate, furiosi i comuni.
Il clima attorno ai «tecnici» è decisamente cambiato. Non solo perché la luna di miele tipica di tutti i primi «cento giorni» di ogni governo è ormai alle spalle. E’ cambiato perché la crisi economica scoppiata nel 2008 deve ancora cominciare. Se tutti i sindacati e tutte le associazioni di imprenditori protestano e lanciano l’allarme sull’economia «reale» del paese un motivo c’è. Se Monti salvasse la patria “uccidendo” gli italiani, tutti gli sforzi fatti finora (vedi la Grecia) sarebbero vani. Peggio, crudelmente dannosi.
«Porcellum bis», l’ira degli esclusi sulla legge elettorale
Gli sherpa di Pd, Pdl e Udc vanno avanti sulle riforme costituzionali e sul «porcellum bis». Certo il conforto del capo dello stato dovrebbe far gonfiare le vele dei «riformatori» ma in realtà la situazione è critica ancora prima di cominciare.
Prima di tutto per ragioni interne al Pdl. Tutti i critici di Alfano (ex An ma anche ex forzisti) sono usciti allo scoperto e usano il presunto accordo del segretario con Bersani e Casini sul «porcellum bis» per demolire una leadership ancora tutta da digerire. Capifila i «colonnelli-generali» Altero Matteoli e Ignazio La Russa, che nella riforma vedono troppe concessioni all’Udc e di conseguenza temono un ridimensionamento cospicuo del proprio peso politico.
Legge elettorale, dopo il porcellum ecco “l’italiesco”
Un sistema tedesco ma all’italiana. Un modello «italiesco», appunto. Pd e Pdl tornano a dialogare per cambiare la legge elettorale ed escludono riforme concordate soltanto dai due partiti maggiori.
Monti il “tedesco”, prova a convincere la Germania
Il Professore non scopre le carte sulle sue prossime mosse. Ma più che in parlamento, cerca l’accordo dei partner e dei vertici europei. Giro di incontri con Cameron, Merkel e Sarkozy.
Da Mario Monti una lezione sugli «spread» più che una conferenza stampa. Per il Professore due ore e mezza piene di domande più che di risposte. Un botta e risposta avarissimo di notizie ma denso di contenuto. In cui la distanza con lo slang berlusconiano non potrebbe essere maggiore, ed è un bene. Ma da cui emerge anche con una crudezza estrema che la soluzione della crisi italiana passa ormai solo per Bruxelles e, purtroppo, da una obbediente sottomissione alle dottrine neoliberiste che infiniti guai stanno seminando in tutto il mondo.
Qui il video.
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Monti, l’anno nuovo del Professore
Monti, la fase due del Professore
Oggi via libera definitivo in senato con il voto di fiducia. Il premier incontra Berlusconi e Bersani per blindare le prossime mosse
Cambia il governo ma il copione è identico. Il ministro Giarda chiede il voto di fiducia sul decreto Monti e il senato, senza sorprese né modifiche, trasformerà definitivamente in legge l’aggiustamento lacrime e sangue imposto dal governo tecnico.
Mr. Monti e il «pacco» di Natale
Il «pacchetto» di tagli e riforme promesso da Mario Monti arriverà. Ma con calma, come sfotteva «il Foglio» venerdì. Sarà approvato venti giorni dopo il giuramento, il 5 dicembre. Subito prima del delicato vertice europeo dei capi di stato e di governo del 9.
Le misure dovrebbero articolarsi in almeno un decreto legge più alcuni disegni di legge. E a tutto il «pacchetto» dovrebbe essere garantita la corsia preferenziale in parlamento in modo da essere approvato entro natale.
Il premier oggi è tornato a Milano per una giornata di riposo. Ma ieri per tutto il giorno è rimasto chiuso a via XX settembre prima con i vertici del Tesoro (Vittorio Grilli e Vincenzo Fortunato) più il ragioniere generale dello stato Mario Canzio. Poi in un primo vertice dedicato alla «crescita» con i ministro Passera (sviluppo), Elsa Fornero (welfare), Pietro Giarda (rapporti col parlamento), Enzo Moavero (politiche europee).
Il volume delle misure – vista la conferma del pareggio di bilancio nel 2013 – dovrebbe essere una mega manovra da 25-30 miliardi. In pole position le misure sulla casa (nuova Ici e aumento rendite catastali), Iva (10% e 21%), mini patrimoniale, uso del contante sotto 300 euro. I tecnici però sono ancora alle prese con le varie simulazioni. E’ scontato, a questo punto, che Monti attenda le valutazioni dell’Ecofin di mercoledì prima di mettere nero su bianco in Italia i suoi decreti.
In ambienti governativi si tende a minimizzare le attese. Chi va piano va lontano. I problemi sul tavolo del resto sono infiniti: da un lato si vocifera di conti pubblici più in sofferenza di quanto dichiarato da Tremonti; dall’altro fare le riforme «strutturali» – quelle dedicate alla «crescita» – richiede passaggi complessi da negoziare con i partiti e le parti sociali.
L’Europa chiede forti liberalizzazioni (direttiva Bolkestein) e privatizzazioni spinte dei servizi pubblici locali e delle Poste (che Passera ben conosce perché le ristrutturò prima di arrivare a BancaIntesa). Sono strade impervie per qualsiasi governo.
Partire e non arrivare al traguardo sarebbe esiziale. Così nel decreto si potrebbero anticipare solo cose già studiate, come ad esempio l’adeguamento delle pensioni alle aspettative di vita. Per le le riforme più ambiziose – fisco, pensioni, lavoro, welfare, bisognerà attendere i vari ddl.
E’ un rallentamento imprevisto, che mette sul chi vive i partiti, tagliati fuori dall’elaborazione dei sacri testi. Il Pd più di tutti, perché privo di sponde nelle alte sfere ministeriali, rimaste identiche a quelle del governo precedente.
Sottosegretari: Grilli ha 524.840 dubbi
Entro martedì Monti nominerà viceministri e sottosegretari. Dovrebbero essere tutti tecnici. La quadra si è incagliata sulle caselle care al Cavaliere: Giustizia e Comunicazioni (qui non è escluso che se il Pdl insisterà con gli impresentabili Monti mantenga la delega a Passera).
Tutto da verificare resta il «caso» Grilli all’Economia. L’attuale direttore generale è pronto a fare il viceministro ma non vuole ridursi lo stipendio. Adesso guadagna 524.840 euro lordi, come politico non arriverebbe a 180mila (7mila netti mensili). Per lui si studia il cumulo di cariche come fu per Bertolaso.
dal manifesto del 27 novembre 2011
Pareggio di bilancio: Maastricht entra nella Costituzione
Riforme: regola aurea=regola ferrea. Dal 2014 pareggio di bilancio obbligatorio per lo stato e gli enti locali. Deficit solo in caso di catastrofi o “grave recessione”. La finanziaria diventa una vera legge «speciale».
Il primo atto del governo di «impegno nazionale» sarà riformare la Costituzione introducendo l’obbligo del pareggio di bilancio per tutti i conti pubblici: da quelli dello stato a quelli di regioni, province e comuni.
Inizia oggi alla camera il lungo viaggio della cosiddetta «regola aurea». Il primo voto in aula è previsto per martedì prossimo, ma il neoministro Piero Giarda si è augurato ieri che entro la prossima settimana arrivi il secondo via libera (sui quattro necessari) anche dal senato.
La norma, scritta praticamente all’unanimità da tutti i partiti, riscrive quattro articoli della Costituzione (81, 100, 117 e 119) ed entrerà in vigore dal 2014 (leggi qui).
Legge di bilancio e rendiconto consuntivo generale (quello su cui è caduto Berlusconi) assumono il rango di leggi “speciali”, da approvare ogni anno entro il 30 giugno con maggioranza non più semplice ma «assoluta» dei membri delle camere.
Il cuore della riforma è l’introduzione dei criteri di Maastricht e del patto di stabilità nel nuovo articolo 81: «Lo stato, nel rispetto dei vincoli derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea, assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio». Tot entra di tasse, tot puoi spendere. Soltanto due le deroghe previste: eventi «eccezionali» (tipo catastrofi naturali) e una «grave recessione economica».
Anche in questo caso però il debito deve essere «accompagnato da un percorso di rientro» e soprattutto deve essere autorizzato «con deliberazioni conformi delle due camere» a «maggioranza assoluta». E’ una regola simile ma più restrittiva del tetto al debito che ha consumato la politica Usa quest’estate.
Peggio ancora, a cascata il principio del pareggio di bilancio viene esteso «a tutte le pubbliche amministrazioni» e a tutti gli enti locali. Alla faccia del federalismo, sarà il governo con la finanziaria annuale a imporre a tutti il deficit zero.
La riforma prevede «controlli preventivi e consuntivi». Un tema su cui Mario Monti è molto sensibile. Nel suo discorso alle camere il premier ha fortemente sostenuto il ddl aggiungendo una postilla che aleggia nel dibattito europeo: l’introduzione di una sorta di authority indipendente che vigili sui conti pubblici.
Questo il passaggio integrale dal discorso di Monti al senato: “È in discussione in Parlamento una proposta di legge costituzionale per introdurre un vincolo di bilancio in pareggio per le amministrazioni pubbliche, in coerenza con gli impegni presi nell’ambito dell’Eurogruppo. L’adozione di una regola di questo tipo può contribuire a mantenere nel tempo il pareggio di bilancio programmato per il 2013, evitando che i risultati conseguiti con intense azioni di risanamento vengano erosi negli anni successivi, come è accaduto in passato. Affinché il vincolo sia efficace, dovranno essere chiarite le responsabilità dei singoli livelli di Governo. A questo proposito ed anche in considerazione della complessità della regola, ad esempio l’aggiustamento per il ciclo, sarà opportuno studiare l’esperienza di alcuni Paesi europei che hanno affidato ad autorità indipendenti la valutazione del rispetto sostanziale della regola, dato che in questa materia la credibilità nei confronti di noi stessi e del mondo è un requisito essenziale”.
Se così sarà, non solo il parlamento potrà fare poco o nulla ma anche i ministri potrebbero essere commissariati per sempre rispetto a entrate e uscite. Non è escluso che il governo introduca in aula modifiche al testo parlamentare. Per ora, la norma affida alla Corte dei conti la vigilanza su tutti i bilanci, concedendole il potere di ricorrere alla Consulta in caso di sospette violazioni contabili.
Vincolare i bilanci alla disciplina ferrea delle compatibilità europee è un impegno che tutti i governi, incluso Berlusconi, hanno preso nel marzo scorso con il cosiddetto patto «Euro plus», che recepiva la riforma tedesca del 2009.
Da allora quell’impegno è rimasto in naftalina finché la Bce, nella famosa lettera del 5 agosto, ci ha chiesto di onorarlo. Il 10 novembre le commissioni hanno terminato i lavori (tra i 14 esperti consultati figura anche il neoministro Giarda, leggi qui). Se nel 2012 la legge sarà approvata definitivamente con una larga maggioranza anche qui, come in Spagna, non ci sarà nessun referendum confermativo dei cittadini.
Oltreoceano la «regola aurea» è un cavallo di battaglia dei repubblicani ed è una «priorità assoluta» per la maggioranza guidata da John Boehner. Ma i sogni anti-deficit della destra Usa si sono infranti il 15 novembre scorso, quando l’emendamento costituzionale sul pareggio di bilancio è stato bocciato dalla camera, mancando di 23 voti il quorum dei due terzi richiesto (leggi qui).
Finora dei grandi paesi europei la Francia ha iniziato l’iter e solo la Spagna l’ha ratificato (leggi qui). Senza benefici visibili, tra l’altro, per i propri «spread».
Una contraddizione di cui anche la relazione che accompagna il ddl è consapevole: «In prospettiva il limite all’indebitamento potrebbe risultare addirittura eccessivo» – scrivono Bruno (Pdl) e Giorgetti (Lega) a pag. 7 – ma «è chiaro che ci troviamo di fronte a un’emergenza»: «occorre dare un segnale politico forte ai mercati».
Di sicuro non saranno i giuristi a salvare l’economia dal suo fallimento.
Legiferare sull’onda dell’emergenza raramente produce buoni risultati, basti pensare ai vari «pacchetti sicurezza» tirati fuori dopo qualche odioso delitto. Ma cambiare la Costituzione sull’onda degli «spread» è perfino peggio.
Già il centrosinistra cambiò il titolo V a pochi giorni dal voto per dare un segnale sul federalismo. Da allora quella mezza riforma ha ingolfato la Consulta di ricorsi. Tra legislazione «esclusiva» e «concorrente» decidere su un mucchio di questioni (per esempio le scelte sul nucleare o le «internalizzazioni» dei precari) è un calvario. Non a caso, questo ddl costituzionale toglie l’«armonizzazione dei bilanci pubblici» dalle competenze concorrenti affidandola a quella «esclusiva» dello stato.
Ulteriore dimostrazione che è la politica, non il diritto, a governare le umane sventure.
dal manifesto del 23 novembre 2011
- Scarica qui il pdf del disegno di legge di riforma costituzionale C4596.
- Qui puoi leggere le audizioni dei costituzionalisti di fronte alle commissioni riunite della Camera.
Monti e le difficoltà di un decreto lampo
Contatti giornalieri del nuovo primo ministro con Barroso e Van Rompuy. Italia sotto esame al vertice dell’Eurogruppo del 29 novembre.
«Ottima domanda, la risposta però è prematura». Alla fine della sua prima vera giornata da premier in pectore, Mario Monti non scopre le carte sul programma del suo governo né su quel decreto di fine anno che da più parti è considerato necessario per aggiustare i conti pubblici.
Alcuni analisti si spingono a quantificare la manovra in 25 miliardi di euro. Una cifra dovuta al probabile calo del Pil nel 2012 che è mostruosa in termini assoluti, visto che solo quest’anno sono stati almeno 4 gli interventi urgenti sulla finanza pubblica: il decreto sviluppo, la manovra di luglio, quella di agosto e la legge di stabilità con il maxiemendamento. Nessuna di queste manovre ha rassicurato i mercati. Anzi, le probabilità di una nuova recessione sono in aumento in tutta Europa.
Di fronte ai giornalisti Monti ha soltanto assicurato di avere in testa «misure incisive». Le sue coordinate sono quelle della Bce: più crescita e meno debito. «Sacrifici» ma anche «equità» e «valori».
Il Professore incassa la frenata dello spread e invita i mercati a «temperare l’impazienza con la razionalità». La democrazia ha i suoi tempi e può fare poco se, come sta accadendo, tutte le banche europee stanno vendendo il nostro debito a rotta di collo (negli ultimi giorni solo quelle francesi hanno dimezzato l’esposizione verso l’Italia vendendo oltre 20 miliardi di Btp.).
L’euro è al collasso. E la fiducia dell’intero mondo finanziario e imprenditoriale italiano verso Monti è totale: «Quello che sta facendo deve funzionare», sintetizza l’ad di Banca Intesa Corrado Passera.
Da oggi si entrerà nel vivo del confronto. Il presidente incaricato incontrerà prima Pd e Pdl, e poi tutte le parti sociali. Il Pdl insiste per l’adozione immediata della lettera della Bce del 5 agosto. Richieste che l’Idv considera «macelleria sociale» e che non persuadono il Pd.
Di quella lettera, però, il governo Berlusconi ha fatto alcune cose, a cominciare dalla vendita obbligatoria entro l’anno prossimo di tutte le partecipazioni pubbliche nei servizi locali a parte l’acqua (prevista nella manovra di agosto e rafforzata nella legge di stabilità). Norme che per i comuni dell’Anci erano «incostituzionali» e per i comitati referendari vanno contro il pronunciamento clamoroso di 27 milioni di italiani nel giugno scorso.
Anche su un altro tema «caldo» come il pubblico impiego Tremonti e Brunetta hanno già deciso, sempre nella legge di stabilità, che i dipendenti statali che non accettano di essere trasferiti tra due anni se ne andranno a casa. E qui la Bce, è noto, voleva di più: rafforzare il blocco del turn-over (cioè meno assunzioni) e soprattutto un taglio secco degli stipendi della p.a. come in Grecia.
Anche sulle pensioni tutte le ipotesi in campo partono dalle proposte affondate dalla Lega: abolizione delle pensioni di anzianità (per chi ha 40 anni di contributi); passaggio al sistema contributivo della riforma Dini anche per chi aveva 18 anni di contributi nel ’95; pensioni di vecchiaia a 67 anni per tutti in tempi più rapidi (si ipotizza dal 2020 invece che dal 2026).
Oltre alle pensioni le misure più facili da prendere sono sulla casa. Si studia un aumento delle rendite catastali del 30% o il ripristino dell’Ici sulla prima casa per rifinanziare i bilanci dei comuni massacrati dai tagli.
Mistero anche su un eventuale «patrimoniale» (fioriscono le ipotesi più varie) e impegni ardui anche per le riforme costituzionali chieste (!) dalla Bce: abolizione province, taglio parlamentari, etc.. Oltre che del consenso hanno bisogno di tempi molto lunghi per l’approvazione. E’ poco realistico che possano essere varate definitivamente entro il 2013.
Fare previsioni attendibili su interventi che rappresentano un vero campo minato sociale e politico per qualsiasi governo è arduo. Monti non è nemmeno in carica e gli uffici tecnici attendono indicazioni. Sul tavolo ci sono gli studi e i piani di quello precedente. Con complicazioni non secondarie come il passaggio di consegne tra il vecchio e il nuovo esecutivo e il fisiologico avvicendamento nelle alte burocrazie dei vari ministeri.
Soltanto firmare gli oltre 200 decreti attuativi lasciati in sospeso dal governo precedente richiederà un lavoro improbo e certosino.
Per Monti il primo vero esame internazionale nella sua nuova veste sarà il 29 novembre nella riunione dell’Eurogruppo a Bruxelles. Il presidente italiano è in contatto giornaliero con Barroso e Van Rompuy e fino ad allora dall’Europa non dovrebbero arrivare nuove richieste.
dal manifesto del 15 novembre 2011