Guerra al «Corriere della Sera», i banchieri litigano e tagliano

Debito a quota 900 Dall’ad Scott Jovane piano shock: redazione tagliata di un terzo (-110 giornalisti) e 270 esuberi tra i poligrafici

Via Solferino sembra diventata Fort Alamo. O quasi. Alla storica sede del Corriere della Sera (probabilmente in vendita ma forse no) oggi non si presenterà nessuno. Per due giorni niente giornale in edicola a causa dello sciopero della redazione e dei lavoratori contro il maxi piano di tagli presentati dall’ad di Rcs Pietro Scott Jovane.

I manager hanno annunciato 270 esuberi tra personale amministrativo e grafici della sede di via Rizzoli. Inoltre si discute di una riduzione di 110 giornalisti al Corriere della Sera (su 355), della riduzione del contratto integrativo e della chiusura di tutte le sedi all’estero.

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Sì ai gay, alla cannabis e perfino alle tasse. L’America profonda vota «liberal»

Senza dubbio il voto politico generale è andato a destra (complici le preoccupazioni sull’economia e il debito pubblico) ma il senso comune americano invece ha decisamente svoltato a “sinistra” su molte questioni non secondarie, dai matrimoni gay alle droghe fino alle tasse locali. Perfino la «tolleranza zero» esce a pezzi dai 176 referendum votati in 38 stati insieme ai due candidati su cui si è concentrata l’attenzione del mondo.

Per la prima volta negli Stati uniti è un voto popolare ad approvare i matrimoni tra persone dello stesso sesso (fino al 2009 il referendum aveva ricevuto ben 30 bocciature di fila) ma in Maine, Maryland e probabilmente anche Washington (nella Seattle di Microsoft, Boeing e Starbucks) le comunità glbt hanno vinto. Stati che si aggiungono ai 6 (più la capitale) che hanno introdotto il matrimonio tra persone dello stesso sesso per legge o per sentenza delle corti.

Bene anche in Minnesota , dove non è passato (di misura) un quesito costituzionale che limitava le nozze agli eterosessuali. Grande sconfitta è la chiesa cattolica. Anche nel fundraising: le associazioni glbt hanno raccolto il triplo dei fondi delle associazioni omofobe.

Anche sulle droghe, altri 3 stati (Washington, Colorado e Maryland) hanno legalizzato, chi più chi meno, il consumo di marijuana (in Oregon invece il referendum è stato bocciato). In generale molti i quesiti sulla scuola: in Maryland, per esempio, è passato quello che concede l’istruzione pubblica agli immigrati illegali.

Anima liberal dell’America, la California ha infilato 11 referendum di portata storica dal punto di vista locale ma anche simbolico.

Lo scontro è stato durissimo, con almeno 370 milioni di dollari spesi in pubblicità dai fronti contrapposti. La culla della «Reaganomics» e dello stato come «problema» (peraltro in bancarotta dopo la cura Schwarzenegger) ha approvato un quesito che (bestemmia!) chiede di aumentare le tasse statali per finanziare la scuola.

La misura proposta dal governatore democratico Jerry Brown (democratico) è stata approvata col 54% dei voti. Aumenta la tassa locale sugli acquisti e l’aliquota su chi guadagna più di 250mila dollari (circa il 3% dei contribuenti). Si tratta di un gettito pari a 6-9 miliardi di dollari all’anno. Una vittoria storica per i democratici, vista anche la contemporanea stroncatura col 61% di no di una specie di rigorosissimo «fiscal compact» biennale e il no (col 56%) del divieto di finanziare la politica da parte dei sindacati.

Sempre in California è stata modificata perfino la famigerata legge dei «tre colpi» (al terzo reato ti prendi l’ergastolo), ammorbidendola per esempio se il terzo reato non è «serio o violento» (norma in vigore peraltro in 24 stati). Unici nei dal «Golden State» i no all’etichettatura obbligatoria dei cibi Ogm e all’abolizione della pena di morte.

dal manifesto dell’8 novembre 2012

Pro Patria di Ascanio Celestini, l’utopia senza sbarre

 

«Governammo senza prigioni e senza processi». Il giudizio di Mazzini sull’esperienza generosa e sfortunata della Repubblica Romana del 1849 è una frase rivoluzionaria. Tanto più oggi, nell’Italia dei Fiorito e dei questurini dattilografi. Una frase che è uno dei leitmotiv di Pro Patria, l’ultimo spettacolo di Ascanio Celestini in scena fino al 14 ottobre al teatro Vittoria di Roma.

Due ore di monologo interrotte soltanto da cinque sorsi d’acqua. Una scena claustrofobica come una cella, un quadrato 2 metri per 2 e uno sgabello. Lo spazio fisico e metaforico in cui un detenuto parla con Giuseppe Mazzini mescolando eroiche gesta risorgimentali, slang da penitenziario e poche sentenze del Tractatus di Wittgenstein.

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Il Pdl di «lotta» avverte il governo Monti

Dopo lo scontro con Monti, Alfano accelera e presenta oggi il suo ddl per le imprese Berlusconi mette in conto una sconfitta domenica e offre fiducia «condizionata» a questi ministri «provvisori».

Berlusconi e il Pdl sono prigionieri di questa maggioranza e di questo governo, l’unico senza propri ministri che nella loro lunga storia non hanno (finora) tacciato di essere comunista, ladro o illegittimo. Ma a giudicare da come stanno andando le cose (male), anche questa anomalia del rispetto delle forme istituzionali è prossima alla scomparsa.

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La sconfitta di Berlusconi e il big bang a destra

Se il governo Monti durerà fino al 2013, sarà l’incubatrice di un nuovo partito, chiamiamolo “grande centro”, Dc 2.0, sezione italiana della Cdu tedesca.

Qui un articolo pubblicato sul manifesto il 12 novembre 2011.

Sarà una formazione nuova, fatta da pezzi di Pd, “terzo polo” e Pdl, di solida ispirazione cattolica ed europea ma fedele alla natura tecnocratica di Bruxelles e rigorista sui conti pubblici come piace a Francoforte.

Nel Pantheon di questo nuovo partito Silvio Berlusconi non appare sicuramente tra i fondatori.

Ecco perché in un video commento pubblicato sul manifesto il 18 novembre 2011

 

 

 

 

Idea pazza: Fini al governo il ciellino Lupi alla camera

Il «big bang» che in tanti prevedevano a sinistra in verità sta per scoccare a destra. E la scintilla primordiale è l’addio di Berlusconi a palazzo Chigi.

Sotto il gioco del cerino che si consuma nel totoministri del governo Monti, si intravede già il fitto lavorìo di sapienti manovratori. Fini, Casini e Gianni Letta si incontrano in serata a Montecitorio, subito raggiunti da Lorenzo Cesa, Angelino Alfano e Fabrizio Cicchitto. Mentre già si impennano le quotazioni del «grande centro», il braccio destro di Casini Roberto Rao smorza gli ardori: «Se dobbiamo sostenere un governo insieme, dobbiamo anche togliere i cavalli di Frisia e parlare. Senza inciuci».

Eppure per dare l’idea della pazzia che per tutto il giorno ha aleggiato su Palazzo Madama e dintorni, tra le anime in pena che attendono lumi su governo e legislatura ce n’è una che si lascia sfuggire la quadra: Gianfranco Fini al governo come nume tutelare del «terzo polo» accanto ai big Letta e Amato.

In cambio, Pdl e Udc voterebbero Maurizio Lupi alla presidenza della camera. Lupi, ciellino doc, è stato tra i primi ad aprire a Monti nel partito di Berlusconi. E Cl è tra gli sponsor principali del governo che verrà. Lo stesso professore, del resto, sa che avere al suo fianco dei leader politici è la migliore polizza vita per il suo esecutivo, forte all’apparenza ma gonfiato dagli steroidi dell’emergenza.

Tra finiani e Pdl non sono ancora fiori d’arancio ma ormai Lavitola è latitante e gli scoop sulla casa di Montecarlo sono un dissidio lontano (ex An a parte). Il leader di Fli si muove in parallelo a Casini. Già da giorni ha candidato apertamente il «terzo polo» come possibile «primo polo» del centro-destra italiano.

Se non un’Opa sul Pdl una scomposizione e ricomposizione massiccia che solo un governo Monti in carica fino al 2013 può garantire senza sussulti. «Io credo che questo governo sia un miracolo – esulta Pier Casini – il fatto di aver trovato un’intesa tra le varie forze politiche è qualcosa di miracoloso».

Sarà. Ma il mostro tricefalo Letta-Amato-Fini è un cattivo ricordo che al solo nominarlo fa tremare di disperazione i poveri democratici accampati nella sala Garibaldi, alle prese con un governo che devono appoggiare per forza ma su cui possono già influire davvero poco. Quella profana trinità sarebbe il simbolo di un governo di centrodestra allargato, con l’appoggio esterno del Pd bersaniano. Una sconfitta troppo rovinosa per chi sulla carta è il pilastro del governo Monti.

E’ dunque quasi certo che alla fine i ministri siano soltanto tecnici. La notte però è lunga e da più parti, non a caso, si ipotizza una partenza immediata di Monti con soli ministri tecnici e un innesto dei tre vicepremier «politici» in un secondo momento.

Ma il fatto che quello scambio venga anche solo ipotizzato adesso riassume bene il nuovo clima che si respira nel centrodestra. «Il Pdl ci lancerà ogni giorno trappole e trabocchetti parlamentari», si preparano al peggio in casa democratica.

E infatti: il Pd non mette veti su Letta ma chiede «discontinuità»? Cinque minuti dopo il segretario Pdl Angelino Alfano risponde a muso duro: «Chiederci di rinunciare a leggi da noi approvate uno o due anni fa non sarebbe un metodo condivisibile». L’unità nazionale non è un pranzo di gala.

Chi è sempre più lontana da questi problemi è la Lega. Roberto Maroni, possibile nuovo capogruppo alla camera la settimana prossima, è categorico: «Oggi si è interrotto il percorso iniziato nel ’94». La nascita del governo Monti «segna una rottura che ci assegna il ruolo di opposizione». In una notte, il Carroccio è passato in modalità «Braveheart». Ma a primavera si vota in molte città. E alternare corse in solitaria a trattative serratissime con il centro-destra è la specialità della casa.

dal manifesto del 16 novembre 2011

iQuit, l’ultimo morso del principe dei «nerd»

Steve Jobs lascia il timone di Apple. “Mr. Think different” è il più grande inventore del ’900 ma per Cupertino il futuro inizia ora

Un manager, un leader, un inventore. Il più straordinario «nerd» di tutti i tempi. Dopo mesi di malattia, Steve Jobs lascia definitivamente la guida della Apple. Il suo addio non è solo un vero giro di boa per un’azienda che ha infilato una dopo l’altra una serie di innovazioni senza precedenti. E’ anche il passaggio di testimone di una generazione eroica, fricchettona e visionaria che dagli anni ’70 guida quella rivoluzione tecnologica che da decenni continua a ridisegnare gusti, socialità, comunicazione, business, arte e creatività di miliardi di esseri umani.

La lettera con cui annuncia ai dipendenti e ai mercati il passaggio di consegne al suo numero due operativo, Tim Cook, è un capolavoro di classe, umiltà e understatement: «Non sono più all’altezza dell’incarico e delle mie aspettative come amministratore delegato … ma sono sicuro che i giorni più brillanti e innovativi della Apple sono ancora davanti a noi».

A differenza dei giovanissimi creatori di Google e Facebook, né Jobs né Bill Gates si sono mai laureati. Entrambi hanno creato dal nulla, in un garage, aziende che hanno cambiato la storia dell’umanità.

Solo a scorrerne i passaggi principali, la biografia di Steve Jobs eccede quella di una dozzina di persone normali. Nato non voluto da un padre siriano musulmano e da una teenager che l’ha subito dato in adozione, Jobs è senza dubbio il più grande inventore del XX secolo. Non solo di oggetti come l’AppleII, il Macintosh, l’iMac, l’iPhone, l’iPod e l’iPad. Ma anche di interfacce tanto naturali che un minuto dopo essere state create sembra ci siano sempre state: l’uso totale del mouse e delle icone, la grafica asciutta e iper-usabile (frutto dei suoi studi da giovane drop-out in calligrafia), la genialità delle animazioni Pixar, il multitouch.

Un telefono senza pulsanti e un computer senza tastiera sembrano impossibili da descrivere a parole. Ma basta sfiorare il vetro di un iPhone o di un iPad per capire che quel tocco leggero è sempre stato nelle nostre potenzialità. Era nelle nostre mani prima che lo sapessimo. Del resto, a chi gli chiedeva quale fosse stata la ricerca di marketing preliminare al lancio dell’iPad, Jobs ha risposto: «Nessuna, non è il lavoro dei consumatori sapere quello di cui hanno bisogno».

Innovazioni che si ripercuotono anche nell’arte: chi avrebbe mai potuto imporre alle case discografiche mondiali la vendita legale di un dollaro a canzone? Dal 2008 invece iTunes è il primo negozio di musica del pianeta. E anche quando è uscito il primo iPad, tanti l’hanno bollato come «un inutile iPhone più grande»: «Non ha una funzione chiara». Forse. Però ne sono stati venduti 10 milioni solo negli ultimi 90 giorni. Come dicono gli analisti, «non c’è un mercato dei tablet, c’è solo un mercato dell’iPad».

La recente uscita di Hp dal mercato – clamorosa e definitiva – è solo l’ultimo trionfo di un’invenzione già amatissima e (quasi) perfetta. Jobs oltre a inventare nuova tecnologia è stato un implacabile distruttore di quella obsoleta. I suoi computer sono stati i primi ad abolire prima il floppy disk, poi il lettore cd, e in tanti hanno criticato l’iPad per la sua superficie perfettamente liscia: «Non ha neanche una porta usb». Eh già.

Nel frattempo la Silicon Valley sta sposando la filosofia della «cloud», la nuvola immateriale che avvolgerà tutta la musica, testi, video e foto che siamo capaci di immaginare. La nostra identità, e non è detto che sia un bene, non sarà più bloccata in un oggetto più o meno portatile ma a disposizione ovunque e comunque.

Chi critica il suo sistema chiuso, ferocemente proprietario (chiedere a Samsung che è appena stata sconfitta all’Aja nella battaglia dei brevetti, leggi qui), non può non riconoscerne il successo: 15 miliardi le «app» scaricate.

Non è fortuna o il frutto di freddo marketing, è soprattutto un incrocio di intuizione e visione. Solo un «nerd», uno smanettone misantropo e adoratore della tecnologia può essere così arrogante da imporre quello che ancora non c’è. Pensare l’impossibile affinché si avveri. Ieri sul suo blog Vic Gundotra, il numero tre di Google, commentando l’addio di Jobs ha raccontato una storia. Era il giorno della Befana del 2008, una domenica mattina, e Jobs l’ha chiamato per chiedergli una cosa urgentissima. Sarebbe stato un problema per loro se Apple avesse cambiato il tono di giallo della seconda «o» di Google perché sullo schermo dell’iPhone gli sembrava «sbagliato»? Ecco Steve, un signore che la domenica mattina si occupa di un dettaglio insignificante non solo per la maggior parte delle persone ma anche per qualsiasi supermega miliardario.

Apple non è solo la compagnia più ricca di Wall Street, seconda solo a un gigante «cattivo» come la Exxon Mobil (e per qualche settimana l’ha anche sorpassata). E’ anche la società che fa più profitti in proporzione alle sue relativamente piccole quote di mercato (+125% nell’ultimo quarto, in piena crisi). Crea oggetti costosi, li produce a poco e li vende straordinariamente bene.

Il 62% dei ricavi è extra Usa ma il suo marchio è la quintessenza dell’America. Niente «buonismo»: pragmatismo e sogni allo stato puro. Contrariamente alle altre società di Wall Street, Apple fa zero beneficenza e non distribuisce dividendi. Rimane tutto in cassa e viene reinvestito nei suoi prodotti e nelle sue persone. E’ un modello che funziona? Beh, dieci anni fa le azioni valevano 9 dollari, oggi 370.

One more thing. Jobs resta un dipendente della Mela e chairman del cda. Cosa lascia alle sue spalle? Per ora la società ha un team di superstar. Tim Cook è un workhaolic nato nel Sud, mago della logistica e della produzione industriale (è anche nel cda della Nike). Uno che sui blog viene già bollato come il manager gay più potente del mondo (non ha mai fatto coming out, però). Jonathan Ive è il geniale designer britannico che ha condiviso con Jobs tutte le svolte più importanti. E accanto a loro c’è il capo del software Scott Forstall.

Le difficoltà non mancano. Ron Johnson, principe del retail e inventore dei super-profittevoli Apple Store, per esempio, lascerà a novembre (va ai supermercati J. C. Penney). Ma finché il top management resta quello, non c’è ragione di ritenere che a Cupertino smettano di innovare e vendere bene i loro prodotti.

Il logo della Apple è un chiaro omaggio alla morte dell’«inventore dei computer» Alan Turing, che si suicidò mangiando una mela immersa nel cianuro per le vessazioni subite come omosessuale nell’Inghilterra degli anni ’50.

Aggiornamento del 24.10.2011: Walter Isaacson, autore dell’unica biografia autorizzata di Steve Jobs, smentisce il riferimento a Turing. A domanda dell’autore, Jobs risponde: “He wished that he had thought of that, but hadn’t”.

Ma è anche la mela della conoscenza. Un desiderio, una fame, un morso (bite) che fa precipitare l’uomo sulla Terra e lo costringe a incontrarsi con la sua vera natura. Ormai siamo fatti della stessa sostanza dei nostri bit. Apple, «think different». Sarà dura, ma provateci ancora.

dal manifesto del 26 agosto 2011

La Caporetto di Bossi e Berlusconi

La Lega perde 6 candidati e in Lombardia vince solo a Varese. Per il Pdl batosta dal Piemonte al Lazio.
I candidati del Carroccio perdono a Desio, Mantova e Rho. Il Pd vince perfino a Pavia e Novara.
Bondi si dimette e Maroni giura: «Una sberla ma no a alleanze strane»

Diciamo subito le cose come stanno: una sconfitta così il centrodestra non l’ha mai subita. Berlusconi ha perso il primo turno, Bossi anche il secondo.

E’ una «doppietta» storica che dovrebbe imporre al centrosinistra la richiesta di elezioni anticipate e la convocazione delle primarie subito, visto che tanto bene hanno portato ovunque si siano fatte (anche al Pd a Bologna e Torino).

I perdenti conclamati, Bossi e Berlusconi, ammettono entrambi la sconfitta. «Abbiamo perso, è evidente», confessa in serata un premier che fino all’ultimo ha perusato i dati cercando un appiglio, un qualcosa che consentisse una resa onorevole, un «quasi pareggio», per dirla con Verdini. Non c’è: non a caso Sandro Bondi si dimette immediatamente dal coordinamento nazionale. Una mossa che innescherà il redde rationem anche contro gli altri due triumviri, Verdini e La Russa, che sono ammutoliti.

Il tracollo è totale. Perfino il senatur, votando alla chetichella a Milano un paio d’ore prima della chiusura delle urne ne era consapevole. Tanto che dopo aver provato a dare la mano a una rappresentante di lista di Pisapia quando questa l’ha rifiutata ha sibilato: «La mano allo sconfitto si stringe sempre».

I dati elettorali che arrivano a via Bellerio raccontano un tracollo del Carroccio. Certo, vince a Varese (città natale di Maroni) ma non sfonda (53,9%). Il sindaco Attilio Fontana conserva i voti che aveva al primo turno mentre la candidata del Pd Luisa Oprandi ne prende quasi 5mila in più.

Per il resto, una Caporetto. Nelle città capoluogo chiamate al voto i cittadini amministrati dal centrosinistra erano 3.353.219 contro i 2.182.184 amministrati dal centrodestra. Dopo i ballottaggi la situazione è 5.039.457 (centrosinistra) a 690.678 (centrodestra). Una slavina senza precedenti.

La Lega perde nei comuni grandi e piccoli di tutto il Nord, dal Veneto al Piemonte. A queste elezioni su 210 candidati ne aveva 51 in solitaria contro il Pdl. In 39 città è sparita al primo turno, in 9 è arrivata al ballottaggio. E ne ha persi ben 6. In Lombardia a parte Varese perde ad Arcore (dove sarà sindaca una donna del Pd), Nerviano, Desio e Rho, il comune della Fiera e dell’expò. In una città eletta a simbolo come Gallarate il candidato del Pd vince a man bassa. E altrettanto clamorose e inaspettate poche settimane fa sono le sconfitte alla provincia di Mantova e a quella di Pavia (qui però il candidato era del Pdl e non della Lega). Il centrodestra unito vince col 51% per 1.400 voti solo quella di Vercelli. Ma nel 2007 – non un secolo fa – aveva trionfato al primo turno con il 66%.

E non è un fantasmatico «effetto Pisapia». In Piemonte, il comune di Novara, feudo del governatore Roberto Cota, passa al centrosinistra col 53%. Perde Bossi insomma ma perdono anche i suoi colonnelli. Per la Lega è un tonfo senza precedenti anche in quasi tutti i comuni più piccoli. In Lombardia svaniscono i sogni di gloria a Vimercate, Cassano D’Adda, Limbiate, Pioltello, San Giuliano Milanese, Malnate. Dopo i ballottaggi resistono col centrodestra solo Treviglio e Busto Arsizio. Uniche consolazioni, magrissime, le vittorie dei due candidati leghisti a Salsomaggiore (in Emilia) e Montebelluna (in Veneto). Poca, pochissima roba.

Nota agrodolce: dopo Arcore il Pdl perde anche a Casoria in Campania, la città di Noemi Letizia. Là dove il «sexgate» è venuto alla luce al culmine del consenso berlusconiano.

Eppure il governo va avanti, i due sconfitti si sono sentiti per telefono e giurano che nulla cambia. Parole di pulcinella Perché la sconfitta è maggiore per la Lega (che già al primo turno aveva perso il triplo dei voti del Pdl) ma disarciona anche il partito del Cavaliere. Il candidato di Berlusconi perde a Cagliari, Grosseto, Macerata.

E nel Lazio è una debacle totale. Mentana e Pomezia, due grandi comuni in provincia di Roma, il Pdl tonfa sonoramente. Alemanno e Polverini sono chiusi nella capitale come a Stalingrado. Come Bossi, erano andati alla conta contro il proprio partito e ne sono usciti con le ossa rotte. In entrambe le città ha vinto il candidato dell’ala Meloni-Gasparri-Fazzone. Polverini si consola a modo suo: «Sora e Terracina sono gli unici comuni dove il Pdl ha vinto». Ma la sopravvivenza autonoma del sindaco di Roma e della presidente del Lazio sono sempre più precarie.

Se non basta, anche il «terzo polo» elettoralmente non esiste. Certo, a conti fatti probabilmente molti suoi voti al ballottaggio sono andati al centrosinistra. Ma i voti oltre che contare vanno soprattutto pesati.

Nulla di quello che è visibile in una campagna elettorale in termini di candidati, coalizione, eletti, programma, significato e sentimento collettivo può essere ascritto al trio Fini-Casini-Rutelli.

Una sconfitta di queste proporzioni – al di là dei desiderata del Pd e dell’Udc – non concede scappatoie o «inciuci» di palazzo. Bossi tace ma Maroni e Calderoli già chiedono una «fase due» per il governo. Articolarla però è un’impresa quasi impossibile. Meglio votare.

dal manifesto del 30 maggio 2011

Moratti senza cavaliere, balla da sola

Letizia Moratti è sola. Potentissimo ex ministro ed ex presidente Rai, la sindaca della «capitale del Nord» affronta i giorni più difficili della sua non breve vita politica in solitudine.

Come le hanno detto di fare i nuovi consiglieri, ricapitola scrupolosamente e in tono perfino umile le piccole cose fatte in cinque anni, tipo la riqualificazione di piazzetta Capuana, il centro per la disabilità, i quattro «incubatori di impresa». Certo, quando si avventura sulla riqualificazione dei capannoni industriali dismessi, un pensierino alla «bat-casa» del figlio Gabriele è inevitabile. Ma non importa.

A poche ore dal secondo pronunciamento sulla sua amministrazione, attorno a lei c’è il vuoto. Per l’ultimo comizio non ci saranno né Bossi né Berlusconi. Il premier perché in Francia al G8, il leader leghista perché indeciso fino all’ultimo se mettere la faccia sulla possibile sconfitta. Per il gran finale basteranno Ignazio La Russa e Iva Zanicchi. Dopo infiniti forfait, l’unico «big» sicuramente ingaggiato dal «comitato Letizia» per concludere la campagna elettorale a piazza Duomo sarà Gigi D’Alessio. Poi c’è una «grande star internazionale» di cui non viene svelato il nome.

Mai dire mai però. Il piglio ultra-pragmatico delle ultime due settimane serve a motivare le armate pidielline deluse, a sperare che non disertino il secondo appuntamento con la storia. A preoccupare il Pdl, infatti, c’è soprattutto la diserzione in massa dell’elettorato leghista dieci giorni fa (-21%). Si spiega così tutta la polemica su «zingaropoli» e la moschea.

Dopo il via libera dei vescovi, sull’edificio di culto islamico ormai anche il centrodestra è isolato. Parlando a un convegno delle Acli la sindaca rilancia il suo «nì» pieno di condizioni: «Non è in discussione la libertà di culto, è in discussione la sicurezza – rimarca la sindaca – sono i governi di paesi islamici che devono garantire la sicurezza rispetto alla libertà di culto di una grande moschea». A Roma c’è, e in effetti è stata lautamente finanziata dall’Arabia Saudita, che cura la formazione (ultra-ortodossa) degli imam. Ma la retorica morattiana (islam=insicurezza) è indegna di una grande città europea e piena di ambiguità su un progetto che comunque la sua giunta, non a caso, ha di fatto già approvato.

A pochi giorni dal silenzio elettorale, i bookmaker inglesi danno in leggero vantaggio Pisapia (1,70 contro 2 per Moratti). E visto il cambio in corsa al vertice, lo staff della sindaca è nel marasma, agenda e strategie sono decisi all’ultimo minuto.

Imprevedibili come Milano. Ieri all’Arena civica perfino i ragazzini di terza media si sono messi a urlare «Pisapia, Pisapia» mentre la sindaca dettagliava una «Carta dello sport» tra comune e Coni. Un tifo spontaneo al quale altri ragazzini hanno risposto con «chi non salta comunista è», rovinando così la tranquilla photo-op disegnata su misura dallo staff di Palazzo Marino.

Le residue speranze della sindaca sono affidate a questo nuovo profilo «basso» (bassissimo) e agli ultimi appuntamenti tv. A far discutere, ancora una volta, Sky. Stamattina la sindaca si presenterà negli studi di Emilio Carelli per l’ultima registrazione. Al posto di Pisapia ci sarà una sedia vuota. Sì, Moratti è sola.

dal manifesto del 26 maggio 2011

Bossi vede il fondo

A Roma premier desaparecido e governo in freezer. Grandi manovre sul federalismo. Governo pluri-battuto alla camera. Oggi il primo vertice Bossi-Berlusconi dopo il voto e la «crisi libica» La Lega ammette la sconfitta e avverte il Pdl: «Non ci faremo trascinare giù». Se i ballottaggi andranno male, mani libere, se andranno bene, più potere al Carroccio. Anche Confalonieri striglia l’amico Silvio. E Tremonti prepara la conquista del Sud

Dopo tre giorni di black out milanese Umberto Bossi torna a Roma e ritrova la favella. Con Berlusconi ormai il matrimonio è di puro interesse. Mentre il Pdl nega l’evidenza il Carroccio ammette la sconfitta e si prepara ai ballottaggi: «Per ora abbiamo perso, ma non ci faremo trascinare a fondo», certifica il leader leghista. Certo, Bossi predica prudenza: «Sulla caduta del governo non fatevi illusioni», dice laconico in Transatlantico.

L’anali del voto fatta a via Bellerio è stata impietosa. Il centrodestra frana in tutto il Nord. E anche lo sganciamento preventivo dal Pdl (vedi Gallarate) non è bastato a evitare il riflusso delle camicie verdi.

Quella di Bossi è una mossa spregiudicata ma inevitabile. Se Pisapia vince al ballottaggio allora, davvero, tutto torna in gioco e il Carroccio avrà le mani libere. Se invece Moratti facesse il miracolo nonostante l’assenza di Berlusconi (o meglio, grazie ad essa) allora Bossi potrebbe ipotecare quel risultato a proprio merito massimizzando il profitto (vedi l’iper attivismo di Matteo Salvini, che ha quasi doppiato il vicesindaco larussiano Riccardo De Corato alla conta delle preferenze).

La Lega mantiene aperte tutte le opzioni: il 19 giugno a Pontida potrà comunque santificare qualunque “nuova” linea: sia quella con-il-Pdl-ma-sopra-il-Pdl, sia quella di sganciamento dalle macerie berlusconiane.

Il bivio al quale si trova Bossi è evidente e difficile da aggirare. Il Carroccio deve scegliere se puntare su Roma e trasformarsi fino a diventare un possibile partito-guida nazionale. Oppure può decidere di tornare a essere anti-sistema e provare a dettare legge (come negli anni ’90) solo nei suoi territori tradizionali. Bossi e lo stato maggiore leghista preferirebbero di gran lunga la prima strada: capitalizzare il disastro del Pdl al Nord per contare di più a Roma e nel sistema finanziario. Ma per la pancia leghista questa è una mossa contro natura e elettoralmente non ha pagato.

Una parola decisiva su questo avranno il privilegio di dirla gli elettori milanesi al prossimo ballottaggio.

Tenere il piede in due staffe è insostenibile. Anche perché nell’entourage del senatur la confusione è massima e solo l’emergenza cela i dissapori. Aumentati dai «congressi nazionali» (cioè regionali) che si dovrebbero celebrare in estate-autunno. In Veneto, per esempio, la lotta Tosi-Zaia sull’asse Verona-Treviso è ormai all’arma bianca. E in Lombardia non va meglio. Molte candidature sconfitte sono state espresse da un’intesa Maroni-Calderoli contro il parere del «cerchio magico» bossiano. Anche quel conto, prima o poi, andrà saldato.

Berlusconi dal canto suo non ha ancora rotto il lutto post-elettorale. Una novità assoluta degli ultimi 17 anni. Di fatto ha congelato l’attività parlamentare e di governo al minimo indispensabile per non creare danni. Gli è andata male, e il governo è stato pluri-battuto alla camera. Del resto:  Scajola scalpita, Miccichè prepara il suo gruppo sudista, «falchi» e triumviri sono nel mirino di chiunque, i «responsabili» in rivolta, Mara Carfagna minaccia di votare con il Pd… in due giorni di tutto di più.

La coperta del Cavaliere non basta più a coprire il disastro. Nelle commissioni alla camera è il deserto dei Tartari. La parola d’ordine è rinviare: serve tempo. Anche l’amico di una vita, Fedele Confalonieri, lo striglia un po’: «Ha esagerato un po’ nel metterla sul piano nazionale», quasi «un referendum su di lui, e anche con toni un po’ eccessivi».

Il «grande comunicatore» compulsa sondaggi per capire se il suo ritorno nella campagna elettorale può servire alla causa o meno. Di certo, però, la settimana prossima il G8 francese lo terrà impegnato nei giorni immediatamente precedenti al silenzio elettorale. L’unica possibilità – a parte telefonate o apparizioni tv – è un comizio finale a Milano al fianco di Bossi. Il tema sarà affrontato oggi dopo il consiglio dei ministri nel primo faccia a faccia tra i due dalla «rottura libica» di fine aprile.

Un consiglio dei ministri, tra l’altro, convocato solo per discutere un decreto del federalismo fiscale caro alla Lega e a Tremonti, quello sulle sanzioni contro sindaci, presidenti di regione e provincia che sforano i conti. A parte concedere alla Lega l’argenteria di Palazzo Chigi, l’unica mossa plausibile del Cavaliere è disperata: tentare il riaggancio con i «moderati» di Casini. Ma dopo averli sbeffeggiati in lungo e in largo per tutta la campagna elettorale la missione è tanto spregiudicata quanto difficile. A meno che…

Qualcuno che lavora nell’ombra nel Pdl c’è. Ma non è chiaro per chi. Dopo aver promosso (e rimosso) Mario Draghi mandandolo alla Bce, Giulio Tremonti prepara un’altra mossa delle sue. La prossima settimana è pronto ad annunciare fondi straordinari per il Sud.

Il grimaldello è il via libero definitivo al decreto sul federalismo che riguarda i cosiddetti interventi speciali (in sostanza per il Mezzogiorno). Il Pd (che ieri ha votato la proroga a novembre di tutta la riforma federalista) aveva chiesto che il 5% del Pil fosse destinato proprio alla perequazione. Giorni fa, in bicameralina, Fitto e Tremonti hanno bocciato quella proposta grazie a una mediazione generica dell’Udc. Ora, dopo aver ottenuto come volevano il via libera al parere sul decreto, ripresenteranno quell’idea intestandola a nome del governo. La cifra è importante. Ma saranno “soldi veri”? Nisba: si tratta dei vecchi fondi Fas riverniciati come «fondi di coesione nazionale». Idea brillante per la fine della campagna elettorale.

dal manifesto del 19 maggio 2011