Election day, tutte le strade portano a marzo. Ma con quale legge elettorale?

Sulla data delle elezioni «non parlo». Giorgio Napolitano non si sbilancia in pubblico sull’ultimo miglio di una legislatura inedita. Si limita a dire, però, che ha le sue prerogative e che non si limiterà «a tagliare i nastri». La posta in gioco è chiara «nessuno può giocare con il rischio fallimento – ammonisce il presidente – chiunque governi, qualunque situazione politica esca dalle elezioni».

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Sì ai gay, alla cannabis e perfino alle tasse. L’America profonda vota «liberal»

Senza dubbio il voto politico generale è andato a destra (complici le preoccupazioni sull’economia e il debito pubblico) ma il senso comune americano invece ha decisamente svoltato a “sinistra” su molte questioni non secondarie, dai matrimoni gay alle droghe fino alle tasse locali. Perfino la «tolleranza zero» esce a pezzi dai 176 referendum votati in 38 stati insieme ai due candidati su cui si è concentrata l’attenzione del mondo.

Per la prima volta negli Stati uniti è un voto popolare ad approvare i matrimoni tra persone dello stesso sesso (fino al 2009 il referendum aveva ricevuto ben 30 bocciature di fila) ma in Maine, Maryland e probabilmente anche Washington (nella Seattle di Microsoft, Boeing e Starbucks) le comunità glbt hanno vinto. Stati che si aggiungono ai 6 (più la capitale) che hanno introdotto il matrimonio tra persone dello stesso sesso per legge o per sentenza delle corti.

Bene anche in Minnesota , dove non è passato (di misura) un quesito costituzionale che limitava le nozze agli eterosessuali. Grande sconfitta è la chiesa cattolica. Anche nel fundraising: le associazioni glbt hanno raccolto il triplo dei fondi delle associazioni omofobe.

Anche sulle droghe, altri 3 stati (Washington, Colorado e Maryland) hanno legalizzato, chi più chi meno, il consumo di marijuana (in Oregon invece il referendum è stato bocciato). In generale molti i quesiti sulla scuola: in Maryland, per esempio, è passato quello che concede l’istruzione pubblica agli immigrati illegali.

Anima liberal dell’America, la California ha infilato 11 referendum di portata storica dal punto di vista locale ma anche simbolico.

Lo scontro è stato durissimo, con almeno 370 milioni di dollari spesi in pubblicità dai fronti contrapposti. La culla della «Reaganomics» e dello stato come «problema» (peraltro in bancarotta dopo la cura Schwarzenegger) ha approvato un quesito che (bestemmia!) chiede di aumentare le tasse statali per finanziare la scuola.

La misura proposta dal governatore democratico Jerry Brown (democratico) è stata approvata col 54% dei voti. Aumenta la tassa locale sugli acquisti e l’aliquota su chi guadagna più di 250mila dollari (circa il 3% dei contribuenti). Si tratta di un gettito pari a 6-9 miliardi di dollari all’anno. Una vittoria storica per i democratici, vista anche la contemporanea stroncatura col 61% di no di una specie di rigorosissimo «fiscal compact» biennale e il no (col 56%) del divieto di finanziare la politica da parte dei sindacati.

Sempre in California è stata modificata perfino la famigerata legge dei «tre colpi» (al terzo reato ti prendi l’ergastolo), ammorbidendola per esempio se il terzo reato non è «serio o violento» (norma in vigore peraltro in 24 stati). Unici nei dal «Golden State» i no all’etichettatura obbligatoria dei cibi Ogm e all’abolizione della pena di morte.

dal manifesto dell’8 novembre 2012

I referendum sul lavoro e l’Unità del Pd

Bersani e il Pd non hanno nascosto le critiche ai referendum sul lavoro presentati in questi giorni. Per una volta, i democratici appaiono granitici, addirittura unanimi sull’Unità. Peccato si concentrino tutti sul metodo evitando accuratamente la sostanza. Cioè gli effetti nefasti della riforma Fornero per i lavoratori.

Ieri sul manifesto i primi operai licenziati con il nuovo articolo 18 hanno raccontato le loro storie. Guarda caso sono quasi tutti iscritti alla Fiom e tutti critici sulle condizioni di lavoro e di sicurezza in fabbrica. Altro che «motivi economici oggettivi».

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Alla vigilia del «Bersani day» Idv e Sel minacciano la rottura

Vendola: «Dopo il voto sull’Agcom incolmabile la distanza col Pd». Di Pietro: «Bersani si allei con Alfano». Alla vigilia della direzione del Pd di oggi, Antonio Di Pietro e Nichi Vendola non nascondono che nel centrosinistra fotografato a Vasto (e vincente in quasi tutta Italia) la situazione è critica, forse irrecuperabile.

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Acea, l’estate romana di Alemanno

Non passa in Campidoglio la svendita del servizio idrico. Nervi tesi nel centrodestra. L’ex An non esclude il voto anticipato in autunno per poter tornare alla Camera.

Alemanno, per ora, non passa. Anzi, la privatizzazione di Acea decisa dalla giunta di centrodestra torna in alto mare. Dopo l’incontro di ieri mattina con tutti i capigruppo capitolini, il sindaco di Roma ha annunciato che modificherà la contestatissima delibera 32 con un «maxiemendamento» e un testo collegato che sarà presentato in Campidoglio la prossima settimana. Per il sindaco o la va, o la spacca. Alla lettera. O passa la delibera oppure si dimette e Roma subirà le elezioni anticipate in ottobre.

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Alla vigilia del voto tecnici e populisti perdono la bussola

Le urne per le elezioni amministrative si aprono, oggettivamente, in un paese allo sbando. Tra un governo non eletto e sempre più impopolare e partiti che non ispirano fiducia nemmeno ai propri iscritti , i quattro anni di crisi durissima che abbiamo alle spalle rischiano di sembrare una passeggiata.

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Aiuto, è scomparsa la “fase due”. Via al Def scritto sulla sabbia

Spending review, scontro sui nuovi tagli alla spesa pubblica. Le camere supplicano il governo di portare la «crescita» e sperano negli eurobond.

Il parlamento approva il documento economico finanziario (Def) varato dal governo. Pd, Pdl e Udc vanno avanti con le mani legate rispetto alle scelte europee e Monti sta ancora cercando la sua «fase due» dedicata alla crescita (la misteriosa scomparsa della «fase due» dopo i tagli sociali è una costante della politica italiana, ndr).

Presentando il Def alla camera, Amedeo Ciccanti dell’Udc alza le mani: «Il vincolo europeo è chiaro, non ci sono deroghe né scorciatoie, soprattutto per l’Italia con il suo rilevante debito pubblico». Il quasi pareggio di bilancio nel 2013 non è dunque in discussione. Ma la maggioranza concorda una mozione che tra molta aria fritta prova almeno ad appropriarsi di 8-9 miliardi da puntare sulla «crescita». Nel testo «Abc» si dice che le tasse si potranno abbassare con il recupero dell’evasione fiscale (lo hanno promesso tutti i governi da decenni), che gli investimenti si potranno fare con i «project bond» e gli «eurobond» e che il debito va abbassato con le «dismissioni del patrimonio pubblico» (quale?). Che si tratti di parole al vento lo dice perfino il partito di maggioranza relativa.

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Liberalizzazioni, il governo si prepara a graziare le banche sulle commissioni

Ha avuto un cammino molto tormentato ma il decreto liberalizzazioni è legge. Con 365 sì e 61 no (contrari solo Idv e Lega) la camera ha dato il via libera definitivo alle misure varate dal governo a fine gennaio.

Monti, presente in aula al voto finale, è naturalmente soddisfatto per il secondo tassello del «cresci Italia» ma il suo governo non ha certo fatto una bella figura su un terreno principe del curriculum europeo e internazionale del premier. Nel merito c’è già chi chiede un secondo decreto liberalizzatore.

Di sicuro, per esempio, ci sarà un intervento correttivo sull’abolizione delle commissioni bancarie decisa dal senato. A febbraio infatti Palazzo Madama ha cancellato tutte le commissioni su linee di credito, affidamenti e scoperti. L’Abi era insorta e i vertici, Mussari in testa, si erano dimessi per protesta denunciando possibili mancati ricavi per 10 miliardi di euro. La maggioranza Pd-Pdl-terzo polo (tranne Fli), poco dopo, ha ammesso “l’errore” come se nulla fosse e ieri è stato approvato un ordine del giorno che chiede al governo di intervenire. Lo farà immediatamente: forse già oggi con un minidecreto legge, prima della pubblicazione in gazzetta ufficiale in modo che il taglio non sia mai esistito.

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Politici in tv, il Pd si inventa una par condicio “sessuata”

Forse perché ieri era il primo anniversario di «Se non ora quando», sta di fatto che il Pd, in commissione Affari costituzionali alla camera, ha aggiunto alle regole della «par condicio» televisiva anche la parità di quote tra candidati donne e candidati uomini in campagna elettorale. L’emendamento, a prima firma della democratica Sesa Amici, aspetta ora il voto dell’aula.

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Il mostro tricefalo Pd, Pdl, Udc mette Monti nell’angolo

È una maggioranza senza governo e un governo senza maggioranza. E in serata a Palazzo Chigi Alfano sale da Monti per concordare l’agenda sulla giustizia. Quasi come ai tempi di Silvio Berlusconi. Ancora una volta l’epicentro del terremoto politico sono i processi del Cavaliere.

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