Primarie, Bersani scalda i motori

A volte la debolezza può essere una forza. Perfino in politica. «Se serve ci sono. Le primarie le faccio», confessa Pierluigi Bersani sui divanetti di Vespa. E considerati gli autobus con la sua faccia che girano da giorni per Roma l’impressione è che il segretario del Pd stavolta abbia rotto gli indugi. Tornare indietro dalla convocazione dei gazebo è quasi impossibile. E ormai solo il segretario può metterci la faccia e coprire la guerra per bande che porta il Pd a un millimetro dalla scissione.

Bersani è durissimo con Veltroni: non si può stare dentro o fuori. Sottinteso, non puoi fare come Fini perché nessuno, nel Pd, viene cacciato. In effetti l’uscita di Veltroni dal Pd, prima del voto, non ha senso comune. Certo, con 70 parlamentari (il doppio di Fini) sarà decisivo semmai si varasse un governo tecnico. Sennò, tutta l’operazione si riduce più prosaicamente a condizionare la formazione delle liste elettorali difendendo una quota nelle nomine dall’alto.

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Bersani e il valzer delle alleanze

«Elementare, Watson». Pier Casini non si stupisce affatto delle minacce di Bossi sulla sfiducia a Berlusconi: «Tutto come previsto – dice il leader dei centristi – la Lega si prepara a staccare la spina». Il conto alla rovescia per il voto è già partito. Ma non è ancora chiaro quando terminerà. In tanti – praticamente tutti a parte Bossi e la sinistra fuori dal parlamento – hanno bisogno di tempo per organizzarsi ma la testa dei leader come dei peones, di fatto, è già sulle liste e sulle alleanze. Ed è qui, soprattutto, che brillano le incertezze.

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E Vendola convoca le primarie

Il barometro di oggi a Torino prevede forte pioggia. Ma alla vigilia del suo «sbarco» alla festa nazionale del Pd nella città della Fiat, Nichi Vendola ci scherza su: «Anche il centrosinistra ha bisogno di un forte temporale, di bagnarsi un po’ senza usare gli ombrelli contro il cambiamento».

Il presidente della Puglia ha preparato con cura l’appuntamento torinese alla festa democratica. Se il Pdl è morto anche il Pd non sta tanto bene. E per Vendola l’unico ricostituente possibile sono le primarie: un processo democratico che ritiene una «necessità assoluta e un diritto intoccabile del popolo del centrosinistra».

Stasera romperà gli indugi. E chiederà alla sua interlocutrice sul palco di Torino, Rosi Bindi, di convocare formalmente il tavolo per le regole sui gazebo.

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Federalismo col morto, le regioni

Questa manovra «uccide le regioni ed è difficile fare il federalismo con il morto», spiega Nichi Vendola. In Puglia il bilancio, al netto della sanità, è pari a 1 miliardo di euro e i tagli sono di 378 milioni: «Potremo solo pagare gli stipendi ai dipendenti», aggiunge il governatore di Sinistra e libertà. Dopo il «prendere o lasciare» di Tremonti, i presidenti delle regioni italiane si sono riuniti e all’unanimità – inclusi dunque i leghisti Cota e Zaia – hanno deciso di restituire al governo centrale le deleghe ai servizi affidati loro dalla legge Bassanini nel 1997. Cosucce come trasporto pubblico locale, lavoro e formazione, polizia amministrativa, incentivi alle imprese, Protezione Civile, servizio maregrafico, demanio idrico, energia e miniere, invalidi civili, opere pubbliche, agricoltura, viabilità e ambiente.

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Il centralismo anti-democratico di Tremonti

Rottura totale tra governo e regioni sui tagli in finanziaria. «Non c’è nessuna alternativa, la manovra è necessaria: se non si fa si andrà al collasso». Giulio Tremonti non apre nessuno spiraglio alle amministrazioni locali disperate per la scure sui servizi decretata dal decreto di fine maggio. Peggio, più simile a un baro che a un prestigiatore, con una mano toglie l’80% dei fondi e con l’altra promette l’imminente rilancio «magnifico e progressivo» del federalismo fiscale. Un bluff su più tavoli che non smuove di una virgola tagli draconiani.

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