Roma, primarie a 8 con l’incognita Grillo

Ridda di nomi contro Alemanno. Con un Pdl al minimo storico e un centrosinistra debole, i 5 stelle potrebbero terremotare facilmente i già precari equilibri nazionali.

Parte nel caos, ma parte, la corsa del centrosinistra alle primarie per il candidato sindaco di Roma convocate il 7 aprile. Rinviate senza spiegazioni e tra qualche polemica invece le primarie on line per i 13 candidati del Movimento 5 stelle, che almeno sulla carta potrebbe arrivare al ballottaggio terremotando definitivamente i già fragili equilibri nazionali.

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Acea, l’estate romana di Alemanno

Non passa in Campidoglio la svendita del servizio idrico. Nervi tesi nel centrodestra. L’ex An non esclude il voto anticipato in autunno per poter tornare alla Camera.

Alemanno, per ora, non passa. Anzi, la privatizzazione di Acea decisa dalla giunta di centrodestra torna in alto mare. Dopo l’incontro di ieri mattina con tutti i capigruppo capitolini, il sindaco di Roma ha annunciato che modificherà la contestatissima delibera 32 con un «maxiemendamento» e un testo collegato che sarà presentato in Campidoglio la prossima settimana. Per il sindaco o la va, o la spacca. Alla lettera. O passa la delibera oppure si dimette e Roma subirà le elezioni anticipate in ottobre.

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Vendita di Acea, Alemanno sempre più solo

La privatizzazione dell’Acea non è una vicenda locale. Le utility comunali del Nord-Ovest cercano di fondersi in un’azienda più grande e puntano ad allargarsi al Veneto e all’Emilia. L’azienda domina il centro e punta al Sud. Il sindaco vuole venderla da due anni nonostante il referendum. Ma è sempre più solo: litiga con i cittadini, con la sua stessa maggioranza e con i potenziali alleati. Oggi vertice decisivo in Campidoglio.
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Caro Sindaco ,#salvaiciclisti

Caro Sindaco,
Come avrà già avuto modo di apprendere dalle notizie degli ultimi giorni, l’Italia si posiziona al terzo posto in Europa per mortalità in bicicletta. Negli ultimi 10 anni, ben 2.556  ciclisti hanno perso la vita sulle nostre strade ed è per porre freno a questa situazione che due settimane or sono abbiamo lanciato in Italia la campagna #salvaiciclisti con cui abbiamo chiesto al Parlamento italiano l’applicazione degli 8 punti del Manifesto del Times.

In questi i giorni il Parlamento sta facendo la propria parte ed una proposta di legge sottoscritta da (quasi) tutte le forze politiche è pronta per la presentazione alla Camera e al Senato. Senza il suo preziosissimo contributo di amministratore locale, però, anche la migliore delle leggi rischia di restare lettera morta ed è per questo che siamo a chiedere la sua adesione alla campagna #salvaiciclisti per il miglioramento della sicurezza dei ciclisti nella sua città.
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Spunta la vendita di uffici e caserme

Caos sui conti: la Lega in crisi esclude interventi sulle pensioni. Bossi fugge dal Cadore. I «maroniti» invocano la patrimoniale. E al Tesoro si studia l’ennesima dismissione di immobili pubblici

Forse è il caldo. Forse è il timore della rabbia popolare. Sta di fatto che sulle correzioni alla manovra sembra abbiano spalancato le porte dei vecchi manicomi. Non c’è figura pubblica più o meno nota – dal sindaco di Forlimpopoli al cardinal Bagnasco – che non dica la sua su come correggere il decreto di Ferragosto.

Nel silenzio imbarazzato dei «big», peones e comprimari di ogni rango e provenienza affollano etere e agenzie con le ricette più varie. C’è chi vuole legalizzare la prostituzione e farla tassare in modo federalista dai sindaci e chi come Carlo Giovanardi tiene famiglia. Il sottosegretario ex Udc annuncia di aver già consegnato a Gianni Letta (sì a Letta, come le suppliche al sovrano) un emendamento che dice che se hai tre figli non paghi il contributo di solidarietà anche se sei milionario, se non li hai chissà perché lo paghi da 80mila euro invece che 90.

Chi per sedersi al tavolo della trattativa vuole prima abolire tutte le province (Casini) e chi dimezzare secchi i parlamentari (Veltroni e il Pd). Una parte del Pdl e del terzo polo invece vuole portare l’età pensionabile fino a 70 anni (Baldassarri, Fli) alla faccia della disoccupazione giovanile mentre altri assicurano che le pensioni non si toccano punto e basta (Calderoli, Lega). Spunta perfino l’Italiafutura di Montezemolo a chiedere una patrimoniale dello 0,5% sui beni oltre i 10 milioni di euro e più Iva (in cambio però si riduca almeno l’Irap).

«Certo non offriamo un bello spettacolo», conferma il Pdl Osvaldo Napoli. Ognuno ha la sua ricetta e vista la scomparsa dei partiti non c’è nessuna sede comune per elaborarla. Il risultato è un frastuono tanto sterile quanto umiliante, visto che un decreto già c’è ed è stato votato dai ministri all’unanimità. Per ora è difficile anche solo intuire come e dove si andrà a «quagliare» la settimana prossima, quando la discussione in senato entrerà nel vito.

Confuso il Pdl ma anche il Carroccio è in pieno marasma. Bossi ha dovuto abbandonare il Cadore in piena notte, irritato dalle contestazioni di piazza, incapace di indicare una rotta condivisibile per i tanti amministratori nordisti massacrati dai tagli. I vertici del partito si riuniranno lunedì prossimo a via Bellerio per una riunione che non si annuncia rituale.

Il «maronita» Flavio Tosi innesca la miccia: «Bossi conosce benissimo cosa vuole la nostra gente. Berlusconi, invece, non l’ha ancora capito e la Lega non può farsi massacrare per cercare continuamente la mediazione». Il sindaco di Verona, fedelissimo di un ministro dell’Interno desaparecido da Ferragosto, dà una ricetta assai descamisada per un dirigente di centrodestra: «La patrimoniale e una tassa sulle rendite o sugli scudati sono senz’altro meglio dei tagli a comuni e regioni o dell’aumento dell’Iva e dell’età pensionabile», sentenzia sicuro. Dello stesso avviso Calderoli, che di fronte al pressing dell’ala liberista del Pdl insiste nel fare muro a nuovi interventi sulle pensioni.

Al Tesoro si lavora ma trapela poco. Secondo indiscrezioni Tremonti starebbe studiando l’ennesima dismissione del patrimonio immobiliare dello stato. Nel mirino soprattutto un migliaio di caserme, 400 delle quali però sono già state trasferite al Demanio per la loro «valorizzazione». Cifre certe ancora non se ne fanno. L’idea dovrebbe essere affidare a Fintecna uno stock immobiliare in cambio di soldi cash. Un intervento adombrato ieri per iscritto sul Giornale dal capogruppo del Pdl alla camera Cicchitto insieme a ritocchi decisamente più soft: revisione della tassa di solidarietà, quoziente familiare, utilizzazione dello scudo fiscale, eliminazione del blocco del Tfr dei dipendenti pubblici.
Il momento della verità si avvicina. Il sottosegretario Crosetto, capofila dei frondisti pidiellini, non usa giri di parole in un’intervista su A: «Questa manovra è un male, non un’opportunità». Tremonti? «E’ impulsivo, permaloso, aspro. Ma la Costituzione è chiara, o un ministro lascia di sua volontà o il premier può solo aspettare che le Camere correggano la manovra. E lo faranno: con la scure, non con il bisturi».

La trama si infittisce perché di accordo nella maggioranza non c’è traccia. L’Udc, soprattutto, non vedrebbe l’ora di essere coinvolta per rinsaldare l’asse con i moderati del centrodestra nel dopo-Berlusconi. Per ora, però, soprattutto Tremonti ha sempre risposto picche ai centristi. Un comportamento che sia Maroni che Alfano potrebbero presto imputargli come fatale.

dal manifesto del 20 agosto 2011

Delrio (Anci): “Tremonti ha fallito, i comuni non si svendono”

Il sindaco di Reggio Emilia spiega perché questo governo ha fallito e il paese non cresce. L’Anci prepara la sua contro-manovra

«Una politica dannosa e iper-centralista che va cambiata radicalmente». Graziano Delrio, dal 2004 sindaco pd di Reggio Emilia, non trattiene la rabbia contro l’ultimo decreto Tremonti. 51 anni, cattolico e vicepresidente dell’Anci, Delrio è di fatto al timone dell’associazione dei comuni nella transizione post-Chiamparino.

Sindaco, partiamo dalla privatizzazione forzata dei servizi pubblici locali (leggi qui). Il governo vi ricatta: da un lato taglia i trasferimenti a tutti, dall’altro darà soldi solo a chi vende i servizi.
Guardi, questo è proprio il segno di uno stato incapace. È chiaro che se la legge impone di vendere tutto in un anno non troverò nessuno che pagherà il prezzo giusto. I privati aspetteranno l’ultimo minuto e ti prenderanno per il collo. È un esempio grave di una logica completamente sbagliata.

Qual è il suo punto di vista?
Come sindaco dico che le partnership pubblico-privato servono nei settori in cui mi interessa attirare capitali privati. Ma lo devo decidere io in base ai bisogni del mio comune, non in tempi stretti e per forza. In Emilia, visti i tagli, stiamo fondendo le aziende di trasporto pubblico di Modena, Reggio e Piacenza. Il governo invece di incentivare queste operazioni ci mette il cappio al collo. Ci sono decine di municipalizzate che nell’acqua, nei rifiuti e nell’energia funzionano bene. È una politica schizofrenica: le privatizzazioni forzate non servono, i comuni sono stanchi di subire regole fatte da altri.

E come Anci cosa farete contro la manovra?
Intanto partiamo dai fatti. Questa è la quarta manovra in pochi mesi ed è evidente che nessuna delle altre ha portato i risultati attesi. Sono stati tutti interventi pasticciati e confusi. Se siamo a questo punto l’errore è proprio nel manico: se vuoi ridurre il debito il vero obiettivo è stimolare la crescita, a fare i tagli a pioggia sono buoni tutti.

La colpa è solo del governo?
Ma quale governo, abbiamo sempre avuto solo un interlocutore: il ministro Tremonti. Da dieci anni è lui il regista dell’economia ed è lui che ha portato il paese sull’orlo del baratro. Possibile che solo per lui non si possano valutare i risultati delle sue scelte?

E dal suo punto di vista quali sono?
Il principale fattore che impedisce la crescita sono i vincoli del patto di stabilità interno.

Che significa in concreto?
I comuni non possono spendere nemmeno i soldi che hanno in cassa e pagare le imprese per i lavori già iniziati. Siamo vittime di un paradosso: da un lato abbiamo soldi che non possiamo usare, dall’altro non arrivano i trasferimenti. E tutto questo mentre il debito pubblico e la spesa corrente, cioè quella non produttiva, continua ad aumentare. Secondo Bankitalia nel 2010 gli investimenti sono calati del 20%. Nel 2011 caleranno di un altro 15%. Quindi per forza caleranno sia il Pil che l’occupazione. Di fatto l’intero paese è fermo. Rivedere l’impostazione seguita finora ci sembra logico. O no?

E invece?
Invece il patto è stato addirittura inasprito. E nei vari decreti si susseguono cervellotiche ristrutturazioni istituzionali fuori dalla sede propria che è il codice delle autonomie. Basterebbe dare incentivi ai comuni per fare delle unioni civiche invece di inventarsi farraginosi accorpamenti che alla fine costano come lo stipendio di tre deputati. Nei piccoli comuni i consiglieri prendono 19 euro lordi a seduta per 4 sedute l’anno. La verità è che queste pseudoriforme servono solo a salvare altri organi, come province o parlamento.

Non è vero che anche enti locali e regioni sono responsabili del debito?
Fatto 100 il debito pubblico (1.900 miliardi), il 95% è stato generato dallo stato. Quindi per diminuirlo la cosa più ovvia è ristrutturare il livello centrale. Invece si fa l’opposto. In questi anni i comuni hanno dato un saldo positivo di 3 miliardi per il patto di stabilità.

Come giudica la sincerità con cui il federalista Bossi ha confessato che per salvare le pensioni i comuni possono pure arrangiarsi?
Con questa manovra non si salvano né le pensioni né i comuni. Maroni a differenza di Bossi lo ha capito benissimo. Altro che federalismo: Roma ci dice perfino se possiamo assumere un dirigente. Il 29 a Milano ci sarà una grande manifestazione con sindaci di tutte le parti politiche. Saremo in piazza con l’orgoglio di chi ha contribuito a tenere in ordine i conti dello stato. Se non siamo falliti è merito delle autonomie, non del ministro Tremonti.

Quali sono le vostre proposte?
Presenteremo al parlamento una contro-manovra che abbia la stessa dignità di quella del governo. Chiediamo un grande piano di opere pubbliche da realizzare con i proventi delle privatizzazioni parziali delle aziende di stato e delle municipalizzate che non funzionano. È inutile che vengano a rompere le scatole a me che ho aziende in ordine e che vanno bene. E poi pensiamo che non sia uno scandalo aumentare l’Iva di un punto, magari aiutando in altre forme i consumatori a basso reddito. La manovra insomma può stare in piedi con misure totalmente differenti. Dire che questo decreto è l’unico che ci garantisce dalle turbolenze dei mercati è una solenne bugia, basta guardare la Borsa. La storia insegna il contrario: serve la crescita. Non c’è una sola ragione per cui questa manovra debba rimanere così com’è. Per noi deve cambiare radicalmente.

dal manifesto del 19 agosto 2011

A.A.A. svendesi servizio pubblico, il comune privatizza bus e asili

Ventisette milioni e 637.945 sì non sono bastati. Nonostante al referendum di giugno ci sia stato quasi un plebiscito, il governo non si rassegna e torna sul luogo del delitto, con l’intento di liberalizzare e/o di vendere per decreto tutti i servizi pubblici locali tranne l’acqua.

Il titolo degli articoli incriminati (il 4 e il 5) spiega che servirebbero ad adeguare il settore ai risultati referendari (qui il testo del decreto). Ma la realtà è ben diversa. Otto pagine minuziose e solenni, fitte di rimandi a leggi precedenti, non bastano a sciogliere quello che un fautore delle liberalizzazioni come Giulio Napolitano (professore in materia molto ascoltato nella Roma che conta, nonché figlio del capo dello stato) sul Sole 24 Ore di ieri continuava a chiamare il «rebus dei servizi pubblici locali».
Secondo Napolitano, dopo il referendum e le varie leggi incrostate nel tempo, «la ricomposizione del mosaico» è ormai «molto difficile se non impossibile». Eppure il governo, diligentemente, ci riprova.

Come si aggira il referendum

Sulla carta a parte acqua, luce, gas, ferrovie regionali e farmacie comunali, la concorrenza dovrebbe diventare la regola e ogni ente locale che non si adegua dovrà motivarlo dopo «un’indagine di mercato» (così impone il decreto) e deciderlo con una delibera pubblica.

Sembra un diktat, ma in sostanza somiglia più a una pericolosa e sofisticata norma manifesto che umilia la maggioranza degli italiani che ha votato al referendum. Tenendo presente la realtà e le competenze amministrative degli enti locali, infatti, le decine di prescrizioni sofisticate e minuziose inserite nel decreto, lasciano a comuni, province e regioni il compito di decidere se, come e con chi gestire i propri servizi. In compenso, se liberalizzare è difficile e non è nelle corde del governo Berlusconi, privatizzare e svendere i beni comuni è nel suo Dna.

La svendita forzata dei servizi

Non è un caso che il successivo articolo 5, ben più stringato, introduca un premio sostanzioso a comuni, province e regioni che entro la fine del 2012 vendono le «quote azionarie delle società esercenti servizi pubblici locali di rilevanza economica».

In questo caso tutti tranne l’acqua. Che significa in concreto? Tra i più lucrosi ci sono i trasporti locali su gomma o rotaia e i rifiuti. Ma in linea di principio tutto è possibile: si possono vendere anche società pubbliche che gestiscono parcheggi e la sosta a pagamento, illuminazione e pulizia stradale, servizi cimiteriali, biblioteche, pubbliche mense scolastiche, asili nido e assistenza sociale o domiciliare. L’unico discrimine chiaro che descrive un servizio pubblico di rilevanza economica infatti è il pagamento corrispettivo di un canone o di una tariffa.

In appena 18 righe dal titolo «norme per le società municipalizzate», il decreto estivo stanzia un tesoretto di 250 milioni di euro nel 2013 e 250 milioni nel 2014 che il ministro delle Infrastrutture (Altero Matteoli) elargirà motu proprio agli enti locali che privatizzano.

Mezzo miliardo non è poca cosa in tempo di tagli selvaggi ai comuni. Soprattutto perché si tratta di soldi freschi, cash, da prendere tra i 4 miliardi residui dei fondi Fas nazionali non ancora assegnati e immediatamente spendibili. Il decreto non specifica con che criterio il governo elargirà quei soldi. Si limita a dire che ogni comune riceverà dal governo la stessa quota ricavata dalle azioni che riuscirà a vendere sul mercato (se vendi azioni per 5 milioni, ne riceverai altrettanti). Insomma, se non riesci a liberalizzare i servizi, sbarazzatene.

E nessuno controlla

A differenza che per le possibili liberalizzazioni, qui non ci sono controlli, vincoli, prescrizioni di congruità o trasparenza.

Lo stato non controllerà né a chi vendi né a quanto. Lo stesso Giulio Napolitano – favorevole alla norma – denuncia «il pericolo di trasferire la rendita dal pubblico al privato e di vendere non alle migliori condizioni».

Non contento, il governo impone anche dove l’ente locale dovrà spendere tanta «manna» dal cielo: solo in infrastrutture locali. Il sindaco deve rifare le strade? Venda l’asilo, la mensa, la discarica o il parcheggio della stazione e poi bandisca il progetto. Un do ut des tra beni pubblici e cemento di smaccata malizia. Poco importa che almeno finora non c’è stata la corsa ad accaparrarsi servizi come autobus o cassonetti. Secondo l’Osservatorio dei servizi pubblici del Cnel, nel 2006 su 507 gestori di servizi pubblici scrutinati a campione erano solo 297 le società private coinvolte a vario titolo nella gestione dei rifiuti o dell’igiene urbana (la maggior parte in Sicilia). Meno ancora nel trasporto locale: appena 12 su 158.

dal manifesto del 18 agosto 2011

Il Pd s’impantana nelle primarie. La destra le copia

«Viva le primarie. Importiamole nel centrodestra», firmato Stefania Prestigiacomo. Misteri post-elettorali: l’«effetto Pisapia» intimorisce il Pd ma contagia il Pdl.

Sui giornali della destra fioriscono interviste e dichiarazioni a favore delle primarie. «Con le regole giuste sono uno straordinario strumento di selezione delle classi dirigenti», commenta entusiasta la ministra siciliana dell’ambiente. «Quando Berlusconi non ci sarà le faremo e io mi candido sicuramente», avverte il ras della Lombardia Roberto Formigoni.

Il Foglio di Giuliano Ferrara prenota già i gazebo e pubblica in prima pagina una bozza di regolamento per scegliere all’inizio di ottobre il presidente del Pdl e i coordinatori regionali proprio come fa il Pd. A destra il dibattito è ben avviato.

Qualcuno (per ora pochi pasdaran) le vede come lo strumento per eleggere il (i) leader dopo Berlusconi. La maggior parte invece pensa di utilizzarle soprattutto a livello locale per la scelta dei sindaci e governatori. Non a caso i più entusiasti della corsa a due tappe sono i dirigenti siciliani del Pdl, che sperano di utilizzare le primarie già per il sindaco di Palermo e, un domani, per il presidente della Sicilia.

Insomma nell’ex Forza Italia c’è un entusiasmo quasi pari a quello stranoto di Vendola, che però non sfiora chi ha il marchio (le stimmate) della consultazione dal basso, e cioè il Pd. Pierluigi Bersani è prudente: «Primarie sicuramente ma non come automatismo, la politica deve poter valutare caso per caso», scandisce su Repubblica. E non perché il segretario non ci creda. Anzi, sicuramente adesso più di prima sente quel tipo di corsa a palazzo Chigi nelle sue corde. Un pronunciamento chiaro però non arriva.

La road map della segreteria è un missile a tre stadi un po’ confusi: il Pd decide in casa propria i «dieci punti del programma» di governo. Li sottopone agli alleati, si forma la coalizione e poi, spiega Bersani, si deciderà tutti insieme il leader «nella forma più ampia possibile». Un esercizio moroteo che dice e non dice, attento agli equilibri interni e a non rompere con nessuno degli «alleabili», da Vendola e Di Pietro fino a Casini.

Poco importa che non sia questo che viene fatto né a livello locale né dentro al Pd, dove ogni candidato si presenta subito con la sua faccia, la sua base sociale e il suo programma e viene valutato dagli elettori. La tesi è espressa in bersanese puro: «Dove non arrivano i partiti possono arrivare i cittadini, il centrosinistra non alzi le paratie verso il ‘terzo polo’ perché se il progetto è credibile tira da tutte le parti».

Il Pd come il polo Nord magnetico dell’alternativa, le coordinate geografiche arriveranno. C’è la convinzione che Berlusconi non entrerà in crisi e che l’unica possibilità di intervento è tentare la Lega con una riforma elettorale bizantina che le consenta di sganciarsi dal Pdl senza pagare dazio.

Insomma, l’Italia cambia, il Pd un po’ meno. Questa ipotetica via parlamentare al dopo Berlusconi è identica a quella vagheggiata senza successo negli ultimi tre anni. Positiva o no, la lezione di queste elezioni imbarazza non poco i big del Nazareno. Tanto a destra quanto a sinistra gli elettori hanno votato (o non votato) a prescindere dai gusti di Bersani, Vendola o Di Pietro.

La «seconda Repubblica» tramonta su un curioso paradosso: manifestazioni e voto si danno solo e soprattutto senza i partiti. Non è certo con un accordo in parlamento che si salda questo profondo gap tra politica e società.

dal manifesto del 1 giugno 2011

La Caporetto di Bossi e Berlusconi

La Lega perde 6 candidati e in Lombardia vince solo a Varese. Per il Pdl batosta dal Piemonte al Lazio.
I candidati del Carroccio perdono a Desio, Mantova e Rho. Il Pd vince perfino a Pavia e Novara.
Bondi si dimette e Maroni giura: «Una sberla ma no a alleanze strane»

Diciamo subito le cose come stanno: una sconfitta così il centrodestra non l’ha mai subita. Berlusconi ha perso il primo turno, Bossi anche il secondo.

E’ una «doppietta» storica che dovrebbe imporre al centrosinistra la richiesta di elezioni anticipate e la convocazione delle primarie subito, visto che tanto bene hanno portato ovunque si siano fatte (anche al Pd a Bologna e Torino).

I perdenti conclamati, Bossi e Berlusconi, ammettono entrambi la sconfitta. «Abbiamo perso, è evidente», confessa in serata un premier che fino all’ultimo ha perusato i dati cercando un appiglio, un qualcosa che consentisse una resa onorevole, un «quasi pareggio», per dirla con Verdini. Non c’è: non a caso Sandro Bondi si dimette immediatamente dal coordinamento nazionale. Una mossa che innescherà il redde rationem anche contro gli altri due triumviri, Verdini e La Russa, che sono ammutoliti.

Il tracollo è totale. Perfino il senatur, votando alla chetichella a Milano un paio d’ore prima della chiusura delle urne ne era consapevole. Tanto che dopo aver provato a dare la mano a una rappresentante di lista di Pisapia quando questa l’ha rifiutata ha sibilato: «La mano allo sconfitto si stringe sempre».

I dati elettorali che arrivano a via Bellerio raccontano un tracollo del Carroccio. Certo, vince a Varese (città natale di Maroni) ma non sfonda (53,9%). Il sindaco Attilio Fontana conserva i voti che aveva al primo turno mentre la candidata del Pd Luisa Oprandi ne prende quasi 5mila in più.

Per il resto, una Caporetto. Nelle città capoluogo chiamate al voto i cittadini amministrati dal centrosinistra erano 3.353.219 contro i 2.182.184 amministrati dal centrodestra. Dopo i ballottaggi la situazione è 5.039.457 (centrosinistra) a 690.678 (centrodestra). Una slavina senza precedenti.

La Lega perde nei comuni grandi e piccoli di tutto il Nord, dal Veneto al Piemonte. A queste elezioni su 210 candidati ne aveva 51 in solitaria contro il Pdl. In 39 città è sparita al primo turno, in 9 è arrivata al ballottaggio. E ne ha persi ben 6. In Lombardia a parte Varese perde ad Arcore (dove sarà sindaca una donna del Pd), Nerviano, Desio e Rho, il comune della Fiera e dell’expò. In una città eletta a simbolo come Gallarate il candidato del Pd vince a man bassa. E altrettanto clamorose e inaspettate poche settimane fa sono le sconfitte alla provincia di Mantova e a quella di Pavia (qui però il candidato era del Pdl e non della Lega). Il centrodestra unito vince col 51% per 1.400 voti solo quella di Vercelli. Ma nel 2007 – non un secolo fa – aveva trionfato al primo turno con il 66%.

E non è un fantasmatico «effetto Pisapia». In Piemonte, il comune di Novara, feudo del governatore Roberto Cota, passa al centrosinistra col 53%. Perde Bossi insomma ma perdono anche i suoi colonnelli. Per la Lega è un tonfo senza precedenti anche in quasi tutti i comuni più piccoli. In Lombardia svaniscono i sogni di gloria a Vimercate, Cassano D’Adda, Limbiate, Pioltello, San Giuliano Milanese, Malnate. Dopo i ballottaggi resistono col centrodestra solo Treviglio e Busto Arsizio. Uniche consolazioni, magrissime, le vittorie dei due candidati leghisti a Salsomaggiore (in Emilia) e Montebelluna (in Veneto). Poca, pochissima roba.

Nota agrodolce: dopo Arcore il Pdl perde anche a Casoria in Campania, la città di Noemi Letizia. Là dove il «sexgate» è venuto alla luce al culmine del consenso berlusconiano.

Eppure il governo va avanti, i due sconfitti si sono sentiti per telefono e giurano che nulla cambia. Parole di pulcinella Perché la sconfitta è maggiore per la Lega (che già al primo turno aveva perso il triplo dei voti del Pdl) ma disarciona anche il partito del Cavaliere. Il candidato di Berlusconi perde a Cagliari, Grosseto, Macerata.

E nel Lazio è una debacle totale. Mentana e Pomezia, due grandi comuni in provincia di Roma, il Pdl tonfa sonoramente. Alemanno e Polverini sono chiusi nella capitale come a Stalingrado. Come Bossi, erano andati alla conta contro il proprio partito e ne sono usciti con le ossa rotte. In entrambe le città ha vinto il candidato dell’ala Meloni-Gasparri-Fazzone. Polverini si consola a modo suo: «Sora e Terracina sono gli unici comuni dove il Pdl ha vinto». Ma la sopravvivenza autonoma del sindaco di Roma e della presidente del Lazio sono sempre più precarie.

Se non basta, anche il «terzo polo» elettoralmente non esiste. Certo, a conti fatti probabilmente molti suoi voti al ballottaggio sono andati al centrosinistra. Ma i voti oltre che contare vanno soprattutto pesati.

Nulla di quello che è visibile in una campagna elettorale in termini di candidati, coalizione, eletti, programma, significato e sentimento collettivo può essere ascritto al trio Fini-Casini-Rutelli.

Una sconfitta di queste proporzioni – al di là dei desiderata del Pd e dell’Udc – non concede scappatoie o «inciuci» di palazzo. Bossi tace ma Maroni e Calderoli già chiedono una «fase due» per il governo. Articolarla però è un’impresa quasi impossibile. Meglio votare.

dal manifesto del 30 maggio 2011

Pisapia, un sogno di sindaco

A due giorni dal voto, due arcobaleni straordinari rendono magica la festa carica di attese per l’elezione che può segnare un nuovo inizio. A un passo dall’impresa impossibile, Giuliano Pisapia è pronto a trasformare Milano in una delle città più belle d’Europa: «Non deluderemo l’entusiasmo dei cittadini milanesi chiudendoci nelle stanze dei partiti»

di Luca Fazio

 

Habemus papam. Non è che ti verrà l’attacco di panico come a Michel Piccoli nel film di Moretti? Fare il sindaco di Milano in questo momento è un incarico da far girare la testa.
Non credo. Sento il peso di una grande responsabilità. So che dovrò affrontare molte difficoltà. Però mi conforta il fatto che durante tutti questi mesi sono stato sempre affiancato da persone validissime a tutti i livelli. Professionisti, volontari, studenti, lavoratori, tantissimi giovani. Si sono messi a disposizione con grande impegno e lo hanno fatto credendoci quando questa impresa sembrava impossibile, quando l’obiettivo di battere la destra qui a Milano sembrava un sogno irrealizzabile. Sono sicuro che adesso mi staranno vicini con ancora più convinzione, non mi sento per niente solo in questa impresa, ho dietro di me gran parte della città. Adesso ci crediamo ancora di più.
Tra i milanesi c’è un’aspettativa fortissima. Per la prima volta le persone sono ritornate alla politica divertendosi. A questo punto la città si aspetta un segnale di cambiamento forte, qui e ora, non fosse altro che per essere risarcita di tutto l’affetto che ha riversato sulla tua persona.
Lo so. Beh, intanto… calma. Devo ancora vincere, poi, eventualmente, passeranno circa venti giorni prima dell’insediamento a Palazzo Marino. Datemi tempo. In queste settimane continuerò a fare quello che ho sempre fatto, tornerò nei quartieri dove sono già stato, alla Bovisa a Niguarda… Ho ripetuto più volte che non ho la bacchetta magica ma farò di tutto per onorare gli impegni presi. Credo che il principale segnale di cambiamento consista nel continuare il dialogo, l’ascolto e il confronto con la città reale. Anziché stare a Palazzo Marino tornerò in mezzo alla gente.
Quando hai avuto la sensazione che potevi farcela sul serio?
A settembre, dopo la pausa estiva, ho percepito che Milano era rinata, la partecipazione dei cittadini mi ha impressionato, da quel momento non ho mai smesso di credere che questa sfida potesse essere alla nostra portata. Se devo scegliere due momenti particolari, due sensazioni forti che mi hanno dato la percezione di qualcosa di straordinario che stava avvenendo, non posso non ricordare il concerto in piazza Duca d’Aosta e la straordinaria biciclettata di martedì scorso. La qualità della partecipazione a quel concerto è stata incredibile, all’inizio ero terrorizzato dall’idea di interrompere la musica per fare un intervento politico, credevo che salire sul palco potesse essere molto rischioso, con tutti quei giovani davanti. Poi ho capito che non erano venuti in piazza solo per ascoltare musica, erano venuti per la politica, volevano testimoniarmi la loro vicinanza. E’ stata una sensazione molto intensa, positiva, non me l’aspettavo. La biciclettata è indescrivibile. Nemmeno lo sapevo, era stata organizzata dal basso, in maniera spontanea, come gran parte delle iniziative. Ero alla Feltrinelli con alcuni scrittori, stavo parlando davanti a centinaia e centinaia di persone quando mi hanno avvisato di questo fiume di bici che si stava impossessando del centro città. Sono andato a vedere, c’erano un caos e un entusiasmo mai visti. Ho avuto anche un po’ di timore per via del traffico.
Non cominciare a fare il sindaco…
Ma no, è che non avevo mai visto così tante biciclette per la strada.
Sei pronto a diventare l’icona del nuovo rinascimento milanese? Mi sa che nei prossimi mesi assisteremo a un ribaltamento dei luoghi comuni negativi che da anni penalizzano l’immagine di questa città. Milano tornerà a piacere. Sei pronto? Te l’aspettavi la Pisapia-mania?
Come ha ricordato in questi giorni il maestro Claudio Abbado, che ringrazio per il sostegno, ho sempre fatto riferimento alla città di Berlino. La mia speranza è di far diventare Milano una città bella e dinamica come Berlino. Solo non mi aspettavo che le condizioni per realizzare questo sogno si mettessero in moto così velocemente. Il problema è che adesso questo sogno bisogna realizzarlo. Non sono spaventato, ma non posso negare che sento un certo peso sulle spalle. Ho il timore di deludere le persone.
I milanesi hanno un problema con l’attuale vicesindaco. Non puoi fare nomi, ma almeno un ritratto dell’essere umano che prenderà il posto di De Corato ce lo devi. Sarà donna?
Deve essere una persona con grande entusiasmo e che conosce bene la macchina comunale. Credo che la struttura comunale sia il punto di partenza di ogni buona amministrazione, tutti devono mettersi quotidianamente al servizio delle città. Tra i lavoratori del Comune di Milano ho percepito grande entusiamo, c’è voglia di riscatto dopo le delusioni accumulate in tutti questi anni.
Ma donna?
Io l’ho letto su qualche giornale, ti direi di sì, ma per ora lo dici tu…
Hai detto più volte che vuoi farla finita con la spartizione partitocratica ma il difficile viene adesso. Credi davvero che ce la farai, senza troppe resistenze, a premiare le competenze e non le segreterie dei partiti che ti hanno sostenuto? Se vinci, in consiglio comunale su 29 consiglieri 20 saranno del Pd.
Sì. Sono convinto che la composizione delle liste dei partiti che mi hanno sostenuto sia già la dimostrazione di un’apertura inedita verso la società civile. Questo significa volontà di cambiamento, un fatto che mi fa ben sperare. Del resto è un segnale di disponibilità che i partiti hanno già lanciato durante la campagna elettorale: non porre veti oggi significa poter accontentare l’elettorato che siamo stati capaci di recuperare alla politica. Se facciamo diversamente rischiamo di perderlo, a questo punto glielo dobbiamo. Solo per fare un esempio, non è un caso se Sel ha eletto due indipendenti, è un fatto molto significativo.
C’è un’aria strana da «saliamo tutti sul carro del vincitore». Non è insidioso questo abbraccio indistinto di quell’imprenditoria o «poteri forti» che in questi anni sono rimasti a guardare? Come farai adesso a tenere insieme le esigenze di questi soggetti con quelle delle persone «normali» che in questi mesi hanno riscoperto l’entusiasmo per la politica?
Credo di avere abbastanza esperienza per distinguere chi ci sta salendo all’ultimo minuto da chi ha lavorato con me fin da subito mettendoci la faccia quando sembrava una partita impossibile. Sono però convinto che per rilanciare Milano sia necessario saper valorizzare tutte le esperienze e le professionalità che si mettono a disposizione. Non possiamo rischiare di perdere competenze decisive che lavorano nei diversi settori strategici di questa città. Ce ne sono tante. Tutte utili.
Quanto ti ha cambiato questa campagna elettorale?
Sono la stessa persona di prima, non ho mai avuto paura. Nella mia vita ho già affrontato sfide importanti. Però un timore ce l’ho: so bene che non potrò soddisfare tutte le aspettative, per questo ho il dovere di impegnarmi al massimo.
Mancano ancora poche ore, ti spaventa ancora questa destra che ti ha attaccato con ferocia bestiale?
Non mi sarei mai immaginato una campagna elettorale così tremenda con attacchi pesanti sul piano personale. Non sono spaventato ma fino a lunedì sera bisogna tenere alta l’attenzione, ci rilassiamo martedì.
Cosa sei andato a fare nel canile?
A Milano ci sono 300 mila famiglie che hanno animali! Questo è un tema di cui non avrei mai percepito l’importanza se nel mio staff non ci fossero persone con una certa sensibilità. Diciamo che le mie «visite» sono il merito di una squadra coesa e molto eterogenea, nelle passioni e nelle competenze. Dopo aver tanto frequentato le periferie, mi sono concesso anche una visita al canile. In base alle richieste ne avrei tantissime altre da fare, anche più strane. Probabilmente le farò.