Editoria al minimo storico, pubblicità a -24%

Dal «Financial Times» a «Newsweek» le difficoltà non riguardano solo l’Italia o i quotidiani. In Spagna hanno chiuso 57 testate

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I “pirati” contro Grillo: “Le 5 stelle sono un moVimento proprietario”

Il portavoce dei «pirati» tedeschi critica il «non statuto» di Grillo: «È gerarchico, come il copyright». Le due liste hanno in comune soltanto la passione per il Web. Ma a Berlino il portavoce del movimento può essere chiunque e il «programma» è un software «democratico»: Liquid Feedback

È il «portavoce» di un partito in cui i portavoce sono migliaia. Tanti quanti sono i membri, gli iscritti, perché per i «pirati» funziona così: chiunque può rappresentare il gruppo, anche in tv. Basta che presenti le posizioni «ufficiali» del Piratenpartei, non le proprie. Ma Carlo von lynX (il suo nickname in rete), informatico e musicista, da qualche giorno ha una «qualifica» in più. I pirati tedeschi gli hanno assegnato il compito di occuparsi dell’Italia. Di tenere i rapporti, insomma, coi «cugini» del partito pirata italiano.

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Nomine Agcom, la madre di tutte le battaglie

La partita sulle nuove nomine per l’Agcom (la delicatissima autorità di controllo sulle telecomunicazioni) è forse la più violenta tra le tante che sottotraccia governo e parlamento, ma anche i partiti di maggioranza tra loro, si scambiano da giorni.

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La tecno Dc in provetta di Casini e l’armata Brancaleone di Pisanu

Casini cerca la «tecnopolitica» dopo l’Udc e Pisanu va «oltre il Pdl» con firme imbarazzanti. Alfano teme il crac e si aggrappa all’arma segreta del Cavaliere.

Aiuto, rinasce la Dc. Il Pdl non è ancora nemmeno sepolto e sono già tre i nuovi «progetti politici» che desiderano spartirsi l’eredità del “partito unico dei moderati” dominato per vent’anni dal Cavaliere.

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Politici in tv, il Pd si inventa una par condicio “sessuata”

Forse perché ieri era il primo anniversario di «Se non ora quando», sta di fatto che il Pd, in commissione Affari costituzionali alla camera, ha aggiunto alle regole della «par condicio» televisiva anche la parità di quote tra candidati donne e candidati uomini in campagna elettorale. L’emendamento, a prima firma della democratica Sesa Amici, aspetta ora il voto dell’aula.

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Frequenze tv, Passera non le regala

Il ministro in aula: no al «beauty contest». Ma sull’asta si vedrà Sfuma la norma pro Mediaset. Il Pd insiste per la vendita. Domani il decreto in Cdm.

Per l’annosa questione delle frequenze tv domani potrebbe essere il giorno della verità. Il ministro Corrado Passera, durante il question time alla camera, ha annunciato che la sospensione del «beauty contest» sarà affrontata nel consiglio dei ministri di domani, tutto dedicato alle liberalizzazioni. «È mia intenzione rendere partecipe il Cdm delle decisioni che intendo assumere», spiega il super-ministro.

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Editoria, per Monti il contributo pubblico è indispensabile

Il governo è pronto a garantire il pluralismo: le proposte sono tante ma il tempo è poco. Le testate a rischio chiusura si incontrano oggi nella redazione del giornale di Rifondazione comunista. Conto alla rovescia per 90 pubblicazioni. Il premier «glissa» sulle frequenze tv ma si impegna a fermarlo.

«Dopo 41 anni di storia questa potrebbe essere l’ultima volta che il manifesto fa una domanda al presidente del consiglio»… Parole che mai avremmo voluto pronunciare ma che, purtroppo, sono vere. Per noi come per altri novanta giornali di idee, in cooperativa, non profit e di partito, che rischiano di morire strangolati da un disimpegno pubblico totale e da un mercato unico al mondo come quello italiano, che concentra nella televisione nazionale (Rai e Mediaset) quasi il 50% delle risorse private complessive.
Una competizione truccata. Che l’ex commissario europeo alla concorrenza promette di correggere solo in parte. Nella sua conferenza stampa di fine anno, infatti, il Professore ha glissato sulla domanda relativa alle frequenze tv e alla pubblicità ma ha lasciato aperto uno spiraglio sul fondo all’editoria.

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Fase 2, Monti punta tutto sulle liberalizzazioni

L’emergenza continua. Nei prossimi tre giorni scadono 20 miliardi di Bot e Btp. Monti torna a Roma: giovedì il punto in consiglio dei ministri. Pd e Idv stanno con i sindacati: «Modificare le misure più pesanti»

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Ore 21.42, Berlusconi addio

Silvio Berlusconi si dimette. Si chiude un governo, un’era e forse anche un partito. Il Cavaliere chiede al Colle un salvacondotto per le sue tv e medita un sostegno «a tempo». Alla camera un addio triste e muto, tra fischi, clown, angoscia e tanta voglia di rivincita. Più che uno statista, uno sconfitto. Ultimo minuto di gloria dello Scilipoti show. Deputate affrante.

Silvio Berlusconi non c’è più. Alle 21.42 del 12 novembre 2011 le agenzie annunciano le sue dimissioni dalla presidenza del consiglio dopo il colloquio di rito al Quirinale. Si chiude un governo, un’era e, forse, anche un partito e un’alleanza. Pdl e Lega escono dalla «stanza dei bottoni» quasi senza condizioni, meditando vendette.

Fino a una settimana fa, Berlusconi negava la crisi e parlava di «ristoranti pieni». Oggi prova a tranquillizzare i fedelissimi assicurando che tanto a Mario Monti «la spina la possiamo staccare in qualunque momento».

Alle cinque della sera, quando entra in aula alla camera, Pdl e Lega gli tributano un lunghissimo applauso. Lui accenna un saluto, il viso tirato, rigido, senza un gesto di troppo. Tutti sanno che non si siederà più sui banchi del governo. E tanto l’addio del Cavaliere è composto – muto -, tanto è rumorosa la paura dei suoi fedelissimi. La gioia di migliaia di persone nelle piazze romane.

Per il premier è stata a un’intera giornata senza audio. Non una parola in pubblico, nessuna uscita fuori dalle righe. Obbedienza piena a quello che ha sempre chiamato «il teatrino della politica».

Non uno statista ma uno sconfitto.

La sua ultima giornata alla guida del governo finisce in farsa. A Montecitorio, prima del voto definitivo sulla legge di stabilità, la Lega attacca l’euro con tutta la foga dei tempi andati. Responsabili e sudisti bastonano Tremonti come farebbe un pasdaran dipietrista. E Cicchitto, paonazzo, si scaglia contro la faziosità del Pd: «Non siamo perdenti e non dobbiamo venire a chiedervi scusa, cadiamo per mano dei mercati non certo per la sinistra», urla rivolto al Pd. Tutto sembra meno un clima da unità nazionale. «Elezioni, elezioni, voto, voto» urlano dai banchi del Pdl. Ma la rissa verbale è svociata, obbligatoria e certamente malinconica. Il governo cade ma anche le opposizioni hanno poco da esultare.

Dopo le “star”, entrano i “clown”.

Tre deputati chiedono a Fini di intervenire a titolo personale. E’ il loro ultimo minuto di celebrità prima dell’avvento della «terza Repubblica».

Il pidiellino Mario Pepe elogia i ministri. E con una vocina inadatta alle giornate solenni grida: «Il vostro è l’ultimo governo democratico prima del golpe della Bce, non il coraggio ma la fortuna mancò». Poi è Scilipoti show. L’aula ormai rumoreggia e si sganascia dalle risa. Ogni sacralità è svanita. L’ex dipietrista farfuglia di golpe, accusa i colleghi di essere «mercenari e delinquenti», rivendica la scelta del 14 dicembre. Più che un sigillo al ventennio berlusconiano, è una pena che sa di contrappasso. Fini lo rimprovera, scampanella, poi, al termine dei due minuti obbligatori gli stacca il microfono.

C’è un limite a tutto.
E invece no. Mentre Berlusconi si alza e mezzo parlamento si mette in fila commosso per stringergli la mano un’ultima volta, si alza dai banchi Roberto Antonione, il più rappresentativo dei «giuda» usciti dal Pdl. Nessuno lo ascolta. Qualche decina di deputati del suo ex partito si ferma a insultarlo, urla.

Fini fatica a contenere gli animi. Ormai non importa a nessuno capire perché e percome Antonione ha deciso di non votare il rendiconto generale dello stato. Un deputato della destra, uscendo dall’aula, lo insulta e grida ai commessi: «Spegnete la luce».

Fuori, sulle panchine del cortile, due giovanissime deputate siedono affrante una accanto all’altra. Livide. Guardano il vuoto, a braccia conserte, come alla fine di una bella festa. La bionda pidiellina Annagrazia Calabria tenne a battesimo il Pdl vestita di bianco. E Maria Rosaria Rossi animò le serate del Cavaliere ad Arcore e Tor Crescenza.

Il direttore del Secolo d’Italia, Marcello De Angelis, attende lumi dall’alto per fare il titolo del giornale.

Ma la verità è che già all’ora di pranzo, attorno alla tavola di Palazzo Chigi, non era chiaro chi fosse veramente il premier in carica tra Monti e Berlusconi. Dal Professore nessun impegno su Gianni Letta vice, ministri o sottosegretari politici, salvacondotti evidenti sulla giustizia.

Alla fine delle due ore di colloquio tra il neosenatore a vita e il politico più longevo d’Occidente, l’unica promessa che Berlusconi riesce a strappare è una sorta di assicurazione sulla vita delle sue televisioni. Ciò che conta. Ciò che deve assolutamente ottenere. Il resto si vedrà.

Il gotha del Pdl si riunisce subito prima che Berlusconi salga al Colle. A Napolitano e Monti si chiederanno chiarezza su tempi e programma (la lettera della Bce, che non piace al Pd). Niente riforma elettorale né ricandidatura dei salvatori della patria, qualche poltrona di sottogoverno. Per adesso, è una resa senza condizioni. Un conflitto rimandato a quando le borse lo consentiranno. Un fuoco che cova sotto la cenere di un sistema di potere che per quasi vent’anni – al governo o all’opposizione – ha condizionato la politica italiana.

Il vento della storia soffia altrove. Non si risolve più nelle cene ad Arcore o nei decreti «prendere o lasciare» di Tremonti. A Berlusconi ancora in carica, complice il fuso orario, Barack Obama parla di cambiamenti «positivi» nei «nuovi governi greco e italiano». Oggi dalle 9 alle 17 Napolitano consulterà i partiti.

Già stasera Mario Monti sarà il presidente incaricato. Il re è morto. Viva il re.

dal manifesto del 13 novembre 2011

Dalle redazioni un appello comune a Napolitano

Il conto alla rovescia è partito tanto tempo fa, nel luglio del 2008, ma ormai il cronometro è arrivato davvero a pochi giorni dalla fine.

L’azzeramento del fondo editoria da parte del governo, senza che contemporaneamente non sia stata fatta nessuna vera riforma del settore porterà sicuramente alla chiusura decine di testate non profit, in cooperativa e di partito.

«Se la Fieg vuole contribuire a cancellare il contributo pubblico deve sapere che si sta assumendo la responsabilità di ridurre il pluralismo», avverte Franco Siddi della Fnsi aprendo un’affollatissima conferenza stampa in senato con parlamentari di Pd, Idv e Udc, Mediacoop e Confcooperative, Fisc, File, Articolo21, sindacati e rappresentanti di tutti i soggetti coinvolti in Italia e all’estero.

Secondo il segretario del sindacato dei giornalisti, di una riforma dell’editoria «è stata accantonata perfino l’idea» e sui contributi pubblici «si cerca di circoscrivere il perimetro dei beneficiari» senza riequilibrare nulla né offrire certezze.

Il metodo è sempre lo stesso. Siddi ricorda gli ultimi tagli alle convenzioni con le agenzie di stampa: «Se 9 sono la politica deve agevolare una riorganizzazione industriale, non può permettersi di scegliere in modo autonomo quali e quante finanziare secondo il proprio presunto fabbisogno. Vuol dire solo che chi disturba e se disturbi avrai di meno».

La richiesta, unanime, è di rifinanziare il fondo (il fabbisogno reale è di circa 100 milioni, ce ne sono sì e no 30) continuando a fare pulizia tra i beneficiari dei contributi nell’ottica esclusiva di garantire il pluralismo dell’informazione fuori dai condizionamenti del governo pro-tempore.

«Minoranze linguistiche, giornali italiani all’estero, testate che fanno informazione, politica e cultura fuori dai monopoli devono essere sostenuti», spiega Siddi.

Le proposte per trovare le risorse all’interno del sistema e non nelle tasche dei cittadini sono note da tempo:

  1. l’Iva piena sui prodotti non editoriali
  2. una minialiquota dell’1% sulle pubblicità tv
  3. un tetto ai finanziamenti pubblici legato ai dipendenti veri e stabili al 2010
  4. una presenza minima in edicola
  5. privilegiare la carta stampata rispetto alla tv almeno per la pubblicità istituzionale.

Punto dolente, questo. Nel mercato de noantri, il Dipartimento editoria di Palazzo Chigi ha affidato gli spot istituzionali solo alle tv o ai grandi giornali.

«Di sicuro non possiamo accettare la logica dei tagli lineari fini a se stessi e tantomeno un taglio del 70% come quello ipotizzato», tuona Siddi.

Perché sul fondo editoria sono caricate altre voci, come i 45 milioni della Rai o i 50 milioni di debiti verso Poste che non con il pluralismo non c’entrano nulla.

«In effetti c’è un salto di qualità nell’iniziativa del governo – spiega Lelio Grassucci di Mediacoop – se prima riduceva stavolta ha deciso di eliminare il sostegno pubblico all’editoria». Secondo sindacati e associazioni il taglio non c’entra nulla con la crisi: dopo la chiusura tra ammortizzatori sociali, entrate mancate e crollo dell’indotto «i costi per lo stato saranno di molto superiori all’importo del contributo», dice Grassucci.

Secondo le stime di Mediacoop scomparirà un fatturato di 500 milioni di euro e 2mila giornalisti andranno a spasso, mettendo in seria difficoltà i bilanci dell’Inpgi. Per dirla con Vincenzo Vita (Pd): «Non possiamo tollerare un Fahrenheit 451 dei giornali. E’ chiaro che il fondo editoria costa ma è altrettanto chiaro che abolirlo costa di più».

Il taglio è mortale anche perché è retroattivo: quei soldi sono già stati spesi e tra un anno saranno rimborsati, se va bene, al 20%. «Non capisco perché la Fieg – si chiede Grassucci – cavalchi l’idea che finiti i contributi diretti i pochi soldi che restano vadano a tutto il mondo della comunicazione, da Rcs ai giornali parrocchiani, come se fossero la stessa cosa. Un’associazione che si rispetti cerca di fare esattamente il contrario di quanto si sta proponendo».

Sindacati e giornali sono pronti a una manifestazione nazionale. E domenica sulle testate coinvolte comparirà una lettera al presidente della Repubblica firmata dai direttori di tutti i giornali, dal manifesto ad Avvenire. La partita sulla finanziaria, in senato, è appena iniziata.

dal manifesto del 28 ottobre 2011