Economia, un disastro di nome Silvio

«Due diligence» spicciola Prima dell’unità nazionale ricordiamo perché e percome Berlusconi non è statista

Ricordiamocelo. Ripetiamolo insieme prima che l’unità nazionale, la sobrietà della ricostruzione e i sacrifici «equi ma necessari» lo facciano diventare senso comune a suon di talk show: Berlusconi non è uno statista. E non ha fatto un «buon lavoro» come presidente del consiglio. Il suo passo indietro nasce da uno stato di necessità, non da un normale galateo istituzionale e politico.

Visto l’appoggio a un governo comune, i democratici visti in tv sono apparsi fin qui molto imbarazzati nel criticare i ministri precedenti. Mentre i pidiellini, novelli riformisti, ricordano ogni due per tre che gli spread sono alle stelle anche senza Berlusconi e che la crisi mondiale è «la più grande dal 1929».

Tutto vero. Ma anche no. La crisi è globale ed europea ma secondo tutti gli osservatori internazionali pubblici e privati l’Italia è il suo epicentro. Troppo grande per fallire, troppo grande per non salvarsi da sola.

Prima dell’arrivo di Monti è perciò decisivo fare una due diligence del governo appena trapassato. Di ciò che ha fatto e di ciò che non ha fatto.

Nonostante la cura Tremonti il debito italiano dal 2008 a oggi è aumentato di oltre 250 miliardi (su 1.900). Disoccupazione e crisi rischiano di desertificare «il secondo paese manifatturiero d’Europa» senza che sia ancora nata una paragonabile industria dei servizi.

Dal dibattito sul «declino» tipico degli anni ’90 siamo arrivati a quello sul «default». Il welfare è sul lastrico. Dal 2010 la sanità è stata tagliata di 17 miliardi, gli enti locali di 33. E le tasse sono al massimo storico: nel 2014 la pressione fiscale supererà il 48%. Più che in Svezia. Senza contare l’aumento dell’inflazione e dell’Iva, di prezzi e tariffe. E poi i super-ticket, il blocco del Tfr e degli stipendi, l’esodo forzato nel pubblico impiego, l’articolo 8, etc., etc.

E’ giusto che le istituzioni gli concedano l’onore delle armi. Ma Berlusconi è caduto perché era semplicemente insostenibile. Eppure sulla carta si è dato da fare: sommate tra loro tutte le manovre di quest’anno superano i 140 miliardi. Una correzione di rotta tanto gigantesca quanto incerta nell’applicazione.

Ancora l’11 luglio scorso (tra una manovra estiva e l’altra) Tremonti diceva a Repubblica: «Chi ci chiede di fare di più, o di anticipare ad oggi le misure previste per il prossimo triennio, non ha capito nulla. Se lo facciamo ci suicidiamo: ammazziamo il Paese. La verità è un’altra. Ai mercati daremo un segnale forte. E sa qual è? – diceva il ministro a Massimo Giannini – Il fatto che la manovra è blindata, e sarà approvata dal Parlamento in una settimana. Una cosa che nella storia d’Italia non è mai accaduta».

Da allora quella che sembrava un’eccezione è diventata la regola. E sono apparsi subito chiari gli effetti reali della cura Tremonti. «Senza sviluppo la manovra è socialmente insostenibile» (Cnel). «Senza decisi tagli alla spesa è inevitabile aumentare le tasse» (Bankitalia). «C’è il forte rischio di aumento delle tariffe» (Istat).

Poi, il 4 agosto, è arrivata la lettera di Draghi e Trichet. Berlusconi e Tremonti, per una volta d’accordo, provano a convincere Bossi a intervenire sulle pensioni. Ancora una volta la spunta il Carroccio. Il 15 settembre, in una camera assediata e nell’aria acre dei lacrimogeni, il decreto di agosto è legge.

Ma non serve. A Roma Tremonti prepara l’ultima finanziaria. Allestisce un seminario sulla dismissione dei beni pubblici, chiede una mano a tutti i poteri che contano. Prova a salvarsi dal naufragio ma capisce che il tempo stringe ed è sempre più solo. Berlusconi è furioso. E Confindustria ripete come un mantra: «Il tempo è scaduto, il tempo è scaduto, il tempo è scaduto…».

Berlusconi chiede soldi freschi da mettere sul decreto sviluppo. Tremonti risponde parlando di Waterloo e Westfalia. Resiste: niente da fare, tutte riforme «a costo zero». Studia una legge per costruire le autostrade da sole, i costruttori asfaltano, si mettono al casello e non pagano le tasse. Rimarrà lettera morta perché il ministro Matteoli appena si fa vedere in giro viene coperto di fischi. Berlusconi invece infila nelle bozze del decreto 12 condoni e soprattutto la norma anti-Veronica per l’eredità delle quote societarie.
A fine ottobre tutti i nodi vengono al pettine. Tremonti e Berlusconi sono attesi in Europa e devono portare i «compiti fatti». Giuliano Ferrara intima di approvare per decreto, sic et simpliciter, la lettera della Bce.

Più saggiamente, Tremonti opta per spostare tutto nella legge di stabilità. Berlusconi non ci sta, chiude Calderoli, Sacconi e Brunetta a casa sua e gli fa scrivere una fumosissima lettera a Bruxelles mai approvata dal consiglio dei ministri. Sarà un caso ma in Europa appena la leggono decidono subito di mandare gli ispettori, con tanto di questionario scritto per avere chiarimenti. E a Washington il Fondo monetario sblocca 44 miliardi per le emergenze.

Il tempo è finalmente scaduto. Il 4 novembre, al G20 di Cannes, l’agonia italiana va in scena davanti agli occhi del mondo. Tremonti e Berlusconi provano a collaborare ma offrono uno spettacolo pietoso. Il Cavaliere assicura che «la crisi non esiste», i «ristoranti sono pieni» e «sugli aerei si fatica a trovare posto».

Dopo sei lunghi mesi di opposizione, Marcegaglia inizia a vedere la luce. Tremonti si arrende. Torna a Roma e scrive il maxiemendamento direttamente al Quirinale. Da allora non parlerà più.

Napolitano giganteggia sulle risse da pollaio, accetta il voto a rischio sul rendiconto generale (quota 308, Silvio cade) e poi anche la quarta manovra passa senza discussioni: bravo Berlusconi. Bravissimo. Ora però tocca a Monti.

dal manifesto del 17 novembre 2011

Dal Pdl assedio a Tremonti

Berlusconi riunisce i vertici di Pdl e Lega. Poi va da Napolitano e assicura che il suo governo è il migliore antidoto alle speculazioni. Galan chiede al Cavaliere di prendere direttamente il timone dell’Economia. Il ministro o cambia rotta o si gioca le deleghe economiche. Saccomanni a Bankitalia, avviate  le procedure per la successione di Draghi. 

Berlusconi non molla: «Non mi dimetterò mai, se vogliono mi dovranno sfiduciare in parlamento con il voto», ribadisce il premier ai tanti, anche nel Pdl, che scrutano con preoccupazione lo stato precario del suo governo. «Vado avanti perché abbiamo una maggioranza forte, perché e per chi dovrei fare un passo indietro?», continua a ripetere da giorni a chiunque lo incontri. Nonostante l’assedio giudiziario, la crisi economica e il crollo di credibilità internazionale del suo leader, il Pdl non ha intenzione di modificare i suoi piani.

In una giornata di tensione molto simile a quella del voto di sfiducia chiesto dai finiani nove mesi fa, tutti i ministri berlusconiani smentiscono che il premier si stia per dimettere o che il Colle abbia chiesto la sua testa. Però, quando in serata il Cavaliere sale al Quirinale e resta a colloquio con Napolitano per più di un’ora e mezza, il Palazzo intero resta con il fiato sospeso.

Ufficialmente, l’incontro è dedicato alle misure «per la crescita» che il governo varerà entro metà ottobre e all’avvio delle procedure per la successione di Saccomanni alla guida di Bankitalia al posto di Draghi. Napolitano ha chiesto al premier garanzie serie di fronte alla crisi gravissima che rischia di affondare l’Italia. Ma per Berlusconi la migliore garanzia contro quelle che chiama «speculazioni internazionali» è solo che il governo resti in carica.

Valutazioni divergenti, dunque, che fotografano uno stallo se non un muro contro muro. Su cui il Colle però può fare poco o nulla finché il governo mantiene la sua maggioranza. Napolitano, del resto, ha ribadito in tutti modi che questa è la via maestra prevista nella Costituzione dalla quale non vuole deviare. Più praticabile ma tutta da verificare, invece, la richiesta all’esecutivo di allargare il confronto sulle misure economiche a tutte le forze politiche.

Berlusconi mantiene la rotta. Nel pomeriggio fa il punto a Palazzo Grazioli con Alfano, Bossi, Calderoli e i governatori leghisti Cota e Zaia. Un vertice infinito che certifica i dubbi sul voto segreto per Milanese previsto per oggi. Anche la frase serale con cui Bossi annuncia il no della Lega all’arresto («Io voto per non far cadere il governo»), rischia di essere un’arma a doppio taglio in caso di «incidente». Perché i malumori nei confronti di Milanese sono trasversali ma diffusi soprattutto nel Pdl. Indebolire il braccio destro di Tremonti vuol dire indebolire Tremonti.

Andare avanti dunque. Ma per fare che cosa? Le ultime riunioni tecniche tra Confindustria, banche e super-ministro, per dirla con le cronache attente del Corsera, hanno prodotto un «nitido nulla». In serata il ministro diffonde una nota di aggiornamento al Def che smentisce le previsioni del Fondo monetario: nonostante il calo del Pil il pareggio di bilancio nel 2013 ci sarà come promesso (a Washington prevedono invece un deficit dell’1,1%) e ci sarà anche un forte «avanzo primario» che consenta di impostare la riduzione del debito al 121% del Pil.
Comunque vada su Milanese, Tremonti sembra destinato a finire spiaggiato come tutti i presunti «delfini» prima di lui. Galan ripete un’idea che è maggioritaria nel Pdl: «La responsabilità della politica economica deve passare direttamente a Palazzo Chigi, bisogna evitare il concentramento dei poteri in un solo dicastero».

Tremonti parafulmine? Berlusconi pensa che se il governo resiste fino a gennaio poi non c’è che il voto anticipato. E anche la Lega, come scriveva ieri il maroniano Stucchi sulla Padania, non appoggerà mai un governo tecnico che rischia di marginalizzarla. Tuttavia l’idea che si possa salvare il governo cambiando come se niente fosse il ministro più importante non è nuova. Il centrodestra in crisi ci è già passato nel 2005 con la parentesi di Siniscalco. Ma stavolta la situazione è più grave e non consente errori.

Tutte le cancellerie e le borse del mondo, da Shangai a San Paolo, scrutano le mosse italiane con un sospetto prossimo al pregiudizio. Che la situazione sia critica il premier lo ha sentito ieri direttamente dal suo amico Fedele Confalonieri, anche lui ricevuto tra un vertice politico e l’altro. Da maggio a oggi, Mediaset ha perso due terzi del suo valore.

dal manifesto del 22 settembre 2011

Conto alla rovescia alla fine del Cavaliere

Berlusconi vuole resistere fino alla fine. Ma Cazzola (Pdl): «Se va avanti così la resa senza condizioni è vicina». Al Tesoro una nuova manovra da 10 miliardi mentre Confindustria sfiducia il premier: «Stallo intollerabile, bisogna cambiare governo». Tremonti prova a vendersi i quadri e gli autobus. Maroniani pronti a staccare la spina giovedì nel voto su Milanese

«La resa senza condizioni è vicina». Giuliano Cazzola, deputato eretico del Pdl, fa professione di realismo sull’Occidentale, giornale on line vicino al Pdl. Perché l’assedio al premier ormai fa impallidire quello di Von Paulus a Stalingrado.

«Berlusconi ha deciso di non mollare – scrive Cazzola – ma in politica non basta avere ragione; occorre anche riuscire a farsela dare. Le battaglie si vincono e si perdono. (…) Da una disfatta, al pari di quella che si profila, non ci si riprende più. Rimane soltanto la resa senza condizioni. Ed è vicina».

Accerchiato dalle procure, ghettizzato a livello internazionale, il Cavaliere è sfiduciato apertamente perfino dalla “sua” Confindustria. Gli imprenditori – tuona Emma Marcegaglia – non tollerano più «una situazione di stallo, dove non si fanno le riforme necessarie e si aspetta per non andare incontro a crisi di governo o al cambiamento di equilibri politici. Le soluzioni non sta a noi dirle, ma il tempo è scaduto, il paese ha bisogno di discontinuità e di una forte strategia per la crescita, altrimenti i problemi sono seri».

Non si è mai sentito un presidente della Confindustria invitare così palesemente il parlamento a sfiduciare il governo. Mai.

Diversamente dagli imprenditori, la chiesa cattolica non ha ancora sferrato la scomunica finale. Certo, ieri il segretario di stato Bertone ha rinnovato l’invito ai «laici credenti» a una certa «coerenza» tra «princìpi e comportamenti». Ma l’imbarazzo delle alte gerarchie è ormai quasi incontenibile. Per non contare la frattura con il “basso clero”, quello che nelle parrocchie tocca con mano la povertà e l’emarginazione causate dalla crisi e dai danni del governo.

Nonostante le incertezze sull’esito, il cronometro della crisi è partito. Berlusconi può resistere quanto vuole, ma prima o poi in parlamento dovrà tornare, la finanziaria andrà approvata, le scelte andranno fatte.

Parafrasando Giuliano Ferrara, c’è tanta voglia di un 8 settembre ma non si vede ancora il 25 luglio. Perché la vera complicazione di questa crisi politica lunga due anni è che stavolta non si può far cadere Berlusconi senza colpire anche Bossi e Tremonti. Un filotto troppo grande per non provocare un terremoto dagli esiti imprevedibili. E’ questo, stringi stringi, lo «stallo» evocato da Marcegaglia.

Il ministro dell’Economia attende il voto di giovedì in aula alla camera sull’arresto del suo braccio destro e compagno di casa Marco Milanese. Intanto prova a far di conto e non sa come fare. Ha rinviato l’aggiornamento del Def previsto per oggi in attesa delle stime macroeconomiche del Fondo monetario. Senza numeri e una cornice condivisa, nessuno può dire se i famosi «saldi» avranno o no salvato la patria.

Nel frattempo al Tesoro continuano le riunioni a porte chiuse con le banche e le associazioni imprenditoriali su un secondo «decreto sviluppo» dopo quello di maggio che dovrebbe accompagnare la finanziaria. Tremonti, Sacconi, Matteoli e Calderoli hanno messo sul tavolo della «crescita» una misura da 8-10 miliardi che accompagni a metà ottobre il cammino della finanziaria. Però va fatta a costo zero e quindi dovrebbe limitarsi a trasferire risorse da un capitolo a un altro.

Confindustria, che segue il dossier da vicino, insiste per un taglio alle pensioni e una patrimoniale «light», da accompagnare a una riforma fiscale che aumenti le aliquote Iva marginali e diminuisca le imposte dirette su lavoro e impresa. Una manovra quasi impossibile con un governo in queste condizioni e il no della Lega. Da qui la sfiducia preventiva declamata ai quattro venti da Marcegaglia. Alla riunione di oggi, novità delle ultime ore, parteciperà anche Bankitalia.

Tremonti dal canto suo va avanti come un carrarmato sulla vendita dei servizi pubblici locali. Il Tesoro ha organizzato per il 29 settembre un «seminario-road show» per presentare a investitori nazionali e internazionali il patrimonio pubblico che potrebbe fare parte di un pacchetto di dismissioni. Non la vendita di quote Eni, Enel e Finmeccanica ma di municipalizzate e immobili di stato (inclusi, dicono voci ben informate, perfino opere d’arte e beni architettonici).

Alla lettera: si vogliono vendere anche i quadri di famiglia, l’ultimo furto legalizzato prima del crollo del “regime”.

E’ sullo sfondo del fallimento dell’euro e dell’Italia che la maggioranza passa il tempo a fare quadrato attorno al premier. Anzi, i pasdaran alla Santanchè reclamano nuove leggi e pugno di ferro contro i pm.

Un travaglio che troverà un primo punto di caduta giovedì sul voto per Milanese. Un appuntamento su cui nel Carroccio è piena bagarre. Per Calderoli Berlusconi mangerà «sia il panettone che la colomba». Ma tra i deputati i numeri sono tutti dalla parte di Maroni. «Berlusconi ormai è indifendibile sotto ogni punto di vista – ammettono i maroniani – solo sganciandoci dal premier usciremo dall’angolo, poi si vedrà come giocarsi la partita». E’ un desiderio, più che una strategia compiuta. Toccare Milanese innescherebbe un effetto domino prima su Tremonti e poi sul resto del governo. Che sia quella la strada per toccare anche Berlusconi è tutto da dimostrare.

dal manifesto del 20 settembre 2011

Debito, il Pdl ruba la «ricetta Profumo»

Stop al debito pubblico. Entro ottobre via alla svendita da 400 miliardi e pensione a 68 anni. Tra un mese il Tesoro ridefinirà il Def e la legge di stabilità. Tremonti organizza un seminario sulle privatizzazioni forzate

Silvio Berlusconi in versione «turista della democrazia» (così si rivolse all’Europarlamento ormai molti anni fa) svolazza tra Strasburgo e Bruxelles insultando l’opposizione e rassicurando i partner dell’Unione europea sui conti pubblici italiani. Una gita in cui il nostro premier strappa 10 minuti di monologo a uso interno rigorosamente in lingua originale: «Non serve tradurre, tanto devono capire solo i giornalisti italiani», dice a un Van Rompuy ridotto a fondale.

Il viaggio lampo del Cavaliere nelle capitali europee incassa l’apprezzamento delle istituzioni espresse dai governi (Commissione e Consiglio, del resto come poteva essere altrimenti dopo la lettera «segreta» della Bce?) e illumina lo sconcerto per un premier pluri-indagato in un europarlamento che invece deve rispondere ai cittadini. Sia Barroso che Van Rompuy elogiano gli sforzi italiani.

La sostanza però non cambia: l’Italia è troppo grande per fallire, ed è troppo grande per essere salvata. Dovremo per forza «fare da soli». E così a Bruxelles alternano come possono bastone e carota. Il commissario agli affari economici Olli Rehn smentisce la lettura allarmistica data dai giornali italiani di ieri sull’ultimo rapporto europeo sulle finanze pubbliche: «Non abbiamo chiesto manovre aggiuntive a Spagna e Italia».

In effetti, bastava leggere le 100 e passa pagine dello studio completo per capire che era stato compilato il 12 luglio, quindi tre settimane prima del decreto estivo che oggi la camera ratificherà in via definitiva.

Come in un gioco di specchi, dove ogni posizione pubblica si accompagna a una trattativa privata, questo non vuol dire che l’Italia non farà un’altra manovra entro la fine dell’anno. Anzi. Entro il 20 settembre Tremonti consegnerà il «Def» aggiornato, cioè le stime macroeconomiche che dimostreranno che la situazione precipita e che bisogna intervenire. Subito dopo, entro il 15 ottobre, dovrà presentare in parlamento la legge di stabilità, cioè la vecchia finanziaria.

L’obiettivo del governo e dei suoi «potestà» forestieri, una volta promesso il controllo del deficit con il pareggio di bilancio entro il 2013, è ora abbattere il debito con una cura da cavallo: un intervento da oltre 400 miliardi che porti il disavanzo dal 120% al 90% del Pil. E’ la stessa cifra monstre sponsorizzata il 4 settembre a Cernobbio dall’ex ad di Unicredit Profumo sul Sole 24 Ore e rispolverata ieri dal braccio destro di La Russa alla camera Massimo Corsaro.

Il menù proposto dal Pdl ex An è presto detto: pensioni a 65-68 anni (cioè abolire quelle di anzianità), privatizzazioni massicce e a tappe forzate di immobili e municipalizzate, ennesimo condono fiscale in nome della futura «semplificazione» delle aliquote. Come contorno da inserire nelle trattativa, si può immaginare anche la «patrimonialina» disegnata dalla Lega.

L’unica vera differenza con la trama disegnata da Profumo riguarda il protagonista. Confindustria e banchieri suggerivano un governo tecnico. Berlusconi invece, pur di rimanere in carica, impugna personalmente la bandiera del risanamento e si impegna a fare in tre anni quello che non ha fatto in venti. Tanto l’obiettivo finale – la presunta salvezza della patria – è condiviso da (quasi) tutti, anche nel «terzo polo» e purtroppo perfino nel Pd, defraudato ahilui dell’unico possibile vanto della sua scadente politica: l’affidabilità europea.

E’ solo su come e su chi si intesterà gli eventuali dividendi della manovra record che si concentrano le divergenze dentro e attorno al governo e tra il Pdl e la Lega.

Berlusconi e Tremonti marciano divisi per colpire uniti. Per convincere Bossi, il premier ripete quanto detto ad Atreju e implora l’Unione a fargli da parafulmine: «Tutti i governi sarebbero felici di aumentare l’età pensionabile se obbligati dall’Europa». Il senatur sa che quell’ordine è già stato spedito da Francoforte e ruggisce per ottenere contropartite vere sulla revisione in senso nordista del patto di stabilità interno per i comuni.

Tremonti invece pare ridimensionato a ministro semplice e prepara la rivincita dedicandosi alle privatizzazioni. Già la prossima settimana al Tesoro si incontreranno rappresentanti degli enti locali e delle banche per un «seminario» riservato dedicato a velocizzare la vendita dei servizi pubblici locali (trasporti, rifiuti, energia, etc.) e della maggior parte possibile del patrimonio immobiliare. Peccato che gran parte dei beni pubblici – dai grandi laghi alle caserme – il governo se li sia già «venduti» con il federalismo demaniale. Ministeri e fontana di Trevi a parte, cosa sia rimasto in capo a Roma a questo punto non lo sa davvero più nessuno.

dal manifesto del 14 settembre 2011

Napolitano: no a governi tecnici

Incubo «spread», Napolitano assicura il pareggio di bilancio nel 2013 ed esclude una crisi di governo. Per ora si va avanti così, anche perché la Bce non potrà fare sempre da stampella. A Cernobbio Trichet incontra Tremonti.

La pressione internazionale sull’euro e sui conti pubblici italiani è destinata ad aumentare lunedì alla riapertura dei mercati. Per questo Giorgio Napolitano – in videoconferenza con il forum di Cernobbio – torna a ripetere che in Italia «facciamo e faremo quel che dobbiamo». La manovra dunque va approvata al più presto e senza indugi, avverte il capo dello stato con il tono delle decisioni irrevocabili.

«Nessuno, nemmeno l’opposizione, mette in dubbio l’obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013», dice Napolitano. «Un impegno al quale deve corrispondere la riforma della governance europea e l’effettiva implementazione del fondo salva-stati. «Noi tutti europei – aggiunge il presidente – dobbiamo uscire insieme dalle criticità che ci stringono in questa fase varando presto, entro il semestre di presidenza polacco, il pacchetto legislativo sulla governance economica. Anzitutto dando forza agli strumenti apprestati per gli interventi anticrisi in seno all’Eurozona, senza ulteriori incertezze e riserve, tali da produrre instabilità e conseguenti problemi per la stessa Bce».

L’ombra del fallimento dell’euro si allarga a tutto il continente. Il nostro paese è la terza economia d’Europa, troppo grande per fallire, troppo grande per essere salvato. Il monito del capo dello stato fa il paio con la preoccupazione del capo della Bce Jean-Claude Trichet. Il responsabile uscente dell’Eurotower ieri ha parlato a Cernobbio in un workshop a porte chiuse. Dove ha ribadito che l’Italia deve assolutamente tenere sotto controllo i propri conti e mantenere l’impegno del pareggio di bilancio entro il 2013.

La Banca europea – che tra pochi mesi sarà guidata dall’italiano Mario Draghi – continua a comprare Bot e Btp ma l’effetto tampone non durerà a lungo, visto che già venerdì lo spread con i Bund tedeschi è schizzato sopra al 3,3%. Il ministro Frattini minimizza: «Escludo che la Bce smetta di comprare i titoli italiani». Ma Mario Monti, intervistato dal Tg3 in serata, dice quello che tutti sanno: è «impensabile» che quel tipo di sostegno duri fino al 2013. «Dobbiamo renderci conto – ha sottolineato il presidente della Bocconi – che nella Bce quella maggioranza che ha sostenuto l’intervento su titoli spagnoli e italiani sarà messa in difficoltà se i paesi in questione, prima di tutti l’Italia, non adempiranno agli impegni presi».

Una frase tanto più ovvia se si considera che un super-governatore italiano, come Draghi, dovrà per forza essere al di sopra di ogni sospetto nel sostenere il proprio paese. Ergo quei rubinetti presto si chiuderanno, anche perché una garanzia perenne così forte avrebbe il primo effetto di alimentare proprio quel gioco d’azzardo contro i debiti sovrani che si vuole scoraggiare.

A mercati chiusi, Tremonti e Trichet si incontrano nei corridoi di Villa d’Este per un breve colloquio, seguito da un faccia a faccia più lungo in terrazza tra il ministro dell’Economia e il direttore italiano del Fmi Arrigo Sadun. Tremonti interverrà oggi con un discorso molto atteso. Circolano voci di possibili contestazioni da parte della platea di Cernobbio. Ma è difficile che il gotha della finanza e dell’industria nazionale si abbandoni a polemiche pubbliche in un momento simile.

Nonostante tutte le speculazioni di Palazzo sulla crisi di governo e la voglia di governi «tecnici» che si respira tra banchieri e lobby industriali, la patata bollente era e resta nelle mani di questo esecutivo. Napolitano lo dice esplicitamente: «Finché c’è un governo che ha la fiducia del parlamento, comunque agisca, io non posso sovrappormi non solo di fatto, ma nemmeno con l’idea di un governo diverso». Non a caso il papabile numero uno, Mario Monti, si sfila: «Il governo deve farcela, non c’è tempo per altre soluzioni».

E’ un cane che si morde la coda. Perché questo governo caotico e in crisi di consenso non è la soluzione, è il problema. Tremonti ieri in visita al convegno delle Acli di Castelgandolfo ha rivendicato per la terza volta in tre giorni l’obiettivo della lotta all’evasione fiscale. Con toni impensabili fino a pochi giorni fa, ha assicurato che «è ora che anche i ricchi paghino», come ha potuto leggere su un cartello innalzato in platea. Uno slogan che gli è così piaciuto che se lo è fatto regalare e portato via. Chissà, forse è un cadeaux per la prossima cena di Arcore.

dal manifesto del 4 settembre 2011

 

Governo ko, il decreto cambia ancora

Pronti, via. Appena iniziano le votazioni in commissione Bilancio il governo viene battuto. Approvati emendamenti di Pd e responsabili. Salve tredicesime e 25 aprile, niente tagli ai Fas regionali né ai mini enti di ricerca, più tutela alle regioni a statuto speciale. Tremonti prova a rassicurare l’Ue: i saldi sono certi, sull’evasione facciamo sul serio

Confusa, inefficace, iniqua. Caotica e pure falsa. Sulla manovra di agosto gli aggettivi si sprecano. Ma non è l’opposizione «criminale» a puntare il dito contro il governo italiano. E’ l’Europa, innanzitutto, e poi anche mercati, economisti e «padroni», che al meeting di Cernobbio si guardano tra loro sconsolati invocando compattamente (per la prima volta) un nuovo governo.

Il portavoce del commissario agli affari economici Olli Rehn, ha confessato i dubbi di Bruxelles sul peso eccessivo dato al futuro recupero dell’evasione fiscale per i saldi della manovra in discussione in senato. Il fatto è che dopo l’abolizione del contributo di solidarietà per i privati all’appello mancano almeno 3 miliardi, in gran parte recuperati proprio con le misure il fisco. Una copertura virtuale che non può servire a ridurre il debito come previsto dal governo.

Il Pd sollecita la Ragioneria dello stato a dire la verità, e cioè ad ammettere che quei soldi oggi non si possono quantificare. Il rischio che l’Italia faccia affondare l’euro paventato dal gotha della stampa finanziaria anglo-sassone (Economist e Ft in testa) si fa sempre più concreto.

Epicentro del sisma, inevitabilmente è il governo tedesco. Angela Merkel non si fida. Domani deve affrontare un voto difficile in Meclemburgo e il 7 è attesa la decisione della Corte costituzionale tedesca sulla legittimità del fondo salva-stati Esfs appena istituito.

Il suo portavoce commentando la manovra italiana gela i giornalisti: Berlino ha «piena fiducia» che il governo italiano «approverà le misure necessarie a rispettare il risparmio previsto per arrivare agli effetti attesi sul bilancio pubblico». Un modo indiretto per dire che non è garantito che queste misure siano già state approvate.

Tremonti è consapevole della posta in gioco. Non a caso telefona a Rehn assicurando che le coperture della manovra sono garantite da un «radicale cambiamento nella strategia di contrasto all’evasione fiscale»: «L’obiettivo di entrata non solo sarà centrato ma ampiamente superato», fa sapere in serata una nota ufficiale di via XX settembre. Il ministro insomma ci mette la faccia e brucia le navi. Anche se Berlusconi teme uno «stato di polizia tributaria» ormai indietro non si può più tornare.

Tremonti oggi sarà a Cernobbio, seconda tappa della missione impossibile di convincere i mercati. La platea di padroni, industriali e banchieri che come da tradizione affolla il workshop Ambrosetti è unanime: a parte il caos, al governo manca una strategia. La «grande politica» per dirla con l’ad di Intesa Corrado Passera.

Confindustria si dichiara apertamente «sconcertata» dalla stretta anti-evasione sulle società. Norme giudicate «frettolose, approssimative, incoerenti»: «Se si vuole essere credibili, perché non abbassare la soglia per l’uso del contante fino a 500 euro?». Nouriel Roubini, noto economista della New York University, invoca un «governo tecnico» che spazzi via quello attuale (su Twitter, giorni fa, aveva definito Berlusconi un «buffone»). E Mario Monti, primo papabile e alfiere della tecno-politica, certifica che si rischia di «rinfocolare» le diffidenze europee sull’Italia.

Nel frattempo, si parva licet, la commissione Bilancio del senato ha appena iniziato a discutere il decreto. I lavori procedono a passo di lumaca. E appena si vota la manovra cambia ancora. Fino alle 21.30 erano passati sei emendamenti, non secondari. Il più importante, firmato da Viespoli dei responsabili, “salva” le tredicesime dei dipendenti pubblici. Se gli uffici in cui lavorano non raggiungeranno gli obiettivi di risparmio saranno tagliati gli stipendi dei dirigenti (il 30% dell’indennità di risultato) e non la gratifica natalizia di tutti quanti. Il secondo cancella l’abolizione del 25 aprile e del 1 maggio: si festeggeranno come sempre. Gli altri emendamenti impongono alla pubblica amministrazione di certificare i crediti non saldati alle imprese, salvaguardano i Fas regionali (non saranno più tagliati per coprire le spese dei ministeri), salvano gli enti pubblici sotto i 70 dipendenti e tutelano le regioni a statuto speciale nei tagli alle autonomie.

Pronti, via e al primo giorno di votazioni il governo è battuto. Ogni modifica complica la vita a Tremonti. E’ prassi recente e più volte richiesta dal Quirinale, infatti, che anche in caso di fiducia su un maxiemendamento, il governo rispetti le decisioni prese in commissione. Il braccio di ferro e il caos sono solo agli inizi.

dal manifesto del 3 settembre 2011

La manovra, il Titanic e il governo mutante

Un parlamento muto approva la manovra. Tremonti scopre l’austerity e si atteggia a primo ministro. Napolitano grida al miracolo e blocca il rimpasto. Con 161 sì e 135 no il senato approva in un lampo la finanziaria da 80 miliardi, più pesante di quella Amato nel ’92. In piazza, nelle Asl e alla posta ira incontenibile contro la «casta»

«Non siamo preoccupati per l’impatto della manovra sui cittadini», assicurava Silvio Berlusconi un mese fa, il 16 giugno (video). E invece facendo un giro per Asl, poste e banche – luoghi ameni dove si forma il senso comune di milioni di persone – l’argomento del giorno era uno solo: i super-ticket. Nonostante la commissione del senato abbia licenziato la manovra soltanto alle 3.30 di mercoledì notte, i dettagli della finanziaria «più lacrime e sangue» della storia (70 miliardi contro i 46 di quella di Amato del 1992, ma alla camera il presidente leghista della commissione Bilancio la quantifica addirittura in 80 miliardi) erano già sviscerati in infinite file e capannelli. In poche ore, la notizia che da lunedì si pagano 10 euro in più per esami del sangue, visite mediche, etc., era unanimemente considerata come la più odiosa delle tasse. Inossidabilmente collegata – chissà perché – a un coro di insulti irripetibili sugli stipendi dei deputati e le ultime prebende della casta di faraoni che si è impossessata di stato e parastato. Non c’è mai stata distanza più grande tra la «coesione nazionale» dimostrata dal Palazzo e la vita reale di decine di milioni di “sudditi” inferociti e accaldati.

E questo non sarà che l’inizio. Secondo la Cgil la manovra costerà almeno 1.800 euro a famiglia. Il dipartimento economico di Corso d’Italia stima che le tasse aumenteranno molto di più di quanto ipotizzato dal governo. Il taglio lineare delle detrazioni fiscali (figli, lavoro, ristrutturazioni, etc.) del nel 2013 porteranno 8 miliardi di gettito invece dei 4 preventivati da Tremonti. E ben 32 a regime invece di 20. Un salasso, altro che «non metteremo le mani nelle tasche degli italiani e non taglieremo gli stipendi pubblici» come detto da Berlusconi l’8 luglio a Repubblica.

Il senato approva con 161 sì, 135 no e 3 astenuti una manovra che Bankitalia stima farà perdere almeno 1 punto di Pil. Oggi la camera farà altrettanto senza nemmeno fare finta di discutere: non ci sarà nessun emendamento né ordini del giorno (record mondiale). Il parlamento è muto. La manovra passerà in diretta tv addirittura in anticipo proprio per fare presto (e per far tornare in tempo a cena i deputati).

Tremonti, cosa rara, si è difeso di persona in senato. Tanto ragionieristiche le sue norme, tanto più alta la sua retorica: «La crisi finanziaria si aggira per il mondo come un mutante, che oggi appunto prende la forma della Grecia. (…) oggi abbiamo in Europa un appuntamento con il nostro destino. La salvezza non ci viene dalla finanza, può venire solo dalla politica; ma la politica non deve più fare errori. (…) È così che ora siamo arrivati insieme al dilemma e al dramma dell’euro e dell’Europa: o si va avanti o si va a fondo. La soluzione o è politica o non è; o è comune europea o non è, senza illusioni di salvezza per nessuno. Come sul Titanic, non si salvano neppure i passeggeri di prima classe».

E poi il finale più da capo del governo che da semplice ministro: «Il Paese ci guarda: guarda il Governo, guarda la maggioranza e guarda l’opposizione, certamente diversi, ma oggi qui non troppo divisi. Per questo sono orgoglioso di essere qui oggi con tutti voi». Al termine degli applausi di circostanza Tremonti è solo, sempre più prigioniero delle sue manovre, un lugubre canto del cigno più che l’appello alla nazione di un Delfino.

Non a caso Berlusconi non ha più detto una parola. Nella sua ottica deformante, la finanziaria-monstre fin qui è tutta ascrivibile a Tremonti e al Quirinale, gli unici avversari veri che si trova di fronte a parte se stesso e il suo tramonto. Come interpreterà la fase successiva si capirà dal suo possibile intervento di oggi alla camera (il premier ha disertato i funerali del soldato Marchini e all’ultimo minuto ha anche annullato il viaggio a Belgrado).

Giorgio Napolitano invece è in visita di stato in Croazia. E quando gli riferiscono che la manovra è già alla camera si congratula: «E’ un miracolo. C’era un accordo serio ed è stato rispettato». Il capo dello stato è sicuro che della «coesione» dimostrata questa volta ci sarà bisogno anche in futuro, quando bisognerà «stimolare la ripresa soprattutto attraverso più competizione».

Ma non sono tutte rose e fiori, anzi. Qualche preoccupazione affiora anche sugli uffici del Colle, che di fronte a interpretazioni che considerano il nuovo appello all’unità nazionale come un via libera a un governo tecnico o del presidente, spingono di nuovo Napolitano davanti ai giornalisti per dire che «parlare di toto-ministri è da irresponsabili». Il presidente fa per andarsene e poi torna indietro: «Io – sottolinea – non ho ricevuto alcuna proposta dal presidente del consiglio e addirittura vedo tirato in ballo per un altro incarico di governo (alla Giustizia, ndr), il ministro degli Esteri che mi accompagna in questa missione. Ciò è veramente da irresponsabili – ripete – chiunque metta in giro queste voci».

dal manifesto del 15 luglio 2011

Tremonti e la manovra pesante, più tasse per 20 miliardi

Il ministro si smentisce e «rafforza» la manovra. Anticipati i tagli alla sanità. Da lunedì super-ticket su esami, diagnostica e pronto soccorso. L’aumento fiscale dovuto al taglio delle detrazioni dal 2014 lievita a 20 miliardi. Ritocchi per i ricchi. Allarme di Istat, Cnel e Bankitalia per gli effetti sociali

Domani all’ora di cena la manovra triennale di Giulio Tremonti sarà legge. La trattativa febbrile delle ultime ore tra maggioranza e governo ha peggiorato le già fosche previsioni della vigilia. Dal 2014 le tasse aumenteranno non di 15 miliardi ma addirittura di 20 (la metà dello sforzo di risanamento dei conti). Già dal 2013 i lavoratori dipendenti pagheranno sicuramente 4 miliardi in più per il taglio del 5% delle agevolazioni fiscali (famiglia, sanità, etc.). Un taglio lineare delle detrazioni che salirà addirittura al 20% se entro il 30 settembre 2013 (cioè prima delle elezioni), se il governo non avrà esercitato la famigerata delega per la riforma fiscale con le tre aliquote, l’aumento dell’Iva, etc.

Detto altrimenti, se questo governo non riesce ad abbassare le tasse (per i ricchi e sui consumi), allora quel fallimento sarà spalmato su tutti i contribuenti e scaricato sul prossimo governo. Così vanno le cose.

Tremonti interviene all’Abi e annuncia che la sua manovra sarà «rafforzata». Detto fatto. Vengono anticipate subito alcune misure particolarmente odiose: da lunedì si pagheranno i super-ticket da 10 euro su esami e diagnostica e da 25 euro per i codici bianchi al pronto soccorso (una misura che da sola a regime frutterà 960 milioni di risparmi). Tra i ritocchi dell’ultimo minuto presentati dal relatore qualche balzello simbolico in più anche per i ricchi: +10% di tasse sulle «stock option» dei manager e un contributo di solidarietà del 5% sulle pensioni d’oro da 90mila euro in su (10% da 150mila euro in su). Rimane, anche se leggermente ammorbidita, anche la sforbiciata su quelle sopra i 2341 euro lordi (5 volte il minimo). Per loro, come quelle superiori, sono previsti blocchi scaglionati della rivalutazione. A conti fatti, rimangono integre solo le pensioni inferiori ai 1.400 euro lordi al mese. Tutte le altre si impoveriranno inesorabilmente nel tempo. Già che c’era, dal 2012 si allungano anche da 1 a 4 i mesi di attesa per andarci anche per chi lavora da 40 anni (!) e ne ha diritto e requisiti. Qualche concessione (scusate il bisticcio) anche ai concessionari autostradali e non. Tremonti ha ammorbidito solo in parte l’aumento dei tempi di ammortamento da 30 anni a 100. Alla fine saranno 50, guarda caso proprio com’era previsto nelle primordiali bozze del decreto. Rimodulato solo parzialmente anche il super-bollo sul deposito titoli in banca. E rimane, nonostante i prezzi record, anche la super-accise sulla benzina introdotta l’anno scorso (un aumento che vale da solo 1,8 miliardi all’anno).

Privatizzazioni: anche se è a fine corsa, entro il 2013, cioè prima delle elezioni, il governo venderà le quote azionarie delle società partecipate (Eni, Enel, Finmeccanica, etc.). Quante, quali, come, lo sa il fato. Mentre sulle municipalizzate dei servizi pubblici (acqua, rifiuti, energia, trasporti, etc.) l’obbligo a vendere cancellato dal referendum torna sotto mentite spoglie (i comuni che non vendono le proprie quote si vedranno decurtati i trasferimenti dallo stato, solo quelli che vendono, infatti, potranno rientrare tra gli enti virtuosi risparmiati in parte dai tagli).

Il Pd, che avendo rinunciato a giocare la partita assiste al massacro dalla tribuna, alza il sopracciglio: «Con gli ultimi emendamenti governo e maggioranza sono riusciti nella difficilissima impresa di rendere ancora più iniqua una manovra già profondamente classista, scaricata su ceti medi e bassi», commenta sgomento Stefano Fassina, responsabile economia dei democratici. Anche la capogruppo Anna Finocchiaro constata che nessuna delle proposte dell’opposizione è stata accolta dal governo nonostante la disponibilità sui tempi e le reciproche pacche sulle spalle.

Dal punto di vista politico, Tremonti rivendica la sua manovra e anzi ricalca la sua firma. All’Abi smentisce definitivamente le sue dimissioni (ma chi c’aveva creduto?): «Hic manebimus optime, la manovra e i successivi adempimenti sarà accompagnata da chi si prende la responsabilità di averla presentata». Cioè lui e solo lui.

Lo stesso Tremonti che non più tardi di lunedì scorso, tre giorni fa (!), aveva gabbato il vicedirettore di Repubblica Massimo Giannini assicurandogli che «chi ci chiede di fare di più, o di anticipare ad oggi le misure previste per il prossimo triennio, non ha capito nulla. Se lo facciamo ci suicidiamo: ammazziamo il paese». Oggi, come se nulla fosse, Tremonti, secondo le sue stesse parole, arma la pistola che ucciderà se non questo il prossimo governo.

Un’ammissione implicita che i suoi conti erano truccati, alla greca, opachi e pieni di buchi, come gli avevano detto tutti: Bankitalia, Quirinale, Confindustria, opposizioni. Come nel più disperato dei poker, un super-ministro sempre più screditato per le inchieste giudiziarie rilancia tutta la posta anticipando il massacro sui malati, i lavoratori, i servizi pubblici, gli insegnanti.

Anche oggi però non mancano gli avvertimenti. Basta leggere i resoconti della Bilancio in senato: istituzioni come Istat, Bankitalia e Cnel non nascondono la preoccupazione per gli effetti reali del decreto. «Senza sviluppo la manovra è socialmente insostenibile» (Cnel). «Senza decisi tagli alla spesa è inevitabile aumentare le tasse» (Bankitalia). «C’è il forte rischio di aumento delle tariffe, mentre il blocco dei salari nel pubblico impiego rischia di demotivare il personale e di allontanare le risorse più qualificate» (Istat).

Non tutto ciò che è nella manovra è sbagliato, naturalmente, ma il volto classista, metodicamente e orgogliosamente sadico, di ogni intervento è ormai scritto nero su bianco fino al 2014. Peccato che il parlamento in una “discussione” di appena quattro giorni non abbia avuto il tempo di leggere e Napolitano firmerà domani senza battere ciglio. Lo stesso Quirinale, tra l’altro, che aveva già avvisato solennemente di non cambiare i decreti in corso di conversione. E’ una «coesione nazionale» che costa molto. Sempre agli stessi.

Tremonti svela il bluff: più tasse per 15 miliardi

Tremonti svela il bluff della delega fiscale: subito i 15 miliardi di tagli alle detrazioni Irpef previsti nella “clausola di salvaguardia” della bozza fantasma. La manovra intanto massacra scuola, sanità e regioni. Professori e ricercatori perderanno 8mila euro. Niente fondi per il Sud e super-bolli in banca. Tra le modifiche dell’ultimo minuto un regalo «bipartisan» ai concessionari autostradali

Un Romano Prodi redivivo detta la linea: «Governo, opposizione e Bankitalia insieme per l’emergenza». Peccato che i tempi sono cambiati e non esistono più nessuno dei tre. Nel Palazzo, la reazione al «terrorismo finanziario» è identica a quello di piombo di trent’anni fa: con l’emergenza si sta tutti insieme. A prescindere dai contenuti. Che in questo caso sono più tasse per chi già le paga e meno servizi per tutti.

Messo alle strette, il governo ammette il bluff sulla presunta riforma fiscale e annuncia che anticiperà nella manovra la «clausola di salvaguardia» da 14,7 miliardi contenuta nella delega fantasma scritta da Tremonti. In concreto, già dal prossimo anno ci sarà un taglio del 15% di tutte le detrazioni esistenti (sanità, asilo, colf, assicurazioni, ristrutturazioni). Invece dei tagli lineari ai ministeri stavolta si tagliano gli sgravi ma la sostanza non cambia. Si spara nel mucchio per prendere soldi dov’è più facile, cioè sul lavoro dipendente.

Nelle ultime ore di trattativa nella maggioranza, Pdl e Lega concordano solo 5 modifiche alla manovra. Oltre alle tasse, riguardano un taglio minore alla rivalutazione delle pensioni basse, un aumento più scaglionato del maxi-bollo sui titoli e qualche modifica al patto di stabilità. Ultimo ma non ultimo, un bel regalo bipartisan alle concessionarie autostradali. Nel decreto era previsto un codicillo che avrebbe gravato per oltre 1 miliardo sulla spalle di Benetton e soci (quasi tutte aziende del Nord o parastatali). Nei giorni scorsi il viceministro Castelli è stato pubblicamente scudisciato dall’Aiscat: ai padroni delle corsie è bastato minacciare il blocco degli investimenti nella BreBeMi e la Pedemontana che il Carroccio ha subito innestato la retromarcia ammorbidendo la norma.

E’ «un massacro sociale annunciato», commenta Nichi Vendola di Sel. Perché i dati di sistema ormai sono noti pure ai sassi: occupazione femminile al 46% (in Ue è al 60%) e disoccupazione giovanile al 29%. Precariato, bassi salari e bassa produttività sono piaghe endemiche tanto a Nord quanto a Sud. Eppure la manovra segue le orme di sempre: più tasse, meno servizi. E a pagare sono sempre gli stessi. Basta scorrere il decreto per toccare con mano la macelleria sociale che ci aspetta.

Altro che meno tasse: fisco +1%

La pressione fiscale aumenterà come minimo dell’1% (fonte Confindustria). In un paese che è già (ultimi dati Ocse del 2009) al terzo posto per il fisco (43,5%) dopo Danimarca e Svezia. Da allora la situazione è sicuramente peggiorata. La delega fiscale fantasma scritta da Tremonti quasi sicuramente decadrà. Peccato perché lì e solo lì c’era l’armonizzazione delle rendite finanziarie al 20%, una norma di equità che il Pd proverà a inserire nella trattativa.

Il grosso delle maggiori entrate verrà dai giochi (7 mld) e dal superbollo sul deposito titoli (quintuplicherà fino a 150 euro l’anno e 380 per i depositi sopra i 50mila euro). Rincari che però il governo vuole rimodulare. Solo 490 milioni invece verranno dal mini aumento dell’Irap su istituti di credito e assicurazioni. In proporzione la manovra la pagano infinitamente di più correntisti e bancari che banchieri e speculatori.

Piano per il Sud? Sotto il Po il nulla

I fondi Fas saranno ulteriormente tagliati dal 2013. In più viene decurtato di 3,6 mld il «fondo per l’economia reale» di Palazzo Chigi dedicato in gran parte al Mezzogiorno. Sulle infrastrutture inoltre si fa un gioco delle tre carte che avvantaggia solo il Nord. Tremonti cancella il «fondo per le opere strategiche» e ne crea uno nuovo («fondo infrastrutture stradali e ferroviarie»). Perché? Perché così cade il vincolo dell’85% degli investimenti al Sud. Non a caso in quel fondo le uniche opere finanziate (peraltro solo con 250 milioni, fonte Cipe- Cgil) sono il traforo del Brennero, il valico Genova-Milano e la Treviglio-Brescia.

A scuola stipendi magrissimi

«Un intervento così odioso verso settori noti per le basse retribuzioni non si era mai visto», commentano in Flc-Cgil. La manovra congela gli organici delle scuole fino al 2014 e contiene norme anti-Tar contro i ricorsi dei precari. In più, oltre al blocco delle assunzioni blocca anche gli stipendi. Così un professore di liceo avrà perso in 5 anni (2010-2014) quasi 8mila euro, un preside circa 16mila, un ricercatore 7.500, il personale tecnico e amministrativo 6.400. Ma è un calcolo per difetto: perché i rinnovi contrattuali rivalutano anche altre voci dello stipendio che restano ferme, così come gli scatti di anzianità. Un blocco che in futuro dimagrirà anche le pensioni.

Per far vedere che ci tiene, Tremonti assicura che il fondo di finanziamento (Ffo) delle università non si tocca. Certo, glissa sul fatto che dal 2012 è già stato decurtato di 300 milioni con le precedenti manovre.

Casse vuote negli enti locali

Solo oggi, a cose fatte, Tremonti incontrerà gli enti locali. In 5 anni (2010-2014) i tagli complessivi a regioni, comuni e province ammonteranno a 33 miliardi. Anche qui molta propaganda: il premio agli enti «virtuosi» sul patto di stabilità è poco più che una mancia (circa 200 milioni).

Sanità, ecco il super-ticket

In 5 anni (2010-2014) il settore ha subito tagli per 17 miliardi in personale e ed erogazioni. Dal 2012 è previsto un super-ticket fino a 10 euro sulle medicine (una norma che vale oltre 800 milioni) e sono quasi inevitabili inediti ticket sui ricoveri ospedalieri da inserire nella finanziaria autunnale.

dal manifesto del 13 luglio 2011

Crisi dell’euro e spread, il capitalismo divora i suoi figli

Accelerazione massima per la manovra. Napolitano in cabina di regia: da Pd e Udc poche modifiche in cambio del sì

I mercati fanno sul serio. «Se prima il coinvolgimento dell’Italia nella crisi finanziaria era una paura, adesso è praticamente una certezza, qua nessuno compra più nulla», dicono i trader gongolando sul massacro dei listini. Speculazione ma non solo.

L’Italia sconta una doppia debolezza, politica e strutturale. Il senato inizia l’esame della manovra triennale sotto una tempesta che non si vedeva da decenni. E con un governo che non brilla certo per compattezza e affidabilità. Ancora una volta, vince la «shock economy»: non c’è alternativa al decreto Tremonti.

La parola d’ordine è una sola: correre, correre, chiudere la manovra in settimana per «dare un segnale forte e inequivocabile ai mercati». Lo chiede il presidente del senato Renato Schifani. Lo vuole Giorgio Napolitano, che impone a tutti i partiti uno «straordinario impegno di coesione nazionale per far fronte alle difficili prove che si profilano per il paese». Si salva l’Italia o si muore?

Nel Pd non tutti seguono alla lettera il richiamo del Colle. «Napolitano fa il suo mestiere, noi il nostro», spiegano i democratici a Palazzo Madama. Per il Pd il sentiero è sempre più stretto: «Per noi la manovra è sbagliata perché non produce crescita, perciò dobbiamo tenerci a distanza anche se non dobbiamo dare alibi al governo». Tradotto: Pd e Udc (l’Idv si accoda volentieri) concorderanno 4 o 5 emendamenti importanti da sottoporre alla maggioranza. In cambio niente ostruzionismo e tempi certi, ultrarapidi, per il provvedimento. Il termine per gli emendamenti scade stasera alle 18. Oggi Enrico Letta, il responsabile economico Stefano Fassina e i capigruppo Finocchiaro e Franceschini illustreranno le proposte. Una linea che alle 15 sarà sottoposta al gruppo del senato.

Disponibilità e aperture che all’inizio però Pdl e Lega raccolgono solo in parte. Assente Tremonti e silente Berlusconi, con Milanese fuori dai giochi (era lui il raccordo tra via XX settembre e parlamento), manca una regia chiara tra camere e governo.

Oggi pomeriggio in senato il ministro dell’Economia incontrerà il relatore (l’ex forzista Gilberto Pichetto Fratin) e la maggioranza appena rientrerà dall’Ecofin di Bruxelles.

Sulla sua manovra pesano molte incognite, il servizio studi del senato rileva (inascoltato) che il famigerato pareggio di bilancio entro il 2014 si raggiunge solo se si contano i quasi 17 miliardi previsti dalla delega fiscale (2,2 nel 2013 e 14,7 nel 2014). Una delega che però nessuno in parlamento ufficialmente ha ancora visto.

Berlusconi è chiuso nel silenzio. Preferisce pensare al suo Milan, con cui oggi festeggerà l’inizio del ritiro. Tremonti non cede di un millimetro: secondo lui la manovra va approvata subito così com’è. Anticipare i tagli previsti nel 2013 e 2014 (come vorrebbe Confindustria) significherebbe «il suicidio»: «Così ammazziamo il paese», dice papale papale a Repubblica. E accadrà lo stesso, fa capire, se non gli si dà retta: «Dimissionatemi pure e vedrete cosa succede ai titoli di stato», è l’avviso recapitato innanzitutto al suo partito e al suo governo.

Il ministro non è sfiorato dal dubbio che sia vero esattamente il contrario. Cioè che sia proprio la concomitante debolezza sua e di Berlusconi, gemelli siamesi sul viale del tramonto, a piombare le ali al paese. Tremonti è consapevole che solo l’emergenza lo tiene a galla. Sulla manovra, del resto, pende il possibile voto di fiducia.

Su queste basi, il dialogo pare difficile. Tanto che in serata un nuovo comunicato del Quirinale interviene in tempo reale correggendo in diretta la discussione politica. Il presidente della Repubblica prende nota «con viva soddisfazione degli annunci venuti dall’opposizione» su «pochi qualificati emendamenti» e «una rapidissima approvazione» della «necessaria manovra finanziaria». «Ci si attende – conclude il Quirinale – che a ciò corrisponda l’immediata disponibilità di governo e maggioranza a condurre le consultazioni indispensabili e a ricercare le convergenze opportune». Detto fatto. Pochi istanti dopo Schifani convoca per oggi a pranzo i capigruppo in modo da accelerare al massimo l’iter della manovra. Anche dal Pdl capitolano: ci saranno solo «pochi e qualificati» emendamenti.

A questo punto, il sì al decreto è questione di ore. Ma potrebbe non bastare. Perché la debolezza politica italiana rispecchia quella di tutti gli stati europei e della stessa Unione, priva di leadership capaci, con governi disprezzati sia dai cittadini che dai mercati.

Zapatero, Merkel, Sarkozy, Berlusconi, perfino il neoeletto Cameron: sono tutti premier in caduta libera, prossimi alle elezioni o di corte vedute nazionali. Non è (solo) l’Italia che non ha fatto i «compiti». E’ l’Europa che sta morendo.

Un’agonia che va di pari passo con quella di Stati uniti e Giappone. Il capitalismo sta divorando i suoi figli.

dal manifesto del 12 luglio 2011