Liberalizzazioni, il governo si prepara a graziare le banche sulle commissioni

Ha avuto un cammino molto tormentato ma il decreto liberalizzazioni è legge. Con 365 sì e 61 no (contrari solo Idv e Lega) la camera ha dato il via libera definitivo alle misure varate dal governo a fine gennaio.

Monti, presente in aula al voto finale, è naturalmente soddisfatto per il secondo tassello del «cresci Italia» ma il suo governo non ha certo fatto una bella figura su un terreno principe del curriculum europeo e internazionale del premier. Nel merito c’è già chi chiede un secondo decreto liberalizzatore.

Di sicuro, per esempio, ci sarà un intervento correttivo sull’abolizione delle commissioni bancarie decisa dal senato. A febbraio infatti Palazzo Madama ha cancellato tutte le commissioni su linee di credito, affidamenti e scoperti. L’Abi era insorta e i vertici, Mussari in testa, si erano dimessi per protesta denunciando possibili mancati ricavi per 10 miliardi di euro. La maggioranza Pd-Pdl-terzo polo (tranne Fli), poco dopo, ha ammesso “l’errore” come se nulla fosse e ieri è stato approvato un ordine del giorno che chiede al governo di intervenire. Lo farà immediatamente: forse già oggi con un minidecreto legge, prima della pubblicazione in gazzetta ufficiale in modo che il taglio non sia mai esistito.

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Debito, il Pdl ruba la «ricetta Profumo»

Stop al debito pubblico. Entro ottobre via alla svendita da 400 miliardi e pensione a 68 anni. Tra un mese il Tesoro ridefinirà il Def e la legge di stabilità. Tremonti organizza un seminario sulle privatizzazioni forzate

Silvio Berlusconi in versione «turista della democrazia» (così si rivolse all’Europarlamento ormai molti anni fa) svolazza tra Strasburgo e Bruxelles insultando l’opposizione e rassicurando i partner dell’Unione europea sui conti pubblici italiani. Una gita in cui il nostro premier strappa 10 minuti di monologo a uso interno rigorosamente in lingua originale: «Non serve tradurre, tanto devono capire solo i giornalisti italiani», dice a un Van Rompuy ridotto a fondale.

Il viaggio lampo del Cavaliere nelle capitali europee incassa l’apprezzamento delle istituzioni espresse dai governi (Commissione e Consiglio, del resto come poteva essere altrimenti dopo la lettera «segreta» della Bce?) e illumina lo sconcerto per un premier pluri-indagato in un europarlamento che invece deve rispondere ai cittadini. Sia Barroso che Van Rompuy elogiano gli sforzi italiani.

La sostanza però non cambia: l’Italia è troppo grande per fallire, ed è troppo grande per essere salvata. Dovremo per forza «fare da soli». E così a Bruxelles alternano come possono bastone e carota. Il commissario agli affari economici Olli Rehn smentisce la lettura allarmistica data dai giornali italiani di ieri sull’ultimo rapporto europeo sulle finanze pubbliche: «Non abbiamo chiesto manovre aggiuntive a Spagna e Italia».

In effetti, bastava leggere le 100 e passa pagine dello studio completo per capire che era stato compilato il 12 luglio, quindi tre settimane prima del decreto estivo che oggi la camera ratificherà in via definitiva.

Come in un gioco di specchi, dove ogni posizione pubblica si accompagna a una trattativa privata, questo non vuol dire che l’Italia non farà un’altra manovra entro la fine dell’anno. Anzi. Entro il 20 settembre Tremonti consegnerà il «Def» aggiornato, cioè le stime macroeconomiche che dimostreranno che la situazione precipita e che bisogna intervenire. Subito dopo, entro il 15 ottobre, dovrà presentare in parlamento la legge di stabilità, cioè la vecchia finanziaria.

L’obiettivo del governo e dei suoi «potestà» forestieri, una volta promesso il controllo del deficit con il pareggio di bilancio entro il 2013, è ora abbattere il debito con una cura da cavallo: un intervento da oltre 400 miliardi che porti il disavanzo dal 120% al 90% del Pil. E’ la stessa cifra monstre sponsorizzata il 4 settembre a Cernobbio dall’ex ad di Unicredit Profumo sul Sole 24 Ore e rispolverata ieri dal braccio destro di La Russa alla camera Massimo Corsaro.

Il menù proposto dal Pdl ex An è presto detto: pensioni a 65-68 anni (cioè abolire quelle di anzianità), privatizzazioni massicce e a tappe forzate di immobili e municipalizzate, ennesimo condono fiscale in nome della futura «semplificazione» delle aliquote. Come contorno da inserire nelle trattativa, si può immaginare anche la «patrimonialina» disegnata dalla Lega.

L’unica vera differenza con la trama disegnata da Profumo riguarda il protagonista. Confindustria e banchieri suggerivano un governo tecnico. Berlusconi invece, pur di rimanere in carica, impugna personalmente la bandiera del risanamento e si impegna a fare in tre anni quello che non ha fatto in venti. Tanto l’obiettivo finale – la presunta salvezza della patria – è condiviso da (quasi) tutti, anche nel «terzo polo» e purtroppo perfino nel Pd, defraudato ahilui dell’unico possibile vanto della sua scadente politica: l’affidabilità europea.

E’ solo su come e su chi si intesterà gli eventuali dividendi della manovra record che si concentrano le divergenze dentro e attorno al governo e tra il Pdl e la Lega.

Berlusconi e Tremonti marciano divisi per colpire uniti. Per convincere Bossi, il premier ripete quanto detto ad Atreju e implora l’Unione a fargli da parafulmine: «Tutti i governi sarebbero felici di aumentare l’età pensionabile se obbligati dall’Europa». Il senatur sa che quell’ordine è già stato spedito da Francoforte e ruggisce per ottenere contropartite vere sulla revisione in senso nordista del patto di stabilità interno per i comuni.

Tremonti invece pare ridimensionato a ministro semplice e prepara la rivincita dedicandosi alle privatizzazioni. Già la prossima settimana al Tesoro si incontreranno rappresentanti degli enti locali e delle banche per un «seminario» riservato dedicato a velocizzare la vendita dei servizi pubblici locali (trasporti, rifiuti, energia, etc.) e della maggior parte possibile del patrimonio immobiliare. Peccato che gran parte dei beni pubblici – dai grandi laghi alle caserme – il governo se li sia già «venduti» con il federalismo demaniale. Ministeri e fontana di Trevi a parte, cosa sia rimasto in capo a Roma a questo punto non lo sa davvero più nessuno.

dal manifesto del 14 settembre 2011

A.A.A. svendesi servizio pubblico, il comune privatizza bus e asili

Ventisette milioni e 637.945 sì non sono bastati. Nonostante al referendum di giugno ci sia stato quasi un plebiscito, il governo non si rassegna e torna sul luogo del delitto, con l’intento di liberalizzare e/o di vendere per decreto tutti i servizi pubblici locali tranne l’acqua.

Il titolo degli articoli incriminati (il 4 e il 5) spiega che servirebbero ad adeguare il settore ai risultati referendari (qui il testo del decreto). Ma la realtà è ben diversa. Otto pagine minuziose e solenni, fitte di rimandi a leggi precedenti, non bastano a sciogliere quello che un fautore delle liberalizzazioni come Giulio Napolitano (professore in materia molto ascoltato nella Roma che conta, nonché figlio del capo dello stato) sul Sole 24 Ore di ieri continuava a chiamare il «rebus dei servizi pubblici locali».
Secondo Napolitano, dopo il referendum e le varie leggi incrostate nel tempo, «la ricomposizione del mosaico» è ormai «molto difficile se non impossibile». Eppure il governo, diligentemente, ci riprova.

Come si aggira il referendum

Sulla carta a parte acqua, luce, gas, ferrovie regionali e farmacie comunali, la concorrenza dovrebbe diventare la regola e ogni ente locale che non si adegua dovrà motivarlo dopo «un’indagine di mercato» (così impone il decreto) e deciderlo con una delibera pubblica.

Sembra un diktat, ma in sostanza somiglia più a una pericolosa e sofisticata norma manifesto che umilia la maggioranza degli italiani che ha votato al referendum. Tenendo presente la realtà e le competenze amministrative degli enti locali, infatti, le decine di prescrizioni sofisticate e minuziose inserite nel decreto, lasciano a comuni, province e regioni il compito di decidere se, come e con chi gestire i propri servizi. In compenso, se liberalizzare è difficile e non è nelle corde del governo Berlusconi, privatizzare e svendere i beni comuni è nel suo Dna.

La svendita forzata dei servizi

Non è un caso che il successivo articolo 5, ben più stringato, introduca un premio sostanzioso a comuni, province e regioni che entro la fine del 2012 vendono le «quote azionarie delle società esercenti servizi pubblici locali di rilevanza economica».

In questo caso tutti tranne l’acqua. Che significa in concreto? Tra i più lucrosi ci sono i trasporti locali su gomma o rotaia e i rifiuti. Ma in linea di principio tutto è possibile: si possono vendere anche società pubbliche che gestiscono parcheggi e la sosta a pagamento, illuminazione e pulizia stradale, servizi cimiteriali, biblioteche, pubbliche mense scolastiche, asili nido e assistenza sociale o domiciliare. L’unico discrimine chiaro che descrive un servizio pubblico di rilevanza economica infatti è il pagamento corrispettivo di un canone o di una tariffa.

In appena 18 righe dal titolo «norme per le società municipalizzate», il decreto estivo stanzia un tesoretto di 250 milioni di euro nel 2013 e 250 milioni nel 2014 che il ministro delle Infrastrutture (Altero Matteoli) elargirà motu proprio agli enti locali che privatizzano.

Mezzo miliardo non è poca cosa in tempo di tagli selvaggi ai comuni. Soprattutto perché si tratta di soldi freschi, cash, da prendere tra i 4 miliardi residui dei fondi Fas nazionali non ancora assegnati e immediatamente spendibili. Il decreto non specifica con che criterio il governo elargirà quei soldi. Si limita a dire che ogni comune riceverà dal governo la stessa quota ricavata dalle azioni che riuscirà a vendere sul mercato (se vendi azioni per 5 milioni, ne riceverai altrettanti). Insomma, se non riesci a liberalizzare i servizi, sbarazzatene.

E nessuno controlla

A differenza che per le possibili liberalizzazioni, qui non ci sono controlli, vincoli, prescrizioni di congruità o trasparenza.

Lo stato non controllerà né a chi vendi né a quanto. Lo stesso Giulio Napolitano – favorevole alla norma – denuncia «il pericolo di trasferire la rendita dal pubblico al privato e di vendere non alle migliori condizioni».

Non contento, il governo impone anche dove l’ente locale dovrà spendere tanta «manna» dal cielo: solo in infrastrutture locali. Il sindaco deve rifare le strade? Venda l’asilo, la mensa, la discarica o il parcheggio della stazione e poi bandisca il progetto. Un do ut des tra beni pubblici e cemento di smaccata malizia. Poco importa che almeno finora non c’è stata la corsa ad accaparrarsi servizi come autobus o cassonetti. Secondo l’Osservatorio dei servizi pubblici del Cnel, nel 2006 su 507 gestori di servizi pubblici scrutinati a campione erano solo 297 le società private coinvolte a vario titolo nella gestione dei rifiuti o dell’igiene urbana (la maggior parte in Sicilia). Meno ancora nel trasporto locale: appena 12 su 158.

dal manifesto del 18 agosto 2011

Tremonti e la manovra pesante, più tasse per 20 miliardi

Il ministro si smentisce e «rafforza» la manovra. Anticipati i tagli alla sanità. Da lunedì super-ticket su esami, diagnostica e pronto soccorso. L’aumento fiscale dovuto al taglio delle detrazioni dal 2014 lievita a 20 miliardi. Ritocchi per i ricchi. Allarme di Istat, Cnel e Bankitalia per gli effetti sociali

Domani all’ora di cena la manovra triennale di Giulio Tremonti sarà legge. La trattativa febbrile delle ultime ore tra maggioranza e governo ha peggiorato le già fosche previsioni della vigilia. Dal 2014 le tasse aumenteranno non di 15 miliardi ma addirittura di 20 (la metà dello sforzo di risanamento dei conti). Già dal 2013 i lavoratori dipendenti pagheranno sicuramente 4 miliardi in più per il taglio del 5% delle agevolazioni fiscali (famiglia, sanità, etc.). Un taglio lineare delle detrazioni che salirà addirittura al 20% se entro il 30 settembre 2013 (cioè prima delle elezioni), se il governo non avrà esercitato la famigerata delega per la riforma fiscale con le tre aliquote, l’aumento dell’Iva, etc.

Detto altrimenti, se questo governo non riesce ad abbassare le tasse (per i ricchi e sui consumi), allora quel fallimento sarà spalmato su tutti i contribuenti e scaricato sul prossimo governo. Così vanno le cose.

Tremonti interviene all’Abi e annuncia che la sua manovra sarà «rafforzata». Detto fatto. Vengono anticipate subito alcune misure particolarmente odiose: da lunedì si pagheranno i super-ticket da 10 euro su esami e diagnostica e da 25 euro per i codici bianchi al pronto soccorso (una misura che da sola a regime frutterà 960 milioni di risparmi). Tra i ritocchi dell’ultimo minuto presentati dal relatore qualche balzello simbolico in più anche per i ricchi: +10% di tasse sulle «stock option» dei manager e un contributo di solidarietà del 5% sulle pensioni d’oro da 90mila euro in su (10% da 150mila euro in su). Rimane, anche se leggermente ammorbidita, anche la sforbiciata su quelle sopra i 2341 euro lordi (5 volte il minimo). Per loro, come quelle superiori, sono previsti blocchi scaglionati della rivalutazione. A conti fatti, rimangono integre solo le pensioni inferiori ai 1.400 euro lordi al mese. Tutte le altre si impoveriranno inesorabilmente nel tempo. Già che c’era, dal 2012 si allungano anche da 1 a 4 i mesi di attesa per andarci anche per chi lavora da 40 anni (!) e ne ha diritto e requisiti. Qualche concessione (scusate il bisticcio) anche ai concessionari autostradali e non. Tremonti ha ammorbidito solo in parte l’aumento dei tempi di ammortamento da 30 anni a 100. Alla fine saranno 50, guarda caso proprio com’era previsto nelle primordiali bozze del decreto. Rimodulato solo parzialmente anche il super-bollo sul deposito titoli in banca. E rimane, nonostante i prezzi record, anche la super-accise sulla benzina introdotta l’anno scorso (un aumento che vale da solo 1,8 miliardi all’anno).

Privatizzazioni: anche se è a fine corsa, entro il 2013, cioè prima delle elezioni, il governo venderà le quote azionarie delle società partecipate (Eni, Enel, Finmeccanica, etc.). Quante, quali, come, lo sa il fato. Mentre sulle municipalizzate dei servizi pubblici (acqua, rifiuti, energia, trasporti, etc.) l’obbligo a vendere cancellato dal referendum torna sotto mentite spoglie (i comuni che non vendono le proprie quote si vedranno decurtati i trasferimenti dallo stato, solo quelli che vendono, infatti, potranno rientrare tra gli enti virtuosi risparmiati in parte dai tagli).

Il Pd, che avendo rinunciato a giocare la partita assiste al massacro dalla tribuna, alza il sopracciglio: «Con gli ultimi emendamenti governo e maggioranza sono riusciti nella difficilissima impresa di rendere ancora più iniqua una manovra già profondamente classista, scaricata su ceti medi e bassi», commenta sgomento Stefano Fassina, responsabile economia dei democratici. Anche la capogruppo Anna Finocchiaro constata che nessuna delle proposte dell’opposizione è stata accolta dal governo nonostante la disponibilità sui tempi e le reciproche pacche sulle spalle.

Dal punto di vista politico, Tremonti rivendica la sua manovra e anzi ricalca la sua firma. All’Abi smentisce definitivamente le sue dimissioni (ma chi c’aveva creduto?): «Hic manebimus optime, la manovra e i successivi adempimenti sarà accompagnata da chi si prende la responsabilità di averla presentata». Cioè lui e solo lui.

Lo stesso Tremonti che non più tardi di lunedì scorso, tre giorni fa (!), aveva gabbato il vicedirettore di Repubblica Massimo Giannini assicurandogli che «chi ci chiede di fare di più, o di anticipare ad oggi le misure previste per il prossimo triennio, non ha capito nulla. Se lo facciamo ci suicidiamo: ammazziamo il paese». Oggi, come se nulla fosse, Tremonti, secondo le sue stesse parole, arma la pistola che ucciderà se non questo il prossimo governo.

Un’ammissione implicita che i suoi conti erano truccati, alla greca, opachi e pieni di buchi, come gli avevano detto tutti: Bankitalia, Quirinale, Confindustria, opposizioni. Come nel più disperato dei poker, un super-ministro sempre più screditato per le inchieste giudiziarie rilancia tutta la posta anticipando il massacro sui malati, i lavoratori, i servizi pubblici, gli insegnanti.

Anche oggi però non mancano gli avvertimenti. Basta leggere i resoconti della Bilancio in senato: istituzioni come Istat, Bankitalia e Cnel non nascondono la preoccupazione per gli effetti reali del decreto. «Senza sviluppo la manovra è socialmente insostenibile» (Cnel). «Senza decisi tagli alla spesa è inevitabile aumentare le tasse» (Bankitalia). «C’è il forte rischio di aumento delle tariffe, mentre il blocco dei salari nel pubblico impiego rischia di demotivare il personale e di allontanare le risorse più qualificate» (Istat).

Non tutto ciò che è nella manovra è sbagliato, naturalmente, ma il volto classista, metodicamente e orgogliosamente sadico, di ogni intervento è ormai scritto nero su bianco fino al 2014. Peccato che il parlamento in una “discussione” di appena quattro giorni non abbia avuto il tempo di leggere e Napolitano firmerà domani senza battere ciglio. Lo stesso Quirinale, tra l’altro, che aveva già avvisato solennemente di non cambiare i decreti in corso di conversione. E’ una «coesione nazionale» che costa molto. Sempre agli stessi.

Atac, il disastro della Roma di Alemanno