Guerra al «Corriere della Sera», i banchieri litigano e tagliano

Debito a quota 900 Dall’ad Scott Jovane piano shock: redazione tagliata di un terzo (-110 giornalisti) e 270 esuberi tra i poligrafici

Via Solferino sembra diventata Fort Alamo. O quasi. Alla storica sede del Corriere della Sera (probabilmente in vendita ma forse no) oggi non si presenterà nessuno. Per due giorni niente giornale in edicola a causa dello sciopero della redazione e dei lavoratori contro il maxi piano di tagli presentati dall’ad di Rcs Pietro Scott Jovane.

I manager hanno annunciato 270 esuberi tra personale amministrativo e grafici della sede di via Rizzoli. Inoltre si discute di una riduzione di 110 giornalisti al Corriere della Sera (su 355), della riduzione del contratto integrativo e della chiusura di tutte le sedi all’estero.

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Fiscal compact, il senato approva senza fiatare 45 miliardi di tagli per 20 anni

Nel silenzio generale, senza discussioni, il senato ha approvato in prima lettura il fiscal compact e il Mes: 215 i sì (Pd, Pdl e Udc), 24 astenuti (Idv) e 24 i no (Lega e l’Idv Lannutti). Unico dissidente democratico Vincenzo Vita.

I trattati passano alla camera per il via libera definitivo.

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Vieni avanti decretino, Passera prova a crescere, Monti taglia

Un colpetto di acceleratore con il decreto sviluppo del ministro Passera e una pestata forte sul freno con i tagli alla spesa pubblica elaborati da Giarda-Bondi sotto la regia del premier. Monti avvisa gli altri ministri e taglia dirigenti e personale di Palazzo Chigi e Mef. Varati due fondi presso la Cassa depositi e prestiti per la vendita degli immobili pubblici e delle società quotate.

Dopo 5 ore di consiglio dei ministri, il governo ha varato tre decreti legge: uno per la crescita (budget accertato 2 miliardi, impatto teorico secondo Passera 80 miliardi), uno sul riordino dei vigili del fuoco e un altro (in prospettiva il più importante) per i tagli alla spesa pubblica e le privatizzazioni.

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Eppur ci siamo, dopo il fax dei liquidatori settimana decisiva per il manifesto

Presto o tardi, la testata sarà in vendita. Si potrebbe organizzare una nuova proprietà collettiva e diffusa. Sul mercato contro il mercato. Ieri l’assemblea in redazione, domenica a Bologna.

Per il manifesto è iniziata un’altra settimana di passione. Venerdì prossimo (salvo sorprese) dovrebbe tenersi il primo incontro formale con la troika di commissari liquidatori dopo il fax di «cessazione attività» che ci è arrivato all’improvviso l’11 maggio. E domenica 20 a Bologna – in una sede ancora da definire – andremo all’incontro nazionale organizzato dai nostri circoli.

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Il Pdl di «lotta» avverte il governo Monti

Dopo lo scontro con Monti, Alfano accelera e presenta oggi il suo ddl per le imprese Berlusconi mette in conto una sconfitta domenica e offre fiducia «condizionata» a questi ministri «provvisori».

Berlusconi e il Pdl sono prigionieri di questa maggioranza e di questo governo, l’unico senza propri ministri che nella loro lunga storia non hanno (finora) tacciato di essere comunista, ladro o illegittimo. Ma a giudicare da come stanno andando le cose (male), anche questa anomalia del rispetto delle forme istituzionali è prossima alla scomparsa.

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Aiuto, è scomparsa la “fase due”. Via al Def scritto sulla sabbia

Spending review, scontro sui nuovi tagli alla spesa pubblica. Le camere supplicano il governo di portare la «crescita» e sperano negli eurobond.

Il parlamento approva il documento economico finanziario (Def) varato dal governo. Pd, Pdl e Udc vanno avanti con le mani legate rispetto alle scelte europee e Monti sta ancora cercando la sua «fase due» dedicata alla crescita (la misteriosa scomparsa della «fase due» dopo i tagli sociali è una costante della politica italiana, ndr).

Presentando il Def alla camera, Amedeo Ciccanti dell’Udc alza le mani: «Il vincolo europeo è chiaro, non ci sono deroghe né scorciatoie, soprattutto per l’Italia con il suo rilevante debito pubblico». Il quasi pareggio di bilancio nel 2013 non è dunque in discussione. Ma la maggioranza concorda una mozione che tra molta aria fritta prova almeno ad appropriarsi di 8-9 miliardi da puntare sulla «crescita». Nel testo «Abc» si dice che le tasse si potranno abbassare con il recupero dell’evasione fiscale (lo hanno promesso tutti i governi da decenni), che gli investimenti si potranno fare con i «project bond» e gli «eurobond» e che il debito va abbassato con le «dismissioni del patrimonio pubblico» (quale?). Che si tratti di parole al vento lo dice perfino il partito di maggioranza relativa.

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il manifesto vende, ma chi manca è il governo

Ci mancava solo la neve. Dai primi dati attendibili sulle vendite la nostra «campagna acquisti» ha dato i suoi frutti. Dal 10 febbraio a oggi le vendite medie in edicola sono aumentate del 50%. Potrebbero essere arrivate a diecimila copie in più.

Il condizionale è d’obbligo e il dato reale andrà preso con molta molta cautela perché con la bufera di neve e il tempo da lupi il giornale non è arrivato o è arrivato con difficoltà in mezza Italia.

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La stangata del Professore vale oltre 25 miliardi

Il rigore c’è già tutto. Per l’equità e la crescita bisognerà attendere i dettagli. Lunedì mattina il governo Monti varerà la «più importante operazione economica» degli ultimi anni (ipse dixit).

Il premier in serata è salito al Quirinale e da oggi inizierà a illustrare anche a partiti, enti locali e parti sociali il contenuto della manovra di fine anno (la quarta nel 2011). Il conto finale dell’aggiustamento è salatissimo: oltre 25 miliardi. Metà dei quali sono veri e propri tagli per abbassare il rapporto deficit/Pil in vista della probabile recessione dell’anno prossimo. Sul tavolo dei ministri un «pacchetto» composto da un decreto legge più alcune leggi delega. Dopo l’accordo con i presidenti delle camere, tutte le nuove misure dovranno essere approvate tassativamente dal parlamento entro natale.

Secondo le bozze che circolano in queste ore, sfuma un intervento pesante sugli estimi catastali (sarà affidato a una legge delega apposita) e non c’è traccia di «patrimoniale». Monti affronterà i capitoli «politicamente» più spinosi (anche se non necessariamente i più importanti per sostanza) durante gli incontri di oggi con i partiti. Dalle indiscrezioni, infine, sembra scomparso il taglio del cuneo fiscale a sostegno della «crescita».

Sanità. Si annunciano tagli pesanti al Sistema sanitario nazionale: meno 2,5 miliardi nel 2012 e meno 5 nel 2013. Somme che si aggiungono a 600 milioni di «razionalizzazione» della spesa farmaceutica e a 1,2 miliardi di risparmi per i mancati rinnovi dei contratti al personale. Secondo stime delle regioni dal 2012 al 2014 i tagli alla sanità saranno pari a circa 17 miliardi. Tra le misure previste nel decreto ci sarebbero anche i ticket sui ricoveri ospedalieri. Il ministro per la Salute Renato Balduzzi da Bruxelles non ha confermato né smentito ma ha assicurato che contestualmente ai sacrifici il governo alzerà i livelli essenziali di assistenza (Lea) in modo da garantire (almeno) le patologie più gravi.

Trasporto pubblico locale. Saranno confermati i tagli del 75% decisi da Tremonti (-1,5 miliardi). Di fatto il sostegno nazionale al trasporto pubblico verrebbe azzerato. Per garantire gli autobus nelle città e i treni pendolari le regioni dovranno per forza alzare le accise sulla benzina. Per il presidente delle regioni, Vasco Errani, il trasporto locale si avvia a diventare una vera «emergenza nazionale».

Enti locali. Ulteriori tagli ai comuni pari a 1 miliardo, 500 milioni alle province.

Fisco. Nel decreto ci sarà la proroga fino al 2014 della detrazione del 55% sull’efficienza energetica e l’uso del contante solo sotto i 500 euro (la tracciabilità attualmente è a 2.500). Affidata a una delega fiscale invece la sostituzione del contributo di solidarietà sui redditi sopra i 300mila euro deciso ad agosto con un aumento di due punti delle aliquote Irpef più alte (i contribuenti attualmente al 41% sopra i 55mila euro e al 43% sopra i 75mila sono 1,5 milioni).

Iva. L’aumento dell’Iva è più di un’ipotesi (è possibile farlo con un semplice decreto ministeriale)ma potrebbe scattare dopo natale.

Casa e beni di lusso. Nuova tassa sull’ormeggio delle barche e sugli immobili di pregio. Scontato il ritorno dell’Ici sulla prima casa con una soglia di esenzione modello Prodi e meccanismi progressivi per chi ha più di un immobile.

Carceri e infrastrutture. Via al piano per la costruzione di nuove carceri da parte dei privati con il ricorso esclusivo al «project financing». Analoga modalità anche per le infrastrutture strategiche.

Ricerca. Credito d’imposta del 12% dei costi allargato non solo alle aziende che investono nella ricerca pubblica come ora ma anche in quella fatta in proprio («attività di ricerca industriale e sviluppo sperimentale»).

Imprese. Oltre al taglio dell’Irap, è previsto il rafforzamento del fondo di garanzia per le Pmi (credito fino a 2,5 milioni per ogni azienda) e un credito di imposta del 19% per chi investe in start-up («venture capital»). Anticipato al 2012 il recepimento della direttiva Ue sul pagamento entro 30 giorni da parte della pubblica amministrazione alle imprese (attualmente è 180 giorni). Per il passato, visto che il debito totale dello stato verso privati ammonta a quasi 70 miliardi, si studia un pagamento almeno parziale in Bot e Btp.

Commercio. Liberalizzazione totale degli orari dei negozi ed eliminazione di qualsiasi ostacolo all’apertura di nuovi esercizi.

Farmacie. Tra le ipotesi o la vendita libera delle medicine di fascia C o la liberalizzazione dell’apertura di nuove farmacie.

Carburanti. I benzinai potranno approvvigionarsi senza vincoli da qualsiasi produttore o distributore.

Sviluppo. Il ministero guidato da Passera si “prende” l’Ice e tutte le deleghe sul piano nazionale per l’edilizia abitativa.

dal manifesto del 3 dicembre 2011

Dalle redazioni un appello comune a Napolitano

Il conto alla rovescia è partito tanto tempo fa, nel luglio del 2008, ma ormai il cronometro è arrivato davvero a pochi giorni dalla fine.

L’azzeramento del fondo editoria da parte del governo, senza che contemporaneamente non sia stata fatta nessuna vera riforma del settore porterà sicuramente alla chiusura decine di testate non profit, in cooperativa e di partito.

«Se la Fieg vuole contribuire a cancellare il contributo pubblico deve sapere che si sta assumendo la responsabilità di ridurre il pluralismo», avverte Franco Siddi della Fnsi aprendo un’affollatissima conferenza stampa in senato con parlamentari di Pd, Idv e Udc, Mediacoop e Confcooperative, Fisc, File, Articolo21, sindacati e rappresentanti di tutti i soggetti coinvolti in Italia e all’estero.

Secondo il segretario del sindacato dei giornalisti, di una riforma dell’editoria «è stata accantonata perfino l’idea» e sui contributi pubblici «si cerca di circoscrivere il perimetro dei beneficiari» senza riequilibrare nulla né offrire certezze.

Il metodo è sempre lo stesso. Siddi ricorda gli ultimi tagli alle convenzioni con le agenzie di stampa: «Se 9 sono la politica deve agevolare una riorganizzazione industriale, non può permettersi di scegliere in modo autonomo quali e quante finanziare secondo il proprio presunto fabbisogno. Vuol dire solo che chi disturba e se disturbi avrai di meno».

La richiesta, unanime, è di rifinanziare il fondo (il fabbisogno reale è di circa 100 milioni, ce ne sono sì e no 30) continuando a fare pulizia tra i beneficiari dei contributi nell’ottica esclusiva di garantire il pluralismo dell’informazione fuori dai condizionamenti del governo pro-tempore.

«Minoranze linguistiche, giornali italiani all’estero, testate che fanno informazione, politica e cultura fuori dai monopoli devono essere sostenuti», spiega Siddi.

Le proposte per trovare le risorse all’interno del sistema e non nelle tasche dei cittadini sono note da tempo:

  1. l’Iva piena sui prodotti non editoriali
  2. una minialiquota dell’1% sulle pubblicità tv
  3. un tetto ai finanziamenti pubblici legato ai dipendenti veri e stabili al 2010
  4. una presenza minima in edicola
  5. privilegiare la carta stampata rispetto alla tv almeno per la pubblicità istituzionale.

Punto dolente, questo. Nel mercato de noantri, il Dipartimento editoria di Palazzo Chigi ha affidato gli spot istituzionali solo alle tv o ai grandi giornali.

«Di sicuro non possiamo accettare la logica dei tagli lineari fini a se stessi e tantomeno un taglio del 70% come quello ipotizzato», tuona Siddi.

Perché sul fondo editoria sono caricate altre voci, come i 45 milioni della Rai o i 50 milioni di debiti verso Poste che non con il pluralismo non c’entrano nulla.

«In effetti c’è un salto di qualità nell’iniziativa del governo – spiega Lelio Grassucci di Mediacoop – se prima riduceva stavolta ha deciso di eliminare il sostegno pubblico all’editoria». Secondo sindacati e associazioni il taglio non c’entra nulla con la crisi: dopo la chiusura tra ammortizzatori sociali, entrate mancate e crollo dell’indotto «i costi per lo stato saranno di molto superiori all’importo del contributo», dice Grassucci.

Secondo le stime di Mediacoop scomparirà un fatturato di 500 milioni di euro e 2mila giornalisti andranno a spasso, mettendo in seria difficoltà i bilanci dell’Inpgi. Per dirla con Vincenzo Vita (Pd): «Non possiamo tollerare un Fahrenheit 451 dei giornali. E’ chiaro che il fondo editoria costa ma è altrettanto chiaro che abolirlo costa di più».

Il taglio è mortale anche perché è retroattivo: quei soldi sono già stati spesi e tra un anno saranno rimborsati, se va bene, al 20%. «Non capisco perché la Fieg – si chiede Grassucci – cavalchi l’idea che finiti i contributi diretti i pochi soldi che restano vadano a tutto il mondo della comunicazione, da Rcs ai giornali parrocchiani, come se fossero la stessa cosa. Un’associazione che si rispetti cerca di fare esattamente il contrario di quanto si sta proponendo».

Sindacati e giornali sono pronti a una manifestazione nazionale. E domenica sulle testate coinvolte comparirà una lettera al presidente della Repubblica firmata dai direttori di tutti i giornali, dal manifesto ad Avvenire. La partita sulla finanziaria, in senato, è appena iniziata.

dal manifesto del 28 ottobre 2011

Tra Pdl e Lega è colpo di «cena», c’è la crisi

Ore drammatiche nella maggioranza. Muro contro muro a Palazzo Chigi. Berlusconi prova l’ultima mediazione.  L’asse Bossi-Tremonti sulla previdenza fa tremare il governo. Bossi: se i tagli passano con i voti Udc, tutti a casa

Il governo è a un passo dalla crisi. Va avanti come un funambolo su un filo sempre più lungo ed esile. Nell’entourage del Cavaliere già da ieri mattina era chiaro che la data cerchiata in rosso sul calendario sarebbe stata quella di oggi.

Per la prima volta dal ’94 si è incrinato l’asse tra Berlusconi e Bossi. E come allora, anche stavolta sulla riforma delle pensioni (da 65 a 67 anni). Novanta minuti di consiglio dei ministri (iniziato con un’ora di ritardo per un faccia a faccia tra Berlusconi e i tre ministri leghisti) non sono bastati a sciogliere la matassa. Anzi, la discussione ufficiale e ufficiosa non ha risparmiato toni drammatici.

Tutto il Carroccio, dal «cerchio magico» a Maroni, si dice contrario a tagliare le pensioni. «Scontro finale, la Lega non arretra», titola bellicosa la Padania di oggi. Reguzzoni, Rosi Mauro e il ministro dell’Interno si muovono all’unisono. «Noi abbiamo una posizione molto chiara – avverte Maroni – i pensionati hanno già dato». Di parere opposto quasi tutto il Pdl e soprattutto Bce, Ue e Commissione europea.

Il premier si muove in un campo minato. Lo dimostra la ridda di incontri in cui ha provato a preparare il terreno con l’alleato leghista. In mattinata si chiude con Tremonti e Alfano a palazzo Grazioli. Poi sale al Quirinale insieme a Gianni Letta per discutere la bozza di decreto. Poi torna a casa sua per un nuovo incontro con i fedelissimi e convoca il consiglio dei ministri alle 18, dissodato dal pre-vertice coi leghisti. Tutto inutile. Ma un accordo va trovato per forza e entro domattina un nuovo consiglio dei ministri dovrà approvare un testo da portare a Bruxelles.

Su una sola cosa nella maggioranza concordano tutti: se il decreto dovesse passare senza i voti della Lega si aprirebbe la crisi di governo. Lo dichiarano – dalle sponde opposte della maggioranza – sia il ministro Rotondi che Maroni. E Matteo Salvini lo dice chiaro: «Se il Pdl farà passare il decreto sull’innalzamento dell’età pensionabile con i voti del Terzo Polo vorrà dire che non c’è più la maggioranza e quindi il governo». Ma se passa il decreto, voi mollate?, gli chiedono su Radio2. «Ovvio – risponde l’europarlamentare – sì, yes, oui. Noi usciremo da un governo che per una decisione come questa esclude la Lega e vota coi democristiani».

Il Carroccio sembra avere nostalgia dei tempi della secessione e del populismo più sfrenato. Non ha torto, infatti, il capogruppo Pdl in senato Maurizio Gasparri quando ricorda che nel 2004 fu proprio l’allora ministro del welfare Maroni ad approvare lo «scalone» previdenziale poi leggermente ammorbidito dal governo Prodi.

Lo scontro, dunque, è tutto politico.In caso di elezioni la Lega non ha nulla da potersi «rivendere» in campagna elettorale: il federalismo è evaporato sotto montagne di carta bollata e bollette da pagare, le ronde non sono mai esistite, le famose «riforme» l’ha portate via il vento e le tasse stanno al massimo storico. Il tutto mentre migliaia di capannoni del Nord giacciono abbandonati e vuoti.

Fare muro sulle pensioni contro l’«Europa delle banche» è l’unica carta mediatica in mano ai leghisti. Che però, a differenza del ’94, devono stare accorti. Perché stavolta se si formasse un governo di «responsabilità nazionale» (come invocano Pd e Udc) i padani potrebbero essere messi in difficoltà nell’inevitabile discussione sulla riforma elettorale.

Infatti mentre la maggioranza si dilania sulle pensioni di anzianità, un’Europa mai così ostile chiede all’Italia «agenda e calendario» delle riforme «necessarie» (non solo pensioni ma anche privatizzazioni, liberalizzazioni, welfare e giustizia civile). Impegni scritti accompagnati dalle scadenze con cui si intende approvarli.

Per Berlusconi è l’ora più difficile. Già domani sera dovrà dimostrare agli altri capi di stato e di governo di aver fatto i «compiti». «Dobbiamo mettere le misure nero su bianco, altrimenti si rischia di andare a Bruxelles allo sbaraglio. Non possiamo mettere a rischio la tenuta del paese», avverte quasi disperato un uomo solitamente prudente come Gianni Letta in consiglio dei ministri. Un ragionamento di fronte al quale Bossi non ha fatto una piega: «Bisogna trovare soluzioni che vadano bene a tutti».

E’ surreale che in questo clima il “superministro” dell’Economia Giulio Tremonti non si esprima pubblicamente. Chi ha potuto parlargli, però, riferisce di un Tremonti asserragliato sulle posizioni leghiste. Sicuro che tra finestre già chiuse o «mobili» (12 mesi per i dipendenti, 18 per gli autonomi) e l’adeguamento della soglia all’aspettativa di vita, il sistema pensionistico italiano è sostanzialmente al sicuro. E anche tagliando come vuole Bruxelles non darà risparmi sensibili prima del 2014. Argomenti solidi ma che non convincono l’Europa.

La cena di Palazzo Grazioli tra Berlusconi, Bossi, Maroni, Calderoli, Tremonti e Letta – iniziata mentre chiudiamo il giornale – potrebbe aver appianato alcuni nodi. Difficile però che stavolta se ne esca senza vincitori né vinti con il classico compromesso all’italiana.

In questo clima che secondo Ferrero (Prc) annuncia un «inferno greco», è tragicomico scorrere nella bozza del cosiddetto decreto sviluppo un lungo articolato riguardante addirittura il diritto di famiglia. Una norma che consentirebbe a Berlusconi di poter dividere Mediaset a suo piacimento tra i figli di primo e di secondo letto.

Come commentava Franco Bechis (di Libero) ieri su twitter: «E’ geniale, una norma ad personam post mortem». Nulla ci viene risparmiato.

dal manifesto del 25 ottobre 2011