Il «black shark», il super siluro di ultima generazione della Wass (gruppo Finmeccanica), è una vecchia conoscenza del manifesto.
Il 25 novembre del 2010 finì addirittura in prima pagina (battezzato «il siluro di Tremonti») come simbolo degli sprechi di stato e del dogma della spesa militare. Nel 2010 gli investimenti pubblici solo sul siluro valevano oltre 87,5 milioni di euro.
Il mercato insano che piace alla Fieg. Conflitti di interesse. Cento testate rischiano di chiudere entro gennaio. Il governo azzera ogni intervento pubblico e aggrava le «anomalie» di una crisi tutta italiana.
Più mercato in edicola, per vendere più giornali bisogna stare sul mercato e farli meglio. Quante volte, attorno al manifesto, abbiamo sentito questo mantra? Innovazione, concorrenza, parità di condizioni, meritocrazia, il rosario è sgranato qualsiasi sia l’argomento in discussione. Ma in Italia, soprattutto se si parla di tv e informazione, quando uno sente queste parole farebbe meglio a mettere mano alla pistola.
Per una volta accantoniamo il gigantesco conflitto di interessi di un editore (Mediaset-Fininvest) che da solo (dati 2010) assorbe più pubblicità di tutti gli altri editori messi insieme e concentriamoci invece sulle contraddizioni magari meno note ma altrettanto significative dei liberisti di casa nostra.
Prendiamo ad esempio l’Iva sui giornali. Tutti sanno che i quotidiani sono considerati dallo stato un bene essenziale e costituzionalmente garantito, per cui (tranne quelli pornografici) sono tassati con un’Iva agevolata al 4% invece che al 10 o al 21%.
Sacrosanto, c’è l’articolo 21, bisogna garantire il pluralismo, incentivare la cultura e la lettura, etc. Pensate dunque che se andate in edicola e comprate un giornale da un euro, 4 dei vostri centesimi vadano allo stato?
Neanche per sogno, l’editoria è un settore che riserva sempre molte sorprese. In gergo infatti l’Iva sui giornali è detta «monofase», la pagano cioè soltanto gli editori, il primo soggetto a immettere il prodotto sul mercato e soltanto una volta. Il sistema è come una gigantesca vendita diretta: edicolanti e distributori sono considerati semplici veicoli dell’informazione (non possono determinare prezzi o quantità, non corrono rischi di resa) e la proprietà della copia stampata, finché non finisce nelle vostre mani, è tutta e solo dell’editore, che se non la vende se la riprende come resa e non paga nulla.
Secondo l’erario 4 giornali su 5 vanno al macero
A questa struttura storica se ne affianca un’altra, che è quella dell’Iva estimatoria. L’editore non fa in tempo a calcolare ogni giorno quanti giornali ha venduto veramente, perciò lo stato fa una stima e gli impone un imposta forfettaria del 4% alla fonte.
Su quante copie? Il 20% di quelle che l’editore dichiara di stampare. Lo stato cioè considera economicamente sostenibile che l’80% dei giornali italiani finisca al macero.
Vi pare realistico? Nemmeno il manifesto, tra i peggiori nel rapporto tiratura-resa, arriva a questa soglia di resa abnorme.
Secondo un articolo di Marco Gambaro pubblicato sul sito de la Voce.info, nel 2009 le prime tre testate nazionali avevano una resa del 21,9 per cento, mentre i quotidiani Ads tra le 20mila e le 50mila copie vendute giornaliere arrivavano al 22,1 per cento. Da allora le cose non sono cambiate molto. La realtà dunque è esattamente opposta a quella stimata dall’erario.
Più strano ancora. Lo stesso identico sistema si applica anche agli abbonamenti, che di certo non sono una resa: l’80% degli abbonamenti è esente da Iva. Per il manifesto è poca cosa, ma per testate come Sole 24 Ore e Avvenire, che hanno più di 80mila abbonati ciascuno, pagare l’Iva solo su 16mila copie è un aiuto (di stato) consistente.
E’ o non è, questa, una distorsione del mercato che avvantaggia alcuni editori – sempre i più grandi – e significa poco o nulla per tutti gli altri?
Una nuova Iva per il pluralismo
Sarebbe una discussione da fiscalisti. Se non fosse che da anni Mediacoop, Fnsi, Cgil, Pd e tanti altri chiedono l’aumento dell’Iva sui prodotti «non editoriali» (bamboline, secchielli, giocattoli, etc.) venduti in edicola proprio per finanziare il fondo editoria azzerato da Tremonti gravando così un po’ di meno sulle risorse pubbliche.
Il «voltafaccia» di Malinconico e della Fieg
Forse chi come la Fieg parla tanto di «mercato» e dipinge l’intervento pubblico come un esempio di «concorrenza sleale» che addirittura farebbe chiudere i «giornali veri» (così il presidente Carlo Malinconico sul Sole 24 ore del 20 ottobre) potrebbe riflettere su queste evidenti distorsioni fiscali e pensare a un riordino più realistico anche di questo sistema.
Certo, tra i suoi associati ci sono un gigante come De Agostini – il più grande distributore di oggettistica a prezzi agevolati nelle rivendite – ma anche giornali «veri» come Avvenire, Unità e Liberazione, che ricevono in modo trasparente e legittimo il contributo pubblico e non risulta abbiano mai fatto chiudere la Gazzetta o un’impresa quotata in borsa.
E’ sorprendente che i presunti paladini del mercato, per dirne una, vogliano trasformare il fondo per il pluralismo in un nuovo fondo per l’innovazione, un micro-salvadanaio dove possano attingere tutti i soggetti a prescindere.
In queste ore la Fieg pare correggersi e dice che non si possono «chiudere i giornali per decreto». C’è da augurarsi che inizi davvero a fare chiarezza in casa propria e sia disponibile, come negli anni passati, a ragionare su proposte serie e generali che garantiscano ciò che più dovrebbe stargli a cuore: la pluralità delle fonti di informazione e formazione civile del nostro paese.
Stop al debito pubblico. Entro ottobre via alla svendita da 400 miliardi e pensione a 68 anni. Tra un mese il Tesoro ridefinirà il Def e la legge di stabilità. Tremonti organizza un seminario sulle privatizzazioni forzate
Silvio Berlusconi in versione «turista della democrazia» (così si rivolse all’Europarlamento ormai molti anni fa) svolazza tra Strasburgo e Bruxelles insultando l’opposizione e rassicurando i partner dell’Unione europea sui conti pubblici italiani. Una gita in cui il nostro premier strappa 10 minuti di monologo a uso interno rigorosamente in lingua originale: «Non serve tradurre, tanto devono capire solo i giornalisti italiani», dice a un Van Rompuy ridotto a fondale.
Il viaggio lampo del Cavaliere nelle capitali europee incassa l’apprezzamento delle istituzioni espresse dai governi (Commissione e Consiglio, del resto come poteva essere altrimenti dopo la lettera «segreta» della Bce?) e illumina lo sconcerto per un premier pluri-indagato in un europarlamento che invece deve rispondere ai cittadini. Sia Barroso che Van Rompuy elogiano gli sforzi italiani.
La sostanza però non cambia: l’Italia è troppo grande per fallire, ed è troppo grande per essere salvata. Dovremo per forza «fare da soli». E così a Bruxelles alternano come possono bastone e carota. Il commissario agli affari economici Olli Rehn smentisce la lettura allarmistica data dai giornali italiani di ieri sull’ultimo rapporto europeo sulle finanze pubbliche: «Non abbiamo chiesto manovre aggiuntive a Spagna e Italia».
Come in un gioco di specchi, dove ogni posizione pubblica si accompagna a una trattativa privata, questo non vuol dire che l’Italia non farà un’altra manovra entro la fine dell’anno. Anzi. Entro il 20 settembre Tremonti consegnerà il «Def» aggiornato, cioè le stime macroeconomiche che dimostreranno che la situazione precipita e che bisogna intervenire. Subito dopo, entro il 15 ottobre, dovrà presentare in parlamento la legge di stabilità, cioè la vecchia finanziaria.
L’obiettivo del governo e dei suoi «potestà» forestieri, una volta promesso il controllo del deficit con il pareggio di bilancio entro il 2013, è ora abbattere il debito con una cura da cavallo: un intervento da oltre 400 miliardi che porti il disavanzo dal 120% al 90% del Pil. E’ la stessa cifra monstre sponsorizzata il 4 settembre a Cernobbio dall’ex ad di Unicredit Profumo sul Sole 24 Ore e rispolverata ieri dal braccio destro di La Russa alla camera Massimo Corsaro.
Il menù proposto dal Pdl ex An è presto detto: pensioni a 65-68 anni (cioè abolire quelle di anzianità), privatizzazioni massicce e a tappe forzate di immobili e municipalizzate, ennesimo condono fiscale in nome della futura «semplificazione» delle aliquote. Come contorno da inserire nelle trattativa, si può immaginare anche la «patrimonialina» disegnata dalla Lega.
L’unica vera differenza con la trama disegnata da Profumo riguarda il protagonista. Confindustria e banchieri suggerivano un governo tecnico. Berlusconi invece, pur di rimanere in carica, impugna personalmente la bandiera del risanamento e si impegna a fare in tre anni quello che non ha fatto in venti. Tanto l’obiettivo finale – la presunta salvezza della patria – è condiviso da (quasi) tutti, anche nel «terzo polo» e purtroppo perfino nel Pd, defraudato ahilui dell’unico possibile vanto della sua scadente politica: l’affidabilità europea.
E’ solo su come e su chi si intesterà gli eventuali dividendi della manovra record che si concentrano le divergenze dentro e attorno al governo e tra il Pdl e la Lega.
Berlusconi e Tremonti marciano divisi per colpire uniti. Per convincere Bossi, il premier ripete quanto detto ad Atreju e implora l’Unione a fargli da parafulmine: «Tutti i governi sarebbero felici di aumentare l’età pensionabile se obbligati dall’Europa». Il senatur sa che quell’ordine è già stato spedito da Francoforte e ruggisce per ottenere contropartite vere sulla revisione in senso nordista del patto di stabilità interno per i comuni.
Tremonti invece pare ridimensionato a ministro semplice e prepara la rivincita dedicandosi alle privatizzazioni. Già la prossima settimana al Tesoro si incontreranno rappresentanti degli enti locali e delle banche per un «seminario» riservato dedicato a velocizzare la vendita dei servizi pubblici locali (trasporti, rifiuti, energia, etc.) e della maggior parte possibile del patrimonio immobiliare. Peccato che gran parte dei beni pubblici – dai grandi laghi alle caserme – il governo se li sia già «venduti» con il federalismo demaniale. Ministeri e fontana di Trevi a parte, cosa sia rimasto in capo a Roma a questo punto non lo sa davvero più nessuno.
Sono passati quasi tre anni dal fallimento di Lehman Brothers (era il 15 settembre del 2008), ma la storia della più grande crisi finanziaria della storia è ancora tutta da scrivere. Dopo il crack sui mercati, ora tocca ai tribunali. Sono già decine le mega-cause di risarcimento intentate a vario titolo e in diversi tribunali americani contro le banche «troppo grandi per fallire».
L’agenzia federale che vigila sul mercato finanziario immobiliare degli Stati uniti (la Fhfa) ha annunciato ieri che è pronta a chiedere almeno 30 miliardi di dollari a una dozzina di banche tra cui giganti come Goldman Sachs, Bank of America, JpMorgan e Deutsche Bank. Gli stessi istituti «salvati» dal governo Bush dovranno ora risarcire almeno in minima parte clienti che hanno perso tutto. Tra questi, Fannie Mae e Freddie Mac, i due enti para-statali nazionalizzati nel 2008 da Bush e dal suo ministro del Tesoro Henry Paulson (ex ad di Goldman Sachs). Due istituti che garantiscono il 90% dei nuovi mutui Usa e hanno nella «pancia» hanno crediti pari a 1,5 trilioni di dollari. Finora il loro salvataggio è costato allo stato federale almeno 135 miliardi di dollari (leggi qui).
La Fhfa è pronta a trascinare le banche in tribunale accusandole di non aver controllato la qualità delle obbligazioni immobiliari basate sui mutui (mortgage securities) che vendevano sul mercato. In sostanza, le banche hanno nascosto la difficile solvibilità dei debitori e «gonfiato» la solidità dei propri prodotti finanziari.
Il meccanismo finanziario era infernale. Fan e Fred (così sono chiamati negli Usa) prestavano denaro a rotta di collo grazie al costo ridicolo dei prestiti. E siccome le leggi federali li obbligavano a diluire i rischi investendo in obbligazioni, nello stesso tempo compravano dalle banche prodotti considerati sicuri ma capaci di dare – sulla carta – immensi profitti. In piena deregulation, si comportavano più come hedge fund che come avvedute banche statali. Quando le rate dei mutui sottostanti sono cominciate a mancare, l’intero castello di carte è crollato e la bolla è scoppiata innescando quella reazione a catena che non è ancora finita.
Il termine per presentare realmente la denuncia scade la settimana prossima. Ma ormai è questione di ore. Già a luglio la stessa agenzia aveva denunciato la banca svizzera Ubs per gli stessi motivi, chiedendo indietro almeno 900 milioni. La strategia del governo in parte sta cambiando, segno che la situazione si fa più seria. Se prima si ipotizzava di far ricomprare alle banche una parte dei prodotti tossici già venduti, l’obiettivo attuale è riavere indietro rimborsi cash.
Sono già 50 le procure statali che stanno cercando di patteggiare con Bank of America, JpMorgan e Citigroup i risarcimenti per i clienti defraudati. Ma non basta, perché le banche continuano a farsi causa anche tra di loro. Aig (la mega compagnia assicurativa Usa salvata poco prima del crollo di Lehman) ha chiesto 10 miliardi di dollari a Bank of America per i danni causati dal non aver ben analizzato le obbligazioni acquistate tre anni fa.
Le banche ovviamente si difendono sostenendo che eventuali risarcimenti affosserebbero il mercato creditizio per decenni, ricordano – non a torto – che quelle obbligazioni erano garantite con la tripla A da tutte le agenzie di rating e affermano che in ogni caso i loro clienti istituzionali e bancari erano sufficientemente consapevoli dei rischi prima di acquistarli.
Resta il fatto che nessun risarcimento giudiziario, per quanto grande, riuscirà mai a oscurare che per salvare banche, industria dell’auto, settore immobiliare e assicurazioni la Casa Bianca (sia con Bush che con Obama) ha impegnato qualcosa come 12.200 miliardi di dollari (di cui 2.500 già spesi, fonte NyTimes 24 luglio 2011) mentre poco o nulla è stato fatto per la «Main Street» dei piccoli proprietari e dei lavoratori.
Sono rimasto sconcertato dall’articolo di pag. 15 su Steve Jobs (il manifesto 26/8) che lascia la direzione della Apple, a parte le adorazioni per il capitalismo vincente («è la società che fa più profitti»). «È un modello che funziona», sì, certo, con alle spalle la fabbrica dei suicidi in Cina e con prodotti venduti con margini che nessuno si può permettere.
Mi sarei aspettato, non dico una critica del capitalismo, ma un pizzico di analisi sul ruolo del marketing (la vera forza e straordinaria capacità di Jobs), su come sia possibile organizzare una gigantesca setta che usa solo i tuoi prodotti e che solo per accenderli deve consegnarti il numero di carta di credito. Che se il capo decide che il sito di Wikileaks non te lo fa vedere perché il governo americano non gradisce, che spilla il 30% a tutti quelli che vogliono vendere prodotti ai suoi utenti, obbliga i suoi utenti a comprare esclusivamente dal suo negozio e via dicendo.
Quanto all’inventare tecnologia, vorrei si citasse una sua invenzione tecnologica (tecnologica, non di marketing): ha usato le innovazioni di altri indubbiamente meglio di altri, molti sono convinti che abbia inventato il sistema a iconcine e finestre (brevetto Xerox) o lo schermo tuch che si allarga con le due dita (altro brevetto non suo, o il sistema operativo, che ora è un Linux rielaborato dopo che il suo sistema operativo è stato totalmente abbandonato con tutti quelli che l’avevano acquistato.
La “compatibilità all’indietro” non è mai interessata alla Apple. I brevetti della causa con Samsung riguardano l’eccessiva somiglianza del prodotto con Ipad2 (in Usa si brevetta di tutto anche l’aspetto di un prodotto) non la tecnologia e nemmeno il Tablet che non è un’idea o brevetto di Steve Jobs. Ipad2 tra l’altro è costruito su componenti proprio di Samsung.
Dopo di che, come altri, Apple ha sfoderato anche ottimi prodotti, Ipad2 non ha ancora concorrenti, il primo è proprio il Samsung appena uscito che viene affrontato a suon di tentate cause e non per competere tecnologicamente con il diverso Sistema Operativo. Insomma, va bene non conoscere le cose, ma almeno almeno un po’ di cautela, no?
Risposta di Matteo Bartocci.
Sprecare alberi preziosi per discutere la qualità dei prodotti Apple mi sembra un delitto ambientale imperdonabile. Su Internet ci sono già migliaia di forum e blog completamente dedicati alle guerre di “religione” tra Mac e resto del mondo.
Mi limito a sperare di essermi basato sui fatti. La lettera di Maurizio Zanaldi contiene alcune imprecisioni e un’innegabile verità: il marketing e il packaging sono ingredienti chiave nella strategia di Cupertino. Dietro ogni iPhone c’è scritto: «Designed in California, assembled in China». Un tatuaggio che è la quintessenza del capitalismo “avanzato”. Ideazione, sviluppo, negozi e commessi «made in Usa» più operai cinesi. E però, caro Maurizio, il capitalismo è capitalismo ovunque, tanto a Wall Street quanto nella Repubblica popolare, dove è un partito comunista a lasciare mano libera ai padroncini locali.
Non credo, purtroppo, che solo Apple ottenga margini di prodotto «che nessuno si può permettere». Sospetto che Gap, Nike, Mattel e altre multinazionali riescano a fabbricare i propri oggetti a costi inimmaginabili per i nostri standard. So però che i dipendenti degli Apple Store italiani, caso raro nel retail, sono assunti a tempo indeterminato e iper-formati (dovrei dire «plagiati»?) per fare il loro lavoro di assistenza e vendita. Forse Marchionne potrebbe imparare qualcosa dai capitalisti americani.
Ma rimaniamo a Steve Jobs. Nel mio articolo mi limitavo a celebrare l’addio di un inventore senza nessun dubbio straordinario. Per dirne solo una, la storia del «furto» alla Xerox del mouse e dell’interfaccia a icone è una leggenda metropolitana. La Xerox aveva costruito uno spin off, lo Xerox Parc, che (è vero) fabbricò un mouse che costava 300 dollari e un computer che ne costava 16mila. Come usava in quegli anni, Xerox consentiva a molte start-up (com’era Apple all’epoca) di curiosare tra i suoi prototipi per vedere se c’erano idee che si potevano sviluppare. Jobs lo fece e Xerox in cambio ottenne un mucchio di azioni quando la società si quotò in borsa. Per intenderci, era una specie di laboratorio hardware «open source».
Ma come dicevo nell’articolo: Jobs non ha inventato né i computer, né gli smartphone, né i lettori mp3, né i tablet né la vendita on line di canzoni o software. Ha però innegabilmente «rivoluzionato» tutte queste cose – che già esistevano – rendendole semplici e utilizzabili a livello di massa. Non secondo me ma secondo un dato oggettivo: il loro successo.
Per farlo, è vero, «nessuna compatibilità all’indietro»: Jobs ha distrutto tanta tecnologia. E ha fatto bene, aggiungo io, perché era obsoleta, inelegante e inefficiente. In questo Apple è perfino cannibale: l’iPad e l’iPhone rendono obsoleto l’iPod. Se qualcuno è capace di fare di meglio si accomodi. Hp si è ritirata e Samsung sta perdendo i primi round della «battaglia dei brevetti» in Europa e in Australia perché ha copiato. Almeno questo sostengono i giudici che se ne sono occupati. La competizione nel mercato hi tech è spietata: innovare o fallire. A Jobs – è stranoto – sono successe entrambe le cose.
Non so se il successo di Apple sia merito di una «setta» o delle strategie subliminali del marketing californiano. So però che parlare (bene) di Steve Jobs non è una «resa» al capitalismo. Al contrario, è dimostrarne le contraddizioni, illuminare uno spazio di libertà, trasformazione e creatività che può andare al di là delle intenzioni di chi l’ha progettato.
Un adolescente può girare un video della sua band in qualità Hd con un semplice telefonino, mixare l’album con un tablet sul tram, pubblicarlo prima del capolinea su YouTube e venderlo in tutto il mondo via iTunes. Non sono sicuro che tutto questo sia solo il frutto di qualche genio del male o di astuzie studiate alla scrivania.
Mi ricordo una frase dello spot «think different» degli anni ’80: «Solo coloro che sono abbastanza folli da pensare di cambiare il mondo lo cambiano davvero». Al bando la cautela: è solo di ciò che non funziona che si deve tacere.
Steve Jobs lascia il timone di Apple. “Mr. Think different” è il più grande inventore del ’900 ma per Cupertino il futuro inizia ora
Un manager, un leader, un inventore. Il più straordinario «nerd» di tutti i tempi. Dopo mesi di malattia, Steve Jobs lascia definitivamente la guida della Apple. Il suo addio non è solo un vero giro di boa per un’azienda che ha infilato una dopo l’altra una serie di innovazioni senza precedenti. E’ anche il passaggio di testimone di una generazione eroica, fricchettona e visionaria che dagli anni ’70 guida quella rivoluzione tecnologica che da decenni continua a ridisegnare gusti, socialità, comunicazione, business, arte e creatività di miliardi di esseri umani.
A differenza dei giovanissimi creatori di Google e Facebook, né Jobs né Bill Gates si sono mai laureati. Entrambi hanno creato dal nulla, in un garage, aziende che hanno cambiato la storia dell’umanità.
Solo a scorrerne i passaggi principali, la biografia di Steve Jobs eccede quella di una dozzina di persone normali. Nato non voluto da un padre siriano musulmano e da una teenager che l’ha subito dato in adozione, Jobs è senza dubbio il più grande inventore del XX secolo. Non solo di oggetti come l’AppleII, il Macintosh, l’iMac, l’iPhone, l’iPod e l’iPad. Ma anche di interfacce tanto naturali che un minuto dopo essere state create sembra ci siano sempre state: l’uso totale del mouse e delle icone, la grafica asciutta e iper-usabile (frutto dei suoi studi da giovane drop-out in calligrafia), la genialità delle animazioni Pixar, il multitouch.
Un telefono senza pulsanti e un computer senza tastiera sembrano impossibili da descrivere a parole. Ma basta sfiorare il vetro di un iPhone o di un iPad per capire che quel tocco leggero è sempre stato nelle nostre potenzialità. Era nelle nostre mani prima che lo sapessimo. Del resto, a chi gli chiedeva quale fosse stata la ricerca di marketing preliminare al lancio dell’iPad, Jobs ha risposto: «Nessuna, non è il lavoro dei consumatori sapere quello di cui hanno bisogno».
Innovazioni che si ripercuotono anche nell’arte: chi avrebbe mai potuto imporre alle case discografiche mondiali la vendita legale di un dollaro a canzone? Dal 2008 invece iTunes è il primo negozio di musica del pianeta. E anche quando è uscito il primo iPad, tanti l’hanno bollato come «un inutile iPhone più grande»: «Non ha una funzione chiara». Forse. Però ne sono stati venduti 10 milioni solo negli ultimi 90 giorni. Come dicono gli analisti, «non c’è un mercato dei tablet, c’è solo un mercato dell’iPad».
La recente uscita di Hp dal mercato – clamorosa e definitiva – è solo l’ultimo trionfo di un’invenzione già amatissima e (quasi) perfetta. Jobs oltre a inventare nuova tecnologia è stato un implacabile distruttore di quella obsoleta. I suoi computer sono stati i primi ad abolire prima il floppy disk, poi il lettore cd, e in tanti hanno criticato l’iPad per la sua superficie perfettamente liscia: «Non ha neanche una porta usb». Eh già.
Nel frattempo la Silicon Valley sta sposando la filosofia della «cloud», la nuvola immateriale che avvolgerà tutta la musica, testi, video e foto che siamo capaci di immaginare. La nostra identità, e non è detto che sia un bene, non sarà più bloccata in un oggetto più o meno portatile ma a disposizione ovunque e comunque.
Non è fortuna o il frutto di freddo marketing, è soprattutto un incrocio di intuizione e visione. Solo un «nerd», uno smanettone misantropo e adoratore della tecnologia può essere così arrogante da imporre quello che ancora non c’è. Pensare l’impossibile affinché si avveri. Ieri sul suo blog Vic Gundotra, il numero tre di Google, commentando l’addio di Jobs ha raccontato una storia. Era il giorno della Befana del 2008, una domenica mattina, e Jobs l’ha chiamato per chiedergli una cosa urgentissima. Sarebbe stato un problema per loro se Apple avesse cambiato il tono di giallo della seconda «o» di Google perché sullo schermo dell’iPhone gli sembrava «sbagliato»? Ecco Steve, un signore che la domenica mattina si occupa di un dettaglio insignificante non solo per la maggior parte delle persone ma anche per qualsiasi supermega miliardario.
Apple non è solo la compagnia più ricca di Wall Street, seconda solo a un gigante «cattivo» come la Exxon Mobil (e per qualche settimana l’ha anche sorpassata). E’ anche la società che fa più profitti in proporzione alle sue relativamente piccole quote di mercato (+125% nell’ultimo quarto, in piena crisi). Crea oggetti costosi, li produce a poco e li vende straordinariamente bene.
Il 62% dei ricavi è extra Usa ma il suo marchio è la quintessenza dell’America. Niente «buonismo»: pragmatismo e sogni allo stato puro. Contrariamente alle altre società di Wall Street, Apple fa zero beneficenza e non distribuisce dividendi. Rimane tutto in cassa e viene reinvestito nei suoi prodotti e nelle sue persone. E’ un modello che funziona? Beh, dieci anni fa le azioni valevano 9 dollari, oggi 370.
One more thing. Jobs resta un dipendente della Mela e chairman del cda. Cosa lascia alle sue spalle? Per ora la società ha un team di superstar. Tim Cook è un workhaolic nato nel Sud, mago della logistica e della produzione industriale (è anche nel cda della Nike). Uno che sui blog viene già bollato come il manager gay più potente del mondo (non ha mai fatto coming out, però). Jonathan Ive è il geniale designer britannico che ha condiviso con Jobs tutte le svolte più importanti. E accanto a loro c’è il capo del software Scott Forstall.
Le difficoltà non mancano. Ron Johnson, principe del retail e inventore dei super-profittevoli Apple Store, per esempio, lascerà a novembre (va ai supermercati J. C. Penney). Ma finché il top management resta quello, non c’è ragione di ritenere che a Cupertino smettano di innovare e vendere bene i loro prodotti.
Il logo della Apple è un chiaro omaggio alla morte dell’«inventore dei computer» Alan Turing, che si suicidò mangiando una mela immersa nel cianuro per le vessazioni subite come omosessuale nell’Inghilterra degli anni ’50.
Aggiornamento del 24.10.2011: Walter Isaacson, autore dell’unica biografia autorizzata di Steve Jobs, smentisce il riferimento a Turing. A domanda dell’autore, Jobs risponde: “He wished that he had thought of that, but hadn’t”.
Ma è anche la mela della conoscenza. Un desiderio, una fame, un morso (bite) che fa precipitare l’uomo sulla Terra e lo costringe a incontrarsi con la sua vera natura. Ormai siamo fatti della stessa sostanza dei nostri bit. Apple, «think different». Sarà dura, ma provateci ancora.
«Sì, sono io. Non ho omonimi. Del resto è un nome un po’ particolare». Maria Grazia Siliquini – deputata eletta nel Pdl, passata in Fli e, infine, confluita il 14 dicembre in “Iniziativa Responsabile” con la fiducia a Berlusconi – conferma così, al telefono con l’Ansa, di essere uno dei nuovi membri del Consiglio di Amministrazione della Società Poste Italiane per il triennio 2011-2013. «Ci metterò tutto il mio impegno e la mia esperienza» aggiunge annunciando al tempo stesso che, quando sarà il momento, lascerà lo scranno di Montecitorio (quindi per ora, nisba, rimane lì a votare silvio).