5 flash su #csxfactor e primarie del Pd

  1. Tutti e 5 i candidati hanno o hanno avuto responsabilità di governo locale. In tempi di casta e antipolitica lo rivendicano e fanno bene;
  2. Queste del 2012 non sono affatto come le primarie per Prodi del 2005. All’epoca c’erano Pecoraro, Bertinotti, Mastella e Di Pietro… Stavolta tutti e 5 i candidati – anche se differenti – sembrano tutti poter stare nello stesso partito e questo al di là della performance televisiva è politicamente la cosa più significativa;
  3. Ve l’immaginate una cosa analoga per il centrodestra? (A cominciare dal fact-checking)
  4. E’ la prima volta in 20 anni che la sinistra in campagna elettorale non parla di Berlusconi ma di quello che vuole fare
  5. Non è più il Pd all’americana di Veltroni e non è ancora il Pd alla francese di Bersani. Il segretario democratico ha studiato alla scuola di Hollande e si vede. Si sente proprio che Bersani vuole e pensa un partito. Che discute ma è un partito, non una somma di individui.

Insomma, anche stavolta diffido di chi ha già capito tutto e dei tifosi. Questo confronto non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza che innesca meccanismi molto profondi e va interpretato più sulle sfumature che sugli slogan e i tweet.

Sì ai gay, alla cannabis e perfino alle tasse. L’America profonda vota «liberal»

Senza dubbio il voto politico generale è andato a destra (complici le preoccupazioni sull’economia e il debito pubblico) ma il senso comune americano invece ha decisamente svoltato a “sinistra” su molte questioni non secondarie, dai matrimoni gay alle droghe fino alle tasse locali. Perfino la «tolleranza zero» esce a pezzi dai 176 referendum votati in 38 stati insieme ai due candidati su cui si è concentrata l’attenzione del mondo.

Per la prima volta negli Stati uniti è un voto popolare ad approvare i matrimoni tra persone dello stesso sesso (fino al 2009 il referendum aveva ricevuto ben 30 bocciature di fila) ma in Maine, Maryland e probabilmente anche Washington (nella Seattle di Microsoft, Boeing e Starbucks) le comunità glbt hanno vinto. Stati che si aggiungono ai 6 (più la capitale) che hanno introdotto il matrimonio tra persone dello stesso sesso per legge o per sentenza delle corti.

Bene anche in Minnesota , dove non è passato (di misura) un quesito costituzionale che limitava le nozze agli eterosessuali. Grande sconfitta è la chiesa cattolica. Anche nel fundraising: le associazioni glbt hanno raccolto il triplo dei fondi delle associazioni omofobe.

Anche sulle droghe, altri 3 stati (Washington, Colorado e Maryland) hanno legalizzato, chi più chi meno, il consumo di marijuana (in Oregon invece il referendum è stato bocciato). In generale molti i quesiti sulla scuola: in Maryland, per esempio, è passato quello che concede l’istruzione pubblica agli immigrati illegali.

Anima liberal dell’America, la California ha infilato 11 referendum di portata storica dal punto di vista locale ma anche simbolico.

Lo scontro è stato durissimo, con almeno 370 milioni di dollari spesi in pubblicità dai fronti contrapposti. La culla della «Reaganomics» e dello stato come «problema» (peraltro in bancarotta dopo la cura Schwarzenegger) ha approvato un quesito che (bestemmia!) chiede di aumentare le tasse statali per finanziare la scuola.

La misura proposta dal governatore democratico Jerry Brown (democratico) è stata approvata col 54% dei voti. Aumenta la tassa locale sugli acquisti e l’aliquota su chi guadagna più di 250mila dollari (circa il 3% dei contribuenti). Si tratta di un gettito pari a 6-9 miliardi di dollari all’anno. Una vittoria storica per i democratici, vista anche la contemporanea stroncatura col 61% di no di una specie di rigorosissimo «fiscal compact» biennale e il no (col 56%) del divieto di finanziare la politica da parte dei sindacati.

Sempre in California è stata modificata perfino la famigerata legge dei «tre colpi» (al terzo reato ti prendi l’ergastolo), ammorbidendola per esempio se il terzo reato non è «serio o violento» (norma in vigore peraltro in 24 stati). Unici nei dal «Golden State» i no all’etichettatura obbligatoria dei cibi Ogm e all’abolizione della pena di morte.

dal manifesto dell’8 novembre 2012

Bomba a Brindisi, prudenza e dolore bipartisan

Monti dal G8: «Un atto senza precedenti, l’eversione non ritornerà». Napolitano elogia la reazione delle piazze.

Per una volta le parole e i gesti sono stati più forti del dolore immenso che come un fulmine si è propagato in un sabato assolato in tutta Italia. Tanto più cauti istituzioni e inquirenti, tanto più forte il segno di migliaia di persone scese spontaneamente in tutte le piazze d’Italia. Una giornata di democrazia e di sangue.

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il manifesto è una storia d’amore

DIstrazione

Detto molto sobriamente: questa è una storia d’amore. E come  tutte le storie d’amore è nata da un incontro tra quelle donne e uomini radiati, usciti dal partito comunista, e le ragazze e i ragazzi del Sessantotto-Sessantanove, dei primi anni Settanta.

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Malinconico, l’unico professore per legge

Nel governo dei «tecnoprofessori», così li ha definiti un rapporto di Openpolis, almeno in un caso, il titolo di «professore ordinario» è un po’ speciale.

Trattasi dell’unico caso (almeno, questo risulta ai giuristi italiani) di professore universitario salito in cattedra senza concorso, per nomina governativa.

Una possibilità durata pochi mesi e poi cancellata – in effetti, fa un po’ a pugni con la retorica del merito e quella dell’autonomia universitaria – ma durata abbastanza per promuovere un grand commis d’eccezione, che adesso ritroviamo tra i banchi del governo tecno: Carlo Malinconico, già presidente della Fieg, attuale sottosegretario con delega all’editoria, già capo del legislativo a palazzo Chigi con il primo governo Prodi.

di Roberta Carlini

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Tremonti svela il bluff: più tasse per 15 miliardi

Tremonti svela il bluff della delega fiscale: subito i 15 miliardi di tagli alle detrazioni Irpef previsti nella “clausola di salvaguardia” della bozza fantasma. La manovra intanto massacra scuola, sanità e regioni. Professori e ricercatori perderanno 8mila euro. Niente fondi per il Sud e super-bolli in banca. Tra le modifiche dell’ultimo minuto un regalo «bipartisan» ai concessionari autostradali

Un Romano Prodi redivivo detta la linea: «Governo, opposizione e Bankitalia insieme per l’emergenza». Peccato che i tempi sono cambiati e non esistono più nessuno dei tre. Nel Palazzo, la reazione al «terrorismo finanziario» è identica a quello di piombo di trent’anni fa: con l’emergenza si sta tutti insieme. A prescindere dai contenuti. Che in questo caso sono più tasse per chi già le paga e meno servizi per tutti.

Messo alle strette, il governo ammette il bluff sulla presunta riforma fiscale e annuncia che anticiperà nella manovra la «clausola di salvaguardia» da 14,7 miliardi contenuta nella delega fantasma scritta da Tremonti. In concreto, già dal prossimo anno ci sarà un taglio del 15% di tutte le detrazioni esistenti (sanità, asilo, colf, assicurazioni, ristrutturazioni). Invece dei tagli lineari ai ministeri stavolta si tagliano gli sgravi ma la sostanza non cambia. Si spara nel mucchio per prendere soldi dov’è più facile, cioè sul lavoro dipendente.

Nelle ultime ore di trattativa nella maggioranza, Pdl e Lega concordano solo 5 modifiche alla manovra. Oltre alle tasse, riguardano un taglio minore alla rivalutazione delle pensioni basse, un aumento più scaglionato del maxi-bollo sui titoli e qualche modifica al patto di stabilità. Ultimo ma non ultimo, un bel regalo bipartisan alle concessionarie autostradali. Nel decreto era previsto un codicillo che avrebbe gravato per oltre 1 miliardo sulla spalle di Benetton e soci (quasi tutte aziende del Nord o parastatali). Nei giorni scorsi il viceministro Castelli è stato pubblicamente scudisciato dall’Aiscat: ai padroni delle corsie è bastato minacciare il blocco degli investimenti nella BreBeMi e la Pedemontana che il Carroccio ha subito innestato la retromarcia ammorbidendo la norma.

E’ «un massacro sociale annunciato», commenta Nichi Vendola di Sel. Perché i dati di sistema ormai sono noti pure ai sassi: occupazione femminile al 46% (in Ue è al 60%) e disoccupazione giovanile al 29%. Precariato, bassi salari e bassa produttività sono piaghe endemiche tanto a Nord quanto a Sud. Eppure la manovra segue le orme di sempre: più tasse, meno servizi. E a pagare sono sempre gli stessi. Basta scorrere il decreto per toccare con mano la macelleria sociale che ci aspetta.

Altro che meno tasse: fisco +1%

La pressione fiscale aumenterà come minimo dell’1% (fonte Confindustria). In un paese che è già (ultimi dati Ocse del 2009) al terzo posto per il fisco (43,5%) dopo Danimarca e Svezia. Da allora la situazione è sicuramente peggiorata. La delega fiscale fantasma scritta da Tremonti quasi sicuramente decadrà. Peccato perché lì e solo lì c’era l’armonizzazione delle rendite finanziarie al 20%, una norma di equità che il Pd proverà a inserire nella trattativa.

Il grosso delle maggiori entrate verrà dai giochi (7 mld) e dal superbollo sul deposito titoli (quintuplicherà fino a 150 euro l’anno e 380 per i depositi sopra i 50mila euro). Rincari che però il governo vuole rimodulare. Solo 490 milioni invece verranno dal mini aumento dell’Irap su istituti di credito e assicurazioni. In proporzione la manovra la pagano infinitamente di più correntisti e bancari che banchieri e speculatori.

Piano per il Sud? Sotto il Po il nulla

I fondi Fas saranno ulteriormente tagliati dal 2013. In più viene decurtato di 3,6 mld il «fondo per l’economia reale» di Palazzo Chigi dedicato in gran parte al Mezzogiorno. Sulle infrastrutture inoltre si fa un gioco delle tre carte che avvantaggia solo il Nord. Tremonti cancella il «fondo per le opere strategiche» e ne crea uno nuovo («fondo infrastrutture stradali e ferroviarie»). Perché? Perché così cade il vincolo dell’85% degli investimenti al Sud. Non a caso in quel fondo le uniche opere finanziate (peraltro solo con 250 milioni, fonte Cipe- Cgil) sono il traforo del Brennero, il valico Genova-Milano e la Treviglio-Brescia.

A scuola stipendi magrissimi

«Un intervento così odioso verso settori noti per le basse retribuzioni non si era mai visto», commentano in Flc-Cgil. La manovra congela gli organici delle scuole fino al 2014 e contiene norme anti-Tar contro i ricorsi dei precari. In più, oltre al blocco delle assunzioni blocca anche gli stipendi. Così un professore di liceo avrà perso in 5 anni (2010-2014) quasi 8mila euro, un preside circa 16mila, un ricercatore 7.500, il personale tecnico e amministrativo 6.400. Ma è un calcolo per difetto: perché i rinnovi contrattuali rivalutano anche altre voci dello stipendio che restano ferme, così come gli scatti di anzianità. Un blocco che in futuro dimagrirà anche le pensioni.

Per far vedere che ci tiene, Tremonti assicura che il fondo di finanziamento (Ffo) delle università non si tocca. Certo, glissa sul fatto che dal 2012 è già stato decurtato di 300 milioni con le precedenti manovre.

Casse vuote negli enti locali

Solo oggi, a cose fatte, Tremonti incontrerà gli enti locali. In 5 anni (2010-2014) i tagli complessivi a regioni, comuni e province ammonteranno a 33 miliardi. Anche qui molta propaganda: il premio agli enti «virtuosi» sul patto di stabilità è poco più che una mancia (circa 200 milioni).

Sanità, ecco il super-ticket

In 5 anni (2010-2014) il settore ha subito tagli per 17 miliardi in personale e ed erogazioni. Dal 2012 è previsto un super-ticket fino a 10 euro sulle medicine (una norma che vale oltre 800 milioni) e sono quasi inevitabili inediti ticket sui ricoveri ospedalieri da inserire nella finanziaria autunnale.

dal manifesto del 13 luglio 2011

Bitjoka: «Ecco i veri immigrati di Milano»

Trentamila imprese, di cui 5mila oltre i 2 milioni di euro, ecco il lato “oscuro” dell’immigrazione sotto la Madonnina.

Otto Bitjoka è il «fan» di Pisapia aggredito tre giorni fa a Milano. Imprenditore di origini camerunensi, è milanese da oltre trent’anni. Presidente della Fondazione Etnoland è anche vicepresidente di Extrabank, il primo istituto di credito per stranieri.

Lavora da anni per l’immigrazione «qualificata» e alle comunali ha appoggiato apertamente la sinistra. Da «imprenditore» è sconcertato dalla campagna elettorale di Moratti: «Parla di cose che non c’entrano nulla con la città. La destra ha fatto l’apologia della paura: odio per gli immigrati, gli zingari, le moschee. Solleticano istinti primordiali perché hanno fallito e non hanno altro da dire.

E la sinistra?

Dovrebbe insistere sulla ragione. Anche perché l’emotività fa brutti scherzi. I problemi di Milano sono reali: mobilità e immigrazione vanno affrontate.

La moschea è un problema?

Ma non esiste! C’è la Costituzione e va rispettata. Punto. Basta andarsi a leggere gli articoli 8, 19 e 20. Un fenomeno come l’immigrazione non può essere schiacciato tra Islam e rom. Perché non si parla delle chiese evangeliche e carismatiche o del sincretismo brasiliano? Scaricano tutto sull’Islam dipingendolo come fede «terrorizzante».

Lei sostiene Pisapia. Perché?

Culturalmente sono di sinistra, sono nato quadrato e non divento tondo a una certa età. Ovvio che è un ottimo candidato ma il problema non è vincere le elezioni…

Beh, però aiuta.

Sì ma la sinistra è campione nel litigare. Oltre a vincere deve consegnare i risultati sperati. Milano ha un disperato bisogno di innovazione, non di una guerra per le poltrone. E l’innovazione si conquista con l’eterodossia. Ne abbiamo bisogno, perché se vinciamo oggi e non abbiamo una buona amministrazione alle politiche rischiamo una Waterloo.

Lei conosce bene i problemi e le opportunità dell’immigrazione. Cosa si può fare?

L’immigrato non ha bisogno di tutori e consulte che agiscano per lui. Deve essere liberato dalla povertà e messo in condizione di migliorare. Non sono mica sfigati eh? E’ gente che ha bisogno di comprarsi una casa, di lavori regolari, di una scuola decente per i figli. Mica stanno qui a ciulare le case popolari degli altri. Lo dico anche alla chiesa, che va bene ma spesso ha l’assistenza come core-business. Anche alla chiesa «conviene» un immigrato povero di cultura e di mezzi.

In concreto, cosa si deve fare a Milano?

Serve un patto di civiltà basato su dignità e rispetto reciproci. Gli immigrati milanesi sono molto «bancarizzati», non ci sono solo delinquenti. Ma lo sa quante sono le imprese gestite da immigrati in questa città? Sono 30mila. E 5mila fatturano più di 2 milioni di euro. L’80% dei «padroncini», quelli dei furgoni, sono immigrati. Praticamente hanno in mano la piattaforma logistica della città. Se si fermano loro non si muove più neanche una cassetta. Per non parlare delle infermiere o dei portinai. Possibile che per gli italiani tutta questa gente va bene di giorno e di notte invece si trasforma in delinquenti?

Insisto, cosa dovrebbe fare Pisapia?

Un assessorato all’immigrazione, alla coesione sociale e allo sviluppo. Tutto insieme. Senza se e senza ma. Basta pietismo, paternalismo e assistenzialismo. Anche a sinistra.

Lei nei giorni scorsi ha subito un’aggressione xenofoba. Cosa direbbe a quel ragazzo se lo avesse davanti?

Ho preso una bella sberla ma ne parlerò a urne chiuse perché non voglio strumentalizzazioni né da una parte né dall’altra. Secondo me rendere nota la cosa è stato sbagliato. La campagna elettorale non ha bisogno di enfasi e non si deve rincorrere la destra, tanto si squartano già per conto loro. Se vogliamo rovesciare le vecchie logiche non dobbiamo lottare nel fango. Prosciughiamolo.

dal manifesto del 27 maggio 2011

Professore taci, il preside ti ascolta

Insegnanti come i magistrati: il Pdl vuole punizioni esemplari per quelli «politicizzati» Arriva alla camera la proposta di legge del responsabile scuola Pdl Garagnani: «Basta con la propaganda della Cgil, sì al catechismo in aula». I sindacati stavolta unanimi: «Un’idea delirante»

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Lettera aperta sulla scuola pubblica

Al Presidente della Repubblica, al Parlamento e al Governo

Promossa dagli Editori

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Il Napalm del voto nella giungla Montecitorio

Il Vietnam parlamentare del Pd è fatto di salmi costituzionali intonati a turno da ogni singolo deputato. Livia Turco legge l’articolo 32 della Costituzione sulla salute, Francesco Boccia il 34 sulla scuola, D’Antoni il 10 sull’asilo politico. A Richi Levi tocca il tricolore, a Gentiloni l’amnistia, a Sesa Amici il settimo sulla chiesa cattolica. Qualche onorevole aggiunge un commento, la maggior parte no. Lapo Pistelli legge l’articolo 11 che ripudia la guerra senza alcuna chiosa. Si va avanti già da quasi due ore quando D’Alema legge, con voluta suspense e un po’ di autoironia vista la sua mancata scalata al Colle, l’articolo 87 sui poteri del presidente della Repubblica.

I baffi argentei vibrano quando parte la zampata finale. «Meno male che il presidente c’è – dice l’ex premier – perché è l’unico punto di riferimento dei cittadini. Ha il potere di sciogliere le camere – prosegue poi leggendo l’articolo della Costituzione successivo – ma questo, più che una lettura del comma è un mio auspicio personale».

Il napalm dello scioglimento anticipato e del ritorno alle urne ridà un po’ di sostanza a una seduta della camera che soprattutto il Pdl ha drammatizzato oltre ogni dire per evitare defezioni dell’ultimora. Dopo i timori espressi da Cicchitto anche Gianni Letta di buon mattino dà l’avviso ai naviganti: «Si preannuncia una settimana incandescente, e quella di oggi sarà una giornata difficile». L’apertura delle ostilità (se così si può dire) inizia con una maggioranza che alle tre di pomeriggio respinge per 11 voti la proposta del Pd di far tornare in commissione il cosiddetto «processo breve».

Banchi strapieni. Compresi quelli del governo. Ministri e sottosegretari sono al gran completo, mancano solo Bossi e Frattini, Maroni si assenta quasi subito. Il tempo passa con l’aiuto di giornali e iPad. Denis Verdini riceve deputati dal suo scranno come un ufficio postale il giorno di pensione. In un vertice con i «responsabili» garantirà e otterrà nomi chiari per le poltrone da viceministro e sottosegretario da elargire dopo il via libera alla legge Alfano. Il papabile Pionati ufficializza: «In aula voteremo compatti». Poco più in là Scajola e La Russa confabulano animatamente per quasi un’ora. Tanto agitato il ministro quanto parco di gesti l’ex ministro. Nel partitone berlusconiano non corre buon sangue. Tra un voto e l’altro il siciliano Miccichè chiede ai quattro venti la testa da coordinatore di La Russa.

Alfano in aula segue i lavori. Minimizza la portata della prescrizione breve. «Gli effetti sui processi saranno tenui e riguardano solo gli incensurati». Più volte richiesto di quantificare quali e quanti saranno aboliti, in serata certifica: «Con le nuove norme cadrebbero solo lo 0,2% dei processi». Cioè circa 400 sugli oltre 170mila prescritti annualmente. «Ma se cambia così poco allora perché la volete approvare così tanto?», lo sfotte dai banchi Pier Casini.

La radicale Rita Bernardini parla dell’emergenza carceri cercando di interloquire in diretta con Alfano sull’istituto penitenziario di Messina. Prova a raccontare di un detenuto paralitico costretto a «trascinarsi per terra nella latrina lurida per arrivare al water». Il Guardasigilli non replica. Ma assicura che procedimenti come quello per la strage di Viareggio non saranno sfiorati dallo scudo salva-Berlusconi. «In quel caso la prescrizione scadrà nel 2032». Per il Pd il ministro sembra confondere volutamente la prescrizione con la durata del processo, che in ogni caso secondo la sua legge deve durare un tot di anni e basta.

Il voto e l’ostruzionismo vanno avanti anche nella notte. Qualche scivolata è possibile. Anche oggi il consiglio dei ministri è stato convocato durante la pausa pranzo della camera.Se non ci saranno sorprese il voto finale è previsto entro stasera.

dal manifesto del 13 aprile 2011